Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)
Come è noto da inoppugnabili testimonianze, è aduso tra scrittori farsi dei golosissimi pompini a vicenda… Non importa se gli scrittori in questione amino, nella propria personale pratica amatoria, soltanto il pompino etero; il pompino a vicenda di “categoria”, anzi il “pompino corporativo” (e quindi fascista, anzi fassista) viene labialmente svolto e rivolto ( anche nella variante “rigatone”) rigorosamente con una “messa in metafora”. Sia io che Biondillo non potevamo pertanto sfuggire a tale avita costumanza, e quindi, per la serie “Si spompini chi puo’”, eccovi un pompino dimostrativo molto interessante e addirittura tecnologico. Andate dunque su http://www.kataweb.it/spec/home_speciale.jsp?ids=1006984 e guardate (sporcaccioni!) l’ultima pornovideointervista di Biondillo, il Cicciolone della letteratura italiana... E buon divertimento…

di Marco Alderano Rovelli
(Torna su Uffenwanken Marco “Alderano” Rovelli- tra i miei link come Alderano- con alcune a mio avviso importanti considerazioni. Buona lettura. M.U.)
Ne scrivo solo oggi, perché volevo ragionarne col dovuto distacco, non ‘a botta calda’. Ma il calore si è conservato, è anzi aumentato di grado. Perché questa non è che l’ennesima dimostrazione di come l’opinione pubblica non sia che un ente fittizio creato ad arte. Oggi, ciò su cui questo si rende più visibile è lo spettro dell’immigrazione (su ciò, esemplare è il libro di Alessandro Dal Lago Non-persone). I migranti – ovvero, il nuovo sottoproletariato iper-sfruttato – devono essere giocati come la nuova classe pericolosa, come l’underclass nell’Inghilterra vittoriana.Si veda dunque come è stato raccontata la vicenda di Varese. Hanno ucciso un povero ragazzo che voleva dividere due albanesi che litigavano. Uno di loro, clandestino per di più, l’ha accoltellato. Ahi, i clandestini. La piaga della società. Va da sé che chi fa proprio questo terrore non ne ha mai conosciuti di clandestini. Le informazioni le riceve dai mass-media, poi mette insieme dei pezzi tratti dalla propria realtà frammentata (storie che ha sentito, cose che ha visto, ma in genere cose che non verrebbero imputate ad altri segmenti sociali) e li mette insieme perché corrispondano al quadro generale tracciato dal Verbo Spettacolare.Poi però si scopre che questo bravo ragazzo - tralasciando la fisiognomica, ché nella foto sembra uno dei drughi di Arancia meccanica – si scopre, dicevo, che questo ragazzo rapato e tatuato fa parte di un gruppuscolo nazi di ultras del Varese. Ai tg ne parlano, ma sottovoce, e senza dire che questi Blood&Honour sono veri e propri nazi. Non si dice invece ciò che si è saputo dopo, ovvero che il barista è intervenuto nel litigio che non vedeva frapposti i due albanesi, ma fra gli albanesi e gli italiani (presumibilmente della stessa impostazione del barista). E’ stata una rissa di paese, e io non fatico a capire l’albanese che si è visto davanti l’odio di questi ceffi nazi, che non parlando la lingua ha ricevuto solo i messaggi dei volti, si è spaventato e ha tirato fuori il coltello. Non lo giustifico, non si può mai giustificare una cosa del genere, ma si può comprenderne la dinamica.I funerali – più simili a una riunione cameratesca - sono stati fatti vedere, e chi voleva ha veduto, ma la campagna anti-migranti è continuata. Il fetido CorSera, due giorni dopo, dava il titolo principale allo scontro sugli immigrati. D’altra parte cosa ci si può attendere, da uno Stato in cui il ministro degli Interni avvalora la falsa, falsissima equazione clandestinità=criminalità? Cos’è questo se non un incitamento al pogrom? Cosa, se non lo disvelamento che l’universalità dei diritti umani è una finzione universale?

( 1 Report di uno spettacolo teatrale di Tiziano Scarpa ; 2 Prerecensione de La guerra dei mondi di Steven Spielberg, un film che non ho ancora visto ma che ho tutto il diritto di prerecensire; ma lo vedrò comunque, perché in questo periodo amo follemente l’aria condizionata. M.U.)
1) Ieri sera sono andato a vedere una piece teatrale di Tiziano Scarpa nel cortile di Casa Manzoni, nel vecchio cuore di Milano. Titolo: Comuni Mortali. Atmosfera molto bella, ho incontrato vari amici, mi sono molto divertito. Tra Beckett e la comica finale, Scarpa ha messo insieme una commedia scoppiettante sulla morte spingendoci a un riso liberatorio e partendo piano, in un diesel drammaturgico, andando avanti nell’accelerazione fino a un finale travolgente, folle, intessendo continuamente una spessa coperta di black humour (e che si fottesse il caldo!). Moglie e marito (quest’ultimo munito di denti da vampiro) proprietari di una non identificata impresa di pompe funebri, un giovane apprendista becchino ex lavorante dell’obitorio, una “indossatrice di bare”: questi gli ingredienti umani-troppo-assurdi. Amore e morte in crescendo, tutto tenuto insieme da grande equilibrista; era facile cadere nel macchiettistico, nel già visto: invece Scarpa (assieme ai bravissimi attori) ci ha fatto divertire a morte, a volte fino alle lacrime (di risa) mettendo in scena una geniale “pochade del trapasso”.
2)Spielberg recupera Wells, si fa un baffomoretti di Welles l’Orson e ci serve una pinta in due tempi-sorso di cinema popcorn come sa fare lui. Chi glielo fa fare? direte voi. Beh, le casse piene di dollari, i box office, tutte le belle cose che gli fregano a lui. Ancora una volta, per l’ennesima volta, assistiamo allo spettacolo di un grande regista specialista d’inutili, anzi dannosi happy end, di un criminale ottimista cosmico, in definitiva di un delinquente nato, perché un tale talento è veramente criminale se ogni volta ci fa assaggiare nel primo tempo grandissimo cinema e poi la butta puntualmente in vacca nella melassa Milka e con tutti i sentimenti. Se ricordate Salvate il soldato Ryan salvate(vi) chi puo’: là c’erano i primi venti minuti di combattimento normanni da sbarco che facevano un baffo pure al Kubrick di Full Metal Jacket, salvo poi servirci in un folle diminuendo enfatico una storia strappalacrime della quale noi cinici veri non sentivamo certo la mancanza, fino allo sventagliare finale del patriottismo WASP imbandierato a stars and stripes. Ora – nel comparto fantascienza – Spielberg (letteralmente dal tedesco “Montagna da gioco”) ci refrigera il coppino malpensante per un’ora buona con effetti specialissimi e gran cinema per poi scadere a tavoletta nella favoletta della volpe e l’uovo. Ma vaffanculo davvero, Spielberg!

di Franco Arminio
(Franco Arminio continua a mandarmi poesie appena sfornate, e gliene sono grato anche per la stima. Poesie per niente scritte in poetese, del quale il sottoscritto detto per inciso non ne puo’ più; poesie, quelle in poetese, di cui non si capisce un beato cazzo perché si è proprio scelto, a tavolino, di non far capire un cazzo al lettore. Nessuna comunicazione, nessun vero dono, nessun gesto d’affetto verso il lettore; e il gesto d’affetto per me è quello di comunicare, di mettersi davvero in gioco, senza pelle. Poesie fredde, da obitorio. Questo è quello che penso. Eccovi il contravveleno, dunque. Eccovi le ultimissime. M.U.)
a f.k.
Navigo sulle argille
della paura.
Da fuori sembro sano
ma dentro
ogni giorno
frano.
*
In certi momenti non c’è domani.
Il cuore appeso
a un palo
a un soffio dalla fame
dritta e secca di mille cani.
di Massimiliano Governi
devo fare questo pezzo su cosa mi succederà giovedì 19 aprile dalle 17.50 alle 18.00 oggi è giovedì 19 aprile e sono le 17.50 e sto camminando per andare da lei il giovedì ci vado sempre proprio a quest’ora cinquanta minuti che poi diventano un’ora che poi diventa un’ora e dieci perché io parlo tanto e lei seduta di fronte a me mi ascolta sono anni che parlo e lei mi ascolta quasi undici ma oggi non so cosa dirò ogni volta non so cosa dirò cammino sempre un po’ prima di arrivare davanti al suo portone SCRIATTOLI MUSTACCHI ARCANGELI MUGHINI ANGELETTI PUGGINA i nomi nelle targhette del citofono me li ricordo a memoria il suo interno è il 12 il piano è il quarto sulla porta dell’ascensore qualcuno ha inciso con un temperino SUEDE aspetto ancora un po’ prima di entrare cammino a testa bassa penso alle cose da dire guardo le cicche delle sigarette incastrate tra i sampietrini i piccioni grigio ardesia con le barre nere sulle ali e una macchia verde iridescente sul collo che svolazzano alla ricerca di cibo non so dove andare vorrei dirigermi verso piazza Farnese e sedermi sotto l’ambasciata francese insieme agli handicappati in carrozzina e ai disagiati psichici oppure svoltare qui per via de’ Baullari e fare il giro torno torno la piazza non so decidermi rimango in mezzo alla strada guardo a sinistra guardo a destra e una macchina blu sta per investirmi mi sposto appena in tempo e sulla targa di dietro leggo CD corpo diplomatico mi volto e continuo con passo più spedito mi decido e imbocco via de’ Baullari dove ci sono gli artisti di strada e i questuanti che chiedono sempre hai una monetina? oppure hai uno spicciolino? metto la mano in tasca per preparare 10 o 20 euro improvvisamente però ho paura di incontrare qualcuno di non sostenere lo sguardo è un’antica paura quella di non sostenere lo sguardo scopofobia si chiama ce l’avevo quando facevo il militare e non riuscivo a stare sull’attenti con lo sguardo fisso sul capitano coi baffi portavo sempre gli occhiali scuri a quei tempi non solo all’aperto ma anche al chiuso ci sono foto e filmati di matrimoni e battesimi e feste e ricorrenze in cui mi si può vedere coi Ray-ban Wayfarer anche al ristorante anche in chiesa non è mai andata via del tutto questa fobia adesso ogni tanto ce l’ho ancora quando sono a tavola con qualcuno che non conosco oppure dopo che ho lavorato svariate ore al mio computer a un racconto o a un romanzo poi quando esco non sopporto che gli altri mi guardino oppure quando sto per andare da lei a parlare e faccio la mia solita passeggiata e penso a cosa devo dire con lo sguardo basso tipo adesso non sopporto di incontrare gente che conosco incontro a volte Marco e Silvia da queste parti sono amici ma non voglio incontrarli non voglio incontrare nessuno caccio dalla tasca gli occhiali scuri e me li metto ecco Piazza del Teatro di Pompeo Piazza della Pollarola Via del Biscione riprendo via de’ Giubbonari poi via dell’Arco del Monte alzo la testa a un certo punto e vedo alla mia destra un’insegna in marmo e la scritta RAGIONAMENTI CENTRO di CULTURA io leggo sempre RIMUGINAMENTI la leggo sempre male quella scritta quando si trova alla mia destra cioè all’andata mentre quando si trova alla mia sinistra vale a dire al ritorno dopo che sono stato da lei leggo RAGIONAMENTI strano faccio sempre questo lapsus all’andata mentre non lo faccio al ritorno forse perché prima di andare da lei rimugino e dopo che sono andato da lei ragiono o forse è una questione di emisferi l’emisfero sinistro controlla le abilità logiche mentre quello destro è responsabile delle capacità creative mi pare non sono sicuro comunque io faccio sempre lapsus ieri per esempio ho letto quattro morenti di scambio invece che quattro momenti di scambio chi sono i morenti cosa sta morendo di questo forse parlerò con lei o forse le racconterò il sogno del terremoto di Fabriano ho sognato che a Fabriano c’era il terremoto a Fabriano c’è la fabbrica della carta una volta ci sono andato in gita alle medie e ci fecero vedere tutte le fasi di lavorazione Fabriano era anche la città della mia amica Loretta è morta di cancro alle ossa Loretta a giugno del 1999 chissà cosa vorrà dire questo sogno ecco sono arrivato davanti al baretto entro e mi dirigo verso il bagno chiudo la porta a chiave e piscio nel lavandino dopo aver aperto l’acqua ci piscio da quasi undici anni in questo bar è benedetto questo bar se non ci fosse non so come farei perché io prima di andare da lei devo pisciare anche se non mi scappa sennò non sto tranquillo dopo che sono uscito da lei poi ho la vescica gonfia e se non mi libero scoppio piscio qui perché se piscio a casa sua lei penserebbe che voglio marcare il territorio come i leoni che pisciano per far sentire la loro presenza l’unica volta che pisciai a casa sua mi diede questa interpretazione e da quel giorno non ci ho più pisciato anche perché abbiamo parlato più volte del fatto che io normalmente piscio nel lavandino sia se sto a casa mia sia se sto a casa d’altri quindi è imbarazzante pisciare nel suo lavandino quando lei sa che sto pisciando nel suo lavandino esco dal bagno e poi dal bar faccio una settantina passi e arrivo a via della Trinità dei Pellegrini più che una strada è un gran cortile su cui si affacciano gli appartamenti di quattro o cinque palazzi mi fermo in prossimità della piccola sbarra del passaggio a livello ecco come sempre incrocio quella dell’ora precedente che cammina come me con lo sguardo basso in preda a fantasmi interiori ho l’impulso di baciarla in bocca anche se è brutta faccio una smorfia mi scanso la faccio passare poi passo io aggiro la sbarra arrivo davanti a un portone in ferro battuto il suo portone guardo le targhette del citofono SCRIATTOLI MUSTACCHI ARCANGELI MUGHINI Mughini è il giornalista lo vedo a volte a quella trasmissione sul calcio la domenica sera su Italia 1 l’ho sognato una notte Mughini ho sognato che andavo a cena a casa sua che sta al secondo piano due piani più giù di dove sta lei e mentre mangiavamo lui mi metteva una mano sulla coscia che era nuda perché portavo i calzoni corti questo mi ricordo di quel sogno e questo raccontai a lei che non mi diede nessuna interpretazione mi chiese a me di interpretarlo che cosa rappresenta Mughini per lei mi chiese perché le ha fatto delle avance perché secondo me è frocio dissi io anzi dissi omosessuale poi lei cercò di farmi capire per l’ennesima volta che le persone che sogniamo sono nostre proiezioni quindi Mughini rappresenta una parte di me la parte omosessuale probabilmente poi come al solito mi sono stranito e le ho chiesto se secondo lei io sono omosessuale lei ha sorriso un po’ disarmata si disarma sempre quando le faccio queste domande esplicite dirette sempre le stesse sono pazzo secondo lei? sono omosessuale secondo lei? lo so è più forte di me ma non resisto a non fargliele del resto la pago e le chiedo quello che mi pare ecco guardo la targhetta con l’interno 12 prima di spingere il pulsante mi accerto che sia proprio l’interno 12 perché ho paura di citofonare a Mughini per sbaglio visto che l’ho evocato no è proprio l’interno 12 spingo il pulsante del citofono come sempre spero che lei non ci sia che sia morta passano tre quattro cinque secondi e lei non risponde ci mette sempre tanto a rispondere che cazzo fa tra un’ora e l’altra mangia? piscia? caca? telefona? dopo circa dieci secondi lei risponde Sì? è tardi il tempo è scaduto devo fare questo pezzo su cosa mi succederà giovedì 19 aprile dalle 17.50 alle 18.00 oggi è giovedì 19 aprile e sono le 17.59 ormai e non mi è successo niente sto andando da lei e non so cosa dirò
MASSIMILIANO GOVERNI (Roma, 1962) ha fatto parte della famosa antologia Einaudi "Gioventù Cannibale" e ha pubblicato i romanzi "Il Calciatore" (Baldini & Castoldi, 1995) e "L'Uomo che Brucia" (Einaudi Stile Libero, 2000).

di Riccardo Ferrazzi
(Perché a me piace quello che scrive Ferrazzi? Perché la pensa come me? No, a volte la pensiamo addirittura in modo opposto. E allora? Da dove viene questa ammirazione? Ve lo dico subito: Ferrazzi è uno che non la manda a dire. Dice “le cose come stanno”. Cioè come stanno a lui. Ha la sua verità e la spiattella a raffica, come un tizio che scorribanda nel blog lipperinico e si firma “L’Uomo della Verità”, ecco. Buona lettura. M.U.)
Qualche anno fa, dopo un secolo di totale scomparsa, è stato reintrodotto l’orso nei boschi del Trentino. Qualche giorno fa (servizio in tutti i Tg), un orso è entrato nello stabbio dove dormiva un gregge di pecore e ne ha massacrate una dozzina. I cani se ne sono stati alla larga. Il pastore, svegliato dalle urla delle pecore sbranate, non disponendo di fucile e munizioni da caccia grossa, ha provato a fare un po’ di baccano cercando di spaventare l’orso (il quale non si è messo a ridere solo perché gli orsi hanno uno scarsissimo senso del ridicolo). Nessuno dei giornalisti che hanno dato la notizia si è domandato cosa sarebbe successo al pastore se, potendo, avesse sparato all’orso e l’avesse ucciso. Probabilmente sarebbe stato incriminato. Allo stesso modo, nessuno ha spiegato cosa dovrebbe fare un turista se si vedesse assalito da un orso (il quale, per inciso, è un bestione che sa correre, nuotare, arrampicarsi sugli alberi e col cazzo che non assale l’uomo !). Nessuno ha pensato di chiedere al solito “esperto” quali danni avesse subito l’ecosistema del Trentino nei cent’anni in cui era stato privato (o liberato ?) della presenza dell’orso, e cosa avrebbe dovuto guadagnare dalla sua reintroduzione. Nessuno si è domandato se le pecore siano meno degne di tutela degli orsi (per non parlare degli esseri umani) ed eventualmente perché. Tra l’altro, in Abruzzo succede la stessa cosa con i lupi, anche loro reintrodotti. Pare che la regione rimborsi i pastori (cioè gli abruzzesi pagano le tasse per il piacere di far sbranare le pecore dai lupi). Questo modo di impostare le tematiche relative all’ambiente data da decenni. Purtroppo non ho conservato il ritaglio e temo che dovrete fidarvi della mia parola (ma giuro che su questo punto i miei ricordi sono vividi come non mai). Parecchi anni fa comparve sul Corriere della Sera un servizio in gloria del governo indiano che aveva costituito una “riserva” nella quale vivevano e si riproducevano le tigri del Bengala, salvate così dall’estinzione. Dopo alcune colonne di trionfalismo, il giornalista ammetteva di sfuggita che, sì, in effetti, ogni tanto qualche tigre usciva dalla riserva e sbranava qualche contadino. Ma si trattava di incidenti, e comunque “non più di quattro o cinque all’anno”. Pur di evitare l’estinzione di una bestia feroce, il deficiente (non vedo che altro titolo si meriti) era disposto a condannare a morte (e a una morte orribile) quattro o cinque innocenti all’anno. Il deficiente (e ribadisco: deficiente) era tornato alla preistoria, quando si sacrificavano esseri umani al Minotauro. Le ideologie diventano mode e fanno perdere contatto con il buon senso: non lasciare estinguere la tigre è di moda, ci affascina e ci gratifica; invece l’immagine dei contadini indiani sbranati è fastidiosa e la rimuoviamo. Noi siamo buoni e ci preoccupiamo della salvezza della tigre, se poi crepano degli esseri umani mica è colpa nostra (basta che siano sconosciuti, analfabeti, il più possibile lontani da noi). E allora torniamo a casa nostra. Le Alpi Marittime e l’Appennino Ligure sono stati ripopolati di cinghiali e daini: non risulta che i boschi ne abbiano tratto giovamento, ma gli orti e le vigne dell’entroterra sono saccheggiati e, in risposta, il bracconaggio impazza. Tutti lo sanno, nessuno ne parla. Qualche anno fa in Valtellina ci fu una moria di cervi. Un contadino forse se l’è cavata con la condizionale, ma sicuramente avrà dovuto pagare fior di multe. I carabinieri hanno scoperto che i cervi superprotetti si erano moltiplicati, scendevano a valle e depredavano le coltivazioni. I contadini proteggevano i campi con il veleno. Se non l’avessero fatto ci avrebbero rimesso il raccolto e invece dei cervi sarebbero morti di fame loro. Be’, come vogliamo chiamare un comportamento in base al quale imponiamo ad altri di rischiare la pelle o il pane quotidiano in vista di qualcosa che a noi sembra carino ? Forse colonialismo. Può sembrare strano parlare di colonialismo in Trentino, in Abruzzo, in Liguria o in Valtellina, ma perché non chiamare le cose con il loro nome ? Siamo proprio sicuri che un ecosistema senza tigri, leoni, topi e serpenti sarebbe ecologicamente insostenibile ? Siamo sicuri che l’Africa non starebbe meglio senza safari fotografici e bestie feroci, ma con dighe, canali e milioni di ettari di terra coltivata ? Ogni tanto mi sorge il dubbio che su questi argomenti si faccia più terrorismo che informazione. Duemilacinquecento anni fa c’erano i leoni in Macedonia. Da almeno duemila non ce ne sono più. Non mi pare che l’ecosistema macedone sia collassato, anzi. Oggi chi si trova in casa uno scorpione pensa a come raccattarlo e rimetterlo in libertà (perché possa magari pungere qualcun altro). Invece chi si trova la casa piena di zanzare non ci pensa due volte a sterminarle. Per non parlare dei topi. Ma questi atteggiamenti non sono un po’ schizofrenici ? E non è schizofrenico pensare a limitare le nascite umane perché temiamo di non riuscire a nutrire tutti, per poi ripopolare i cervi che distruggono le coltivazioni e i lupi che mangiano le pecore ? In mezzo a queste contraddizioni mi pare di scorgere un deficit della politica. Negli ultimi trent’anni un modo pretestuoso di intendere la democrazia ha sovvertito l’ordine dei valori. Siamo arrivati a far sì che, di fatto, gli animali siano più importanti degli uomini. Che la legittima difesa sia considerata comunque eccessiva. Che il reo non abbia colpa, la società (e quindi anche la vittima) sì. Eccetera, eccetera. Chi dovrebbe mettere un freno a queste aberrazioni ? A quanto pare, i politici non sono in grado di contrastare l’opinione pubblica neanche quando quest’ultima avrebbe bisogno di essere preservata dai suoi eccessi. E allora a che serve la politica?

