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18/08/2005
SCRIVERE A MATITA

di Mario Bianco

 

Qualche giorno fa il mio amico GinoT. per telefono mi dice: Sai Mario, ho il computer impallato da più di una settimana, ero in una sala di attesa sapevo di dover aspettare un bel po’, mi sono portato un quaderno  a quadretti e una matita! Ho cominciato a scrivere appunti per un racconto, a matita, pensa un po’, con la matita! Lui era stupito per il suo ritorno ad un tradizionale oggetto scrivente, ormai inconsueto. Io non mi sono stupito. Io porto sempre una matita con micromina 0,5 (anche due) nel taschino della giacca della camicia del soprabito dell’impermeabile del giaccone. Non posso vivere senza una matita sulle carni, vicino al cuore: posso dimenticarmi, uscendo di casa, delle chiavi ma non della matita e per questo ne possiedo tante: di legno, di metallo, di plastica, di bachelite, di alluminio, micromina 0,5 0,7 0,2; ho pure ereditato delle matite da mio cugino Sandro; una di queste è nera a sezione esagonale, intonsa, con su stampigliato in argento un fascio littorio e bene impresso: FERROVIE DELLO STATO. Poi ne ho avute e comprate di quelle cinesi ceke americane tedesche francesi Hardmuth Kohinoor Presbitero Fila Faber, quelle che già la maestra elementare ordinava: matita Faber n.2, mi raccomando. A volte in giro per mercatini  ci ricasco a comperare l’ennesima matita rossa e blu, da correzioni o quella copiativa, verniciata di giallo, di quelle che ti metti in bocca la mina, fa schifo, e scrivono viola. Ci ho un pezzo di anima nelle matite. Quando ancor non sapevo scrivere disegnavo dappertutto e fregavo matite a mio padre, se non avevo matite cercavo mozziconi di matita da falegname, quelle piatte, scaglie di mattone, carbonella, fiammiferi bruciacchiati e facevo segni; poi me le prendevo perché istoriavo tutto, muri, tessuti, abiti, zoccoli, scarpe, tavoli, retro di libri. Allora per evitare danni e farmi sfogare hanno cominciato a darmi rottami di cartone, di quelli che ci sono nelle pezze di stoffa e lì sopra ho raffigurato tutte le guerre possibili, i soldati di tutto il mondo, carriarmati, spade, mitra, Iliadi complete, Ulisse e la sua gang, bersaglieri e marinai, bombardieri B17 e Stukas. Poi ho incominciato ad usare a scuola la penna a cannuccia col pennino. A quell’epoca nei giganteschi scomodi tarlati banchi di legno stava incastrato un calamajo di stato in cui il bidello in camicione nero ogni settimana versava, da una specie di sacratissima ampolla in vetro verde il repellente inchiostro di stato condito con grumi noduli filacci schifezze e mosche morte, sempre di stato. Era molto difficile scrivere con quell’intruglio, i pennini si intasavano e ci sarebbe da scrivere uno zibaldone solo sui pennini immelmati, incrostati e su conseguenti incidenti, per cui tralascio. Poi arrivarono (anni dopo) e furono consentite le penne stilografiche. Però le matite erano più buone perché le potevi e puoi masticarne il culo o fondo, attività distensiva atta a calmare o posticipare nervosismi, ansie durante compiti in classe o interrogazioni: il detto fondo sa di legno verniciato a spruzzo, grafite con gusto acre, sui generis: tipo benzodiazepina. Comunque, per farla breve, i primi miei racconti me li sono scritti tutti a matita, fini fini, su fogli tipo extrastrong o carta semilucida di incauto acquisto, poi me li sono copiati di nascosto ai genitori con la macchina da scrivere di mio padre, di notte, ecco. Però adesso queste cose le scrivo col pc. Ma le poesie, no: quelle si scrivono, anzi  si devono scrivere a matita, poi si correggono con una penna microfibra nera, che lasci un bel segno netto, altro che biro; poi, volendo, ad libitum, si copiano sul computer. Perché la mano con la sua matita fa un gesto ordinato dal cervello in cui si muovono più sensi e il lapis sta tra le dita sentimentalmente e sensualmente, come prolungamento del corpo, fa segno netto, sfiorato, a tratti, pesante, ti strappa la carta, lo moduli, l’occhio ci va dietro e dentro, guardi la sua punta, spingi il pulsante o fai quella operazione straordinaria (se usi una matita vera) che è il temperare con un coltellino, con una lametta, col temperamatite classico o quello professionale da tavolo a manovella. Una voce dentro di me, un tipo concettuale, mi dice: ma la matita è solo uno strumento; il risultato, quello che conta è la storia, la poesia, il disegno. Un’altra voce si incazza un po’ e fa: l’uso armonioso dello strumento, tutt’uno con il corpo/mente è il primo fine. Ahhhh, dico io, e li lascio discutere.

