Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)
di Lorenzo Galbiati
Siamo in un istituto tecnico a nord di Milano, classe prima.
“Va bene ragazzi, correggiamo il compito che avevate per oggi.” Il professore di inglese si siede dietro la cattedra con aria fiduciosa.
“Ieri abbiamo letto insieme il brano a pagina 52, e vi ho fatto la traduzione; vediamo se a casa l’avete scritta in modo corretto. Oliva, leggi il brano e fermati a fare la traduzione frase per frase.”
“Professò, io faccio fatica a leggere in inglese, faccio prima a leggere subito la traduzione.”
“Ah, senti un po’! Tu fai fatica! Ma vedi, noi siamo qui giusto per questo, per fare fatica… tu vuoi imparare l’inglese? Sì? Ecco, e allora devi fare un po’ di fatica, e io son qui apposta per aiutarti ad imparare.”
Oliva: “cioè mi vuol dire che io provo a leggere ma però se sbaglio lei mi corregge?”
Professore: “esattamente, se sbagli ti correggo, senza ‘ma però’… (risatine dei compagni di classe). E così vediamo se impari la pronuncia corretta delle parole inglesi. Insomma, è un po’ come se fossimo a scuola, hai capito?”
La classe al completo ride divertita. Oliva prende coraggio e inizia a leggere, lentamente. Faticosamente. Il professore corregge con pazienza i tanti errori di pronuncia. Oliva si ferma più volte a sbottare: “non son capace!” Ma grazie all’insistenza del docente riesce a terminare la lettura e la traduzione del brano. Il professore appare soddisfatto.
“Hai visto che con la fatica alla fine si ottengono dei risultati?”
Oliva fissa con sguardo spento il professore, quindi, indispettito: “però se mi faceva leggere subito la traduzione facevamo prima!”
Il suo compagno di banco gli dice veloce: “pirla, lo sai che lui ti deve fregare perché ti deve mettere il voto.”
Suona la campanella dell’intervallo.
(Pausa)
Il professore di inglese entra nella classe terza dell’istituto. Vede il registro chiuso. “Strano”, pensa tra sé e sé. Cerca di aprirlo, ma sfogliando le pagine dal fondo vede che molte di esse sono appiccicate. Si accorge che il bordo superiore del registro è macchiato di rosso. Sembra sangue. Alza lo sguardo verso gli alunni. Li vede distratti, insolitamente silenziosi.
“Che è successo qua?”
Nessuna risposta.
Il docente guarda di nuovo il registro, vede che le pagine attaccate presentano un rigonfiamento in alto, vi inserisce le dita e riesce finalmente ad aprire il registro, non senza strappare due pagine incollate. Due pagine rosse di sangue coagulato, sceso dall’alto di un foglio, dove il professore riconosce la sagoma deforme, seviziata, di un passero, dal cui torace aperto è fuoriuscito il sangue che ha imbrattato il registro di classe. Alcuni alunni trattengono le risa a stento.
Il docente esclama allibito: “Ma che avete combinato? Lo sapete che questo è un documento dello stato? Ma che avete fatto a ‘sto povero uccello?! E’ uno schifo!”Il giorno dopo, di pomeriggio, viene convocato un consiglio di classe straordinario per decidere i provvedimenti disciplinari da adottare. Sono presenti molti alunni e molti genitori. Il coordinatore di classe ha già parlato con molti allievi ed è riuscito a ricostruire la sequenza dei fatti che hanno portato al misfatto.Eccola. L’uccello è stato trovato morto vicino alla finestra. Durante l’intervallo i ragazzi l’hanno usato per una partita a calcetto dentro la classe; nel corso del match l’uccello ha perso una zampa e varie piume, e ha subito delle pressioni che gli hanno schiacciato la testa e il torace. Al termine della partita un alunno ha trovato l’uccello (o ciò che ne restava) vicino al suo banco, l’ha preso in mano e l’ha appoggiato sul registro aperto sulla cattedra. Non si sa chi ha abbia chiuso il registro provocando la rottura della cassa toracica del passero e il conseguente sanguinamento. Forse qualcuno di un’altra classe.
di Riccardo Ferrazzi
Tanto tuonò che piovve. Chirac ha fatto la prevedibile figura di merda. La settimana prima la stessa sorte era capitata a Schroeder. Un mese prima Blair aveva subito un grosso taglio della sua maggioranza, ma era stato rieletto.
Proviamo ad analizzare: nel Regno Unito l’economia va abbastanza bene e gli inglesi non si spaventano se c’è da fare una guerra, soprattutto se sono alleati con gente che parla la loro stessa lingua. Si incazzano se il premier racconta balle e viene sbugiardato, ma sanno che chi ha certe responsabilità non può evitare di mentire e che bisogna guardare al risultato complessivo. Totale: a Blair hanno dato un sei e mezzo.
In Germania l’economia va male, la disoccupazione continua a salire, i provvedimenti del governo hanno ben poco di socialista e, soprattutto, danno l’idea di voler curare il cancro con l’aspirina. I tedeschi sono ben contenti di non essersi infilati nel casino dell’Iraq, ma non lo considerano un titolo di merito per Schroeder. Anzi, si domandano se era proprio necessario fare fronte comune con la Francia e provocare l’incazzatura degli USA. In fin dei conti, alla Germania sarebbe bastato far notare che la sua costituzione le impedisce di mandare soldati all’estero. Totale: Schroeder ha perso un’elezione regionale dopo l’altra, è stato costretto a convocare elezioni antipate e i sondaggi danno il partito socialista ai minimi storici.
In Francia la situazione è grave ma non seria. In effetti, prendere sul serio Chirac è un esercizio che può riuscire soltanto a Claudio Bisio (o a Pecoraro Scanio). Il Président della gloriosa République è riuscito a conseguire, tutti insieme, questi bei risultati: l’economia fa schifo (come in Germania), gli immigrati sono milioni (come in Germania) ma molto meno integrati e Le Pen ci sguazza, il partito del presidente è spaccato in sei o sette bande sempre in guerra una contro l’altra (non che i socialisti siano messi meglio), la crociata anti-USA che avrebbe dovuto solleticare lo chauvinismo è servita soltanto a isolare la Francia in politica estera. Totale: i francesi ne hanno pieni i coglioni di Chirac e alla prima occasione gliel’hanno detto chiaro e forte.
Opinione personale: agli elettori francesi la costituzione europea può stare bene o male. In realtà credo che non gliene freghi gran che. Il voto è stato sì contro l’Europa, ma soprattutto contro Chirac.
E adesso ? È prevedibile che Olanda, Danimarca e Inghilterra voteranno no. Si potrà andare avanti facendo finta di niente ? Forse. La politica è capace di tutto. Però l’è dura.
Sarebbe almeno il caso che a Bruxelles (e a Parigi, Berlino, Roma, ecc.) ci si fermasse a fare un pensierino. Questo: l’Europa politica è indispensabile per mettere fine alle guerre tra europei (ne abbiamo fatte troppe !), ma è proprio necessario che le istituzioni dell’Europa Unita prendano la forma di enormi carrozzoni burocratici ? In tutta Europa i cittadini pagano tasse per mantenere istituzioni comunali, provinciali, regionali, statali e sovranazionali. Non è un po’ troppo ? Come si fa a pretendere che Joop van der Bosch e Ciccillo Esposito sappiano quale dei loro problemi dipende dal sindaco, quale dalla provincia, o dal governatore, o dallo stato o dall’Europa ? E se Joop e Ciccillo non lo sanno a che gli serve tutto ‘sto apparato ?
Il minimo che possono fare è che, quando gli si chiede un beneplacito per questa o quella cosa, rispondano NO. A prescindere.