Sabato sera sono stato a Monza con l’amico Sergio Garufi, critico di Stilos ed esperto d'arte e letteratura, che a volte viene qui a commentare. Eravamo nella bella piazza del centro (scusate l’ignoranza, non ne ricordo il nome) in una quasi frescura. A un tratto (ma forse eravamo già a Milano verso le tre del mattino, la mia memoria perde sempre più colpi) l’amico calabrosiculo di Sergio, Pino, mi ha fatto il complimento migliore che mi si possa fare: “Non sembri per niente un scrittore”. Infatti. Sembro un pazzo (quasi) qualsiasi. Nell’immaginario (collettivo?) uno scrittore deve essere per forza un serioso, un olimpico e un noioso. Uno che la fa cadere dall’altro, come si dice da noi. Un cagacazzi, ecco. Io sono un fieu de campagna (anche se sono nato cresciuto e orgogliosamente vivo nella mia bellissima città, che amo tanto) e questo è tutto.

Vi voglio parlare di un musicista che amo moltissimo, Milton Nascimento. Nasce nel 1942 a Rio de Janeiro ma viene adottato da una famiglia del Minas Gerais, uno stato molto particolare – si potrebbe dire proprio a sé- del subcontinente brasiliano. Se dovessimo cercare un’anima della musica brasiliana, un’anima che possa racchiuderle tutte in un abbraccio affettuoso, ritmico, a volte drammatico e sofferto, a volte melanconico, a volte proprio dolente, a volte gioioso, sempre coinvolgente, dovremmo cercare- e quindi trovare, come un tesoro – la grande anima di Nascimento. Polistrumentista e compositore raffinatissimo, è anche uno dei migliori vocalist del mondo – e un certo Sting, da una vita, dice che MN è proprio il migliore in assoluto; vale a dire che non è un semplice cantante (anche se ha iniziato come “crooner” nei night). Di lui infatti Elis Regina disse: “Se Dio cantasse, avrebbe la sua voce”. Proprio la sua voce unica ed estesissima- fino a un falsetto giustamente celebre in tutto il mondo- e il suo modo di interpretare fanno si che le canzoni degli altri si trasfigurano completamente quando a cantarle è lui. Come Caetano Veloso, è capace di rifare i pezzi di altri facendoli completamente propri, anzi vampirizzandoli, e quasi sempre (ma per MN toglierei proprio il quasi) migliorandoli. Se Veloso è sinuoso e felpato come un gatto di razza purissima, Nascimento è una belva felina che a volte ti strappa il cuore. “Caçador de Min” di Sergio Magrao e Luiz Carlos Sa è un esempio calzante di felicissima rielaborazione: un cavallo di battaglia di Milton che fece dire a Sa: “Confesso che è impossibile migliorare la versione di Milton”.
MN viene dalle chiese barocche del Minas Gerais, la sua voce proviene dai cori religiosi e spesso si espande direttamente verso l’inferno. Inferno e paradiso: nella sua musica, due facce della stessa medaglia. Nonostante sia anche un ottimo paroliere, MN si avvale fin dall’inizio della sua carriera (1966) della collaborazione del poeta della sua regione Fernando Brant (in Brasile i parolieri spesso sono poeti veri, e anche premiati). Il brano più bello composto dai due è forse “Travessia”, forse è “Fruta Boa”, o “Yaguareté”, o “Cançao do Sal”, o “Outubro”. Impossibile insomma stabilire: ci sarebbe da scegliere tra più di duecento grandi canzoni composte insieme, il repertorio di quasi una vita. “Le parole che scrivo per lui sono molto diverse da quelle che scrivo per gli altri compositori”, ha detto Brant chiarendo una volta per tutte.
Album particolarmente riusciti sono a mio avviso Yaguareté del 1987 (pieno di brio e di forza esplosiva, la musica di una tigre, la chiamerei) e Nascimento del 1997 (pieno di malinconia e pathos, la musica di un cuore battente a raffica, la chiamerei). La sua musica è stata influenzata dalle messe brasiliane, dai tamburi e dalle processioni del Minas Gerais, e ovviamente (come per ogni grande compositore brasiliano) dal jazz, ma anche dal rock e dal pop e dal compositore classico Villa Lobos. Lui esprime al meglio – cioè artisticamente – il carattere della gente della sua regione: gente fiera, sincera, ostinata, di poche e misurate parole; in un certo senso sono i tedeschi del Brasile. C’è un proverbio del Minas che dice così: “ Se litighi con uno di Minas per una mucca, alla fine quello si prende tutto il gregge”. Ne ho conosciute personalmente un paio, di persone del Minas: sono proprio così, e con loro io mi trovo bene.

di Gabriella Fuschini
(Eccovi un pezzo di Gabrielska sull' ultimo concerto di Pat Metheny qui a Milano. Ci sarei andato anch'io, ma quella sera avevo da fare. Peccato. Pat Metheny, secondo me, se non è un genio poco ci manca. Buona lettura di questa non-recensione. M.U.)
Può un concerto diventare un “viaggio” senza utilizzare sostanze stupefacenti? Sì, se si tratta della musica del grande Pat! Un viaggio iniziato alle nove di sera di un solstizio d’estate con luna piena, d’accordo il Mazda palace di Milano non è l’anfiteatro di Siracusa, ma la magia accende l’atmosfera di un concerto strepitoso. E Metheny è un musicista che si dà al pubblico in modo totale, lui ama il suo pubblico e lo trasmette sin dall’inizio quando invita tutti a occupare i posti rimasti liberi nel parterre del palazzetto. Non mi interessa fare un resoconto tecnico, non sono una musicista ma un’amante della musica e il mio è il racconto di cosa ho provato martedì sera. Mi sono ritrovata in una spirale che mi ha risucchiata anima e corpo dentro il buco nero di me stessa, e così lupo nero tra lupi correvo lungo strade metropolitane deserte, annusando cane tra cani gli odori del malessere quotidiano, per poi staccarmi dal branco inseguendo una stella che come fuoco d’artificio esplodeva illuminando la città, con il cuore che batteva al ritmo della batteria di un Antonio Sanchez inarrestabile. E se la tromba di Cuong Vu mi strappava letteralmente pezzi di carne, Grégoire Maret riportava pace con la sua armonica! Con l’elfo Lyle Mays alle tastiere, sono entrata nel bosco più fitto che avessi mai visto, illuminato a tratti dalla chitarra parlante di Metheny le cui note lastricavano sentieri nascosti scovati grazie alla guida del sapiente Steve Rodby, magister contrabbassista e guida dell’intero percorso. E poi aperture, spalancate verso mondi altri e tuffi di ritorno al centro della terra, scendendo giù, nell’oscurità dove l’opera al nero si crea e ti rigenera se non hai paura di vedere l’ombra che ti appartiene e puoi apprendere lezioni di tenebra passando dalla nigredo all’albedo come in un viaggio iniziatico permeato dalla gioia di essere lì a godere di tanta bravura e bellezza. Tre ore di musica senza un attimo di tregua, immersi in quell’incredibile rituale che solo i grandi sanno creare. Grazie Pat!
Probabilmente non ve ne fregherà un cazzo, ma lo racconto lo stesso, ho tempo da perdere. Sono diventato scrittore perché non avevo più niente da fare, e soprattutto da perdere. Prima avevo fatto di tutto, o quasi. Intanto scrivevo ma credendoci fino a un certo punto, anzi non credendoci per niente, spinto solamente da una passione pura. Poi, dopo aver mandato a fare in culo tre principali in tre anni per la famosa incompatibilità di carattere, ho deciso che non sarei più stato alla stanga. Quando ero uno schiavo di lusso che viaggiava sugli aerei in executive e per un periodo scorrazzava per le strade su una macchina americana marca Chrysler, non ero felice per niente. Si, c’era che non avevo una famiglia da mantenere e nemmeno la poderosa autovettura (pagava la ditta, benzina compresa), e quindi potevo spendere i miei soldi in divertimenti e cazzate varie. Me ne ero andato pure fuori di casa, avevo preso in affitto un appartamento e facevo vita da scapolo come se piovesse. Le signore mi vedevano di buon occhio più del solito, la grana piace a tutti. Naturalmente c’era un caro prezzo da pagare. Spesso stavo fuori intere settimane, a vendere. Giravo per l’Europa come una trottola, poi giravo per il Medio Oriente. Posto di lusso infame. L’Arabia Saudita è roba da ricchi, ma per noi occidentali quasi tutto era off limits. Se putacaso ti capitava di incontrare una occidentale (le uniche donne ammesse in quel buco extralusso di fogna erano le hostess delle compagnie aeree occidentali) in uno di quei smisurati alberghi di Riad pieni di schiavi dalla pelle scura regolamentare che a vederli così servili con i loro padroni arabi ti veniva la pena per la condizione umana, dovevi far finta di niente, o quasi. Perché se qualche figlio di puttana ti beccava in camera con una donna (mica una delle loro, impossibile!) - dico con una occidentale, sangue del tuo sangue, in un certo senso, ti facevano entrare nella “black list”. E tu a fare affari da loro non ci potevi più andare. Favolosa prospettiva se avevi altre entrate. Ma se la maggior parte del tuo lavoro lo svolgevi con loro, con i beduini del petrolio, erano proprio cazzi arabi. Con gli arabi, checché se ne dica (ovviamente male) io però mi sono sempre trovato bene, a cavallo d’un caval. Forse perché ho frequentato (tolto qualche cafone impossibile da non incontrare a tutte le latitudini) quasi soltanto veri signori, gente che aveva studiato a Londra o negli Stati Uniti, che passavano dal loro costume caratteristico bianco da beduino a vestiti di buon taglio cuciti nelle migliori sartorie londinesi. E per niente snob. Veri signori sul serio. Che spandevano con classe. Gente seria. Ogni volta che andavo da un cliente dovevo accettare il loro ottimo tè. Dopo 6 tè consecutivi in una giornata ero sclerato come un romano a Milano, diciamo. A cena a volte erano stracazzi, perché ti servivano grasso di montone (per loro una prelibatezza) e tu dovevi mangiare con tanto di apprezzamenti, sennò se ne avevano a male. Una volta sono stato da un cliente, a Dubai City, che si chiamava Al-Merdah. Mi veniva da ridere, ma apposta (con me stesso) continuavo a chiamarlo col suo bel cognome. “Mister Al-Merdah, listen…”, eccetera. Un caldo paradossale. A settembre 50 gradi all’ombra. Aria condizionata dappettutto, anche per strada, nei sukh. Bel periodo di merda. Una volta, a Riad, uno stronzo di Brescia mi portò a vedere un’esecuzione capitale. Fu lo spettacolo più orrendo della mia vita. Un vecchio vestito di una tunica bordata d’oro stava su una pedana nella piazza principale, in mano una lunga spada. Davanti a lui un pakistano, incaprettato. Reo di violenza carnale. Un brevissimo colpo di polso, un minimo movimento, e la testa del reo partì. La gente non stava più nella pelle. Scappai a gambe levate, mi veniva da vomitare, e in albergo, chino sulla tazza del cesso di lusso, vomitai davvero. Non riuscii a chiudere occhio per tre giorni. Per fortuna il quarto giorno tornavo a casa. Non volli più mettere piede in quel posto.
Nel 97 (dopo aver lavorato per svizzeri arcigni, tedeschi sornioni, arabi di buon taglio ma terribilmente diffidenti, ebrei ottimi sotto quasi tutti i punti di vista – si, perché erano poco ottimi quando si trattava di pagare, tali e quali ai francesi) mandai a fare in culo pure l’ultimo, il gran capo di una cartotecnica. Mi ricordo che il giorno prima il loro consulente aziendale, N., (uno che prendeva un sacco di soldi per motivare la forza vendita- cioè per far finta di lavorare- e a me, poi, mi demotivava del tutto, quel bastardo) dopo l’ultima battuta sarcastica mi venne a dire: “Mi stia a sentire, Krauspenhaar…” Lo interruppi subito: “Mi stia a sentire lei. Io di lei ne ho pieni i coglioni. Senza offesa, naturalmente.” E lui, come se nulla fosse: “Lei si mette in una brutta china, caro mio”. E io: “Non lo metto in dubbio. A non rivederla”. Sapevo benissimo di essere in una posizione pericolante, in azienda, per cui mi presi la soddisfazione di lasciarmi andare. Non fruttavo abbastanza. Infatti il giorno dopo mi diedero il benservito. Non è carino, quando hai appena avuto un grave lutto in famiglia. Ma questo alle aziende interessa poco. Feci il signore. Non per altro: non volevo farmi vedere piegato, questione d’orgoglio. Solo alla fine, quando il grande capo mi congedò con una stronzata classica, vale a dire con la frase seguente: “Ci siamo conosciuti, abbiamo fatto un tratto di strada insieme e ora ci lasciamo”, io non potei non rispondergli: “Meno male che esiste il divorzio”. Ero divorato dal dolore e dalla rabbia. Fuori, nel bugigattolo della portineria, salutai la coppia dei portinai, gran brave persone. Ci baciammo sulle guance. Erano esterrefatti per il trattamento che mi era stato riservato, come tutti lì. Ma nessuno se la sentì di accennare la minima protesta. Perché le aziende sono imprese dittatoriali. Dissi fra e me e me: “Sono piegato ma libero, ora”. Per giorni e giorni meditai una vendetta. Era il minimo, per me, nello stato d’animo in cui mi trovavo. Meditavo di fargli bruciare la fabbrica. Nel 2001, invece, cominciai a scrivere Cattivo Sangue. Decisi di vendicarmi con le parole scritte. Credo nel potere vendicativo della letteratura. Alcuni pensano che sia catarsi, io non ci credo. Ci si vendica sulla vita scrivendo, il più delle volte. Altrimenti si fa soltanto esercizio di stile. Il protagonista Bruno Bruide sono un io più sfigato ma anche molto più violento. N, lo stronzo fottuto, è diventato Jean-Claude Sebastiani nella finzione letteraria. Il resto è finzione letteraria al 100%– a parte la rabbia che continuai a provare per mesi. Ora mi sento un uomo libero. Guadagno un decimo o forse di meno di quanto percepivo allora, devo tirare la cinghia, ma adesso mi sento me stesso. Mi ha aiutato Henry Miller, il mio vero maestro ideale. Anche lui alla stanga, e fino ai 40 anni (io soltanto fino ai 37) e poi scrittore per evasione. Un evaso dal carcere del mondocane del lavoro tramite il mitragliatore della scrittura. Henry è come un padre, mi ha aperto la testa in molti sensi leggerlo. Un uomo libero, senza moralismi inutili, vitale e generoso, disperato e gaudente.
Nel 98 mi misi a bere e contemporaneamente a dipingere. Dipinsi furiosamente qualcosa come un centinaio di acquerelli, tecniche miste, acrilici, anche olii. Mi ispiravo a Otto Dix, a Grosz, i miei pittori preferiti. Scaricavo la mia rabbia immensa sulla carta e sulla tela. Dopo tre mesi smisi di bere, per fortuna. Nel maggio del 99, in 10 giorni piuttosto impegnativi, scrissi Le cose come stanno. Ero diventato uno scrittore sul serio.
(Nella foto: Alberto Sordi nella famosa scena dei "lavoratoriiiii!" inclusa ne "I Vitelloni" di Federico Fellini).

"I libri non mi hanno granchè aiutato a dipanare le mie matasse di significato. I dubbi si sono arrovellati prima e rinforzati poi, finché sono diventati altro: precisamente, piena accettazione dell'assurdità universale. Ma intanto leggere per me era diventata una necessità, una vera e propria droga. Non se ne esce, soprattutto se il libro diventa un ancoraggio. Ci si aggrappa alle pagine di un libro come a una scialuppa di salvataggio. E la verità diventa libro. Non perché il contenuto dei libri lo si riconosca come esempio o manifestazione di verità, quanto perché quella dei libri è l'unica verità possibile, proprio perché rappresenta in una forma spesso accattivante l'unica realtà sopportabile. Che i libri parlino di morte e di distruzione, di assenza sia di valori che di speranze, che siano essi manifesti - sommessi o urlati o in gelido elenco - della disperazione dell'uomo, o siano essi testimonianza di un dolore insanabile, i libri letti e da leggere saranno sempre meglio del rintoccare cupo dei secondi, del tempo che passa con la lentezza esasperante e accresciuta della propria intrinseca, nulla inutilità. Una vita in carcere è un'attesa senza fine di qualcosa - la morte - che non si ha nemmeno più la forza o forse il coraggio di desiderare; pertanto, con il paradosso che solo la vera sofferenza in cattività procura, l'angoscia si trasforma in un dolore talmente radicato da divenire, in una specie di estremo sussulto vitale, comunque sopportabile. Ma proprio quando diventa sopportabile, e quindi sintomo estremo di abitudine alla rassegnazione, questo dolore deve pure imboccare una via che, sebbene idealmente, porti da qualche parte, nel di fuori, nel chissà dove. E siccome nelle condizioni in cui mi sono venuto a trovare è quasi impossibile sperare in una grazia, allora l'unica strada realmente praticabile puo' essere la coltivazione sistematica di quel poco di intelligenza che si possiede. E dunque i libri diventano non solo a portata di mano, ma anche d'anima, se un'anima ancora si possiede, se d'anima ancora si sopravvive."
(Franz Krauspenhaar - Cattivo Sangue)
di Manuela Cuadrado
(Manuela è italo-argentina. Dunque è argentina al 100%, al cuadrado si potrebbe dire. Lei parla e scrive in italiano e in neoplatense - dico bene?- con la stessa disinvoltura. ( Ndr: mi dicono poco fa che ho scritto una stronzata: si dice rioplatense). Eccovi quindi un suo racconto. Buona lettura. M.U.)
“La montagna dorme. Sento nella terra il palpito del suo respiro. Sono gli unici momenti in cui mi sento veramente solo. Non è una sensazione sgradevole. Lungo tutti i miei giorni, la sua voce, la voce del vulcano, mi narra le favole del cielo e della Terra. Al suo risveglio, lo so, mi racconterà agitata i suoi sogni. E io li interpreterò, per lei, invocando il vento tra le fronde. Fino ad allora, nulla accompagnerà l’allungarsi della mia ombra.Tranne le nuove panchine. Fanno letargo poco oltre le mie radici, e mi fissano con aria vuota. Le hanno posate insieme alla cancellata, che mi gira intorno per proteggere i rami più bassi dagli artigli dei cacciatori di legna. Sono fioriti ovunque cartelli dai toni celebrativi: “Castagno dei Cento Cavalli”; “Età: quattromila anni”. “Si prega di usare un comportamento rispettoso; è proibito abbandonare rifiuti, è proibito accendere fuochi.” A quanto pare, sono diventato un personaggio celebre. Le panchine spesso si gravano di uomini gesticolanti, curvi sotto l’ombra afosa dei loro cappelli. Commentano. I discorsi sono sempre quelli: “Hai visto com’è bello, hai visto com’è grande, pensa a quanto è vecchio: quattromila anni. C’era già ai tempi di di Gesù Cristo. C’era già ai tempi dei Romani, quando gli alberi venivano adorati come dèi pagani.” Sarà. Io non ricordo nessun particolare segno di devozione. Ma forse sono io che non capisco bene i comportamenti degli uomini. Mi si parano davanti con aria guerriera e scattano decine di fotografie. Poi scuotono la testa, sconsolati: “Non ci riesco a prenderlo tutto, è impossibile.” Inevitabilmente, qualcuno chiede il perché del nome. “Perché si dice che vi trovò riparo da un temporale la regina Giovanna d’Aragona col suo seguito di cento cavalieri.” Così io avrei dato riparo a una regina. Sinceramente, non me ne ricordo. Ricordo il temporale, quello sì: un’unica tempesta lunga secoli e secoli, la somma di tutte le tempeste che in quattromila estati si sono abbattute su di me. E ricordo non cento, ma mille creature e mille ancora cercare rifugio tra le mie braccia nodose. Cavalieri e contadini, cavalli e cani, amanti adulteri e mariuoli. A tutti loro io ho offerto riparo, indistintamente. Mi sembra ancora di vedere i loro sguardi. Per questo, forse, questa leggenda un po’ mi suggestiona. Nelle giornate di pioggia e sole mi sembra di vederli, quei cento cavalli bianchi e perfetti, mentre brucano l’erba e attendono le anime d’ogni epoca che passeggiano nella mia ombra. Poi la montagna sbuffa; la terra trema e dissolve le mie sciocche magarìe. Torniamo a discorrere delle cose che ci riguardano, fatte di nuvole e sole. A volte la schernisco, imitando la maniera degli uomini: Etna, le dico, raccontano che un gigante dorme sotto di te. Lei mugugna e io rido. Ma a volte, nella profondità della terra, le mie radici accarezzano un enorme corpo che sento femminile. E se fosse lei la regina di cui raccontano? Se fosse lei la donna che ho protetto per anni dalla tempesta? In tal caso, i cento cavalieri nasceranno dalla corazza dei miei frutti nel giorno che vedrà il suo risveglio. Allora il mondo cambierebbe per sempre: sparirebbero i cancelli, i visitatori, gli uccelli e i ragni. Dopo anni di celeste solitudine abbraccerei la terra. Ma quel tempo non è ancora venuto. Fino ad allora, rimarrò ad ascoltare le favole del vulcano, e a sopportare il vuoto delle panchine.