Postato da: markelouffenwanken a 11:42 | link | commenti (9)


Commenti
#1   18 Agosto 2005 - 12:45
 
marco non ringrazia non per maleducazione ma per allucinazione

è tutto preso in estasi dallo scroccare e dalla bellezza dell'esserci che ringraziare rovinerebbe tutto

kapitelo voi che siete letterati e colti

non limitatevi alla rozzezza dell'educazione

jack
.......................................
Avv. Giacomo Maria Prati
Responsabile Ufficio legale

TI PIACE MOZZI? SCRIVEPOESIE COME FRASSICA....
utente anonimo

#2   18 Agosto 2005 - 16:00
 
Lo sai che anch'io se devo scrivere a mano appunti destinati a diventare poesia non so scriverli che a matita?
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#3   18 Agosto 2005 - 19:43
 
Lo sai che quella matita lì dell'illustrazione non è temperata bene?
Se ti vede la maestra ti fa la ramanzina! Ecco cosa succede a raccattare le matite su Internet!

Lo sai che mio padre e i suoi coetanei, insomma quelli più vecchi, la matita non la chiamavano matita ma "lapis".
Sempre sentivo dire: Dammi il lapis; allora io pensavo al "Lapis niger" del Foro romano; ma dopo dopo però: dopo qualche anno.

Lo sai Anna che sono contento che scrivi a matita!
Se stai brava te ne regalo una mia, seminuova, piena di storie!
MarioB.
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#4   18 Agosto 2005 - 20:53
 
Io odio le matite, veramente: gli appunti rigorosamente colla penna, preferibilmente una Mont Blanc. E lo so, sono un po' snob, pure per gli appunti. ;-) Ciò non toglie che Mario si rivela, come sempre, grande ritrattista dei particolari. Complimenti sinceri.

Un forte abbraccio a Mario e a Franz.

Giuseppe
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#5   18 Agosto 2005 - 21:09
 
OT, o quasi, leggi sotto, dove c'è la recensione a "Cattivo Sangue"... c'è qualcosa di... inquisitorio sparato a bruciapelo. ;-)

Giuseppe
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#6   19 Agosto 2005 - 00:34
 
adoro il segno morbido della matita, che quasi si fonde con la carta, specialmente dopo un po' che scrivo e la punta sarebbe da rifare.
io non scrivo poesie, ma quando lavoro, e mi affido quasi completamente alle associazioni di idee, ho bisogno di una matita, altrimenti le idee vanno ognuna per i fatti suoi e io mi deprimo :o)

bel pezzo, Mario, grazie.
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#7   20 Agosto 2005 - 08:07
 
Questo post mi riporta indietro nel tempo, al profumo di inchiostro e gesso, l'odore caratteristico della prima elementare. Non ricordo chi fornisse inchiostro, ma sicuramente il nostro era privo di mosche governative. Ho fatto in tempo a sentirne solo il profumo, perchè in seconda, in una scuola cittadina e trendy, erano in vigore le penne a sfera, che spesso lasciavano più macchie dell'inchiostro.
L'odore di grafite e legno mi ricorda invece l'ora di disegno, tutti raccolti in un silenzio operoso, alcuni con la punta della lingua sporgente dalle labbra, per aiutare la concentrazione. Era l'ora più bella di tutte. Il professore si aggirava come un falco, con una matita in mano e, con due segni ben assestati, faceva diventare il nostro timido chiaroscuro un vero capolavoro.
Pamela
utente anonimo

#8   21 Agosto 2005 - 19:34
 
Il mio professore di disegno delle medie
era strambo, sai Pamela:
lui arrivava con la matita, scuoteva il capo, borbottava, e mi faceva fregacci neri sul disegno, io ci restavo malissimo, poi convocava mia madre e diceva che disegnavo pessimamente, mi dava sempre quattro(dico 4).
Ecco, ed era un pittore.
Anche io sono un pittore,
orca

MarioB.
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#9   21 Agosto 2005 - 20:51
 
Anche il mio delle medie era un pittore, ma non era quello che si aggirava come un falco, quello venne dopo. Per tre anni il pittore mi ha guardato con aria di commiserazione, senza dire niente. Io traducevo: "Non va, non hai stoffa." Volevo fare il liceo artistico, comunque, ma non ho difeso abbastanza la mia scelta, contro le solite obiezioni genitoriali "covo di drogati, non ci sono sbocchi", perchè non avevo incoraggiamenti. Solo dopo essermi iscritta, l'ho incontrato casualmente e mi ha rimproverato di non aver deciso per l'artistico, solo allora ho avuto qualche lode.
I ragazzi non sanno niente, bisognerebbe sempre lodarli, se fanno bene qualcosa.

Pamela
utente anonimo

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