Dico la mia dopo essere stato abbagliato da questo - per me - fulmine a ciel sereno ( o quasi): io ho trovato in Nazione Indiana una forte motivazione, fin dall'inizio; quando mi è stato chiesto di farne parte, sotto lo scorso Natale, ho accettato con entusiasmo. Ho cercato di fare quello che potevo. Non mi sento appartente a nessuna classe; o meglio, soltanto a quella degli spiriti liberi. E penso che una realtà come questa non possa, non debba chiudersi da un giorno all'altro. Ci sono stati scazzi pesanti, come ha ricordato Raul, è vero. Pensavo che tutto si potesse ricomporre.
Su Nazione Indiana Antonio Moresco si è accomiatato; da una realtà - la stessa NI- che lui ha creato insieme ad altri due anni e mezzo fa. Di seguito Tiziano Scarpa, Gianni Biondillo e Raul Montanari, ciascuno con le sue motivazioni, hanno fatto conoscere la loro decisione di fare altrettanto. Chi ne sarà interessato puo' leggere i post ovviamente sul multiblog. Di seguito inserisco qui un mio commento, già presente su NI, nel quale - in estrema sintesi - dico cosa ne penso, con le opportune variazioni.
E poi: proprio in un momento come questo, di confusa "restaurazione" (chiamiamo la situazione ognuno come vuole, la realtà è sotto gli occhi di tutti), i fondatori di questa realtà che non è certamente solo virtuale (anzi) cosa fanno? Chiudono? Io credo fermamente nel valore della "condivisione nelle diversità"; e questo valore fa parte, a mio modo di vedere, di ciò che di più importante NI ha saputo finora esprimere. E adesso, pover'uomini? Molliamo la presa? Proprio adesso? Perchè invece non ragionare sulla possibilità di ricomporre i cocci, guardando alla possibilità - reale, non solo teorica, perchè qui non si tratta di avere belle speranze, ma di tenere stretta in pugno una possibilità di miglioramento nel senso di un allargamento del campo "visivo"- di andare ancora avanti, con orgoglio? Se i fondatori se ne vanno tutti gli altri - a effetto domino - devono cadere uno in fila all'altro? A questo Moresco ci ha pensato? Io, per parte mia, se proprio non se ne andranno tutti o quasi, in questa "casa" vorrei rimanere. E poi, ancora, come ha fatto notare Raul, ci sono forze "fresche" di grande valore che potrebbero inserirsi. Per concludere, e lo dico con affetto: a me questa di oggi pare una specie di dichiarazione di resa, a guardarla con crudezza. Con tutto il rispetto, non mi pare coerente.
di Mauro Mirci
(Pubblico questo pezzo di Mauro già apparso sulla sua webzine Paroledisicilia - tra i miei link- a proposito di una iniziativa editoriale a mio avviso molto interessante. Buona lettura. M.U.)
Mi viene voglia di dire: "Finalmente!". Si parlava di questa raccolta da tempo, oltre un anno. Tra di noi, è chiaro, sempre cercando di non dare a vedere che si attendeva la pubblicazione con ansia. Un'attesa sotterranea e taciuta, ma pur sempre sentita. Confesso di aver pensato, a un certo punto, che l'editore, di questa raccolta, non volesse più farne nulla.
Invece no. Eccola qua, con la sua copertina d'ordinanza, l'indice, le pagine numerate, con tanto di prefazione e (addirittura!) postfazione. A vederlo può sembrare un libro come tanti, in effetti, pieno di parole scritte; in realtà contiene parole dette.
Quelle dette - recitate, urlate, cantate, lette, soffiate nel microfono, balbettate, sospinte con fatica fuori dalle labbra, oppure, all'opposto, sapientemente offerte con leste contrazioni del diaframma - durante il M-Arte Live2004, nella sala reading dell'Alpheus di Roma.
Ora le parole dette sono state imprigionate nelle pagine di un libro. Grazie a un curatore testardo ed entusiasta e a un editore incosciente, le serate del M-arte live sono diventate Copyleft.
Il curatore è Girolamo Grammatico, ventisettenne ericino trapiantato a Roma. L'editore è Alberto Gaffi, ex Incolto che ha deciso di percorrere il sentiero del copyleft e della libera diffusione delle idee.
Chiaramente Copyleft è un libro copyleft, vale a dire che si può estrapolarne parti, copiarlo per frammenti o per intero, scaricarlo da internet, copiarlo su cd rom, su floppy, su supporti elettronici e cartacei. Il fine che si auspica per tutte queste potenziali operazioni, è che conducano comunque tutte alla lettura del libro.
Poi, volendo, Copyleft si può pure leggere alla vecchia maniera, prendendolo in qualche libreria, aprendolo e sfogliando le pagine. Il prezzo non è esagerato, e in ogni modo i profitti saranno destinati a finanziare un progetto dell'associazione Terre di Mezzo (http://www.terre.it/tdmindex.htm).
Dall'introduzione di Girolamo Grammatico:
“Il libro che tenete tra le mani non era previsto. Già questo assunto, credo, basta a far comprendere come dietro ad ogni scritto che lo compone non c'è meditato alcun messaggio editoriale, ma, al contrario, il frutto oggettivo di un lavoro che potrei definire, piuttosto che ben fatto, ricco di trasparenza e grinta. Quando il M-ArteLive cominciò, l'attenzione era tutta dedicata ai readings (ai quali hanno partecipato gli autori di COPYLEFT) ragion per cui la possibilità di creare un'antologia era, più che remota, di difficile attuazione, a causa delle fatiche a cui nove momenti letterari ci hanno costretto, ma la voglia di fare e la soddisfazione degli scrittori ci hanno spinto a prendere in considerazione la possibilità di proporre parte del lavoro presentato durante suddette serate ad un pubblico più esteso. Da lì in poi i passi sono stati ovvi.
Il copyleft necessario.
La carta ecostenibile d'obbligo.
La donazione a Terre di Mezzo un piacere.”
Dalla postfazione di Fabrizio Pizzuto.
”Ed eccomi ad avere una raccolta di racconti di nuovi autori da commentare, e scoprire che quel tutto che è dramma, (drama, rappresentazione scenica, appunto) diviene sulla penna di molti la finzione tragico-elegiaca (esagero?), eccomi a leggere la naturalezza in un suicidio, nel vizio, nello sdegno, a sentire gente cercare nuova poesia e nuove colpe in nuovi oggetti, un virus, un piccione, un piatto, un albero, dove si va a nascondere dunque la nuova poesia? Nelle cose, nelle cose narrate, esattamente dov'erano, dove sono sempre state, dove non hanno mai smesso di essere, esattamente accanto all'uomo!...
...E allora eccovi quelli che abbiamo considerato (io e altri), voci da pubblicare. Sono tutte in qualche maniera storie sui mali dei nostri tempi, storie delicate e forti al contempo, fondamentalmente storie!
Un parere personale? Ho due frasi apparentemente discordanti su loro: 1) Mi hanno fatto tutti sorridere moltissimo! 2) Sono tutte voci davvero tragiche! (ma anche i nostri tempi si rifiuteranno di prenderle tragicamente)”.
In molti hanno contribuito a Copyleft.
POCO PER NULLA, ANTI-CREAZIONE, C'è bisogno di una fede per scrivere... e In civiltà nostra, forse... sono state scritte da Mauro Pettorruso.
Wu Ming ha scritto I TRECENTO BOSCAIOLI DELL'IMPERATORE, Maurizio Semplice ha partecipato con EUGENIO, Drazan Gunjaca ci ha messo IL COLOMBO ED IO, Paolo Papotti aveva da parte NEANCHE DI CARTA, Francesco Pacifico ha mandato IL BIGNAMI DELL'ALLEANZA DIO-UOMO-DONNA, Girolamo de Michele invece DICE IL TOGLIATTI, Giuseppe Casa ha descritto LA NOTTE DELLA VISIONE, Alessandro Pucci ha parlato di PICCOLI PRESEPI, Fabrizio Pizzuto si manifesta con LASCIATEMI PERDERE (Balcone), Mauro Mirci porta LA LAPA, Andrea Piras rievoca in BLACKING OUT, Saverio Fattori e Monica Mazzitelli ci informano che IN CARCERE LE NOTTI PASSAVANO LENTE, Girolamo Grammatico ci fa il dono di ABOUT:BLANK, Michele Governatori disserta su LA GEOLOGIA E L'ARTE DELLA MANUTENZIONE DELLA MOTOCICLETTA, Claudio Morici racconta LUNEUR, Paola Guagliumi CENTROSOCIALISTI, mentre Paolo Foresti e Ilaria Pescetelli hanno trasformato in un fumetto/sceneggiatura I TRECENTO BOSCAIOLI DELL'IMPERATORE.