1) (Ieri).Un altro magari farebbe finta di niente. Io no. Ieri la presentazione di Cattivo Sangue è stata bellissima; Montanari e Biondillo (o Biondillo e Montanari, ieri a un dato punto ho detto i loro nomi nei due versi) sono stati eccezionali, io ho parlato solo alla fine e brevemente, per chiudere. Un'ora buona di grande intelligenza e verve servita però per pochi intimi. Un po' mi ruga, un po' no. Certo, sul tamburino di Repubblica, per un errore, apparivano i nomi non di Gianni e Raul ( o Raul e Gianni) ma di due poeti che avevano fatto la presentazione lì giorni fa. Queste cose sinceramente mi fanno girare le palle, il mio perfezionismo tedesco (anzi prussiano) in questi casi mi sale alla gola come un bolo di rabbia. Ma poi mi passa. Per 15 o 15.000 persone in fondo NON è lo stesso, anche se nella vita io scelgo - immodestamente - la qualità alla quantità. Morirò povero e senza la Bacchelli (che magari si chiamerà la Mazzantini...) ma la vita porco giuda è un azzardo a puntata massima, e questo lo so da tempo. Carpe diem (citazione colta da La leggenda del santo pescatore). Anche se mi sono fatto due risate nel leggere, su quel tamburino, il mio nome di battaglia (sapete, il mio vero nome è quanto di più italico ci sia, Francesco, e così ormai mi chiama solo mia madre, mio fratello e il parentado) storpiato in Granz. Una specie di sintesi tra Franz e Franzo Grande (Stevens)... Se volete saperne di più sulla presentazione di ieri, andate sul blog di Marco Candida, (tra i miei link) simpatico e promettente scrittore tortonese venuto anch'egli alla presentazione. Un pezzo molto divertente. Aufwiederlesen!
2) (Oggi). Finalmente è uscito Stilos, il quindicinale letterario fino a ieri inserto del quotidiano catanese La Sicilia, e da oggi quindicinale/rivista letteraria in uscita come testata indipendente al prezzo di 1 euro in tutte le edicole italiane. Un numero interessantissimo, con un'anticipazione del prossimo Montalbano, intervista a Ernesto Ferrero, un articolo di Raffaele La Capria, recensioni, pezzi di scrittori amici della Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG come Sergio Garufi e Elio Paoloni, e, a pagina 8, una bellissima intervistona a tutta pagina di Piero Sorrentino al sottoscritto, dal titolo "Ma anche il sangue cattivo non mente. Come il buono". Che sarà mai 1 misero euro? Stilos "nuovo corso" ne vale molti ma molti di più.

"Io sono nata nella primavera del 68. Non so voi, io mi sento a pezzi."
(Stefania Bufano)

di Riccardo Ferrazzi
(Terza e ultima puntata delle esternazioni di Ferrazzi, partite con alcune considerazioni polemiche fatte all'indomani del referendum-pasticciaccio. Abbiamo dunque un Ferrazzi sempre più incazzato, sempre più polemico, sempre più contro i radical chic, sempre meno disposto ai compromessi. Approfitto dell’occasione per ricordare che oggi alle 18.00 sono alla Libreria Archivi del 900, via Marino ang. via Ragazzi del 99, a Milano, a presentare Cattivo Sangue assieme a Raul Montanari e Gianni Biondillo. Domani sarò invece al bel locale SUD, via Solferino 33 MI, alle ore 19.30, dove Andrea Pinketts presenterà Cattivo Sangue e Ruggine di Stefano Massaron (Einaudi Stile Libero). M.U.)
Avete presente Piter, quel comico di Zelig che si presenta come proveniente da un paesino del bresciano e che cala in città al sabato sera senza riuscire mai a cuccare? Be’, vorrei eleggerlo a eroe di questa terza puntata. Prendiamola un po’ larga: noi siamo tutti (credo) persone informate, che vivono in grandi città, leggono, discutono e si formano opinioni. Ma una persona intelligente, colta e moderna, una persona che legge libri per nutrire lo spirito, quando si è ben pasciuta di quel cibo che solum è suo et che essa nacque per lui, che fa ? Si limita a bearsi di sè ? Si mette davanti allo specchio e si loda e si imbroda ? Spero proprio di no. Come minimo, dovrebbe trovare il modo di mettere il suo ben pasciuto spirito al servizio dei tanti Piter che, dopo aver lavorato dieci ore al giorno in fabbrica, non hanno nessuna voglia di passare il sabato sera a meditare sull’islamismo sufi o sul monetarismo di Milton Friedman. Ma qui casca l’asino. La persona colta, intelligente e moderna, se davvero avesse queste pie intenzioni, dovrebbe innanzitutto dedicare del tempo a studiare i milioni di Piter che lo circondano. Dovrebbe cercar di capire come mai, dopo aver lavorato di braccia per tutto il giorno, i desideri e le aspirazioni del nostro frustrato personaggio si dimostrano così spiacevolmente elementari. Diavolo, non c’è mica bisogno di essere Einstein: una persona intelligente, colta e moderna, non capisce che Piter è stato a testa bassa per tutta la settimana e adesso ha soltanto voglia di provare qualche emozione ? Perché non dargliela, magari sotto forma di film, di fiction, di reality, di quello che vorrà (che vorrà Piter, non il sentenzioso intellettuale) ? Se siamo davvero intelligenti, oltre che colti e moderni, riusciremo a far sì che in mezzo all’audience qualcuno cominci a porsi domande non banali, che almeno un sabato all’anno Piter cali a Brescia non per andare in discoteca ma per andare a teatro. E invece no. La persona intelligente, colta e moderna (uffa, chiamiamola col suo nome: il radical chic) non si abbassa. Lui è un fine intellettuale, nutrito di buone letture, perché dovrebbe insozzarsi con le rozze libidini della plebaglia ? Perché dovrebbe perdere tempo a domandarsi come mai Piter guarda i feuilleton della Venturi o i programmi della de Filippi ? No, per il radical chic la democrazia sta bene, ma a patto che gli intellettuali siano più uguali degli altri. I diritti, per lui, sono come l’albero della cuccagna: dolciumi e salame per tutti, basta arrampicarsi. Ma chi non vuole arrampicarsi è un cretino e peggio per lui. Chi resta giù perché preferisce il cinema, la discoteca, la figa, è un imbecille e non vale la pena di spiegargli cosa perde. Insomma, chi non fa come noi è uno stronzo e vada a farsi fottere. Poi si scopre che Piter vota Lega e magari, udite udite, va a messa e prega per Ratzinger ? Oltre che stronzo è anche un venduto, un infame, un becero individualista guerrafondaio ecc. ecc., e chi se ne frega se i Piter fanno il 50% e a volte anche di più.Povero Piter ! E pensare che dal 1789 in poi tutte le rivoluzioni sono state fatte per te ! Doveva arrivare il terzo millennio per mostrare che i veri reazionari sono i radical chic.

di Mia Hoffmann
(Continua la campagna “Abbasso i radical chic”, che hanno rotto il cazzo e detto tra noi sono anche in tanti. Dopo le esternazioni di Ferrazzi – e seguirà la terza e ultima puntata domani, il punto di partenza è stato il post-referendum- eccovi un pezzo al cianuro di Mia, che sinceramente sento di sottoscrivere in pieno. Buona lettura. M.U.)
"Forse un altro mondo davvero è possibile ma prima bisogna trovare il modo di uscire da questo." (da La ragazza che non era lei, di Tommaso Pincio, Einaudi)
Spietati, con quelli che... il 68! non mi sento di dire nient'altro che: siate spietati. Erano vuoti allora e sono vuoti tuttora - perché se è vero che le idee si cambiano (le idee non sono statiche: si muovono), è anche vero che è difficile fidarsi di chi rinnega i principi che per anni ha ostentato. Schiavi dei loro giudizi e dei fondamenti delle loro inquisizioni, reduci di un'ideologia basata sullo spirito e non sulla materia, dopo aver bruciato banconote nei cessi ora bramano il possesso e ne fanno metro di giudizio - non godono il benessere, adorano la proprietà. Hanno cresciuto figli e figlie nella bambagia, principini e principesse con un chiodo al posto del pisello sotto il materasso. Hanno dato vita a intere generazioni di ansiosi, depressi, psicotici, profondi conoscitori di tutto ciò che di negativo comincia con psico. Trentenni single, separati, divorziati, senza una relazione sentimentalmente stabile - così definiscono l'amore - che non procreano perché non sono pronti, non hanno abbastanza pelo sullo stomaco, non hanno soldi, ma mai una volta che dicano apertamente che non ne hanno voglia! Figli che non hanno niente da raccontare, che possono solo tradurre o riportare. Figli laureati che fanno: un lavoro automatico e dal nome incomprensibile ma che dovrebbe essere di catalogatura valori corporei, lei; fattorino, cameriere, galoppino, lui (spacciandolo per praticantato). Isterici, soli, o con un partner affetto da gravi crisi depressive, scatti d'ira e sfoghi cutanei, vorrebbero fare un salto di qualità ma non riescono a credere alle motivazioni che si sono dati. Si presentano come esseri responsabili ma non amano le responsabilità, vogliono essere intraprendenti ma hanno paura di rischiare, vogliono fare grandi cose ma non hanno il coraggio di staccare i piedi da terra - figuriamoci di volare. Onnipresenti ai festini di scienze politiche, mangiano solo in trattoria - una trattoria gestita da ladri in t-shirt dove un piatto di pasta al ragù lo paghi più di un filetto di chianina! - e invece che bestemmiare, urlano: fighetti! I leader di questa patetica genia parlano solo a priori, detestano tutto ciò che non è il nocciolo della questione, non conversano: roteano al vento catene di erudizione. Si sentono saggi ma sono saccenti, si sentono liberi ma sono schiavi di un ideale che ha ripudiato per primi i loro padri, si dichiarano impegnati nel sociale ma non servono nemmeno i loro nonni - perché le mani nel sangue e nella merda non le metteranno mai! Stanno lì, spelacchiati, dall'alto dei loro complessini canori, scialacquando parole morte, cantando la revoluciòn, senza aver mai visto da vicino nemmeno una piaga da decubito - figuriamoci un morto sparato in faccia! Non sperare di manifestare con loro senza essere irregimentato nell'uniforme dell'ideologia. Anche se sei stato in missione umanitaria schivando proiettili e posti di blocco pur di arrivare a destinazione, se hai accudito le vittime di un epidemia, se hai mangiato dai loro piatti, hai pianto per loro, le hai amate e sei stato ricambiato, non sperare di varcare il cancello del loro rispetto perché vige il motto: o filosofeggi in compagnia o sei un ladro o sei una spia. Come i loro padri detestano le voci fuori dal coro, i cani sciolti - in pratica: la libertà di parola e di pensiero. Non c'è speranza, sono già morti, sono figli di quelli che usano come intercalare: la gente non capisce, il popolo è bove, sarà sempre così, non siamo più giovani. Riducendo il tutto a quattro parole giustificano in questo modo le loro straripanti intolleranze, rinnegando i frutti dell'esperienza, l'uso di un bagaglio di vita vissuta e una speranza in cui non credono più, o nella quale - forse - non hanno mai creduto. Sono implosi, e per la diffidenza continuano a corrodersi invece che germinare. Hanno smesso d'imparare, non vogliono più capire. Si sentivano nella ragione allora, vogliono avere ragione ora. Hanno trascorso una vita a pregiudicare invece che vivere e godere, sostengono il dovere e aborrono il volere, hanno labbra sottili ed occhi incomprensibili. Hanno fatto la figura dell'orgoglio gay al gay-pride, hanno dato spettacolo. Non hanno scelto l'amore libero, hanno solo scopato con tutti e per i rimorsi, oggi, se ne stanno congestionati ad applaudire sotto il palco della new-age. Non hanno assunto droghe per liberare la mente ma si sono strafatti fino a generare figli deformi o deficienti. Vivono nel fuori luogo, sono spaesati e insicuri, hanno una paura tremenda d'invecchiare e di morire. Reduci di un'epoca e non di un'ideologia, ignorano - ma in realtà detestano - coloro che ne sono usciti da eroi: i convinti, gli imperituri, coloro che professano l'amore per la vita e l'essere umano, che non si vergognano d'invecchiare né di morire. Quelli per cui peace and respect non è mai stato un modo di dire, esseri al cui cospetto ci si sente rispettati e in pace perché tanto tutto può accadere. Quelli che morendo di cancro sono capaci di mandare cartoline agli amici con scritto: viva la vida; dimostrando di non aver paura di morire perché non hanno avuto paura di vivere. Quelli che hanno praticato l'amore libero con lo spirito dell'amore, capaci di dar vita a grandi famiglie: forti, libere ed unite. Artisti che hanno saputo liberare la mente fino a varcare le porte del genio; hanno inventato stili e tecniche - nulla a che vedere con i ritrattini fotocopiati di Andy Warhol. Uomini capaci di vendere la propria arte senza mettersi in vendita. Uomini che hanno esaltato la visione e non la perfezione, la ricerca e non il risultato, che non si sono mai vantati del già fatto perché hanno vissuto facendo - fino alla fine - al massimo della dignità, autocriticandosi quotidianamente, sperimentando su sé stessi la propria verità - e l'hanno fatto da soli. (a Don Feliz a.k.a. Felix Leu, The Leu Family's Family Iron)
(Nella foto: lo scrittore americano Tom Wolfe, geniale inventore del termine "radical chic")

di Franco Arminio
(Questa l’ho appena ricevuta dall’autore, è stata scritta pochi minuti fa. Per me è veramente un privilegio offrirla alla vostra attenzione. Buona lettura. M.U.)
la prossima volta che ci vediamo
fammi vicino al tuo mistero
che mi manca
che tu non mi dai mai.
la prossima volta che ci vediamo
portami con te in un supermercato
dentro un bar
nel parcheggio di un ospedale
portami dove vuoi
senza toccarmi ma tienimi col filo
delle tue narici
tienimi dentro la nuvola
in cui dio e il vuoto
si fanno i dispetti usando le nostre ombre.
la prossima volta che ci vediamo
portami con te in una strada di campagna
dove abbaiano i cani
vicino a un’officina meccanica
dentro una profumeria
portami dove vuoi
spezza di colpo con un bacio il filo
a cui sto appeso
fammi cadere in qualche punto dell’inferno
e il corpo dove abito sia finalmente illuminato
dalla chioma della tua voce:
ecco, con un bacio dipingi la mia casa
con una carezza arredi la stanza dove dormo.
Ti seguo ti prendo e il corpo mio
finalmente s’allieta
ricomposto attorno a te
sopra di te
bestia selvaggia
con l’anima di seta.

Sabato scorso 11 giugno con i Van der Graaf Generator al Conservatorio di Milano. Dopo 28 anni dall’ultimo scioglimento vado a vedere per la prima volta i VdGG dal vivo. I simpatici cinquantenni, freschi di uscita del nuovo album (aprile) Present, cavalcano il loro geniale passato tra un pubblico festante: parecchi zii “grigioni”, ex capelloni, capelloni fuori tempo massimo mit stempiatura o semipelata ma anche trentenni e addirittura ventenni, (i figli degli ex capelloni?) ammaliati recenti dal Generatore. Peter Hammill non sembra affatto un ex infartuato cinquantaseienne, “The Thin Man” gira tra i compagni dinoccolato e col pugno apoliticamente chiuso, con la sua camicia bianca fuori dai pantaloni -in divisa quindi da turista- e con il piglio e l’energia di un venticinquenne rockdipendente. Hugh Banton è il regista del Generatore, seduto davanti al suo organo tesse le melodie e le armonie, è il fulcro della macchina suonante, muove di continuo le mani sulle due tastiere e i piedi sulle pedaliere come se non avesse mai fatto altro in vita sua con grande aplomb da signore di campagna inglese. David Jackson è un vecchio frikkettone ormai pelato che spara a raffica le sue note dal sax e dal flauto arrivando ad acuti spesso stridenti; spesso suona due sax contemporaneamente, soffia nei tubi come un follettone indemoniato, come se per lui quella fosse questione di vita o di morte nel paradiso degli hobbit. Infine il “metronomo” Guy Evans, calvo dal fisico da libero lottatore, sembra un boia prima dell’ennesima esecuzione sulla Torre di Londra e non sbaglia praticamente un colpo.
La folle carrellata inizia con Undercover Man seguita senza stacchi da Scorched Earth, due pezzi di Godbluff (76) perlomeno un quarto d’ora di prog tiratissimo: alla fine l’applauso è fragoroso e pure liberatorio. Si riprende con altri vecchi classici, da Refugees a Darkness, (70) e una sola incursione nel Present, con Every Bloody Emperor. Si va avanti pescando sempre nel lontano passato con la gasante Masks, con l’angosciante Lemmings, con il capolavoro Man-Erg; e poi con la beffarda Sleepwalkers, e poi con In the Black Room, e con la più che suggestiva Childlike Faith in Childhood’s End. I 4 tengono il palco con grinta e autorità, il pubblico di grandi fans applaude e urla; i 4 sembrano chiudere, salutano il pubblico, ma sappiamo tutti che si tratta di una finta. Mentre presumibilmente Hammill &Compagni scaricano la vescica e si dissetano con la giusta dose di Gatorade, il pubblico richiama la band sul palco dopo quasi 2 ore filate di concerto, senza una sola interruzione a parte qualche siparietto scherzoso di Hammill che ci parla in un - tutto sommato- buon italiano con dizione alla Stan Laurel. La band torna sul palco coperta dalle acclamazioni di tutti; i di solito compassati Galbiati (alla mia destra) e mio fratello Ernesto (alla mia sinistra) si lasciano andare ad invocazioni da piccoli fans post post Sandra Milo – e post finto colonnello cubano su Oggi, 1983. La band del Generatore spacca in quattro la sala del Conservatorio con un primo bis, Killer, il pezzo d’adrenalina pura che fu per tanti anni il loro inno subacqueo. Chiusa Killer nel fragore più scoppiettante Laurel Hammill prende il microfono e dice qualcosa che non capisco bene, a parte che ci faranno sentire un pezzo “tranquillo”. Mi chiedo di che cosa si tratti: ecco quindi arrivare le per nulla dolenti note di Wondering, da World Record, il terzultimo album in studio. Chiusura a tutt’andare, saluti e baci, sono le 11 passate, 2 ore abbondanti che sono letteralmente volate. Sul banco delle pecche e dei peli nell’uovo rileviamo qualche stecca di PH e qualche indecisione all’inizio, qualche fuori tempo; c’è però da dire chiari e netti che non abbiamo avuto a che fare con degli indefessi virtuosi dei rispettivi strumenti, ma con degli emotivi creatori di atmosfere paranoiche e poetiche, generatori di suoni spesso volutamente sporchi, sempre tirati al limite. Tutto stavolta si tiene e a loro perdoniamo quello che ad altri non perdoneremmo mai. C’è anche da dire che l’acustica del Conservatorio – per nulla pertinente al rock- non ha per niente aiutato, e i suoni ci sono arrivati troppo acuti, spesso stridenti, ingolfati: ci sfugge davvero perché gli organizzatori abbiano deciso di dare un concerto rock lì, in un posto creato per strumenti acustici, per la musica classica. Usciamo dal teatro soddisfatti anche se – per ovvie ragioni – non rimborsati; ultime chiacchiere fuori teatro mentre mi aspetto giungere Skatt da un momento all’altro (comunicazione di servizio: Skatt, prima dell’inizio sono andato alle poltronissime dove m’avevi indicato di andare e ti ho cercato, ero pure col Galbiati che faceva a tutti: “Skatt?”, ma niente, evidentemente non c’eri ancora o eri momentaneamente uscito), salutoni a tutti (Massimo, espertissimo dei VdGG, critico musicale con signora, Galbiatik l’uomo- periscopio ( è altissimo) con camicia con collo alla coreana, Sergio La Chiusa con braccio al collo causa incidente e con signora ) e via verso la metrò di San Babila, con dentro, nel mio vecchio kuore selvaggio, un bel ricordo che serberò per il futuro. E…
AND THOUGH DARK IS THE HIGHWAY AND THE PEAK’S DISTANCE BREAKS MY HEART, FOR I NEVER SHALL SEE IT, STILL I PLAY MY PART, BELIEVING THAT WHAT WAITS FOR US IS THE COSMOS COMPARED TO THE DUST OF THE PAST… IN THE DEATH OF MERE HUMANS LIFE SHALL START!
(Nella foto: Hammill al concerto del Conservatorio)

Qualcuno, meglio se un collega, dovrebbe comunicare ad Antonio D’Orrico che scrivere recensioni non fa per lui. Per il suo bene (e il nostro soprattutto)…
di Riccardo Ferrazzi
(Continua Ferrazzi sui referendum- dopo il pezzo di ieri- con una imperdibile Seconda Puntata. Un Ferrazzi che ci da veramente dentro, stavolta. Buona lettura, quindi. M.U.)
Nei commenti di chi ha votato sì al referendum affiora qualcosa di preoccupante: l’idea che “una cosa giusta” si possa (e si debba !) imporre anche a chi non la vuole. C’è in giro una gran voglia di dire: beh, in fin dei conti, il 25% degli italiani ha detto sì e gli altri non hanno detto niente. Dunque, il 25% è fatto da persone intelligenti, colte e moderne, che sanno formarsi da soli l’opinione “giusta”, mentre gli altri sono un gregge di pecore, ignoranti, superstiziose o vendute agli interessi di qualcuno. Niente vieta che le cose stiano davvero così. Ma come si fa a essere sicuri ? È stato intelligente chiedere al popolo di esprimersi sulle centrali nucleari, sul finanziamento pubblico dei partiti o sul ministero dell’agricoltura ? Non lo so. Ma una volta indetto il referendum bisognerebbe prendere atto dei risultati. Altrimenti cosa è stato indetto a fare? Ma quando si tratta di riconoscere che il popolo, questa corposa astrazione, la pensa in modo tutt’affatto diverso da come speravano le persone intelligenti, colte e moderne, allora sono guai. Improvvisamente le persone intelligenti, colte e moderne, scoprono di vivere in un “paese di merda” e dichiarano di volersi trasferire nella Spagna di Zapatero (salvo, immagino, ritrasferirsi altrove se alle prossime elezioni vincesse il Partido Popular). Ora: che uno sia convinto di ciò che sostiene, è doveroso; che sia dispiaciuto nel vedere adottare scelte che ritiene sbagliate, è comprensibile; ma che di fronte a un pronunciamento chiaro non sia neanche sfiorato dal dubbio di aver sbagliato qualcosa, be’, questa è grossa. Ammettiamo che le proposte referendarie fossero sacrosante: se sono state battute 3 a 1, come minimo sono state spiegate male. Forse il referendum non era la migliore strategia. Forse il fronte referendario non era ben coordinato. Ma lamentarsi perché il fronte opposto ha messo in campo tutte le sue artiglierie non è da persone intelligenti, colte e moderne. Cosa si pretendeva: che si arrendessero senza combattere ? Usciamo dall’equivoco: o si accetta la democrazia e il suffragio universale anche quando i risultati danno torto, o si dichiara apertamente di volere un sistema aristocratico (quello del partito-guida di leniniana memoria). Niente impedisce di preferire la seconda strada: la democrazia ammette anche questo. Ma le persone intelligenti, colte, moderne, ecc. ecc. devono pur mettere nel conto che, prima o poi, gli aristocratici decideranno tutto, anche il colore delle mutande da far indossare al popolo, e le persone intelligenti, colte, moderne, ecc. ecc. faranno bene ad applaudire, altrimenti riceveranno a spese dello Stato un corso di rieducazione dal quale usciranno (se usciranno) perfettamente allineate con il volere sociale migliore.