COPYLEFT, Autori Vari, Alberto Gaffi editore, Roma. Pagg. 198, € 7,00. Formato 12 x 16, brossura, colori. Codice ISBN 88-87803-48-X.
Per acquistarlo, senza spese di spedizione, direttamente dall'editore:
http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/buy?id=270
Vi raccomando il sito di un mio amico, un matto vero. Io di matti veri me ne intendo, quasi tutti i miei amici sono così... Fabio Bergomi (33 anni, interista ossessivo, matto vero, neoscrittore, ex gestore di locali notturni) è uno di noi. Cioè di voi. Andate a visitare il suo sito www.noncistodentro.org - tra i miei link : è in arrivo per fine giugno un libro terrificante che dirà - perlomeno secondo il suo autore- le cose come stanno. E scusate se è poco.
Una serata magica. Momenti splendidi. La vita è una cosa meravigliosa anche per questo. Si, vale la pena vivere anche per questo. Per vedere una resurrezione in terra. Per vedere una squadra di calcio vincente (soltanto a parole, quest'anno) perdere, inesorabilmente. Mamma Li Turchi! E' stao ( alla toscana) bello. Ma all'inizio... che pena! Ma intanto io, ve lo giuro, pensavo: gli Inglesi non mollano, non si danno mai per vinti, sangue sudore e lacrime! E infatti... Ai rigori giuro che lo sapevo, che avrebbero vinto loro. Quando ho visto Dudek, il portiere polacco, fare il clown sulla linea di porta - come vent'anni fa fece al suo posto il grandissimo afrikaner Grobbelaar- per fare innervosire i miliardari del Milan, mi sono detto: "E' fatta, sono fuori". E infatti... Proprio una bella serata. Liverpool, I love you!
(Ricevo da Silvia Brusotti e volentieri pubblico. M.U.)
Per la prima volta insieme: Lucio Dalla, Mimmo Locasciulli, Gianna Nannini, Gino Paoli, Ornella Vanoni e Roberto Vecchioni rivisitano dal loro repertorio: Primavera, Estate, Autunno, Inverno, insieme con Alessandro Cerino e la Crescendo Jazz Band che interpretano in chiave jazz “Le quattro stagioni” di Antonio Vivaldi. Sabato 28 maggio 2005 Concerto per i bambini di strada di Nairobi QUATTRO STAGIONI PER L’AFRICA Milano,Teatro dal Verme ore 21.00 Salvare l’Africa con gli Africani. La scenografia consiste in un quadro di grandi dimensioni realizzato da Mimmo Paladino, e donato dall’artista per la realizzazione del progetto per i bambini di strada. Il concerto, organizzato con la collaborazione della Provincia di Milano, sarà in collegamento audio-video con la manifestazione “Italia-Africa”, giunta alla sua seconda edizione, organizzata a Roma: l’Assessore alla Cultura della Provincia di Milano Daniela Benelli, il Sindaco di Milano Gabriele Albertini, presenti in sala, e il Sindaco di Roma Walter Veltroni uniranno simbolicamente i loro intenti a favore dei giovani dell’Africa. Il concerto benefico fa parte di una serie di iniziative organizzate da Arnoldo Mosca Mondadori a favore dell’opera di Padre Renato Kizito Sesana. In questo caso si tratta della costruzione a Kibera, in Kenia, di una casa per cinquanta bambini di strada, da parte di don Antonio Mazzi, fondatore di ESF-Educatori Senza Frontiere, e del primo Centro di Formazione per educatori, da parte di padre Kizito. Costo del biglietto: 20 euro a disposizione su www.ticketone.it I proventi del concerto saranno interamente devoluti a Padre Kizito e a ESF-Educatori Senza Frontiere, così come le altre iniziative presentate nel corso della serata: • la lotteria d’arte • l’asta benefica da Sotheby’s • il volume “Quaderno Africano” • il sorteggio di numerosi premi tra cui tre viaggi con destinazione Africa per due persone, messi a disposizione da Francorosso. La lotteria d’arte prevede la vendita di numero 2000 biglietti (costo 100 euro ciascuno): il monte premi è costituito da dodici opere d’arte messe a disposizione da altrettanti artisti di fama mondiale, scelti tra i maggiori contemporanei dal critico Enzo Di Martino. L’elenco degli artisti: Sandro Chia, Adolf Frohner, Hidetoshi Nagasawa, Kengiro Azuma, Edo Murtic, Mimmo Paladino, Fabrizio Plessi, Joe Tilson, Salvo, Mimmo Rotella, Emilio Vedova, Vladimir Velickovic. L’estrazione dei biglietti vincitori avra’ luogo a settembre: la data precisa e il luogo verranno precisati durante la serata del concerto. Il pittore Mimmo Paladino dona un’opera realizzata ad hoc delle dimensione di 2 x 1,5 metri destinata ad essere messa all’asta da Sotheby’s. L’asta avrà luogo (data da definire). Il volume “Quaderno Africano”, edito da Frassinelli, raccoglie 120 contributi di scrittori, giornalisti, personalità della cultura e dell’arte, tutti ispirati all’Africa, ai bambini, e all’opera di Padre Kizito. Tra gli autori: Ennio Morricone, Carlo Rambaldi, Alda Merini, Oliviero Toscani, Francesca Archibugi, Walter Veltroni, Renzo Piano, Giuseppe Tornatore, Staino, Giulio Giorello, Vincenzo Consolo, Ottavia Piccolo, Ermanno Rea, Paolo Maurensig, Viviane Lamarque, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, Salvatore Veca, Andrea Zanzotto, Mario Monicelli, Massimo Cacciari, Arturo Schwarz, Andrea Pinketts, Massimo Fini, don Antonio Gallo, Mogol, Alessandro Gassman, Arnoldo Foà, Tonio Dell’Olio, Stefano Zecchi, Pietro Veronese, Ettore Mo, Silver e molti altri. Il libro è acquistabile in teatro la sera del concerto e in tutte le librerie. L’acquisto del biglietto del concerto permette di partecipare al concorso che premierà le tre frasi più belle - che abbiano come soggetto l’Africa e i bambini - scritte dagli spettatori durante la serata. Una giuria composta da alcuni scrittori di “Quaderno Africano” decreterà i vincitori, che vedranno pubblicati i loro pensieri nella seconda edizione di “Quaderno Africano” e vinceranno un viaggio per due persone con destinazione Africa messo a disposizione da Francorosso. A proposito di: Padre Renato Kizito Sesana: Italiano di Lecco, viene ordinato sacerdote e missionario comboniano nel 1970. Da quasi trent’anni in Africa, Padre Kizito ha vissuto in Zambia, in Sudan, dove ha aiutato il popolo dei Nuba sotto le bombe degli aeroplani governativi e dove si è impegnato ufficialmente per la pace, e, in ultimo, in Kenia. Da molti anni collabora con l’Associazione Amani a importanti progetti umanitari. Ha fondato il periodico New People, diffuso in molto paesi dell’Africa anglofona; ha fondato Koinonia, “fraternità”, la comunità formata da religiosi e laici che vivono insieme sul modello di una famiglia allargata. La Conferenza Episcopale Keniana gli ha affidato il progetto di Radio Waumini, che trasmette 24 ore su 24, notizie informative e formative e che vanta la partecipazione costante del pubblico africano. Ha fondato cinque case di accoglienza per bambini di strada ispirati al modello di comunità-famiglia. Don Antonio Mazzi: sacerdote, pedagogista, presidente della Fondazione Exodus. Nel 1979, quando diviene direttore dell’Opera Don Calabria di Milano, entra in contatto con il dilagante problema delle tossicodipendenze, e fonda Exodus, per realizzare concretamente alcuni percorsi alternativi al carcere per ex terroristi e per i tossicodipendenti. Oggi la fondazione Exodus conta trenta centri dislocati su tutto il territorio nazionale e oltre venti cooperative. Nel 2001 è promotore e fondatore della associazione Ambalaki in Madascar, composta da educatori professioni e volontari, che mettono le loro conoscenze al servizio dei giovani dei paesi in via di sviluppo. Tra le altre iniziative: nel 1995 “Mille giovani per la pace”; 1996 “Sinfonia per mille chitarre”; nel 1998 la serie di iniziative “Tremenda voglia di vivere” e il diario scolastico “Tremenda”; nel 2000 il musical “Abele è vivo”. Collabora con quotidiani locali e nazionali e redazioni televisive. Ha pubblicato numerosi libri, tra cui, nel 2004 “Preghiere di un prete di strada”, edizioni Paoline. Giuseppe Vico: dal 1990 è professore ordinario di Pedagogia generale presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Ha ricoperto varie cariche, tra le quali: dal 1992 al 2002 preside della facoltà di Scienze della Formazione, Direttore del Centro Studi sul disagio e disadattamento. È direttore responsabile della rivista “Scuola e didattica”. Innumerevoli le pubblicazioni, tra le quali: “Lo svantaggiato: quale educazione?”, Vita e Pensiero; “Educazione e devianza”, edizioni La Scuola. ESF-Educatori Senza Frontiere: ESF è una fondazione curata da Don Antonio Mazzi (presidente di Exodus) e dal professor Giuseppe Vico (ordinario di pedagogia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) che ha come strumento formativo principale la pedagogia dell’emergenza e, come obiettivo, lo sviluppo sul posto di educatori africani, in modo da contribuire positivamente alla riduzione del drammatico problema dei bambini di strada, e a rafforzare le radici e le coscienze della gioventù d’Africa. Bambini di strada: la principale ragione che spinge i bambini sulla strada è la fame. Formano delle comunità organizzate, in cui il sistema di valori e modelli di comportamento sono orientati alla sopravvivenza. Le bande sono territoriali e comprendono fasce di età tra i 6 e i 18 anni, al loro interno i bambini fanno uso di colla, che attutisce la fame, aiuta a sopportare meglio il freddo e fa anche compiere azioni superiori alle proprie possibilità fisiche e psicologiche. Soffrono di malattie della pelle e respiratorie, infezioni intestinali, ferite in tutto il corpo che si infettano velocemente, per la malnutrizione e lo scarso livello igienico dei loro ricoveri. Spesso si prostituiscono e quindi sono soggetti alle malattie sessualmente trasmissibili. È stato calcolato che, nel 2010, in tutta l’Africa vi saranno 10 milioni di bambini di strada, di cui 2 milioni in Kenia. In allegato al presente comunicato: • ESF- Educatori Senza Frontiere, approfondimento • Lotteria D’Arte, brochure • “Quaderno africano”, comunicato di Frassinelli. La manifestazione gode della collaborazione della Provincia di Milano e del patrocinio del Comune di Milano, e ha come main sponsor, Fondazione Mediolanum, Banca Mediolanum e Pirelli Real Estate. Altri preziosi contributi sono di: Alboran, Bang & Olufsen, Francorosso, Frassinelli, Inter Club “Roberto Vecchioni”, Marinella Cravatte, Radio Italia e Video Italia. Per ulteriori informazioni, chiarimenti, interviste: Studio Arnoldo Mosca Mondadori - Ripa di Porta Ticinese, 53 - Milano Arnoldo Mosca Mondadori 335.7078663 Ilaria Beretta 347.9002247 • Sara Sasso 339.2534447
di Hans Magnus Enzensberger
Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare.
Siamo sazi.
Mangiamo.
Cresce l’erba,
il prodotto sociale,
l’unghia delle dita,
il passato.
Le strade sono vuote.
Le chiusure sono perfette.
Le sirene tacciono.
Questo passa.
I morti hanno fatto il loro testamento.
La pioggia è cessata.
La guerra non è stata dichiarata.
Questo non è urgente.
Noi mangiamo l’erba.
Noi mangiamo il prodotto sociale.
Noi mangiamo le unghie.
Noi mangiamo il passato.
Non abbiamo nulla da nascondere.
Non abbiamo nulla da perdere.
Non abbiamo nulla da dire.
Abbiamo.
L’orologio è caricato.
La vita è regolata.
I piatti sono lavati.
L’ultimo autobus sta passando.
E’ vuoto.
Non possiamo lamentarci.
Cosa aspettiamo ancora?
(Hans Magnus Enzensberger (1929) nato a Kaufbeuren, è uno dei più importanti poeti e scrittori tedeschi. Conscio che la crisi in cui si dibattono i poeti contemporanei – incerti tra la poesia dell’”essere”, il manifesto e il mercato culturale- non è risolvibile con l’assoluta rinuncia all’arte, HME ha sempre più scisso la poesia pura dall’attivismo politico. Il linguaggio lirico di Enzensberger, complesso ed elaborato, ha toni esoterici che suggeriscono tuttavia un messaggio di disperazione: Verteidigung der Woelfe (Difesa dei lupi, 1956), Landessprache (Lingua nostra, 1960), Blindenschrift (Scrittura per ciechi, 1964). (Note da “Poesia tedesca del Novecento” BUR, 1977).

di Riccardo Ferrazzi
(E' ancora lunedì, e si, forse ci vuole un surplus di ottimismo, non si sa mai... E dunque eccovi un nuovo pezzo di Ferrazzi, sempre più critico, cinico, polemico, impietoso. Buona lettura. M.U.)
Delle tante malattie che avvelenano la politica italiana quella che va più di moda è la sindrome del “vai avanti tu, che a me scappa da ridere”. Non dovrei dirlo ? Sono irriguardoso nei confronti di uomini politici che, in fin dei conti, fanno ogni sforzo per mettere insieme una coalizione capace di dare al Paese un governo ? Lo confesso: ho paura. A sinistra, i partiti di qualche consistenza sono la Margherita, i DS e Rifondazione. A capo di ciascun partito ci sono tre persone di indubbie capacità che però sono arrivati alla segreteria in circostanze anomale e ci rimangono in bilico, esposti a ogni stormir di vento, grazie al permanere di circostanze non meno particolari. Non è un mistero che Fassino sta lì finché D’Alema e Veltroni (i due veri padroni del partito) non si decidono ad accordarsi o a scontrarsi in duello. Personalmente mi dispiace perché Fassino mi è più simpatico degli altri due, ma temo proprio che non abbia speranze. Non è un mistero che Bertinotti è arrivato alla segreteria di Rifondazione chiamato da Cossutta (che stava perdendo il controllo sull’ala movimentista del partito), ha gestito la scissione con scarso entusiasmo, ha cercato senza successo di addomesticare i no global, e quando ha cercato di prendere un’iniziativa “governista” si è ritrovato contro quasi metà del partito. Visti i precedenti, una mezza campana a morto. Non è un mistero che Romano Prodi, ufficialmente “capo di tutti i capi”, non ha un partito suo e non è capo di niente. Quanto sia scarso il suo peso politico si è visto l’altra volta: eletto dal popolo a suon di voti, è stato rovesciato con una congiura di palazzo ed esiliato a Bruxelles (dove non si è coperto di gloria) in modo da impedirgli di “disturbare i manovratori”. Da allora non è cambiato niente: Prodi si trova esattamente nelle stesse condizioni di dieci anni fa. Ed è forse un mistero che il recente “strappo” del mangiatore di pane e cicoria (oh poverino !) è stato manovrato e imposto da Franco Marini e dagli altri baroni delle tessere di scuola democristiana ? Si dirà: vabbe’, ma chi se ne frega ? Alle prossime elezioni Berlusconi lo buttiamo giù lo stesso ! Già. Ma poi ? Voglio dire, proprio il giorno dopo.