(Ricevo da Piero Sorrentino e pubblico. Buona lettura. M.U.)
1978:
Muore il Papa,
La Juve vince lo Scudetto,
Il Liverpool vince la Coppa dei Campioni,
La Fiorentina si salva all'ultima giornata,
L'Inter vince la Coppa Italia,
L'Ascoli è promosso in Serie A giocando l'ultima partita con il Modena.
2005:
Muore il Papa,
La Juve vince lo Scudetto,
Il Liverpool vince la Champions League,
La Fiorentina si salva all'ultima giornata,
L'Inter vince la Coppa Italia,
L'Ascoli è in lotta per i playoff per la promozione in A e deve giocare
l'ultima partita con il Modena...
L'anno dopo il 1978 il Milan finì in B e il suo presidente fu
arrestato.
(Nella foto: Tonino Carino da Ascoli in un Novantesimo Minuto degli anni 70)
di Riccardo Ferrazzi
(Vi eravate abituati a un Ferrazzi polemico. Beh, ora avete qui, praticamente in Cinerama Panavision Dolby Surround un Ferrazzi incazzato nero da post- referendum. Tutti ne hanno parlato, lo fa anche Ferrazzi, a modo suo. Certo, una cosa è tenere all'Inter e un'altra a Capezzone. Questione di gusti, si. Certo che tenere a Capezzone... Beh, buona lettura. M.U.)
Tanto per non essere accusato di “codardo oltraggio”: i frequentatori di Uffenwanken forse ricorderanno una discussione sui temi del referendum innescata da un mio post ai primi di marzo. Be’, può darsi che io sia stato disattento, ma durante la campagna elettorale non ho sentito argomenti nuovi. Ho sentito invece la solita, insopportabile (almeno per me), guerra di parole con gli uni che gridano assassini e gli altri che gridano oscurantisti. Certi dibattiti televisivi mi hanno fatto cadere le braccia. Non basta: a referendum finito, davanti alla dimostrazione numerica che alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene fregava un cazzo, che si era fatto di tutto per sollevare una tempesta in un bicchier d’acqua, e che chi ha voluto questo referendum ha dimostrato (almeno) di avere uno scarso senso politico, i blog sono pieni di commenti che dicono: 1) non fa niente, abbiamo perso ma abbiamo ragione noi; 2) chi non ha votato è scemo; 3) chi non ha votato è un venduto; 4) è tutta colpa di Ruini. Non ne ho trovato uno che dicesse: abbiamo fatto una cazzata.Ma insomma: i maggiori partiti della sinistra non avevano fatto sondaggi ? Qualcuno di quei sondaggi dava speranze al sì ? E se quelle speranze non c’erano, perché montare un apparato (che tra l’altro costa miliardi) per prendere una bastonata ? È vero: ci sono battaglie che vanno combattute anche se non c’è speranza di vittoria. Ma c’è modo e modo. Era proprio necessario giocarsi la faccia in un referendum ? Non c’è bisogno di essere Nostradamus per prevedere che nei prossimi anni questa legge sarà corretta non una ma varie volte. Le maggioranze cambiano, l’argomento è trasversale, e soprattutto la scienza fa continui progressi. Dicamolo chiaro e tondo: si è fatta una battaglia per niente. Ma non importa: abbiamo ragione noi ! Ecco a cosa si è ridotta la politica in Italia. A una questione di tifo. Se faccio il tifo per l’Inter non importa se non vinco uno scudetto da non so quanti anni. Anche stavolta ho perso ? Chi se ne frega. Vincerò la prossima volta. In materia di tifo calcistico così si fa e così è giusto fare. Ma in politica non funziona. Quando si prende una batosta bisogna fermarsi, tirare il fiato e andare alla ricerca degli errori. C’è poco da fare: quando si perde è perché si è sbagliato qualcosa; quando si prende una legnata come questa è perché si è sbagliato troppo. Ma noi perché dovremmo riflettere, perché dovremmo dire di aver infilato una cazzata dietro l’altra ? Neanche per sogno, noi abbiamo ragione a prescindere. L’Inter è una fede. Il Partito anche. Sembra incredibile, ma siamo ancora al “Mussolini ha sempre ragione”. Solo che al posto del duce ci abbiamo messo il partito. E allora avanti a pestare zuccate contro il muro. Hasta la victoria siempre ! Appunto. (Nella foto: Il Capezzone)
Il vostro più che affezionatissimo Uffenwanken torna a presentare Cattivo Sangue. Lunedì 20 giugno alle ore 18.00 alla Libreria Archivi del 900, via Ragazzi del 99 Milano con la partecipazione straordinaria di Raul Montanari & Gianni Biondillo. La sera dopo, quindi il 21, sarò invece al locale SUD, via Solferino 33, assieme ad Andrea Pinketts, che ripresenterà il mio libro e il nuovo romanzo Ruggine (Einaudi Stile Libero) di Stefano Massaron. L'orario è ancora da definirsi, vi farò sapere. Accorretenumerosichevelodicoaffà!
di Missy
(D’accordo con l’autrice propongo questo suggestivo pezzo di Missy, già presente sul suo blog “Fluttuazioni”, tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
L’altra sera, seduta ad un tavolino in piazza Duomo, sotto il primo fresco della notte, di fronte al Palazzo dell’Arcivescovado maestoso, bianco ed educato, uno dei tre amici coi quali prendevo un aperitivo mi chiede:
Parte così una delle più liriche spiegazioni sessuali sulla bellezza di un corpo maschile. Descrivo la bellissima scultura nei minimi dettagli, spiego quando fu trovata, il mistero che la avvolge, la seduzione velata della lunga tunica aderente, l’incongruenza storica della sua presenza in quel luogo e in quel contesto, la violenta sorpresa della scoperta, lo stordimento del mio professore che sviene,
Ma riprendo a descrivere la statua e mi soffermo sull’impronta del pollice sinistro lasciata sull’unica parte morbida e tenera di un corpo maschile atletico: il fianco posteriore.
Credo di aver fatto uno show tutto personale, perché non ho lesinato parole, aggettivi, entusiasmi, evocazioni, commenti personali. Poi, parlavo molto piano, lenta, un po’ naufraga tra le pieghe del lungo chitone quasi bagnato al corpo, immersa tra glutei e fianchi e con gli occhi ripercorrevo tutte le volte che mi ero già soffermata su quei due centimetri di tenerezza maschile nascosta, conosciuta solo a chi l’ha toccata dal vivo.
Ogni scultura ha questa virtù del tridimensionale: ferma lì per i nostri occhi, a farsi guardare infinite volte, adorare e persino sfiorare. Seppur in pietra, marmo o bronzo, hanno sempre qualcosa di indifeso, che muove il cuore e induce al sentimento, al rispetto e all’attrazione ad occhi chiusi e sospiro del tempo.
Uno dei tre amici fa palestra e si vede. Rimane colpito dall’enfasi che rivolgo verso la morbidezza di quella zona maschile, che io chiamo “preludio alla durezza”. Mi fa domande, vuole sapere esattamente qual è il punto che tanto mi attrae o che, in generale, può attrarre una donna.
Continuo ad indicare il mio fuoco di interesse, mi alzo dalla sedia, mi avvicino a lui, lo sfioro lievemente su una esatta zona del suo fianco posteriore; devo averlo preso giusto, quel punto, perché mi vibra sotto l’indice, e mentre lo presso lui mi guarda; capisco subito che la sua osservazione sta scivolando oltre i miei discorsi sulla maestria dello scultore e una sorta di educazione dell’ultimo minuto mi salva e mi trattiene dal continuare.
Non credo esista niente di più toccante e nobile della seduzione erotica di “periodo severo” (480-450 a.C.) perché coglie quel secondo esatto in cui la rigidità si unisce alla morbidezza e scivola verso il compiuto classico che non sarà mai più replicabile, se non cerebralmente.
Ho letto serpenti e piercing di Hitomi Kanehara senza ascoltare nessuno. Recluso in un attico non molto grande, un cubicolo, in effetti. Stavo male, stavo bene, non lo so, stavo in alto, di certo. Isolato, sospeso, ma non per questo privo di fobie. Se non fossi costantemente irato dalla mia convalescenza direi convalescente. Ogni tanto alzavo gli occhi dal libro e godevo degli stessi panorami che ricordavo dal quindicesimo piano del Park Hyatt Hotel di Tokyo, la città dove è ambientata la storia e dove ogni tanto sogno di tornare illudendomi di vivere felice. Il romanzo è breve e come spesso capita con i romanzi brevi la smania di finirlo può indurti a perdere il senno e dunque la capacità di sentire quello che l’autore ha da dire. Ma io credo di aver afferrato al volo la chiave di questo libro: ho pensato che quando non si riesce a portare le mani sugli altri, le si portano su se stessi. La violenza è una palla che rimbalza. Si alzano le mani su se stessi. Alzare le mani è già un’espressione piuttosto violenta. Ma alzare le mani su se stessi ha una violenza atomica. Ricordo nitidamente nuvolette di sangue che si perdono nell’acqua calda, soprattutto alla mia destra perché sono mancino. Che scemenza. Chissà chi cazzo si diventa. Si perde la sicurezza di essere mai stati normali e ci si avvicina alla soglia del divino e dell’astratto, poi di nuovo si cade nel nulla. Spazzati via dall’onda nucleare creata dalle fissazioni del proprio cervello. Tutto quel sangue inutile che esce quando si modifica il proprio corpo, più o meno intenzionalmente. E le croste? Avete mai riflettuto all’umiliazione, all’inutilità delle croste, e delle cicatrizzazioni? Una devastante perdita di tempo. In questo romanzo, ci sono bellissime scene di tatuaggi. Avrei sempre voluto un tatuaggio, perché la pura e semplice rimarginazione è deprimente. Ci vuole un po’ di colore, un animale, una chimera. Anche il mercurocromo fa schifo, con quel rosa che solidifica in scaglie che restano nel lavandino. Luì, la protagonista di serpenti e piercing, è affascinata da quel punk di Ama perché Ama ha avuto il coraggio di tagliarsi la lingua rendendola biforcuta come quella dei serpenti. Si è tagliato la lingua con una rasoiata, dopo averla debitamente martirizzata con un piercing grande come un gioiello di Pomellato. Evidentemente Luì non è affascinata solo da quello che vede, quella lingua da cobra, ma dai giorni in cui Ama ha pensato solo a quello: dividersi la lingua. C’è un lavoro, dietro, e ogni lavoro è una fissazione nucleare. Ci sono passaggi mentali e esistenziali magnifici, in chi alza le mani su se stessi. Mi piace anche che Luì disdegni di farsi venire sul pube, va subito a lavarsi come se un secondo dopo dovesse uscire per andare a lavorare, e invece non fa un cazzo tutto il giorno. Anch’io sono così: mi sporco e poi tento di pulirmi al volo. Principio del piacere perverso. E come Luì ammira Ama perché si è rasoiato la lingua così io invidio la superiorità di chi si è fissato sul proprio malessere, anche se il frutto di questo lavoro è stato alzare le mani su se stessi. Il nostro dolore altrimenti è solo un fardello, un film da festival politicamente corretto. La grande, delirante ambizione è che il dolore si solidifichi nell’eternità, che sia un tatuaggio o un piercing, o una split tongue (lingua biforcuta) o forse uno sterminio. Io me la sono immaginata, Luì, come una ragazzina molto tradizionale, impeccabile nel suo completo blu da hostess nelle convention aziendali (che del resto è il suo lavoro occasionale) che si è semplicemente spaccata la testa e la lingua su un rebus che non è riuscita a risolvere: perché ho questa smania di sentire un dolore che già sento? Credo che Luì vorrebbe dare valore alle cose, e per ora, è capace di dare valore solo al suo dolore. Il dolore è il suo sole, e l’ombra le ricorda quello che avrebbe potuto essere. Ma il sole-dolore è meglio di niente, in attesa del Grande Amore (o dello sterminio), o no? Luì ha una grande curiosità per il proprio sangue, si direbbe che non l’abbia mai sentito scorrere, non l’abbia mai visto scorrere, e solo alzando le mani sul proprio corpo (o consentendo a altri di farlo coinvolgendoli nel proprio gioco, nella propria ricerca) potrà tappare questa falla mentale che è anche un complesso d’inferiorità. E alla fine, quella detestabile stronzetta di Luì è diventata una specie di madre per me, come per tutti gli uomini dai quali si è fatta tatuare, scopare, inculare, nel libro. Luì non si mette in rapporto con le cose o le persone, le incorpora, perciò dico che è una madre. Una stronza diventa un po’ madre quando riesce a guarire e a guarirti benché in misura relativa, perché tu sei un suo arto, un suo pezzo amputato. E in serpenti e piercing da un principio masochistico, autodistruttivo, da una vera e propria gabbia di ferro io ho visto uscire, come il sangue da una vena, un arto, ovvero un’esperienza mia per quanto effimera. Ad esempio il piacere che prova Hitomi Kanehara quando descrive le ingroppate bestiali tra Luì e il tatuatore sadico Shiba. Sofferenze a parte, ti ricordi con dolore (come potrebbe essere diversamente?) che a vent’anni il corpo ti permette molti lussi, i regolatori sociali dell’umiltà e del rispetto altrui sono ancora vacche. Forse avrei voluto scopare una giapponese identica a Luì a Tokyo, e invece ho perso tempo in piscina a leggere riviste di musica classica e a studiare coppie di occidentali credendo di cavarne qualcosa per un racconto, e non ne caverò mai nulla, perché quella storia la conoscete già tutti. È come l’alito cattivo di certa gente. Ora serpenti e piercing mi ricorda un po’ come stanno le cose nel mondo, fuori, dove spira ancora un’aria fresca e ci sono novità tecnologiche ogni secondo. Per dire, non so spiegarmi perché vedo specializzandi in psichiatria che al mattino, per prima cosa, mi sorridono. Farò loro una richiesta formale, con la mia voce educata e ipocrita stile paziente modello: voglio uscire e sentirmi chiedere se ho l’I-Pod.
GIORDANO TEDOLDI è nato a Roma, dove vive, nel 1971. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «PANTA» e «MALTESE NARRAZIONI». Nel 2004 ha pubblicato il racconto «Steinbeck» nell'antologia «LA QUALITA' DELL'ARIA» edita da Minimum Fax.
di Giordano Tedoldi
di Mia Hoffmann
(Ricevo dall’ impareggiabile Mia Hoffmann questa intervista esclusiva al liutaio Waldner. Solo su Markelo Uffenwanken, naturalmente. Buona lettura. M.U.)
Faccio questo mestiere perché mi piace, mi piace molto. Ogni tanto mi estraneo da me stesso e dico: è bello! E' bello tutto questo: è bella la bottega, sono belle le chitarre, è bello il lavoro; posso essere inventivo ed è bello. Si, quello che faccio mi piace; è bello e lo vedo anche negli occhi della gente che entra qui. Guarda: ho trovato adesso un messaggio!
(Appeso all'antica facciata in sasso della casa, accanto al piccolo ingresso in legno della bottega, c'è un blocco per lasciare messaggi quando il liutaio è assente. Ogni tanto, spesso nei week-end, i passanti scrivono.)
Luca prende i foglietti che ha conservato in una nicchia nel muro, accanto alla scaffalatura per la conservazione dei fogli lignei e, sogghignando, mi legge: "Dubitavamo dell'esistenza di un posto così in Valtellina. Grazie di esistere!"; frase orrenda! - commenta.
"Da Genova, O. R. di Torino con amore"; la frase non s'è ben capita ma magari era una topa!
"E' veramente bello, sembra di tornare indietro nel tempo. Grazie. Intanto ho fatto una foto da fuori, ma spero di trovarlo aperto se tornerò ancora qui. Isabella di Vicenza"; mai vista!
"E' un luogo bellissimo!"
Ti rendi conto? Qui si fanno complimenti a un negozio! Sono tutti messaggi di estranei: uno arriva, guarda, vede il blocco e lascia scritto. E' bello perché io ci sono dentro, perché è mio, è la mia vita! Non ti faranno i complimenti perché lavori in banca; capisci? E' qualcosa di prezioso - questa bottega sono io! - è una delle cose più belle che ho: la trovo teatrale, scenografica, ha un odore bellissimo e ci sto bene.
Nei giorni in cui faccio fatica ad entrare, perché è un momento pesante, mi dico: Luca, datti due ceffoni! Guardati intorno! Guarda dove sei e quello che stai facendo, perché è bellissimo. Datti un calcio in culo! Alimentati di te stesso e vai avanti, perché questo è il lusso, è un lusso che pochi si possono permettere nella vita. E questo bisogna dirselo, perché nei momenti di crisi uno non guarda più neanche il lusso. Oggi il lusso è un termine equiparato al denaro - in noi stessi il termine lusso è contraddittorio - ma il lussuoso può essere anche povero. Se tu entri in questa bottega dici: ammazza che lusso! - ma non perché è ricca: questa bottega è proprio bella. Entro qui, sento l'aria, e mi dico: che buon profumo!
(NdA: virtualmente è possibile visitare la bottega di Luca Waldner accedendo al sito: www.lucawaldner.com)
"La chitarra funziona secondo un principio, tutto sommato, semplice. Delle corde pizzicate mettono in vibrazione del legno, una cassa ne amplifica il suono, e il risultato è quello che noi chiamiamo suono della chitarra. Anche costruire una chitarra è un atto fondamentalmente semplice, in fondo non diverso da quello di tante altre forme di artigianato. Qui, come per qualsiasi atto umano, ciò che davvero conta è come si svolge il processo: Michelangelo usò gli stessi materiali e strumenti che sono accessibili a chiunque, e lo stesso può dirsi dei materiali musicali usati da Bach, Mozart, o Beethoven. Quello che abbiamo di fronte tutti i giorni - i colori, i suoni, la materia - tra le mani di qualcuno può assumere diversa identità, comunicarci cose a noi sconosciute, suggerire mondi prima impensabili, prendere nuova vita: una vita non intrinseca all'elemento, una vita di cui l'elemento si fa umile e discreto veicolo. A noi giunge quello che chi ha modellato l'elemento ci comunica direttamente, senza parole. Nel momento in cui cerchiamo di trascinare un'arte al di fuori del suo terreno, di tradurla con un linguaggio che non le appartiene, la sua voce si spegne. Parlarne può distogliere dai suoi contenuti reali, rischiare di attirare l'attenzione verso il dito e non verso la luna che esso indica." (Stefano Grondona - Luca Waldner, La Chitarra di Liuteria - Masterpieces of Guitar Making, p. 162-165)
Nel momento in cui quello che stai facendo è vivo, attuale, presente e pulsante: è innovativo!
La chitarra non è una scienza esatta, quello che succede sei tu. Se vuoi fare una chitarra più bella: diventa una persona più bella - io non so dirti altro.
"Se la storia della chitarra si è svolta, e tuttora sembra svolgersi, ai margini d'ogni celebrata società musicale, il ruolo che in essa ha avuto Antonio de Torres è a sua volta tenuto in ombra rispetto ai suoi meriti reali. (...) Torres è una delle più grandi figure che la liuteria, nel senso più ampio del termine, abbia avuto in ogni tempo: con l'infondere all'azione creativa un'energia esistenziale per cui lo strumento in sé diviene quasi semplice pretesto espressivo, Torres merita di entrare nell'Olimpo dei costruttori di strumenti, unendosi a quei pochissimi che più di lui furono esaltati nella storia soltanto perché esercitarono la loro azione nel più celebrato territorio degli strumenti ad arco. (...) Torres senza dubbio esisté ed operò di là dalle forme, di là dal sentiero culturale appartenente al luogo ed al tempo in cui viveva, di là dai confini materiali e psicologici che il destino gli offrì a contesto del suo itinerario biografico. Più in generale, il suo apporto all'evoluzione dello strumento rinvia a fatti che vanno ben oltre il mero dato tecnico e materiale. (...) si direbbe quasi che il lavoro di Torres sulla materia derivi dalla percezione di un contenuto metafisico o emotivo che precede la materia stessa. O che, al contrario, egli sentisse la necessità di porre la propria volontà al servizio di questa percepita metafisica del suono, così da ricavare da ogni pezzo di legno la sua propria tendenza. (...) Ciò che si mostra dell'uomo nell'opera del liutaio è una inesorabile determinazione, una sorprendente libertà nei confronti del contesto biografico e storico." (La Chitarra di Liuteria - Masterpieces of Guitar Making, p. 14-18)
Ho messo dei mattoni molto grossi, ho fatto dei restauri molto pesanti; fino ad ora ho restaurato quattro chitarre di Antonio de Torres. Di queste opere di restauro uscirà anche un libro, perché io sono contro la bottega chiusa, sono contro il segreto. Bisogna condividere, la vita è fatta di condivisione. E' un po’ come in Internet: tu butti nel mare la tua bottiglia, qualcuno la legge e magari ne ha. Non deve rimanere qui tutto questo; faremo questo libro e sarà un buon motivo per affrontare certi argomenti - spero in maniera non troppo intellettualoide. Spiegherò che cos'è il restauro per me; cosa significa prendere in mano uno strumento di centocinquant'anni e farlo rivivere. E' come andare a fare un master-class. E' come andare nella bottega del liutaio, perché tu vai a metter le mani in quello che è stato fatto direttamente da quella persona e lo vai a fare in termini molto, molto, molto profondi; e impari. La prima volta è stato bellissimo, molto emozionante. La chitarra era bella, non era devastata come questa. Qui non ho messo le mani nella bottega di Torres, non ho parlato con lui, non mi ha detto molto. Cerco di ridargli un po’ di voce, gli sto facendo la rianimazione con la respirazione bocca a bocca e massaggio cardiaco. La prima chitarra che ho restaurato, invece, è come se avesse avuto una gamba rotta, e dopo l'ho rivista camminare, l'ho vista saltare, correre. Quando l'ho finita è stato molto emozionante. Sai che cosa vuol dire prendere una chitarra di centocinquant'anni e restaurarla? Vuol dire che questa chitarra è bella, merita di continuare a suonare, è più bella di quelle che ci sono in circolazione. Io ti riparo e ti do la possibilità - senza presunzione - di andare avanti altri centocinquant'anni - e comunque mi sopravvivi. In questo caso il restauro ha significato, non è conservativo dei beni culturali - palloso - è maledettamente attivo. Tu stai prendendo una chitarra per usarla ora. La ripari per usarla ora, affinché sia bella e funzionale; non per essere messa nella bacheca di un museo, ma perché suoni. La prima chitarra di Torres che ho restaurato è la chitarra di Stefano Grondona (NdA: con la sua attività concertistica, discografica e radiofonica Grondona si è affermato come una figura di spicco nel panorama chitarristico internazionale) - è la sua chitarra - la usa, usa solo quella, ed è bellissima, è strepitosa! Li è bello lavorare, perché lavori sullo strumento come è stato fatto. I restauri che sto facendo ora, invece... la chitarra è stata massacrata, ormai è stato fatto un danno da cui non si torna più indietro. Comunque ho imparato tantissimo, e cercherò, veramente, di far si che la chitarra torni indietro il più possibile rispetto al danno che è stato fatto. In realtà mi rendo conto che con questi restauri ho avuto un occasione - non una fortuna - un'opportunità - che mi sono andato a cercare. Lavorare su una chitarra di Torres è come dire Stradivari, per rimanere nell'ambiente della liuteria, o Michelangelo per la pittura - io ne sono onorato. Il problema è che tanti lo vorrebbero fare e mi guardano male, e allora... allora fin quando non siamo in sintonia e non parliamo la stessa lingua se uno mi dice: sei privilegiato! - conoscendo le bestie che sono i liutai - io metto i puntini sulle i. Io ci perdo e ci perderò molto tempo della mia vita in questi lavori. Io ho avuto una Torres in scatola di montaggio, completamente smontata, potevo vederla, sentirne il peso. Certo è un privilegio, ho imparato, sono contento, ecc. ecc., però la lotta è per la vita, adesso - e non è una battuta! Adesso, quando la mattina mi sveglio sono in stato ansioso, sento l'ansia dentro, sto male; è uno stato che non ho mai conosciuto, o perlomeno poche volte, mai con il mio lavoro. Sono privilegiato - con te lo dico ma con i liutai no. Il culo in queste cose è relativo, o meglio, a volte è anche una questione di culo, quello esiste come partenza: la persona che sei, le doti che hai… Se io nasco e sono un Arturo Benedetti Michelangeli che a sei anni era già lui... (NdA: Arturo Benedetti Michelangeli, morto nel giugno 1995, grande pianista e compositore, definito da Cortot il nuovo Liszt) Però cerca di condurti, in questo fiume. Tu devi attraversare un fiume, la tua vita è attraversare questo fiume e arrivare all'altra sponda. C'è chi parte molto a monte: è bello, forte, muscoloso, e lo fa in fretta. Tu parti già con due palle così ed inizi ad andare contro corrente... è la vita! E' inutile che guardi lui e piangi, perché comunque, così, vai indietro! Nuota! C'è chi nasce con doti mostruose, ma la dote è anche uno spreco mostruoso. Io vedo che c'è chi nasce con doti mostruose e le butta alle ortiche. Vittorio Gassman, in un'intervista, diceva che lui ce l'aveva con il padreterno per l'enorme spreco di talento, vedeva persone talentate proprio brave, grandiose, che buttavano tutto, e chiedeva: come hai fatto a dargli il talento a questo qui? Anche io ne vedo tanti così. Il talento è un impegno, se ce l'hai devi sfruttarlo. Io faccio quello che posso. Con questo lavoro il mio talento lo sfrutto abbastanza... si, ce la faccio.