Sono mesi che a Bologna un po’ di brave persone stanno facendo finta di elaborare un programma (nel più totale disinteresse delle segreterie dei partiti). Ma non sono stati individuati neanche tre o quattro punti forti sui quali riformisti e radicali siano unanimi senza se e senza ma. Non li hanno trovati alla Fabbrica e meno ancora nelle segreterie, nei congressi o nelle tavole rotonde. Come si potrà chiedere agli uni e agli altri di mettere tra parentesi gli inevitabili contrasti quotidiani per non compromettere gli obbiettivi comuni, se di obbiettivi comuni non c’é neanche l’ombra ? Insomma: dov’è la politica ? Si dirà: ma no, vedrai che due o tre mesi prima delle elezioni il programma salterà fuori. Grazie. Lo so anch’io che un programma ci sarà. E bello grasso, gonfio, prolisso. Tanto che non lo leggerà nessuno. Saranno almeno cento pagine, con centocinquanta punti, che indicheranno altrettante “priorità” (graduale messa in ruolo dei precari, incentivi alle fonti di energia rinnovabile, imposta sulle telenovelas, tutela della mortadella doc, sviluppo della tradizionale amicizia italo-boliviana, ecc. ecc.). È pessimismo prevedere che in queste condizioni si ripeterà la tragicommedia dell’altra volta ? Il prossimo governo si troverà di fronte al dopo Bush, al dopo Schroeder, al dopo Blair e al dopo Chirac. Forse anche al dopo Putin. Serve una politica. Servono principi chiari, solidi e condivisi, altro che un programma-enciclopedia messo insieme tre mesi prima delle elezioni. E ci vogliono leader forti, possibilmente carismatici, altro che volonterosi mangiatori di pane e cicoria mandati avanti perché ai pezzi grossi scappa da ridere !

Oggi si corre il G.P. di Montecarlo, il Gran Premio dei Gran Premi. Ho sempre amato l'automobilismo, e ho sempre guidato l'auto con una certa bravura, finchè lo spavento per un incidente (per il quale non avevo alcuna colpa) e che mi ha lasciato miracolosamente illeso anni fa, mi ha convinto a desistere. Non ho l'auto da qualche anno, e comincio a provare delle vere e proprie crisi d'astinenza. E' difficile trovare qualcuno che ti presti la macchina per un giro, l'automobilista italico in genere non si fida. Direi che fa bene, soltanto che spesso questo nostro automobilista è proprio il primo ad essere disattento, indisciplinato, incostante, in una parola pericoloso. Sulla strada io sono per la tolleranza zero. I pirati andrebbero sbattuti in galera per anni. La guida in stato di ubriachezza - che anch'io da molto giovane ho praticato senza per fortuna conseguenze, perchè comunque si puo' guidare velocemente, un po' alticci e lo stesso con attenzione, ma è cosa di pochi, ci vogliono dei gran riflessi - andrebbe punita molto più severamente. Dicevo dei Gran Premi. Ora come ora la Formula Uno m'interessa poco. La tecnologia sta mandando a puttane una cosa che non è mai stata un vero sport, ma che comunque è stata un grande e pericoloso e avvincente gioco. Una roulette internazionale, che nei peggiori dei casi diventava soltanto russa. Le monoposto sono diventate molto più sicure ( e questo, detto senza ipocrisia, è un gran bene ma è anche un male nel senso della possibilità di rischio della vita che il vero automobilismo, la corrida motorizzata, contempla nel suo innato fascino), i pit-stop, l'elettronica, piloti che - salvo qualche sporadico caso- sono diventati degli impiegati miliardari della guida veloce, gente senza personalità; e di genio nemmeno a parlarne. A me piaceva soprattutto Ayrton Senna come pilota e come persona: il 1 maggio 1994 a Imola per me era un bel giorno di divertimento in tutti i sensi che alla fine discese in una gran brutta sera, la ricorderò sempre. Le lotte tra Senna e Alain Prost esaltarono il mio amore per questo non-sport, così come m'ero esaltato da giovanissimo a vedere i numeri da circo di quel geniale pazzo furioso di Gilles Villeneuve. Il pilota dalla personalità più spiccata ancora attualmente in circolazione è proprio il figlio Jacques, erede di un mito perdente (e proprio con la sua stessa vita) e che fu amato da Enzo Ferrari come un figlio. Diversamente dal padre, è riuscito a vincere un mondiale. Ancora relativamente giovane, è da anni fuori dai giochi che contano forse perchè ha troppa personalità e dice sempre quello che pensa. Oggi vanno bene i robottini, i computer umani. Seguo con un po' d'interesse Alonso, mi sembra un giovane pilota con qualcosa da dire, è un vincente, ma è ancora presto per giudicarlo. Di certo non sopporto Michael Schumacher. A questo proposito riporto un breve brano dal mio Cattivo Sangue (nel quale le automobili hanno un ruolo importante nello svolgimento della storia) presentato per la prima volta venerdì scorso alla Fnac di Milano con il pirotecnico Andrea Pinketts con molto divertimento:" Il vecchio mi porge il tabloid con una smorfia piuttosto seccata. Do una veloce scorsa: si parla soprattutto dell'ultima vittoria in pista dell'idolo nazionale Michael Schumacher, che a me ha sempre fatto una ben poco cordiale antipatia: il prototipo, è proprio il caso di dirlo, del tedesco superperfezionista (a parte che nell'uso della lingua italiana) che passerebbe sul cadavere della propria madre già per conto suo abbondantemente defunta (e naturalmente di suo fratello Ralf) pur di vincere anche la corsa dei sacchi". Insomma, MS è il contrario del mio "tipo" di pilota; lo so anch'io che è il migliore senza discussioni, che è quello che si impegna di più, che lavora di più, il collaudatore migliore della storia delle corse, ma la mia antipatia è tale che l'ho messa in bocca addirittura a Bruno Bruide, il protagonista del mio romanzo, che in certe cose ovviamente mi assomiglia ( a parte, anzi molto a parte - almeno per ora...- che nella pratica dell'omicidio prezzolato...). Forse non sopporto i primi della classe, (anzi non li ho mai sopportati) che è cosa ben diversa dall'essere dei pezzi unici, dei fuoriclasse. Le vittorie a mio parere non bastano per fare un grande pilota, perchè l'automobilismo è un non-sport che ha qualcosa delle corride. Correggetemi se sbaglio: puoi ammazzare tutti i tori che vuoi, ma è come li ammazzi che dovrebbe contare di più. Discorsi da domenica pomeriggio di un appassionato, tra l'altro, di quel capolavoro letterario che è "Morte nel pomeriggio".
(Nella foto: Jacques Villeneuve in azione)

(Ripropongo qui questo mio vecchio pezzo sul lavoro di Vito Carta, che prosegue fino a mercoledì 25 maggio la sua mostra fotografica "Woman: Side A- Side B" presso Yaonde Spazio d’Arte, Via Gaudenzio Ferrari 12, Milano. Tel. 02 36555639 Cel. 340 6988424 338 1328003 340 6756171 Zona Corso P.ta Genova - tram 14 (D'Oggiono/Ariberto)
La fotografia è qualcosa che può spaventare. La rappresentazione della cruditè del reale, appunto, può suscitare, nel fruitore dell’“aperitivo arte”, una convulsione dell’anima, qualcosa che può sconvolgere anche gli stomaci più abituati ai pugni dell’estetica.