Oggi la grossa fatica è trovare se stessi - quando tutto ciò che ti circonda nega il te stesso, chiunque tu sia. Forse oggi è come ieri - si fa presto a scadere nel bel tempo antico - però un tempo gli esseri umani erano persone con le palle; allora potevi morire, allora c'era il rapporto con la morte. Torres ha conosciuto la morte, ha conosciuto la vita, la nascita dei figli, la morte dei figli e delle mogli. Uno dice: ma oggi si campa meglio; è vero, però cos'hai perso? Umanamente loro erano esseri umani, vivevano la morte, la vita e la natura; oggi è un casino, un casino... devi trovare te stesso perché se non sei te stesso soccombi - c'è la selezione naturale - se non sei te stesso cominci a pensare che è meglio morire piuttosto che vivere da automa - certo questo è un eccesso, che però oggi è una tendenza.
L'arte è fuori dagli ingranaggi, l'arte esce dagli ingranaggi in qualsiasi fenomeno, e questo oggi ti crea un problema, ti da energia ma ti consuma, perché oggi uscire dagli ingranaggi è difficile; oggi stai bene se sei un ingranaggio, se sei nella macchina. Anche nell'ambiente della liuteria puoi essere un ingranaggio: puoi fare il produttore di chitarre. L'Oriente produce chitarre, e se tu vai all'Ikea ne trovi a 70/75 euro; questo è l'ingranaggio.
Un grande insegnamento che ho ricevuto da Torres è quello di riuscire a dire: faccio quello che mi pare! Io ho visto cose che faceva Torres che volevo fare, ma che non ho fatto perché non ero libero. Io mi ponevo delle domande, dicevo: questo pezzo lo faccio così - però non si può fare - è meglio che non lo faccio; e non l'ho fatto! Non l'ho mai fatto! Vaffanculo! E' una vita che voglio farlo, ma non l'ho mai fatto perché non andava fatto, e invece Torres già lo faceva! Liberiamoci da tutti i condizionamenti. Quante cose non facciamo perché non ci sentiamo liberi! Io adesso faccio quello che mi pare - almeno ci provo. E se uno mi chiede: ma perché fai così? Perché mi va! - è la risposta. Io non ho da dirti: perché! E loro a rompermi le scatole con domande... ma fate altrettanto, non fate altrettanto... Certo, per alcune cose ci sono dei motivi tecnici, ma… è bene o è male? Non lo so! Mi va di fare così! Mi piace fare così e sono migliorato, soprattutto sto meglio; e poi mi piace l'idea: ma perché non posso - cazzo! - fare quello che mi pare? Torres non aveva precedenti, era il primo, grandioso perché poteva inventare tutto, e quindi un genio nel senso più assoluto. Oggi siamo in un periodo di grande condizionamento dal passato - un passato greve, oppressivo - se non esistesse il passato, francamente, staremmo tutti meglio. Vivi la tua casa vuota, riempila con il tuo presente e soprattutto con il tuo futuro, riempila di libri che vorrai leggere e non di libri che hai già letto! "Torres faceva così, l'altro faceva colà e Stradivari ha fatto così" - questo è pesante, rompe le palle! La libertà è una cosa fondamentale. Liberarsi dal passato è fondamentale. Liberarsi di questo passato è fondamentale. E qui potrei anche andare oltre, potrei dire che se ti muoiono i genitori, sotto certi punti di vista, è anche meglio - è simbolico, è chiaro che io lo dico dalla parte di chi li ha avuti ed è stato amato - ma per certi versi ti assicuro che non è male. Se io avessi fatto tutto quello che volevo, avrei fatto passi da gigante! Oggi ti dicono tutto come deve essere, c'è la codificazione di ogni cosa. Questo perché? Perché c'è un passato! E' per questo che bisogna, in un certo senso, uccidere il passato. Oggi c'è molta globalizzazione, omologazione, omogeneizzazione, integrazione - se ne potrebbero usare di termini... Oggi c'è un pensare comune. Ti dicono loro, ad esempio, cosa è l'arte, fanno i film sull'arte - e creano solo problemi. L'arte è presente, l'arte è quello che fai - qualsiasi cosa! Non parlarne, non parliamone, facciamo sì che siano altri a parlarne. E tu se vuoi farla: falla e taci! Mi piacerebbe liberarmi da tutta questa codificazione dei comportamenti.
La mente umana è cambiata molto in questo ultimo secolo... Mi piacerebbe andare in pellegrinaggio ad Almerìa, in Spagna, dove nacque e visse Torres: sentire il profumo, vedere la terra, quel mare che cos'è, vedere dove cavolo era. So che è una cosa un po’ infantile, ma m'immagino questo posto e come deve essere stato nel 1850, come deve essere stato silenzioso quando non c'era l'energia elettrica. Non avere l'energia elettrica significava avere altri ritmi. Non avere la possibilità di muoversi agevolmente significava avere altre conoscenze: essere uomini e donne fatti di esperienze personali vissute. Noi, con la televisione, anche se non abbiamo girato il mondo siamo stati tutti in Antartide, abbiamo visto la Savana, abbiamo visto tutto e conosciamo tutto - cazzo! Abbiamo acquistato un'esperienza irreale, falsa, che però consideriamo vera! E tu magari ti ritrovi a litigare con una persona, scontrandovi entrambi per un opinione che non è realmente vostra - è pazzesco! Anche nell'ambiente della liuteria italiana è così, perché tutto è saturo di passato. E' un incubo! un incubo!
Perché si fanno le cose? Non sempre lo si sa - io non lo so! So perché sono arrivato a fare questo lavoro, questo lo so: ci sono arrivato per esclusione! Arrivare alle cose per vocazione, secondo me, è un gran lusso. Qual era la mia vocazione? Io volevo fare il meccanico. Ho sempre lavorato con le mani fin da bambino, le doti manuali non mi sono mai mancate. Il mio desiderio era quello. Invece che studiare passavo i pomeriggi a smontare motori. Io avrei fatto l'Istituto Tecnico e Industriale.
C'è, nella generazione dei nostri genitori - quella che ha creato la società italiana attuale - c'è il riversare sui figli le proprie frustrazioni - non è un'accusa questa ma uno stato di fatto. Il titolo di studio è sempre stato considerato un traguardo da raggiungere, e il mestiere pratico, manuale, è sempre stato visto come qualcosa di poco edificante - perché l'hanno fatto loro, perché costretti. In ogni caso, per uscire da una situazione ci si è persi qualcosa: il voler fare quello che ci pare.
Io volevo fare il meccanico? "No! Tu devi puntare di più. Devi prendere la laurea in ingegneria meccanica." Ma che cazzo mi metti a studiare cinque anni e a massacrarmi il primo anno? Io voglio mettere le mani nei motori, toccare la materia; l'ho sempre fatto! A quattro o cinque anni avevo un giocattolino meccanico, un trattorino di plastica con gli ingranaggi, mi ricordo che lo smontavo e rimontavo senza istruzioni - è uno dei primi ricordi che ho - e ci giocavo a farlo, a percepire quello che erano gli ingranaggi e il movimento. Ero felice! Perché, mi dovete rompere i coglioni con le vostre frustrazioni?
La musica? La musica mi piaceva, la musica è una cosa bellissima. Io credo che la musica, in qualsiasi forma, è qualcosa che fa parte dell'uomo, non può non piacerti. Se non ti piace la musica, secondo me, umanamente hai qualche problema; è troppo coinvolta con la nostra sensibilità più intima. Poi, da piacere a studio, a farne un lavoro e anche una ragione di vita, questo è un'altra cosa. Io volevo studiare mandolino, a me piaceva il mandolino, ascoltavo i concerti di Vivaldi. "Cosa vuoi studiare?"
"Mandolino."
"Mandolino? Ma è troppo limitato! Studia qualcosa di più. Il mandolino fa una voce sola, fa solo il canto. E poi è uno strumento che ha poco repertorio. Suona la chitarra!"
Capisci che cos'è il plagio dell'educazione? E che cos'è l'amore? Se io voglio studiare mandolino: lasciami studiare mandolino! Altrimenti non chiedermelo! Saltami la rottura di scatole! Così ho fatto il conservatorio e in parallelo il liceo scientifico, perché mio padre voleva che ci laureassimo. Ero interessato a ciò che facevo ma era un interesse indotto. E così sono uscito un miscuglio ad esclusione; insomma, sono partito per fare il meccanico e invece faccio il liutaio - anche se a dire il vero le due cose sono legate. Ho maturato il liceo scientifico, ho studiato musica e all'ottavo anno di conservatorio ho conosciuto Stefano Grondona - mio maestro - di personalità, intelligenza e mente aperta; con solo sette anni più di me e una personalità preponderante (NdA: in un'intervista del 1985, Andrés Segovia menzionò Stefano Grondona come uno dei suoi allievi preferiti). Ha saputo comprendere le mie doti, doti manuali che, come dicevo, non mi sono mai mancate e quindi la chitarra la smanettavo bene. Sensibilità un po’ ne ho - per sensibilità intendo il capire le sfumature della musica, mi riferisco alla reattività del proprio animo agli stimoli musicali, artistici. Così mi sono diplomato: dieci e lode! E poi che succede? Adesso sono cavoli tuoi! Fai un anno così, cominci a insegnare, e poi? Poi t'inghiotte il sistema - il sistema italiano. Posti di lavoro non ce n'è, concerti non ce n'è - i concerti poi bisogna anche saperli fare - però non ce n'è; ce n'è se li paghi tu o se li fai gratis o, al limite, cinquantamila di rimborso spese. E allora che si fa? Si va nella scuola statale; si fanno gli esami per l'abilitazione - questo è stato l'iter - esami di abilitazione all'insegnamento per la scuola media. Io ho studiato per qualcosa - anche questo è il problema italiano - e ho il posto di lavoro per qualcos'altro. Ma insomma, io mi sono fatto un paio di chiappe così per dieci anni per poi andare a insegnare ai bambini della scuola media? Non è quello per cui ho studiato! Sono fuori posto!
In Italia c'è un passato che grava: a livello sociale, a livello culturale… è un passato di cui bisognerebbe liberarsi in maniera assoluta. Dal punto di vista popolare la chitarra non è uno strumento nobile, è uno strumento sfigato; invece la chitarra è per pochi, nella sua più bella essenza è per pochi. Uscire dallo schema di strumento popolare e andare dentro a quello che è il suono e la chitarra, è per pochi; lo devi volere, devi spogliarti - e la gente non si spoglia, alla gente piace vestirsi. Per me, belli come la chitarra ci sono pochi strumenti, ha un suono che ti entra dentro; però ti ci devi lasciar trasportare, deve piacerti, devi avere una predisposizione. Il suono di questa chitarra classica mi commuove, mi dice qualcosa. Tanto trovo bella questa chitarra, questo suono, tanto trovo inascoltabili, imbevibili, le chitarre commerciali; hanno un suono di plastica, stupido. Tanto è bello, profondo ed emozionante il suono della chitarra più bella, tanto è stupido, banale, idiota ed inutile il suono di quegli strumenti. E' come un vino che ti suggerisce qualcosa, che ti emoziona - io lo riporto spesso perché il gusto è uno dei nostri sensi più forti, coinvolge l'olfatto - prendi un buon vino e ti inebria, ti puoi ubriacare anche di solo sapore, ti arriva questa botta sul senso che ti da quello stordimento... Il suono può essere simile, ti coinvolge e ti da quella emozione che ti fa venire la pelle d'oca: stai lì, lo ascolti, vai a beccare il legno - non nel senso che dici: questo è stato fatto con quel tipo di materiale - vai a cercare un sapore, un profumo, ti concentri e lasci che questo sapore ti riempia, per ricordartelo, affinché faccia parte di te. La chitarra commerciale non ti da niente, non ti emoziona. Tu vai dal grande Chef a mangiare le tagliatelle, da uno te ne mangi tre piatti e dici: minchia che buone!; dall'altra lasci perdere, paghi il conto, te ne vai incazzato e non ci torni più. Però è sempre farina, uova, burro... gli ingredienti sono sempre quelli! Tu puoi trovare chitarre con qualità eccezionali ma tutto dipende da come gli ingredienti li metti insieme. La creatività: è questo l'essere umano - bellissimo! Questa è l'arte: nelle mani di qualcuno gli stessi ingredienti appaiono diversi; e questa è anche l'umiliazione dell'artista: con gli stessi ingredienti il suo funziona meglio - e ti girano, ti girano le palle! Ci sono chitarre che suonano benissimo e sono fatte con il coltello, sono scolpite. Non è vero che il lavoro del liutaio è un lavoro di precisione - l'arte non è precisione. Tu puoi prendere una chitarra, puoi studiarne i progetti, i legni, ecc., puoi copiarla al centesimo, ma non ti uscirà con lo stesso suono. Puoi prendere una chitarra e copiarla molto meno e può prendere quel sapore. Non è il progetto che fa lo strumento - ovviamente anche il progetto ha la sua importanza, è chiaro che se ci metti compensato la chitarra non suona - ma è qualcosa di diverso. La chitarra è come la vita: con un progetto ti avvicini all'intorno ma per andare oltre devi esserci tu.
"Rubio giunse alla liuteria nei primi anni Sessanta, dopo varie vicissitudini, compresa una lunga esperienza di chitarrista nel genere flamenco. L'ispirazione per questa scelta gli venne nel laboratorio madrileno che fu di Domingo Esteso, in Calle Gravina 7: qui, si tratteneva spesso per la sua pratica quotidiana di chitarrista, ed ebbe modo di vedere all'opera il liutaio Faustino Condé (uno dei tre nipoti di Esteso che ne avevano rilevato il laboratorio nel 1937). Condotto negli USA dalla sua attività di chitarrista, finì per stabilirvisi; la sua nuova carriera di costruttore cominciò lì con una copia della chitarra flamenca di Esteso che suonava abitualmente. L'incontro con Bream fu poi determinante per il suo futuro. Bream lo spinse a costruire strumenti nello stile di Robert Bouchet (...) Ma il vero punto di riferimento di David Rubio fu Francisco Simplicio, alla cui liuteria furono ispirati i suoi strumenti migliori, suonati per anni da Bream. E' con una Rubio del 1965 che Bream incise il Nocturnal di Britten, in un'esecuzione che potrebbe costituire il simbolo dell'evoluzione del linguaggio chitarristico verso nuovi orizzonti musicali. Alla fine degli anni Sessanta Rubio tornò nella nativa Inghilterra e, oltre alla produzione di chitarre, si dedicò a quella di strumenti antichi (liuti, viole da gamba, violini barocchi, clavicembali), volgendosi negli ultimi venti anni della sua vita al quartetto d'archi." (La Chitarra di Liuteria - Masterpieces of Guitar Making, p. 140, 141)
Nel pensiero comune, umano, l'arte è fatta di polvere, di chiesa, di cera, di buio... no! no! no! le persone che sono dentro a quello che può essere definito arte sono persone! Vedi Rubio, ad esempio, uno se lo aspetta vecchio - già il nome suona nero nell'immaginario collettivo dei chitarristi - invece lui era lì, nel suo laboratorio con la salopette di jeans, con il computer, i pupazzetti di peluches, che rideva, scherzava e tirava per il culo tutti i liutai; se la spassava della loro polverosità, se ne fregava. Lui era anziano ma giovane, giovane, veramente giovane come persona!
Di maestri ne ho conosciuti tanti insieme a Grondona - abbiamo fatto veramente grandi cose, io sono contento, è stato sempre molto bello - l'incontro con Rubio è stato uno di questi. Uno si aspetta chissà che, ma in realtà l'incontro con una persona così, con un maestro, è fatto di nulla. E' un incontro con un uomo, un uomo che sa più di te, che ha fatto il tuo mestiere per molti anni più di te, magari con delle doti maggiori e che, volendo o non volendo, ha da insegnarti. Cosa gli ho rubato? Le rughe! No, cose specifiche me le ha dette e sono state utilissime, si, qualche trucco me lo ha detto. Ho guadagnato un bellissimo ricordo - come esperienza di vita - di una bellissima persona, una persona intelligente, una persona fresca, una persona giovane. Fa molto bene, specie nel nostro campo, conoscere qualcuno che dice: me ne frego, faccio quello che mi pare! Questa è una cosa bella. Poi cosa mi ha insegnato? Mi ha insegnato ad essere pratico, pragmatico - lui era un pragmatico: "Fai come ti pare. Se hai fatto un errore cavoli tuoi: riparatelo!". Lui si divertiva, lui giocava. Questo è un altro insegnamento che mi ha dato: divertirsi. Se nella vita non ti diverti che vivi a fare? Io mi diverto tantissimo, io me la sono spassata a fare questo lavoro; anche se uno dice: sei sempre qui, rinchiuso qui dentro... divertimento è una parola da definire! Io mi sono divertito tantissimo: a costruire, ad inventare attrezzi, a cercare uno stimolo, una scusa per fare cose nuove, per imparare a saldare il ferro - ad esempio - una scusa ufficiale al di là dell'hobby - perché l'hobby è vissuto con un senso di colpa, perché stai perdendo tempo. Io ho una scusa, adesso, posso imparare a saldare il ferro perché mi devo costruire una macchina. La prima cosa che ho fatto quando ho detto: farò il liutaio; è stato costruirmi il tavolo, poi mi sono costruito altri attrezzi e poi, pian piano, mi sono costruito la chitarra. Questo è il divertimento, il divertimento più grande; e poi alla fine ti pagano pure!
In questa fase della mia vita non cerco più di fare il grande prodotto; cerco me. Sono contento di quello che faccio, sono contento dell'evoluzione. Questa è la cosa più bella: vedere che vai avanti. In questo senso spero di rimanere giovane, di non avere mai una pensione, spero di avere una costante evoluzione, spero di avere me stesso. Sono le fasi della vita. Uno parte con la forza del torello ma poi, pian piano, con l'età ci si appesantisce. O forse no, forse non è una questione di appesantimento ma di alleggerimento; forse si tratta di levare, spogliare - invecchiare significa anche spogliare - e allora le cose diventano sempre più semplici, sempre più asciutte ma sempre più dense. Fare grandi cose per dimostrare quanto sono bravo? Divertirmi a far vedere le palle? No! Adesso no; chi se ne frega... Adesso m'interessano altre cose: il suono, cercare l'asciuttezza, l'essenzialità, la forma, la palpabilità, il far sì che le mie chitarre non siano più pallide, ma sempre più pesanti - perché alla fine anche noi siamo sempre più pesanti. Mi devo riconoscere nel mio strumento. Le mie chitarre mi sono sempre assomigliate però qualcuna è uscita più delle altre. Vedi, sono sempre gli stessi ingredienti, ma due o tre escono dalla curva, sono i picchi; perché? Non lo so; però so che escono, che vivono di vita propria.
Io non faccio le cose perché vengano capite. Faccio queste chitarre perché mi piacciono, ma non voglio comunicare nulla. Io sono assolutamente egoista nelle mie cose, le faccio per me. Se a qualcuno piacciono e le vendo: bene. Se a nessuno piacessero le mie chitarre, esisterebbe un problema che vedrei come risolvere: o cambiando lavoro, o facendo chitarre custom - chitarre su ordinazione, dedicate. Per cui, che uno mi capisca o non mi capisca... A molti non piacciono le mie chitarre, e un po’ mi dispiace. Quando uno mi dice: ti prendo una chitarra; e poi invece ne prende un'altra che non c'entra - una chitarra industriale - mi dispiace perché ho perso un potenziale cliente, ma poi... io la sbrigo facilmente, penso: cavoli tuoi! Hai preso una chitarra del cazzo? E' quello che ti meriti! Mi fa molto piacere quando... ecco, ad esempio: eravamo in Spagna, io e Grondona, ad una cena privata fra persone in gamba. C'era la mia chitarra, c'era Grondona, lui tira fuori la mia chitarra e suona - benissimo, ovviamente - eravamo in salotto, era un concerto salottiero, e alla fine di tutto, dopo i complimenti di tutti a Stefano, una signora intervenne dicendo: "Devo dire che questa chitarra ha un suono veramente bello. Non so di chi è, ma ha un suono bellissimo!"; così mi sono preso anche il mio applauso da liutaio! Questa è una cosa che fa molto piacere: tu fai qualcosa di bello, qualcuno lo nota e lo dice.
Anche questo lavoro, come io credo un po’ tutte le cose, ognuno lo fa per sé. L'uomo è necessariamente egoista, o capisci questa cosa o rimarrai sempre un illuso. Le cose si fanno comunque per sé, le fai perché ti fanno star bene. E' molto importante capirlo - e accettarlo - l'egoismo è la nostra natura, non è una parola brutta.
Una volta finite, le chitarre non m'interessano più. A me interessa quello che sarò, non quello che sono o quello che sono stato. Una volta che le ho finite... come le appendo sono già diventate passato. Bisogna guardare avanti - il presente è così fugace! E' così bello essere proiettati in avanti, non aver paura di invecchiare! Mi piacerebbe che la mia vita e il mio mestiere finissero insieme - non per fare l'intellettuale artista che deve morire sulla tastiera del pianoforte con l'ultimo rantolo e l'ultimo accordo dell'ultimo pezzo, no! Mi piacerebbe continuare a lavorare e avere la lucidità per farlo, un po’ come Rubio. Avere la lucidità per continuare a lavorare, avere la giovinezza, la freschezza mentale per farlo, avere ancora la forza, la vista; diventare vecchio, arrivare in fondo dicendo: la strada è comunque infinita, perché tanto non si arriva; come Rubio, come Terzani, come le persone con l'intelletto giovane, fresco, ancora acuto - non pensionato rincoglionito che sta lì a fare l'hobby e ad aspettare di crepare con la paura della morte. Fino ad ora ho fatto cose diverse da quelle che mi sarei aspettato, ho trovato cose diverse. Non mi sarei mai aspettato di dire certe cose, non le sapevo. Il viaggio non sai mai dove ti porta - non so, penso che mi porti da qualche parte, ma chi lo sa? Da vecchio mi vedo uno spaccapalle mostruoso - già lo sono adesso, figurati da vecchio! - sarò lì a pontificare: bla, bla bla... però mi piacerebbe!
Mi piacerebbe diventare un essere umano che vive, un vecchio albero segnato, non più il giovinetto che ride e capisce. Non so cosa sarà il futuro, ma questo è un bellissimo presente - in questo senso è un privilegio - poi... vedremo.