Ma il reale non è, quasi mai, ciò che è; in fotografia, e in genere in tutta l’arte, il reale è ciò che si vorrebbe; o meglio, è ciò che non si ha il coraggio di volere fino in fondo nella vita di tutti i giorni, forse perché la cosiddetta vita di tutti i giorni non ce ne dà gli strumenti.
Vito Carta ha il coraggio “voyeur” di volere. Il coraggio di una volontà che può rappresentare e rappresentarsi. Che ha la forza di incidere, con il vigore della propria addomesticata violenza, sulle immagini della propria personalissima realtà interiore. Che ha il coraggio di “vivere”, con pennellate acquerellate degne del migliore Otto Dix, nella pittura della decadenza, in quello che nella Repubblica di Weimar era rappresentato "dal vivo" con la crudezza di un articolo di cronaca nera riguardante l’omicidio perpetrato da un serial killer del tempo (come il Peter Kurten di Duesseldorf), o, in ambito cinematografico, con l’espressionismo omicida di un Fritz Lang alle prese coi fischi premonitori del suo assassino di bambine Peter Lorre.
Le donne di Vito Carta sono donne amate ma seviziate: seviziate dal troppo amore, seviziate dal suo desiderio di rappresentarle come lui le vorrebbe sempre; soggetti, e mai oggetti, della propria cronaca nera personale, dei propri personali ed intimi inferni, del proprio tormento tutto suo, tutto maschile.
La fotografia si fa attimo fuggito, i contorni acquosi dell’intervento pittorico, ancorché intrisi di dolcezza struggente, rendono sfuggente l’occhio dell’osservatore; il quale, impossibilitato a catturare un attimo che peraltro non è mai esistito, poiché il tempo non è altro che uno scorrere inarrestabile (e il tempo fotografico è una specie di tempo "metafisico" illusoriamente fermato), si perde oltre i contorni smaterializzati di queste figure femminili; le quali figure trascendono, spandendosi come onde sulla sabbia, nella natura. Donne, quindi, come sale della terra che si frammischia, nella purissima indecenza della creazione, con la nuda e cruda terra, col paesaggio circostante, sia esso spiaggia sia esso nero d’estremo contrasto, come fondo pittorico da ritrattistica caravaggesca .
Vito Carta è un continuo rinnegamento d’origini fatto artista. Egli è a sud di ciascun nord, potremmo dire; freddo ma delicato, violento ma mai sanguigno, erotico ma mai volgare (non lo sarebbe nemmeno se lo volesse) concettuale ma senza calcoli, senza meschinerie seriali di “marchetta” da nipotino “schifanoide” di Warhol. Ogni foto è una scoperta, ogni foto è un romanzo, talvolta un capitolo, mai un’unica pagina. La compiutezza è la sua storia, ogni sua foto è una storia compiuta, ma dal finale quasi sempre aperto.
Vito Carta si mette in gioco ad ogni romanzo-ritratto , ad ogni romanzo-donna, ad ogni radice dei capelli-capoverso d’ogni sua opera. Egli è l’esatto contrario di Dahmane, che fotografa la patina erotica delle donne, che rappresenta, peraltro con grande abilità, il suo immaginifico e immaginario “boudoir” personale, spesso “en plein air”. Carta, invece, scarnifica la carne, la liquefa compiendo una specie di sangennaresco miracolo apocrifo, tenta la missione, per lui non impossibile, di coniugare la materia visiva con lo spirito libero di un’osservazione molto espressionistica. Ecco il perché, io credo, dei molti squarci di vita femminile presenti nelle sue opere, parti di donne che sono parti della loro stessa vita rappresentata in essenza, come profumo delle loro anime; il contrario della macelleria pornografica, l’abiura totale dell’erotismo satinato degli Angelofrontoni playboyeschi, delle ipererotiche e glamouresche "pochades" fotografiche di un Helmut Newton, il Tinto Brass, travestito da Visconti Luchino, della fotografia. Gli squarci s’aprono sulla pelle quasi impalpabile di queste belle donne,di queste ninfe-ninfee sensuali quasi come in un Monet fotografico, mai totalmente nude, mai svelate per intero, e perciò concubine del nostro desiderio inappagato; sempre, in parte, impressionisticamente occultate alla nostra comprensione visionaria. Vorremmo conoscerle meglio, queste donne, di loro vorremmo saperne di più: ma Carta sembra volerci trattenere nel mistero di quelle anime, vuole anche dirci, forse, che nell’arte nulla va capito, tanto meno spiegato; che l’arte si spiega solo con l’opera, meglio se addirittura"omnia", che le parole sono per i critici e gli esteti di professione e i sentimenti sono per il pubblico, e che la visione è per tutti coloro che hanno occhi, lucidi forse in tutti i sensi, per volerla vedere.
Che il corpo “ virato” di una donna, di una femmina, può essere la mappa la più esaltante del nostro viaggio all’interno di noi stessi, all’interno del nostro desiderio, violento e comunque irrefrenabile, nonostante tutto, di vivere la nostra vita, qualunque essa sia. L’estetica torna ad essere grammatica, la sintassi si dispiega a ventaglio tra le curve pericolose di tutte queste donne così madri, così figlie, così amanti, così amate.
La fotografia delle donne di Carta sono perciò piene d’amorevole ossessione, d’inoccultabile tormento, sono pregne d’amorevole violenza e d’amorevole senso della perdita. Sono le fotografie di un appassionante e appassionato amante dell’anima femminile, allo stesso tempo tenero e cinico, incantato e disincantato; il quale sa, col sensibile cinismo che l’esperienza nel tempo gli ha servito come destino-dessert, che l’oggetto del suo amore, come in una virtuosistica dissolvenza incrociata di Max Ophuls, si perderà, svanendo e riaffiorando e svanendo di nuovo, in un tango finale della perdita accettata, stoicamente, dolcemente, nel postribolo incantato della sua immaginazione.
Perché ogni emozione si paga: con l’emozione successiva, col successivo fotogramma, fino alla fine della pellicola.

(Credo si sia capito che a me la poesia di Franco Arminio – che peraltro non conosco personalmente – piace molto. Ne pubblico dunque un’altra, sempre inedita. Arminio è irpino, e ha già al suo attivo ben otto pubblicazioni, tra le quali “L’universo alle undici del mattino”, racconto edito nel 2002 da D’If , e la sua “ricognizione irpina” “Viaggio nel cratere”, uscito nel 2003 per Sironi. In prossima uscita, sempre per Sironi, una raccolta di racconti sulla periferia torinese, “Eco e Narciso”, nella quale Arminio è in compagnia di altri 13 giovani scrittori e poeti italiani:Antonella Anedda, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, Giulio Mozzi, Piersandro Pallavicini, Antonio Pascale, Laura Pugno, Christian Raimo, Tiziano Scarpa, Antonio Scurati. Emanuele Trevi, Vitaliano Trevisan, Lello Voce. Buona lettura. M.U.)
All’alba il mondo ti appare perfetto.
A Montaguto le donne
che vanno alla messa delle otto
ancora non si sono perse.
Verso le dieci il cielo
si è liberato di me.
Ignoro se la terra avrà la gentilezza
di tenermi fino a sera con sé.

di Franco Arminio
venti, venticinque al giorno.
non parlo di sigarette
ma delle volte in cui apro la posta.
aspiro il fumo della comunicazione
ogni volta che è in corso la sospirata ricezione.
all'inizio lo facevo uno, due, tre volte,
ma poi ha preso il largo
la droga del messaggio.
invio, invio
e se non c'è risposta
scrivo e invio,
alla fine parlo
sempre io.

di Serge Viteaux
(Pubblico il testo di questa poesia-canzone del famoso cantautore esistenzialista italo-francese Serge Viteaux, appena uscito con il suo nuovo CD "Salus dal Pere Lachaise". Buona lettura.M.U.)
Quarantasette morto che parla
morto che parla ma chi l'ascolte
io lo ripeto un'altra volta
meglio dirlo zitto zitto
il saluto farlo finto
nella quiete nella pace
nella tomba tutto tace
solo qualche fiore in vaso
qualche lume in qualche caso
nel silence del Pere Lachaise
denso come mayonnaise.
Nella bara si sta bien
si riposa e plus va rien
gracchia solo un po' de legn
qui il fantasma è nel suo regn
Quarantasette mort chi l'ascolte
manco le vecchie, manco una volta
nessuno viene, nessuno langue
sulla mia tomba il piatto piange.
Nemmeno un cane che si ricordi
né un marinaio né una mignott
né un parolaio che verbalizzi
son tutti sordi son tutti zitti.
E quarantott, morto chi parle
morto chi parle, ma chi l'ascolte?
nel Pere Lachaise, sempre qua sotto
io vi saluto l'ultima volta.
Datemi un segno di lontananza
fatemi un segno, magari corna
come non detto, sto zitto e mosca
io vi saluto dal Pere Lachaise
dove l'artiste se dorme al fresh.
Quarantanove morto qui parle
le mort qui parle, ma chi l'ascolte
le mort lui parle, merde chi l' ascolte?...

di Giuseppe Iannozzi
(Pubblico questo pezzo di Giuseppe, già apparso su King Lear, su Michel Rio, un importante scrittore francese da noi quasi del tutto sconosciuto. Buona lettura. M.U.) Michel Rio è nato nel 1945 in Bretagna, quella che potremmo definire la culla dell'epopea arturiana, ed è cresciuto in Madagascar. Oggi, Michel Rio vive a Parigi, dove però rifugge le luci della ribalta, opponendo alla mondanità della capitale la quiete della propria ricerca letteraria. Autore molto apprezzato in patria, raffinatissimo e mai banale, ha ridisegnato le vicende arturiane con un aplomb inedito, metafisico, pur non disdegnando di accogliere inserti fantastici all’interno delle sue opere. La narrativa di Michel Rio è tutta tesa alla possibile ricostruzione della geografia umana e per questo motivo è impossibile tentare di inquadrarlo in una etichetta letteraria necessaria o di comodo. In patria, Michel Rio ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi letterari ed è da molti corteggiato per la sua verve unica; la sua è voce che ritrae l’uomo e lo smembra, è voce capace d’indagare nello spirito e ridurlo a brandelli e allo stesso tempo, paradossalmente, ricomporlo per restituirlo all’umanità. In tanti si sono provati ad inquadrare questo autore più unico che raro, ma, sino ad oggi, nessuno ci è riuscito: il problema è che l’autore non appartiene a nessun genere e non fa riferimento a nessuna scuola creativa o moda letteraria. Distaccato dal materialismo e dallo strutturalismo che lo vorrebbero prodotto estetico, Michel Rio ha saputo costruirsi meritata fama di artista tout court interessato solo ad evadere dai cliché critici e dare all’uomo un’identità possibile o anche impossibile, perché l’autore quando parla, scrive, pesa ogni parola e ognuna è caricata di forti valenze metafisiche e richiami filosofici. Questa sua peculiarità, che per molti altri suoi esimi colleghi avrebbe potuto rappresentare una pesante tara, è invece per l’autore francese il suo motivo di forza. Insieme a Michel Houllebecq, Michel Rio è testimone della grande letteratura francese, quella che evade dagli schemi precostruiti per eternarsi nella storia. Michel Rio - ARTU' (Arthur) - InstarLibri – 15 euro
La profonda coerenza di Michel Rio è oggi indicata da molti come esemplare, e questa è ravvisabile nella trilogia arturiana, i cui titoli sono Merlin, Morgane e Arthur. La trilogia è uscita in Italia per i tipi InstarLibri di Torino, una piccola casa editrice capace di proporre grandi titoli sempre ottimamente tradotti. Le traduzioni dei libri succitati sono opera di Annamaria Ferrero, che ha saputo mirabilmente trasporre in italiano tutta la forza espressiva dell’autore francese. Di grande pregio è anche la veste grafica di ogni volume.
Purtroppo, in Italia, ci si è poco occupati di Michel Rio: un certo snobismo da parte dell’intellighenzia italiana ha ridotto, per troppo tempo, l’autore francese a puro oggetto utile solo a occupare gli scaffali polverosi delle librerie. Tuttavia, per fortuna, finalmente sembra che qualcuno si stia svegliando. Polemiche a parte, gratuite e giustificate, Michel Rio con la trilogia arturiana ha dato nuovo lustro ad un filone che sembrava essere consumato da tempo. Come si è già detto, le pagine di Michel Rio sono fortemente intrise di filosofia: leggere un brano di questo autore, significa soprattutto sprofondare nelle latebre del pensiero umano per riemergerne con la sensazione di aver varcato i confini della mente umana. E’ una sensazione piacevole, perché ci si rende conto di essere ancora vivi e pronti ad accogliere la vita nonostante tutte le sue contraddizioni.
Elogio della memoria affabulatrice, dramma della filosofia umana, poesia metafisica che investe la classicità arturiana, i romanzi di Michel Rio sono godibilissimi ed immediati a dispetto di quanto si potrebbe erroneamente credere. In Merlino, primo titolo della trilogia arturiana, l’eco è quella che viene dal fondo di una caverna. E’ la voce di Merlino, profeta bardo sciamano, da alcuni detto figlio di Satana e di una vergine, “luogo vivente di tutti i contrari”. Merlino, condannato a una immortalità non desiderata, si trova suo malgrado a essere eterno. C’è dolore nel suo pensiero, ma anche disperazione esistenziale tipica di chi ha perso insieme alla donna amata la propria identità, la terra che gli ha dato i natali. Selvaggiamente attento ogni ricordo emerge e disegna il tempo che fu: un mondo inaspettato si disegna nella memoria del lettore, e questo è selvaggio e non è possibile riconoscerne il confine oltre l’orizzonte. Nelle parole di Merlino rivivono così le gesta di un mondo tanto meraviglioso quanto spaventoso, fatto di “donne cavalieri armi e amori”; ma soprattutto nelle sue parole si riaffaccia prepotente il duello tra la propria fede illuministica nel potere ordinatore della ragione, e Morgana, irresistibile dark lady paladina del caos.
Il secondo libro, Morgana, è la stessa storia che Michel Rio racconta in Merlino, ma a parlare è Morgana e la sua tracotanza che sfida l’epistemologia e si dà, coscientemente, al male, piuttosto che amare così come Merlino aveva tentato di insegnarle quand’era ancora una bambina. «Artù e Morgana si contemplarono. Erano il giorno e la notte messi l’uno di fronte all’altra, e il fulgore della notte offuscava quello del giorno. Morgana sorrideva. Ma nella luce verde dei suoi occhi Merlino colse qualcosa di gelido.» Morgana è riottosa, consapevole della sua bellezza, capace di credersi immortale nell’anima e nel corpo; ma a smentirla sarà il Mago, Merlino. In questo secondo capitolo metafisico delle gesta arturiane, Michel Rio mette in campo tutta la sapienza occidentale e orientale per metter in bocca a Morgana la storia di Re Artù e della sua inevitabile catastrofe. Morgana è la protagonista che racconta, secondo il suo punto di vista, la prospettiva di Merlino, della Corte di Re Artù. La sua cecità di fronte all’amore che rinnega come forza ispiratrice degli uomini sarà l’epitaffio, il trionfo del disfacimento sublimato in un odio inveterato: l’ideale del Mago diventa per Artù fede cieca in un bene cancellatore di ogni male, mentre Morgana decide di vendicarsi del male universale con il male individuale. La Regina di Ygerne, colei che troverà esilio definitivo presso Avalon, colei che scoprirà che anche lei era destinata ad invecchiare, suggella nella mortalità l’esistenza umana. Il trionfo lo trova nel disfacimento e non odierà e non adorerà, alla fine, che Merlino e Artù, perché non c’è fatalità né nella creazione né nella distruzione, e l’anima e il caso sfuggono ai più sottili calcoli della provvidenza.