"Raccontare la vita di un uomo non è forse una preghiera?"
(Giorgio Scerbanenco - Venere privata)
di Nicolò La Rocca
(Pubblico questo racconto di Nicolò che è tra i vincitori del concorso letterario Subway Letteratura 2004, nel quale facevo ancora parte della giuria. Buona lettura. M.U.)
Enza a sessant’anni non ne poteva più di quel cane morto di suo marito. Vito era quello che era: niente vizi, non fumava, non beveva, non andava a buttane, ma la vita a Enza gliela aveva rovinata lo stesso. Lo guardava spesso ciondolare per l’appartamento, all’ottavo piano di quel condominio di via Vespucci a Rozzano e non capiva come faceva a stare ancora con un uomo così. Si era abituata a tutto ma, quando il marito non la vedeva, piangeva per quell’abitudine.
“Enza, il latte è pronto?” E si avviava in cucina ciondolando.
“Enza, vieni ad aggiustarmi la coperta sulle gambe, ché sento freddo sento”. E roteava le pupille, senza fretta.
“Enza, portami la bacinella ché devo sputare. Perché non ti sbrighi? Cosa vuoi che ti sputi a terra, vuoi?” E biascicava masticando le parole.
“Enza, sta’ zitta e abbassa il volume della televisione!” E alzava invece quello del suo televisore, sintonizzandolo sui film ammazza-ammazza di Italia 1: spalmato sul divano subito ronfava con la pancia sudata fuori dal pigiama.
La odiava, suo marito, la stessa litania da trent’anni: “è per colpa tua che non abbiamo figli, ho una moglie che non serve a niente”. C’era da vederla, la signora Enza, mentre se ne stava impalata a fissare l’imbuto delle scale. L’ottavo piano è quello che è: tu ti affacci nelle scale e vedi un buco senza fine, pare l’inferno. E se tu ti metti a singhiozzare ti pare che il rumore del tuo gargarozzo ingolfato dalle lacrime debba arrivare fino al pianterreno, trattenendosi un po’ a ogni pianerottolo, come le stazioni di una processione, di quelle che si fanno nei paesi siciliani e non a Rozzano dove la gente è impegnata a fare e strafare. Metti la vicina della signora Enza, la signora Vitalba Mussunitti. Poteva dire Enza di conoscerla? Si era accorta eccome della faccia schifata che faceva la signora Mussunitti quando si incontravano sul pianerottolo. Tutta impellicciata era la signora Mussunitti, ‘na bambola di pezza fine, ricercata. Ma si trattava di una pelliccia sintetica, comprata dai cinesi, Enza ne era certa, non si faceva prendere per i fondelli, lei.
Enza amava i propri discorsi, faceva le domande e si dava le risposte, quale migliore spasso di questo? Secondo lei, per esempio, la signora Mussunitti era solo una minchiona gonfiata. Altro che. Anche se si dondolava tutta, con quei fianchi di troia d’alto bordo restava quello che era: l’abito non fa il monaco, oggi come oggi. Però la signora Mussunitti ci riusciva lo stesso a farla arrabbiare, con tutti gli stupidi discorsi che le sputava ogni volta che si incontravano sul pianerottolo: mio figlio adesso lavora alla Sony, è sempre sull’aereo, ah quanto viaggia mio figlio, ah che bella fidanzata che ha mio figlio… Sempre le stesse chiacchiere. Ma fino a quando si limitava a parlare con lei non c’erano problemi. Però la signora Mussunitti i suoi ricami sul pianerottolo li faceva anche con il marito di Enza, anzi sembrava più ispirata con lui, si soffermava sui dettagli, e quando Vito rientrava a casa, interrogato dalla moglie, riferiva certi particolari di cui Enza era all’oscuro. “Sei sicuro che ti ha detto che il figlio è a Osaka?” “Sì”, borbottava Vito esausto per l’ennesimo interrogatorio. “Quanti anni ha la fidanzata russa del figlio?” “Ventitre”. “E a me perché non lo ha detto?” “Enza, non mi rompere i coglioni, va bene?” Enza era sicura che la signora Mussunitti ci stesse provando con Vito. Del resto quella era vedova da più di dieci anni, chissà come stava friggendo per la voglia…Che vergogna, però, sfruttare il figlio per cercare di calmare i suoi bollori…. provandoci con una nullità come Vito, poi…
Una volta rientrata a casa Enza doveva impegnarsi sui piedi di suo marito. Ci voleva pazienza coi calli dei piedi, farli ammollire per benino nella bacinella d’acqua calda, bisognava aspettare che sfibrassero, che diventassero una poltiglia morbida e attaccabile, e poi lavorarci su di fino, con l’arnese adatto, tagliare la carne dura, ammansirla alla lama. Infine glieli sciacquava, i piedi, fino a farli diventare bianchi come la pelle di un neonato.
Non ne poteva più di quella casa silenziosa. Che colpa ne avevano se non avevano avuto figli? Eppure tutti li guardavano come se fossero appestati. Non doveva pensarci, la migliore cosa era starsene buona buona spalmata sulla poltrona a godersi in televisione la bella faccia di Bruno Vespa. Oppure la maga Metenes. La trasmissione della Metenes era una delle sue preferite. Per la verità, meglio di Cecchi Pavone o di Alba Parietti. La maga Metenes era una donna saggia, anche se con quelle zinne gigantesche che parevano voler scoppiare fuori dal decolté e i due chili di mascara sulla faccia poteva essere scambiata per una buttana. Ma l’abito non fa il monaco, si ripeteva la signora Enza: così che la maga Metenes era in realtà più saggia di molte signore con la puzza sotto il naso e i vestiti firmati.
“Chi è in linea?” Chiedeva la maga ogni volta che Enza la chiamava al telefono. E la chiamava almeno una volta al giorno.
“Sono Patrizia”. Rispondeva la signora Enza. Non si sa mai, meglio evitare di dare il proprio nome.
“Ah, la nostra cara amica Patrizia. Come va?”
“Mi sento ancora sola”.
“Ma tu hai messo in pratica il responso delle carte?”
“Ci ho provato, ma non riesco a capire cosa devo fare”.
“Vuoi che consultiamo nuovamente le carte?”
“Sì, come siete buona e gentile, maga Metenes”.
“Figurati, la vostra felicità è la mia missione”.
“Vi voglio bene”.
“Brava, anch’io. Adesso vediamo il nuovo responso… ecco… me l’aspettavo…”
“Che cosa vi dicono? Cose brutte?”
“No, no, anzi. Le carte mi dicono che devi fare qualcosa di sensazionale, solo così riuscirai a tirarti su. Qualcosa di sensazionale, mi hai capito, Patrizia? Oggi come oggi ci vuole qualcosa di sensazionale!”
“Ma cosa esattamente?”
“Ah, ai particolari dovrai pensarci tu”.
Enza, per tutta la notte non dormì. Restò a fissare un punto imprecisato nel soffitto, ripetendosi a mente una cantilena: qualcosa di sensazionale, qualcosa di sensazionale…
Al risveglio si posizionò davanti alla finestra, come usava fare da qualche settimana. I ragazzi albanesi si affacciarono puntuali alla finestra di fronte. Ogni giorno diventavano più magri, scarnificati, portavano sempre la stessa canottiera ingiallita e le sorridevano con un’espressione indecifrabile. Allora lei allargò ancora le tendine e cominciò a svestirsi. Ma rivolse le spalle ai due spettatori. Prima o poi avrebbe dovuto trovare il coraggio di offrire loro il suo seno: era ancora turgido e liscio, anche se Vito non lo baciava da almeno vent’anni. Tuttavia, anche quella mattina decise che i due albanesi avrebbero dovuto accontentarsi della nudità della schiena. Comunque, il rito dello spogliarello quotidiano, nonostante adesso si sentisse ridicola, la galvanizzava. Così ripensò alle parole della maga. Sì, le era venuta in mente la cosa da fare, chiara e limpida nella mente. Com’è che non ci aveva pensato prima? Vito, ancora spalmato sul letto, la guardò senza credere ai suoi occhi: sua moglie che si pittava tutta come se dovesse andare al veglione di capodanno, appiccicata davanti allo specchio grande a pettinarsi ripetutamente, come se soffrisse di un tic nervoso.
“Ma che minchia fai?” Borbottò col catarro della nottata che gli gorgogliava in gola col rischio di soffocarlo.
“Non lo vedi, Vito mio? Sto uscendo”.
Vito mio? Sta uscendo? A quest’ora del mattino? Pensò il marito che non sapeva che pesci pigliare. Stava cercando di organizzare il proprio pensiero, la bestemmia più adatta all’occasione, quando Enza uscì di corsa dopo averlo baciato in bocca. Minchia! Era impazzita sua moglie? Questa stramberia dell’alzata mattutina, del Vito mio, del bacio… in bocca?!!! Cose da non ci credere. Provò dunque a organizzare una reazione ma il tepore del letto lo avviluppò; spalmò la guancia sul lenzuolo insalivato da una nottata di rutti beati e si riaddormentò. In quattro e quattr’otto si rimise con la pancia in aria che usciva fuori dalla canottiera, la bolla di godimento al naso, proprio mentre sua moglie Enza correva in strada contenta come una pasqua per l’idea che le era venuta e che stava per realizzare.
Enza, camminando come un cerbiatto, alla sua età, sull’asfalto rovente già di primo mattino, salutò con un sorriso a tutto campo tutte le persone che incontrava. E poi quando avvistò una cabina telefonica le sembrò un miraggio. La toccò perfino, come se non credesse ai suoi occhi. Avrebbe fatto una cosa sensazionale, grazie a quella cabina.
“Pronto, carabinieri”.
“…”
“Pronto, carabinieri”. La voce le si era paralizzata in fondo alla gola, per l’emozione sentiva lo stimolo della diarrea farsi forte e insistente. Ma doveva resistere. Così, mormorò: “c’è una bomba, capito? Una bomba nel condominio di via Vespucci 35… a Rozzano”. Posò la cornetta sul ricevitore e scappò contenta verso casa.
Cinque minuti dopo non stava più nel vestito: “vuoi il latte, Vito? Se vuoi il latte ti faccio il latte, altrimenti posso preparare il tè…”
“Ma che minchia hai?” Rispose il marito imbestialito.
“Dimmi quello che vuoi e te lo faccio”.
“Enza, ma che ti passa per la capa?”
“Vuoi toccarmi invece di mangiare? Vuoi che mi spogli?”
“Oooh!!! Ma sei impazzita? E che fai? Perché vai sempre alla finestra?”
“Tesoro mio, non hai sentito i carabinieri?”
“No, non sento niente! Ma sei ‘mbriaca?”
“Vuoi che ti tolga i calli dei piedi?”
“Nooo, voglio che mi dica che cazzo hai!”
Ma Enza non gli rispose, perché era corsa alla finestra a godersi lo spettacolo. Infatti due macchine dei carabinieri si erano fermate sottocasa e le sirene illuminavano tutta la strada. Una gran quantità di gente si era sparpagliata in strada, sembravano formiche, e c’era perfino chi gridava la bomba! la bomba!
“Che minchia succede?” Le chiese il marito.
“Perché non vieni a vedere”. Gli rispose lei raggiante.
“Dimmelo tu”.
“Hanno messo una bomba e ci sono i carabinieri, stanno evacuando il palazzo”.
“Che rottura di palle”, commentò lui, “qualche testa di cazzo avrà telefonato al 112”.
Il ricordo di quella mattinata all’aria aperta le durò per mesi e mesi. Quanta gente aveva incontrato in strada. Come fu e come non fu, domandavano tutti, e la cercavano, le chiedevano i particolari, la coinvolgevano nei gruppetti. Insomma, passò in compagnia qualche ora e, cosa importante, l’indomani Il giorno parlò di lei. Mitomane telefona ai carabinieri e causa lo sgombero di una palazzina a Rozzano, recitava l’articolo. Non contenta di quell’articolo comprò altri giornali. Ma dopo averli sfogliati ansiosa scoprì con grande rammarico che nessuno di essi aveva riportato la notizia. Così la sensazione di appagamento che aveva avuto da tutti gli eventi della mattinata si trasformò in una delusione che la fece stare peggio di prima. L’arrivo dei carabinieri, le chiacchiere infervorate in strada, l’articolo de Il giorno… una fiamma, una fiamma che però si era spenta subito, lasciando un fumo puzzolente, insopportabile. Ricadde nella depressione.
L’indomani, al risveglio, restò più di due ore seduta sul water. Furono del tutto inutili le proteste del marito, i colpi alla porta, le bestemmie, Enza non uscì finché non capì che Vito era giù, seduto sulla panchina del giardinetto pubblico. Ogni tanto le capitava di restare immobile nell’atto di togliere o indossare i pantaloni. Magari era già a letto, con i pantaloni piegati sui piedi, con il marito che russava vigorosamente, ma inspiegabilmente lei non riusciva a liberarsi dalla morsa che la paralizzava. Quando uscì dal bagno erano le dieci passate. Aveva saltato il tacito appuntamento con gli albanesi. Decise di recuperare, magari li avrebbe trovati alla finestra, magari era quella la cosa sensazionale che avrebbe dovuto fare. Sì, contemplò il grosso seno strizzato da un reggipetto appena comprato alla Rinascente – l’unico sfizio a cui non poteva rinunciare, metteva da parte i soldi e comprava la biancheria di nascosto dal marito – e si disse che era giunto il momento giusto per liberarlo. Con sua grande meraviglia uno dei due ragazzi albanesi stava là, appoggiato sulla soglia della finestra, e quando la vide scomparì subito inghiottito dal buio dell’appartamento. Ritornò con al fianco l’altro albanese, entrambi insaccati nelle solite canottiere. Enza tolse il reggiseno, fulmineamente, quasi strappandoselo di dosso e lo buttò sul divano. Poi spalancò le braccia e si stiracchiò, fingendo noncuranza. I due albanesi abbozzarono un sorriso ma poi si ritirarono richiudendo la serranda.
Enza, delusa, stava rivestendosi quando sentì i primi colpi. Lenti tocchi al portone blindato. Qualcuno stava bussando. Chi poteva essere a quell’ora? Vito? Ma Vito aveva le chiavi! La signora Mussunitti? Ma quella non aveva mai chiesto di entrare. Si limitava a sparare la sua diarrea di cavolate sul pianerottolo.
“Signora, apri, noi qui, tu apri”. Un brivido le partì dalla schiena e le agghiacciò il viso. Oddio, che vergogna, pensò, i due albanesi erano dietro la porta. Si acquattò in un angolo del corridoio e fissò le due ombre che si intravedevano da sotto la porta. Poi si alzò e appoggiò delicatamente un occhio allo spioncino. I due albanesi stavano a pochi centimetri dalla soglia di casa sua, si sfregavano con le mani le canottiere e sogghignavano, spostando in continuazione il peso da un piede all’altro. La nuova supplica dei due la fece trasalire: “signora, apri, noi divertiamo, tranquilla, tu sei bella signora, hai seni molto belli, tu sei bella”.
Enza cadde all’indietro e non poté evitare il tonfo che squarciò il silenzio dell’appartamento.
“Signora, che succede, apri, noi ti aiutiamo. Siamo preoccupati”. Enza restò acquattata inghiottendo le lacrime, fino a quando non sentì i due allontanarsi. Poi si addormentò.
“Che minchia hai?” Le ripeteva il marito cercando di sollevarla da terra. Ma non ci riusciva, Enza non era proprio un fuscello.
“Che fai a terra? Enza! Ti sei sentita male?”
Lei lo guardò e farfugliò: “sì, mi sono sentita male”.
“Ci mancava solo questo”, rispose Vito alzando le spalle, “stai bene adesso?”
“Sì, credo di sì”.
“Il pranzo è pronto?”
“Si rende conto”, stava dicendo la signora Mussinitti, “apro e trovo quei due albanesi che origliavano alla sua porta”. Enza agghiacciò. Cercò di parlare ma balbettò qualcosa di incomprensibile, un gemito.
“Come ha detto?” Chiese la signora Mussunitti.
“Gli albanesi…” Mormorò Enza.
“Sì, ha ragione, questi albanesi stanno diventando veramente una piaga per la città. Non è d’accordo?”
“Sì.. sì…”
“Bisognerebbe trovare una soluzione. Se continua così ci rovinano. È gente senza scrupoli, disposta a tutto. Non ci si può fidare, sa. Non sono come i filippini, quella invece è brava gente. Gli albanesi quando meno te lo aspetti ti rovinano la vita. Bisognerebbe trovare una soluzione, qualcosa di straordinario, capisce?”
“Ammazzarli”. Commentò Enza, ma parlava tra sé e sé.
“Come dice?”
“Niente, credo che lei abbia ragione”.
“Suo marito che ne pensa?”
“Mio marito ha le sue stesse idee. Identiche, giuro”.
“È una gran brava persona, suo marito, io l’ho detto sempre”.
“Perché non torniamo a Villabate?” Mormorò Enza. Ma parlava senza fare caso alle parole che le uscivano dalla bocca: tanto erano sempre gli stessi discorsi. Era domenica, e di domenica parlavano di Villabate.
“Non ci torno a Villabate, te l’ho detto mille volte, porca buttana! Come devo fartelo capire?” Sputacchiò inferocito il marito.
“E calmati”. Cercava di tranquillizzarlo. Sapeva che non bisognava toccare quell’argomento eppure ci cascava ogni domenica. “Che stiamo a fare qua a Milano? Poi non siamo neanche a Milano, siamo a Rozzano, perché dico sempre che siamo a Milano?”
“Enza, non me ne fotte niente dei tuoi discorsi. Lasciami stare che oggi non è giornata”. E sprofondò con la testa nella tazza del latte.
“Quando sarà giornata per parlarne? Io non ce la faccio più. Almeno a Villabate abbiamo una casa tutta nostra, non paghiamo l’affitto”.
“Non ci torno. Lo sai che tutti mi chiederebbero: ma come, perché sei tornato? E il lavoro? Non avevi il bar a Milano?”
“E tu diglielo, parlagli, abbiamo chiuso il bar, mica è la fine del mondo, prima o poi lo sapranno…”
“Penserebbero che sono un fallito, me lo direbbero in faccia, lo sai, cazzo!”
“Ma no, torneremo a casa, che stiamo a fare qua?”
“Non voglio che pensino che siamo dei pezzenti. Hai presente quegli albanesi?”
La faccia di Enza divenne di mille colori, attraversò tutte le gradazioni più violente e poi si stabilizzò sul rosso fuoco. Il cuore lo sentiva in bocca, lo avrebbe potuto triturare con i molari.
“Se noi diciamo in Sicilia che abbiamo chiuso il bar e che viviamo con questa pensione di merda ci considererebbero due morti di fame: come i due albanesi del nostro pianerottolo”.
“Che hai contro gli albanesi?” Provò a suggerire Enza.
“Quei due è da qualche giorno che mi guardano e ridacchiamo, io ci rumpu la faccia, ci scassu lu culu, a chiddi due se continuano a prendermi in giro. Ma per cosa, poi… tu hai notato niente?”
“…”
“Enza?!”
“…come hai detto?…”
“Ti ho chiesto se hai notato niente di strano in quei due albanesi!”
“…non gridare… ti prego… potrebbero sentirci”.
“Hai notato niente di strano o no?!!!”
“… niente… niente…”
Aprì gli occhi, di colpo, il buio della stanza le allagò le pupille. Il cuore le batté violentemente nel petto, come uno stantuffo che volesse squarciarla e disperdere i pezzi nell’oscurità. Da qualche mese si svegliava con questa strana sensazione di smarrimento: come un sub che riemerga senza aver fatto la compensazione. Per qualche secondo restava immobile, sospesa nel silenzio della camera da letto, non osava muovere un dito, o voltare la testa, o solo respirare: temeva che ogni suo piccolo movimento avrebbe potuto demolire la stanza, radere al suolo l’intero condominio, cancellare il mondo: con orrore immaginava la faccia stravolta di Mara Venier trascinata via da un vortice nero.
Finalmente trovò il coraggio di muoversi: si tirò su e appoggiò le spalle alla sponda del letto. Non successe niente. Per qualche secondo non sentì alcun rumore, in particolare le mancava dallo spettro sonoro il fiato del marito. Si persuase di essere morta. Poi il respiro di Vito le testimoniò la sua esistenza in vita. Stava lì, accanto a lei. Il suo molesto rumoreggiare di narici era l’unico suono che le arrivava alle orecchie.
Finalmente cominciò a riflettere: il marito avrebbe saputo prima o poi dagli albanesi dei suoi spogliarelli alle finestra. Non che le interessasse qualcosa di Vito, anzi all’idea di essere lasciata da lui provava un leggero senso di sollievo. Il problema, ora che ci pensava bene, era che una separazione avrebbe giovato di più proprio al marito. Perché adesso era chiaro: Vito non voleva tornare in Sicilia, anche se da più di tre anni aveva chiuso, per fallimento, il suo bar, l’Oasi bar. Cominciò a mettere insieme i vari pezzi di un mosaico che prima non aveva voluto vedere: alcuni strani discorsi di Vito, qualche gesto di cortesia esagerata nei confronti della vedova Mussunitti, le confidenze che quest’ultima si permetteva con lui… E adesso capiva anche certe occhiate che sentiva addosso ogni volta che incrociava gli altri condomini: tutti sapevano e la compativano. Sentì crescerle dentro una rabbia furiosa. Fu sul punto di far esplodere quella forza immensa proprio sul corpo del marito che giaceva inconsapevole al suo fianco, occupando come ogni sera da trent’anni, la fossa più profondo del materasso. Ma poi si ricordò delle parole della maga Metenes: qualcosa di sensazionale. Sì, ci voleva qualcosa di sensazionale, qualcosa che avrebbe risolto tutto.
L’indomani al tramonto si affacciò alla finestra: il chiarore rossastro del sole si stagliava dietro il profilo dei palazzi. Gli albanesi erano rincasati. E anche Vito. Se ne stava sprofondato nel divano a guardare Buona domenica. “Quando si cena?” Si lamentava masticando la saliva. Enza non rispose. Ma si schiacciò le tempie con gli indici delle mani, facendoli roteare velocemente.
“Che hai Enza?” Le chiese il marito. Ma Enza voleva godersi quegli attimi, che lui restasse con quello sguardo attonito, che si chiedesse cosa stava succedendo senza saperlo se non quando sarebbe stato troppo tardi. Così uscì di corsa, seguita dalle urla di Vito. Attraversò a perdifiato il lungo corridoio che immetteva all’appartamento degli albanesi e pigiò col dito sul campanello producendo un suono continuo. Li sentì sbraitare, anche se Enza non parlava l’albanese capì che i due stavano inveendo contro chi stava dietro la loro porta. Dopo un precipitoso rotolare di passi si spalancò il battente e la faccia magra di uno dei due si affacciò con un’aria interrogativa.
“Voi due a casa mia. Vi aspetto a casa mia. Voi due. Ma tra cinque minuti. Mio marito va via. Vi aspetto, voi due, capito?”
“Capito.” Fece laconico il ragazzo, con un ghigno che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni. Enza, così, attraversò nuovamente il corridoio, in direzione opposta. Si sentiva gratificata da quel ghigno, un po’ perché aveva visto negli occhi dell’albanese la sua femminilità resuscitata, anche se con modi così rozzi; un po’ perché adesso era chiaro che il suo piano stava per realizzarsi…
Bussò ripetutamente alla porta della signora Mussunitti. Quando se la ritrovò davanti gridò, strappandosi i capelli dalla testa: “signora, presto, mi aiuti: Vito sta male, mi aiuti!” La signora le chiese:
“Che ha?”
“Venga”, rispose Enza ancora più accalorata, “mi aiuti a rialzarlo da terra.”
“Chiamo il 118?” E stava per ritornare dentro.
“No no, prima mi aiuti a tirarlo su. La prego.” La signora Mussunitti si lasciò convincere e la seguì con la stessa apprensione. Enza sapeva che aveva poco tempo a disposizione, così lasciò il marito e la signora Mussunitti a guardarsi l’uno con l’altra, stravolti, non capivano cosa stesse succedendo, e dopo aver afferrato il fucile da caccia che il marito teneva nello sgabuzzino fece la sua comparsa brandendolo minacciosa.
“Adesso la finirete con le vostre porcate.” Urlò, gli occhi strabuzzati, la voce feroce. Il marito e la signora Mussunitti si guardarono ancora sconvolti. Ma non parlavano. Questo costituì per Enza la prova finale: sparò, due volte. Dalla porta aperta facevano capolino i due albanesi, che non credevano ai loro occhi. Enza dopo aver consegnato il fucile a uno dei due, il quale, colto di sorpresa, lo aveva afferrato senza capire, era uscita sul pianerottolo e gridava: “aiuto, gli albanesi, m’ammazzano, aiuto!”
Mi rendo conto di rischiare il patetico, ma sono fatto così. Ho appena appreso della scomparsa di Anne Bancroft, una straordinaria attrice americana (anzi italoamericana, il suo vero nome era Anna Maria Italiano) e la cosa non mi lascia indifferente. La morte non mi lascia mai indifferente, in un certo senso ne sono ossessionato, ma questo è senz'altro un altro discorso. Anne Bancroft è stata a mio avviso un'attrice come ce ne sono state poche. Estremamente versatile, capace di passare dal comico al tragico passando per le acque infide (perchè difficili da attraversare) della commedia. Una regina della commedia, si potrebbe dire di lei. Moglie di quel guitto folle di Mel Brooks, sarà ricordata, credo, soprattutto per una manciata di film che hanno fatto storia: innanzitutto per Il laureato di Nichols, film del 67 nel quale interpreta la parte di una tardona amante dello studente Dustin Hoffman in una delle sue prime magistrali interpretazioni. Ma ricordo bene anche altri film importanti di Anne: Il prigioniero della Seconda Strada, del 75, una tragicommedia (tratta da Neil Simon) nella quale interpreta la moglie di un Jack Lemmon mai stato così nevrastenico in una New York impiegatizia e ostile, il Gesù di Zeffirelli (che, nonostante quel che ne dicano i critici, rimane per me uno dei migliori film sulla vita del Nazareno), quel capolavoro assoluto di Lynch che è The Elephant Man. Una carriera iniziata nel 52 con La tua bocca brucia, un film non memorabile con il tedesco di Hollywood (e vilain per antonomasia) Richard Widmark e una Marylin Monroe per la prima volta in un ruolo da protagonista. Anne Bancroft, gravemente malata, classe 1931, ha lavorato quasi fino all'ultimo, regalandoci fascino e bravura, capacità interpretativa eccelsa e grande senso dell'umorismo. Gioia di vivere. Quando vedevo la Bancroft sullo schermo mi veniva il subito il buonumore. Mi dispiace davvero che se ne sia andata.
di Beppe Grillo
(Ricevo da Silvia Brusotti e pubblico questo scritto del comico genovese; su questa questione, sarò sincero, sono molto confuso: non so ancora che pesci pigliare. Da molti punti di vista sono d’accordo con Grillo, e però non mi va a genio il fatto che la Chiesa stia facendo palese ostruzionismo al referendum, dicendoci di astenerci, che è ancora peggio, a mio avviso, di chiedere di votare NO, in quanto con l’astensione dal voto non si raggiungerebbe il quorum e il referendum – è proprio il caso di dirlo – morirebbe d’aborto. Vale la pena di rifletterci. E per intanto, come sempre, buona lettura. M.U.)
Sulla procreazione assistita e sul destino degli embrioni sento di tutto. Per denigrare chi è di parere contrario, alcuni uomini di questo governo hanno affisso manifesti con la fotografia di Hitler.
Per criticare alcuni contenuti della legge 40, partigiani del sì all'abrogazione hanno detto che la legge è "antiscientifica". Mi sento a disagio in compagnia sia degli uni sia degli altri.
Quelli che tirano sempre in ballo il nazismo quando si parla di donne nel dramma di una gravidanza non desiderata oppure di una desiderata ma non ottenibile sono sempre maschi e sono sempre indecenti. Chi parla di legge "antiscientifica" ha le idee confuse sulla scienza.
La scienza è un metodo, non una morale. Con metodi perfettamente scientifici sì può perseguire un obiettivo perfettamente immorale. Una legge che lasciasse fare agli sperimentatori tutto quello che vogliono, non è una legge più "scientifica". Per esempio sarebbe perfettamente scientifico e utile usare cadaveri freschi nei crash test delle automobili. Non farlo non è "antiscientifico". E' una scelta morale. La popolazione umana si è raddoppiata due volte in un secolo. Entro cinquant'anni aumenterà di altri 2-3 miliardi, rendendo ancora meno vivibile un pianeta sovraffollato. Vale la pena applicare sempre più artifici per aumentare la fertilità umana, quando invece sarebbe
ragionevole diminuirla un po'? La procreazione sta diventando sempre più un business, con specialisti, tecnologie e capitali crescenti. Siamo sicuri che il nostro futuro stia meglio nelle mani degli Antinori che in quelle delle levatrici? Capisco chi desidera più un figlio proprio che un figlio adottato. Ma per soddisfare questo desiderio vale la pena di applicare ogni artificio per far nascere un nuovo bambino quando ci sono già milioni di orfani che si possono adottare?
L'identità di ognuno di noi comincia nei pochi secondi in cui si uniscono il gamete femminile e quello maschile, non dopo. Lo dice la scienza, non la religione. A me inquieta che nella storia di qualcuno di noi, uno abbia passato qualche anno a meno 200° nell'azoto liquido.
Dicono che non fa danno. Ma lo dicevano anche di tutte le cose poi scoperte dannose.
La vita è un fenomeno tiepido, che si sviluppa su un pianeta tiepido. La vita umana si sviluppa in una pancia tiepida. I 200° sotto zero preferirei evitarli.
Un embrione su due è abortito spontaneamente. Quelli che negano una differenza tra embrione e figlio partorito, dovrebbero raccogliere questi embrioni e fargli il funerale. Perché non lo fanno?
Quando comprate una banana o un fiore delle piantagioni dell'America latina li pagate così poco anche perché sono prodotti con tanti pesticidi, a cui sono esposte molte lavoratrici incinte, che subiscono una percentuale molto alta di aborti da pesticidi. Coloro che hanno a cuore gli embrioni, hanno mai protestato contro questo fenomeno? Vi hanno mai detto di comprare banane e fiori del commercio equo invece di quelli a buon mercato?
C'è una sola persona che può prendere la difficile decisione di far morire un embrione o un feto: la loro madre. Non vorrei che anche le industrie farmaceutiche avessero la parola sul destino di molti embrioni e li usassero come materiale da esperimento. Non serve evocare il nazismo. Mi fa già abbastanza paura il business.
"La malavita è il veicolo narrativo più pratico che abbia trovato, ma la mia malavita non è la vera teppa. Viene trasposta come le corti europee o gli ambienti borghesi di cui Shakespeare si serviva per raccontare le sue storie."
(Jean-Pierre Melville - regista cinematografico francese, soprattutto di noir, tra gli anni 40 e i 70)
di Cristiano Prakash
(Ricevo da Cristiano Prakash – il suo blog tra i miei link- e pubblico. Buona lettura. M.U.)
Anche oggi giornata piena e varia. Accompagno Au a scuola in bici, ognuno con la sua. Si parla un bel parlare, pieno d’attenzione come si fa quando ci si misura; io lo faccio con lei, lei con me. La comunicazione implica reciprocità, sempre. Torno a casa giusto il tempo per uscire subito dopo. Telefonate, lettura, organizzare la giornata in testa incasellando gli impegni. Vado in casa di riposo di mia nonna, a Venezia. Una Venezia lontana da dove arrivo con l’autobus. Da casa, se i mezzi concordano, ci metto tre quarti d’ora; col traffico, un’ora quando va bene. Arrivo e trovo lì anche mio padre. Il poco tempo che ho, cerco di sfruttarlo e mi tocca usare sofisticherie per fare di un appuntamento, una doppia possibilità d’incontro. Facciamo due chiacchiere girando per il giardino in senso orario con la carrozzina che ospita mia nonna. C’è un bel sole che scalda, un cielo splendente, e l’erba è curata e lucente. L’ambiente è quello che ci si aspetta: vecchi impegnati a affrontare l’inutilità del tempo, nostalgie troppo lontane, sospiri brevi e frequenti, rughe sputate su volti che han dimenticato se stessi. Venir estirpati da casa propria e messi là, in balia dell’umore di gente frustrata – conosco l’ambiente – dal doversi misurare con la fine imminente, e aspettare qualcuno che venga a trovarti per non far morire la speranza che sei stata persona, è crudele e privo di senso. E io, che penso a questo, sono come quelli che ammettono un simile sistema, che toccherà a me e a molti altri, e non ho l’energia per urlare che questo E’ UN SISTEMA DI MERDA E QUINDI LO SIAMO ANCHE NOI: ognuno di noi è una parte del sistema, e togliersene è un imbroglio che si perpetra su di sé. Che urlo. Ho perfino mal di gola! Poi saluto, devo andare. Là vicino - che gioco d’incastri, eh – c’è la scuola elementare in cui m’attende una riunione. Siamo tre sistemi che s’incontrano facendo un tentativo di condivisione: il soggetto è un ragazzino di quinta. Le insegnanti, la psicologa della neuropsichiatria, servizio sociale. Io sono là perché seguo il ragazzino. Sono chiamato a dire la mia: quello che vedo dal mio ambito. Quel che vedo dal mio ambito è rabbia pura, tenerezza, bugie, parolacce e parole dolci. Vedo un corpo gracile e minuto contrapporsi a un mondo grande e infelice. Vedo poche ore rispetto alle molte di ogni giorno. Cosa volete che veda, che dica, che faccia? Cosa volete che vi dica, insegnanti imbruttite dallo stipendio di merda che abbiamo; cosa volete che sia la mia presenza, foss’anche salvifica, nel suo piccolo, di fronte all’immane tragedia di un vissuto sopravissuto? Che mi sento solo anche se sono forte e lo so. Che spesso non so cosa fare e improvviso anche se sono preparato. Che per fortuna non esistono le ricette in quanto ogni persona è una persona a sé stante anche se talvolta sarebbe bello ci fossero le ricette anche se ogni persona è una persona a sé stante. La riunione finisce. Per un altro pezzo di strada discorro con la psicologa di un altro caso che abbiamo in comune. Dico anche se non so bene che dire. Direi che ho fame, le direi. Direi che non so bene cosa dire perché non è facile parlare a una psicologa con competenza ma invece parlo con tono sicuro mentre le espongo che non sono sicuro di niente. La saluto buona giornata dottoressa io vado. Che fatica, vacca miseria, dissimulare il dubbio dichiarando il proprio dubbio simulando scioltezza. Passo a un altro setting. Vado a casa di una ragazza che con me sta vivendo un progetto che la riguarda in forma diretta. In quell’appartamento ho la responsabilità di pensare e applicare progetti di autonomia. Autonomia personale: ognuna delle ospiti di questo appartamento condivide con me – e con le altre due colleghe – un progetto di massima che prevede più o meno questo: quando entri qui non hai molte abilità per cavartela da sola in questa vita per ragioni più che ovvie; faremo dei passi assieme finalizzati a acquisire e consolidare dei saperi utili a vivere. Oggi a pranzo dovrò dirle che presto inizierà a lavorare. Lei che ha paura di tutto. Lei che ha paura di sé. Lei che ha paura che il mondo la giudichi paurosa. Usciamo a far la spesa, le chiedo con il tono che più ad un invito fa pensare a una fatica necessaria. Lei risponde che va bene, col tono di chi non ha voglia di far fatica e che rinuncerebbe a nutrirsi, per oggi. Ogni giorno però potrebbe essere come oggi: fatto di azioni che rimandiamo a domani, di sospiri modello “che palle!!”, di pensieri pigri e azioni oziose perché il confronto costa. Io sono, per questo periodo, il confronto con la realtà. Usciamo e dal fruttivendolo tento di farle ordinare la frutta e verdura di cui abbiamo bisogno. È un percorso lento, pieno di fraintendimenti, di non detti, di allusioni. Talvolta bisogna ammettere che è difficile, ma che non esistono alternative facili, scorciatoie rispetto al confronto con la propria frustrazione. Tornando al fruttivendolo, sembriamo l’attore sul palcoscenico – lei- e il gobbo suggeritore – io- : solo che ogni giorno sottraggo una parola, un peso, un numero, fino a quando, senza accorgersene, farà tutto lei, come anche le altre han fatto. Ma la quotidianità è lenta, densa di normalità noiosa, di delusioni, gioie: tutte veloci, di passaggio, e perciò bisogna fungere da specchio. Ma ti ricordi quando sei entrata che non sapevi neanche cucinare una pasta; non sapevi cos’era un bancomat; piangevi ogni volta che si nominava la parola mamma. Che non riuscivi a pensarti capace di mantenerti da sola, non pensavi avresti saputo trovare e poi mantenere un lavoro. Ah, ma sto facendo il furbo, sto parlando di una delle ragazze, quella di oggi. Ma ci sono tante persone che han fatto una brutta fine, che non ce l’han fatta. Ma torniamo a oggi. Dopo la spesa siam tornati a casa e abbiamo imbastito un pranzo improvvisato. Un sugo di pomodori e aglio saltati in padella… che profumo di buono in cucina. La pentola con la pasta e poi il tutto saltato insieme. Quando Au mi chiede nello specifico che lavoro faccio le rispondo sempre che è un po’ difficile da spiegare. Un giorno doveva portare una breve descrizione del lavoro del papà. Abbiamo scritto: papà aiuta ragazzi che hanno problemi familiari. - Ma che vuol dire problemi familiari. - Vuol dire che i loro genitori, quando ci sono, non riescono a aiutarli come dovrebbero Ma cosa passa nella testa di una bimba quando deve immaginarsi dei genitori che non sanno stare coi figli. Semplicemente non ci riesce. Butta dentro parole che capisce nel significato lessicale, ma non in quello profondo. Un bambino non può immaginarsi solo se non lo è. E chi lo è, rimpiange per sempre i più fortunati. Finita la pasta sparecchiamo in velocità, ché non c’è tempo. Dobbiamo entrambi correre ai nostri doveri. L’altro giorno c’ho sbaruffato con lei. Le ho rinfacciato che s’era forse adagiata un po’ troppo sul fatto che quando ci sono io, lei, anzi loro, pensano che cucini sempre io. Si è offesa e chiusa in sé, quel giorno. - In fin dei conti dopo lavo i piatti. - Sì con la lavastoviglie. - Ma guarda che nessuno ti ha mai chiesto di cucinare anche per le altre, tanto meno io, che se voglio faccio anche a meno di mangiare. - Cosa vuoi dimostrare con questo, che puoi anche non mangiare mai. - E poi in fin dei conti quando vieni qui mangi anche tu e ti fa comodo. - Ma cosa credi che venga a fare io qui; io vengo per lavorare, non per divertimento. Oggi era solo un lontano ricordo quello scambio di infelici battute. C’era rimasto solo un filo d’imbarazzo tra noi, amplificato dalla fatica e il caldo. - Almeno oggi ho mangiato sano con te. Vuole farmi dire qualcosa contro la precarietà, di cui la cattiva alimentazione è un sintomo. Ma ormai non ci casco più dentro le trappole. Sto alla larga dai circoli viziosi. Perché qui devo badare al sodo. E lasciare la tentazione di una gratificante onnipresenza a quelli più piccoli. Qui devo lavorare perché il nostro rapporto sia il meno invischiato possibile. - Ciao vado. - Sì anch’io, ciao. - A proposito, prima di andare, devo dirti una cosa. Mi hanno telefonato quelli con cui abbiamo fatto il colloquio di lavoro: ti prendono. - Quando devo cominciare, te l’han detto - Dobbiamo andare lunedì per sbrigare le pratiche; se vuoi ti accompagno - va bene: ci troviamo alle nove a Mestre in centro Esco e vado a prendere il vaporetto. Ci vorrà mezz’ora prima di raggiungere il prossimo. Mi rilasso dopo essermi fatto largo tra il muro di turisti e essermi procurato un posto a sedere. A quest’ora, dolce lettura. Il vaporetto è un forno a microonde, come la città del resto. A quest’ora poi, l’una e mezza, siamo al parossismo dell’afa, che qui a Venezia ha l’effetto di imbalsamazione mummifica. Arrivo alla fermata inebetito. Due minuti fa mi son messo in bocca una caramella alla menta con sciroppo balsamico per darmi una scossa. Aiuta a stare svegli, il movimento mandibolare. La riva è piena di yacht e barche a vela miliardarie. Ce ne saranno una decina almeno e per ognuna almeno un paio di marinai che puliscono, pitturano, lustrano. M’immagino che per un tacito accordo non vogliano farsi beccare a braccia conserte. Guadagneranno bene, anche, ma sono sempre in giro. E i loro figli e mogli li aspettano a casa, rassegnati all’attesa, abituati all’assenza. Quando arrivo sotto casa del ragazzino, proprio un secondo prima di premere il campanello, sento una voce di ragazzo che mi dice di spingere il portone ché tanto è sempre aperto. Salgo le scale e trovo lui e sua sorella in attesa. Aspettano che torni il padre che è fuori. Loro sono appena tornati da scuola, hanno la fame e la sete degli adolescenti. Va bene, l’umore è merdifero: che fare? Sollevare il tono, dire con altre parole che in questi casi, ma anche più in generale, vedere l’aspetto positivo delle situazioni può servire. Sì, può servire a costruire altri alibi, a farne una catasta alta così; un metro circa. Già, la parola d’ordine è: autenticità, se no, se sei la conferma della falsa crosta delle apparenze, quella che copre la realtà – l’illusione della realtà – ti bruci. Diventi un altro, e mica ne mancano da ste parti, fasullo ottimista venduto al conformismo, che sorride da ebete, alla tragedia. Beh ragazzi, qui c’è niente da fare: non abbiamo le chiavi di casa - e tralasciamo i perché, che invece galleggiano evidenti nella loro presenza – e papà arriverà tra non meno di due ore; voi avete fame e sete, e io caldo: che ne dite di un bel gelato, offro io. Le risposte sono una testa che gira centro, sinistra, destra, a significare un NO; e una voce sottile, disidratata, che dice no grazie. Per fortuna son seduto sui gradini di marmo delle scale, in pianerottolo, e così non cado; e inoltre trattengo lo stupore vivo di una negazione fortemente circostanziata – quanti gelati abbiamo mangiato insieme alla gelateria da asporto “ il pinguino” – per cui dico che va bene, come vogliono, che io sono disponibile comunque. Torna un pesante silenzio. Taccio. Ascolto quel macigno che ci schiaccia, ognuno nel suo mondo, ancora una volta isolati. Poi una vocina legge le coniugazioni dei verbi. E poi lancia una sfida. Ehi tu fratello imprecante seduto sul terrazzino minuscolo, sai com’è il trapassato remoto di giace. Assisto al quiz destinato al seppellimento della nostra comune ignoranza. In fin dei conti quando parliamo tra noi, mica coniughiamo i verbi in modo così complicato; al massimo ci diciamo che stavamo stesi a letto, giusto per non correre pericoli e farci sgambetti da noi stessi: semplifichiamo, nell’accezione più laida del termine. Fatichiamo già abbastanza. Ad un certo punto, dopo una carrellata di disastri nel mare denso della grammatica, persuaso e un po’ spaventato dalla mia incapacità di indovinarne più di uno su due, le chiedo se voglia venire a far due passi e così farmi delle fotocopie dei verbi irregolari. Va bene risponde. L’aria finalmente si smuove, qualcosa cambia nella dinamica grippata delle relazioni: si va, si fa. Ricordo la sintesi delle infinite riunioni: attenti al fare, al non riuscire a stare nel disagio del nulla. Accettare e osservare cosa succede quando il disagio ci compenetra; se non riusciamo a sopportare la frustrazione dell’immobilità, ci cadremo a breve. Perché tendenzialmente rispondiamo al silenzio con parole sbagliate, alla lentezza con la velocità. Scendiamo le scale parlottando e ascoltando, io, nelle pause tra una e l’altra, il rumore dei passi. Usciamo in calle e giriamo verso i negozi in cerca di un fotocopiatore. Ma Venezia, nelle zone popolari, a quest’ora galleggia nella pigrizia e i negozi hanno orari post riposino. Proviamo in almeno due, ma niente. Le ripropongo il gelatino e stavolta il NO è più orgoglioso, e il GRAZIE più gentile, sentito, meno di proforma. Le chiedo se vuole i soldi in anticipo per le fotocopie, ma dice che anticipa lei, di non preoccuparmi. Bene, allora torniamo alla base dove l’immobilità, la serialità della piccola ingiustizia subita, assieme all’afa, toglie un po’ il respiro. Saluto facendo una battuta e dico che ci vedremo fra tre giorni. Ok, ciao, ci vediamo. Riscendo le scale stanco. Fuori in strada, dirigendomi verso la gelateria, ripenso a quel che avrei dovuto fare e non ho fatto. Potevo improvvisare un’animazione consolatoria, una discussione sul sesso, una conferenza sulle brutture del pianeta, sulla disparità tra nord e sud del mondo. Avrei potuto ma non ne avevo la forza, e il rimorso lo lascio ai cattolici e il rimpianto a chi non vive pienamente il proprio presente. Sono un mostro in materia di auto assoluzione. In verità faccio quel che posso, e oggi non potevo far di più. E ho superato senza shock il pensiero di cambiare il mondo e gli altri quando ho scoperto che era già così difficile iniziare da me; che dopo anni, molti, sto ancora provandoci; a conoscermi e poi si vedrà. Il gelato si scioglie in fretta col caldo e la lingua veloce non riesce a evitare l’appiccicaticcia colata del pistacchio di Sicilia sulle mani. Tra una barca miliardaria e l’altra vedo arrivare il vaporetto. Mi alzo dalla panchina e m’incammino verso il pontile.
PROGETTO PER CONCORSO LETTERARIO
(Ricevo da Emilia Zazza e volentieri pubblico. M.U.)
Fare due chiacchiere sotto ad un pergolato, bere una birra, vedere un film, andare all'università, affittare una camera, trovare un lavoro. Lusso o diritto? Sono i figli dei figli dei fiori, sono nati tra la metà e la fine degli anni '70. Cosa gli resta di quell'eredita'? Passati gli anni ruggenti, gli anni da bere, dopo il distacco dalla politica, dalla religione e dalla società, oggi, in molti modi e per tanti motivi, l'atteggiamento e' cambiato. Manifestazioni, girotondi, concerti di piazza, messe di piazza. I giovani escono in strada e ricominciano a vivere la citta'. Come? Con chi? Ancorati al passato o proiettati al futuro? Per raggiungere cosa? Abbiamo pensato di chiederlo a loro, di scoprire come la nostra città, Roma, è vista, vissuta e raccontata dai giovani che la abitano. Non ci interessano le interviste né i sondaggi. Abbiamo pensato che ci interessano le loro storie, vere o inventate, tutto ciò che vivono proprio perché lo vivono a Roma. Nei suoi quartieri, nelle sue piazze, sul lungotevere, nei suoi palazzi, giardini, scuole, università. Abbiamo pensato di chiedere loro dei racconti. E di selezionare i migliori. Di leggerli in pubblico, nel cuore della città, per vedere se piacciono anche ad altri e per spiegare perché sono piaciuti a noi. Abbiamo pensato di pubblicarli. Su un quotidiano romano, perché sono racconti rivolti alla città e ai suoi abitanti. Ai Figli dei Figli dei fiori, ai loro genitori, a chi non ne ha mai sentito parlare.
Il concorso: Racconti di massimo 5.000 battute rispondenti al tema dovranno essere inviati entro e non oltre il 31 giugno 2005 all’indirizzo email: cosediroma@email.it. I tre gruppi organizzatori del concorso (Bomba carta, ellittico, iQuindici) provvederanno a selezionare i 18 racconti finalisti che verranno presentati in tre serate di luglio (6 racconti a sera) durante
di Pamela Canali
(Un gradito ritorno tra queste amene sponde, quello di Pamela. Con un racconto che prendo dal suo blog- tra i miei link - e nel quale in qualche modo ci sono anch’io… Anche se (sigh) non vengo letto dalla protagonista- in qualità di romanzo- fino alla fine (risigh). Buona lettura. M.U.)
“Mi domando se è quello il modo di stendere i panni.” “Palazzi, non ti agitare. Sembrerebbe che li abbia messi semplicemente a scolare, ancora strizzati, con l’intenzione di stenderli come cristo comanda in seguito.”Palazzi aprì la portafinestra, facendo una certa fatica. Dal terrazzo strillò: “Guardi che sono asciutti.” “Allora, li avrà dimenticati.” “Mi dica lei se una donna che decide di sparire dimentica i panni stesi in questo modo barbaro. Come faceva a dimenticarli, se ogni volta che girava appena gli occhi se li trovava davanti, davanti alla finestra del soggiorno, alla destra del PC? La cosa più naturale, per chi sta ore al computer, come ci hanno detto svariati testimoni che lei era solita fare, non è guardare ogni tanto fuori dalla finestra?” “Palazzi, ai panni stesi ci pensiamo dopo, tu non toccare niente, che se troviamo il cadavere la scientifica si incazza, o magari ti incolpa di omicidio, sai, gli errori giudiziari…” I due poliziotti si aggiravano a disagio nella piccola stanza. Palazzi accennò a sedersi, ma ci rinunciò subito, dopo aver saggiato la solidità di una sedia. L’ispettore, più magro, sedette di fronte al PC. “Io comincio da qui, tu intanto vai nella stanza da letto e vedi che libri ci sono. La gente che scappa, spesso prende ispirazione da un romanzo che sta leggendo.” Intanto tolse, prendendoli con un fazzoletto e deponendoli sulla scrivania vicina, la boccettina di smalto beige rosato, rossetto e matita assortita, tre anelli d’oro e un mazzo di chiavi, due pacchetti di Marlboro dure vuoti, che giacevano accanto alla tastiera e sul piano del monitor. Dopo qualche minuto Palazzi tornò. “Non aveva detto di non toccare niente?” chiese l’agente. “Si, vabbè, ma come si fa a lavorare con tutta questa roba intorno?” “Capo, stava leggendo due libri: quello di Biondillo deve averlo finito, a giudicare dalla macchia di caffè in una delle ultime pagine. Quello di Krauspenhaar ha un segnalibro quasi a metà. Ce li dovremo leggere anche noi.” Si interruppe di colpo “Si sente male, capo?” “Mioddio, non è possibile.” L’ispettore, pallidissimo, con gli occhi sbarrati, guardava il monitor “Ci aspettano giorni e settimane di lavoro. Lei scriveva, capisci? Era una grafomane. Centinaia di lettere nella posta elettronica, nella cartella amici, senza parlare delle cartelle dedicate ad amici singoli. Quel che è peggio, aveva un blog. Sai cosa significa questo? Contatti sparsi per tutta l’Italia, possibili nascondigli, vie di fuga, strade per l’estero. E quando la troviamo più?” “Se era grafomane, aveva certamente un diario, capo.” “A volte mi sorprendi. Quasi quasi ti propongo per una promozione.” Palazzi arrossì vistosamente e si affrettò a cambiare discorso. Quando era contento si vergognava. “Non ho capito una cosa, però. C’è tanta gente che sparisce in continuazione e nessuno si preoccupa. Perché ci accaniamo su questo caso?” “Ci sono pressioni dal suo ambiente lavorativo. Ultimamente era rimasta una settimana da sola, senza il suo partner, che era in ferie, e aveva accumulato dell’arretrato. In loco vogliono che torni per smaltire almeno l’arretrato. Inoltre aveva chiesto un prestito in banca. Tutti i giorni viene il direttore della sua filiale a fare casino in commissariato. E’ illegale sparire ai Caraibi, mentre la tua banca e i colleghi soffrono.” Palazzi si era avvicinato alle foto incorniciate. Ritraevano la ricercata, sola o in compagnia, in luoghi esotici, in tenuta da turista: shorts e macchina fotografica. “Eh, se è stata in tutti questi posti qui, lo credo che…” L’ispettore lo interruppe. “Ecco il diario. Oh no, ci sono svariati file di diario, ognuno di centocinquanta pagine. Leggeremo solo l’ultimo e solo le ultime pagine, dobbiamo scoprire..” si girò di tre quarti sulla sedia e lasciò la tastiera, picchiando con l’indice della mano destra su varie dita della sinistra, in lenta successione “A se è fuggita da sola o in compagnia (pollice), B (indice) se qualcuno l’ha costretta a farlo, ma non credo, C (medio) dove si è diretta, D (anulare) perché è fuggita, ma forse questo è il punto A (pollice).” Alcuni giorni dopo, in commissariato. L’Ispettore e l’agente avevano un aspetto poco rassicurante: barbe lunghe, cravatte allentate, camicie stazzonate. Sembravano la pubblicità del Pinguino prima del Pinguino. L’Ispettore stava dando gli ultimo morsi ad un panino. Parlò agitando una bottiglia di birra semivuota. “Sogni di fuga continui, per tutti i diari di cinque anni. Anche nei quaderni che fungevano da diario prima dell’avvento del PC, lo stesso. E’ una vita che sogna di fuggire, far perdere le tracce, sparire. Soprattutto ai tempi dell’ultimo fidanzato, dopo un litigio. Non è il tipo che fugge con un uomo, soprattutto desiderava fuggire da un uomo. Si era appuntata pure l’indirizzo di un’agenzia che ti fa sparire, ti procura una nuova identità, ti manda in posti dove non servono documenti e non c’è burocrazia. Lei teorizzava che chiunque dovrebbe poter sparire, se lo ritiene opportuno. Naturalmente, quando aveva la televisione, la sua trasmissione preferita era “Chi l’ha visto”.” “Capo, io ho interrogato un mare di gente: vicini, negozianti, conoscenti, amici, ex fidanzati. Sembra che fosse una persona tranquilla, ultimamente era particolarmente riservata..” “E ti credo, che era riservata, con quello che aveva in mente..” “Dove si è diretta, secondo lei, lo abbiamo capito?” “Se ha accolto i suggerimenti di Biondillo, dovrebbe essere a Milano, dalle parti di Quarto Oggiaro. Secondo Krauspenhaar, potrebbe essere in Francia, in Germania o in Olanda (lei a leggere dell’Olanda non ci era ancora arrivata, ma da segni e impronte digitali sul libro sappiamo che ha letto le ultime pagine e anche qualcosa qua e là, prima di arrivarci. Sappiamo che ha sempre fatto così, anche nei gialli deve sapere come va a finire la storia, è un tipo troppo curioso. Però sappiamo anche che l’Europa le va stretta. Da piccola sognava di fuggire in America, aveva un trip per gli States.” “Trippe reglisteis? Capo, non parli difficile, per favore, lo sa che io ho fatto studi tecnici, le lingue non le conosco, né morte né vive.” L’Ispettore non gli badò. Quando rifletteva, non badava a niente e a nessuno. “Nei suoi paesi preferiti non può andare, a causa della zizzania seminata da Oriella Fallata, quella che si dà un sacco di arie e sta sempre incazzata. C’è scritto qui nel diario, dove se la prende anche con vari capi di stato e anche con certi copricapo improvvisati. Ci sarebbe anche questo elenco di posti dove vorrebbe andare, prima o poi.” Esibì un foglio trionfante, ma poi lo mise giù lentamente, dicendo con voce sepolcrale: “Ma sono settantotto, settantotto paesi o località amene.” “Allora, capo, gettiamo la spugna?” “Potrebbe essere ovunque, potrebbe spostarsi continuamente, per far perdere le tracce. Potrebbe aver cambiato colore dei capelli e degli occhi, statura e misura di reggiseno. Senz’altro, se ha smesso di lavorare, sarà ringiovanita. Però qui deve tornare.” “Deve tornare, ma perché?” “Presto la coglierà il rimorso e tornerà a casa. A stendere i panni come cristo comanda e senza meno a stirarli.”
Un paio di giorni fa se ne è andato Antonio Colonnello, doppiatore, nemmeno settantenne. Colonnello è stato uno dei migliori doppiatori del cinema e della tivu; tra i numerosissimi attori e personaggi da lui reinterpretati, l'Henry Winkler di Fonzie, il Larry Hagman di J.R., e un nome d'attore cinematografico su tutti, Clint Eastwood. La nostra scuola di magnifici doppiatori (la migliore del mondo) ha perso un altro suo prestigioso rappresentante, a seguire di pochi anni alla scomparsa di Ferruccio Amendola. La nostra tradizione, in quella che è una vera e propria arte, è grandissima: ricordo la voce che più è entrata nel nostro immaginario, quella di Emilio Cigoli: basta guardare un qualsiasi film classic prodotto tra il 1940 e il 1970 circa, e la voce di Cigoli c'è, spesso nella parte del protagonista: John Wayne e Humphrey Bogart sono solo due dei tantissimi divi reinterpretati dal gran maestro, il quale fu attore sullo schermo svariate volte, cito il film di Vittorio De Sica I bambini ci guardano del 44 e Domenica d'agosto di Luciano Emmer del 50. Sono tanti anche attualmente i bravi. A mio parere il migliore rimane comunque un attore che presta la sua voce al doppiaggio, un cinefilo incallito: Giancarlo Giannini. Straordinari a mio parere i doppiaggi di Al Pacino (migliori di quelli fatti da Ferruccio Amendola) in pellicole eccezionali come Scent of woman (remake di Profumo di donna) e Americani, film del 93 sceneggiato da David Mamet e forte di un cast straordinario tutto maschile ( oltre a Pacino ci sono Lemmon, Spacey, Harris, Pryce, Arkin, Baldwin) nel quale Pacino interpreta la parte di un abilissimo venditore truffaldino di appezzamenti di terreno; uno dei più bei film sul mondo del lavoro a mio avviso mai prodotti, pervaso da un cinismo disperato e da un senso dell'umorismo tendente al nero che fanno ricordare il miglior Billy Wilder.
(Nella foto: Al Pacino /Ricky Roma in una scena di Americani, di James Foley)
di Rififi
(Prendo dal suo blog – tra i miei link- e pubblico con la sua autorizzazione questo pezzo di Rififi sul rapper bianco Eminem. Buona lettura.M.U.)
Quella felpa col cappuccio tirato in testa, gli occhi le dita il sorriso che non c'è, la strada la mamma, la battaglia di rima, il vomito e il culo bianco. Il ritmo della strada, l'immondizia che si canta, i negri, un mondo, un buco, una tana da rifugio,lavoro,strada, la strada, la strada è la mamma. Quando si cresce, se si cresce, se c'è spazio, se c'è voce, se dalla gola si vede l'agnello dagli occhi dolci, la voce che implora, che piange l'insulto, la forma, la flette sulla lingua, il Re Rap, il generale Hip-Hop, questo ritmo africano tra le fabbriche, che adesso conosce i bemolli, che si fanno strada e tra le costole educate ficcano il cuneo rosso, forzano il blocco, sfondano la resistenza, arrivano, infine, lì, dove, c'è protezione, dove c'è tutela, dove il welfare dei sentimenti gestisce la tiepida mensa garantita, dove la tivù e l'auditorium compongono la morbida certezza, la debole del dolore musicale, qui si riconosce, qui si affronta e con pochi mezzi l’agnello ruggisce. E hanno avuto paura.
Alderano
Arden
Azioneparallela
Babsi Jones
Baldini Castoldi Dalai
Blogsenzaqualita
Borussia Moenchengladbach
Cazzeggi letterari
Cletus
Cristiano Prakash
Critica dell'Interfaccia
Dark Thoughts Blog
Elio Copetti
Elio Paoloni
Ellittico
Errosa
Estinzione
Franz Krauspenhaar
Frenetica Fannullona
Gino Tasca
Giuseppe Iannozzi
Il Fuoco Narrativo
Innovari
Ipno
Ivan Lins
King Lear
Krauspenhaar
Kurt Schwitters
La Frusta
Libreria Bonardi
Lipperatura
Luxus Linguae
Marco Candida
Mario Bianco
Mia Hoffmann
Miserabili
Missy
Monsterlippa
Muggeridge
Nazione Indiana
Nevio Manente
No Reply
Nonalzarsidalletto
Noncistodentro
Pamela Canali
Paroledisicilia
Peter Hammill
Pistorius
Quasi Adatti
Radio Be Bop Gasometro
Radio Roma
Robestrane
Roquentin
Rost
Sguardomobile
Société des cartographes fous
Stefania Bufano
Stern 26
The Internet Movie Database
Tommaso Labranca
Toporififi
Trespolo
Tunga!
Vibrisse
Vito Carta
VMO
visitato *loading* volte