La reinterpretazione della Tavola Rotonda si conclude con Artù (Arthur): "Io non sono la Tavola, non sono un'idea. Tutt'al più posso esserne il cattivo servitore, ma innanzitutto sono una carne che ama un'altra carne: Morgana." Artù è l’ultimo a dire la sua sulla Tavola Rotonda dopo il Demiurgo dell’Utopia, Merlino, e Morgana, il lato oscuro del Mago Demiurgo: amore e odio, questi sono gli ingredienti principali della trilogia arturiana rivista e corretta da Michel Rio. Artù è il terzo protagonista, è l’elemento dialettico, affascinato dal puro ideale, ma, purtroppo, succube del reale esercizio del potere. Il grande Re è disegnato da Michel Rio con maestria unica: la fragilità di questo uomo mitizzato si rivela in tutta la sua potenza. Afflitto per la doppia perdita della sorella-amante (Morgana) e del padre-guida (Merlino), Artù vota se stesso e il sogno di Merlino alla distruzione. Il figlio dell’incesto, Mordred, si contrappone al grande Re e la catastrofe è inevitabile per l’impero arturiano. L’apogeo della potenza della Tavola Rotonda, in un momento, o poco meno, si traduce in sconfitta: ad essere sconfitto non è il Re, è un Impero, un popolo, un sogno di fratellanza, è l’Utopia di Merlino che si perde nel vento come un castello di sabbia. Il mondo che si è autocreato si autoannichilisce, ripiegandosi sulle ferite mortali inferte dal figlio al padre e dal padre al figlio. Dalla lotta contro caos e tempo tutti escono soli e sconfitti. Il silenzio, rotto nella prima pagina di Merlino dalla voce terribile e incantevole del Mago, cala di nuovo sulla Storia nell'ultima pagina di Artù. Il cerchio si chiude.
Michel Rio con Artù, ultimo capitolo della trilogia della Tavola Rotonda reinterpretata, ha consegnato alla storia della letteratura alcune delle pagine più belle che siano mai state scritte sul Mito di Re Artù e dei tanti personaggi che invadono e si completano l’un l’altro intorno alla Tavola Rotonda.
Spesse volte, secondo logica dell’abuso, si definisce “capolavoro” ciò che in realtà è solo opera mediocre, ma in questo caso, dire che Michel Rio ha scritto opera memorabile vicina al capolavoro è forse davvero poco. Ci troviamo di fronte ad un autore tutto d’un pezzo capace di affascinare con la sua filosofia immediata che abbatte le barriere dell’incomunicabilità. La reinterpretazione di un mito per evidenziare la morte sociale dilagante del/nel nostro momento storico adoprata da Michel Rio è superba, perfetta sotto ogni punto di vista, sia sotto quello di Merlino, di Morgana o di Artù.
I tre capitoli (libri), Merlino, Morgana e l’ultimo Artù, costituiscono una lettura obbligata per quanti hanno amato il mito arturiano esclusivamente attraverso T. H. White o la metafora de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Sono il necessario completamento per capire “chi” e “che cosa” è stato il mito, la Tavola Rotonda.
di Vins Gallico & Io
(Ogni promessa per l’Uffenwanken è debito. Ora che entrambi – Vins e io – abbiamo visto La caduta, il film di Oliver Hirschbiegel sugli ultimi giorni di Hitler e del nazismo, eccovi la tandem-recensione(?) che avevamo promesso, in forma di dialogo. Il dialogo potrà ovviamente continuare nella colonna dei commenti con la partecipazione di chiunque voglia dire la sua. Per cui da tandem recensorio sarà possibile arrivare a un vero e proprio equipaggio. Buona lettura. M.U.)
VG. Caro Franz, mi accennavi un paio di giorni fa al fatto che La caduta ti sia piaciuto. Mi chiedo perché. A me sinceramente ha causato il rigetto. Provo a spiegarti per quale motivo. Le riflessioni che seguono dunque non sono una vera e propria recensione di quelle che si possono leggere sui giornali, dato che (su certi temi) non so scrivere con la pretesa di oggettività, anzi mi faccio prendere dalla foga. Ho visto Der Untergang qui in Germania, la notte fra il 19 e il 20 aprile e confesso che quanto sto per dire si basa sulla teoria della relatività di Einstein abbinata all’arte e in questo caso riferita ad un film. Il mio punto e il mio tempo di osservazione hanno influenzato il mio giudizio. Il giorno dopo era il compleanno di Hitler, con festeggiamenti vari della gentaglia che ti puoi immaginare. In più era in corso una polemica sulla gioventù hitleriana (la Bild Zeitung aveva appena pubblicato una prima pagina dedicata a tutti i nonnini che avevano deciso di rompere il tabù: adesso si può di nuovo essere fieri di averne fatto parte, della Hitler-Jugend) e avevo uno sguardo ai giorni successivi: alle marce naziste del primo maggio a Lipsia e dell’8 maggio a Berlino (in quest’ultimo caso si sono raccolti più di tremila teste rasate).
FK Ok Vins, ho capito che La caduta non ti è piaciuto. E forse non ti è piaciuto anche perché vivi in Germania e ti capita di leggere la Bild e insomma vivi in un paese nel quale un certo numero di pazzi furiosi o soltanto criminali inscenano revival a base – immagino- di Horst Wessel Lied, croci uncinate e slogan xenofobi. Non voglio mettere le mani avanti, ma tu forse non puoi essere, proprio per una questione ambientale, abbastanza distaccato sul film. Tra l’altro sei uno straniero, e io so che per certi nonnetti (di cui un bel po’ di anni fa ho fatto personalmente la conoscenza sul loro stesso campo) uno straniero è tutto sommato un inferiore. Ai tempi qualcuno mi dette del “Badoglio” perché italiano. A questo non fregava un cazzo se fossi per metà tedesco, io in quel momento di litigio, per lui, ero un “Badoglio” e basta. Io gli risposi per le rime, dandogli dell’Adolf Hitler. Non era un complimento, questo, per lui, soprattutto perché il mio tono non era per nulla complimentoso. Andammo avanti per 5 minuti buoni a darci rispettivamente del Badoglio (per me allora era un insulto) e dell’Hitler: nessuno mollava il colpo. Certi tedeschi, tu l’avrai capito, rispettano solo la forza. Se chini il capo, è finita. Bisogna tenere botta, insomma.
VG Ok, allora, dvd, sigarette e parte il film, c’è una signora anziana sullo schermo, è una delle segretarie che confessa che lei là in mezzo c’è finita per caso e poi il destino l’ha sospinta. Lei mica lo sapeva. Così m’immagino la ragazza di allora, un po’ più giovane di me, che batteva su dei tasti come io sto ora facendo, mentre il Führer dettava gli ordini della soluzione finale e mi dicevo: eccone un’altra di quelle che sapevano, però tanto non ci potevano fare niente e poi hanno rimosso… Perché non posso credere che il Führer certe lettere se le battesse da solo.
FK Traudl Junge era vittima del fascino del grand’uomo. Se non ricordo male, Vins, lei non dice di essere finita per caso al servizio di Hitler. Lei dice una cosa molto diversa: che voleva lavorare per il Fuehrer a tutti i costi e che molti l’avevano sconsigliata di farlo.
VG Forse è proprio questo ciò che mi ha infastidito: l’aver accettato la rimozione collettiva della memoria nazista. Bruno Ganz recita un Adolf Hitler umano e docile con le donne, paterno, nonnesco, ziesco. Be’, Ganz è un grande attore, il tic della mano gli viene bene, tutto ricostruito alla perfezione leggo su Der Spiegel, eppure Hitler non era quello che vedo sullo schermo. Il film taglia, seleziona momenti e temi della fine del nazionalsocialismo che sono fondamentali. E Hitler diventa un fantoccio dell’arteriosclerosi: le riunioni di generali con quella maschera di gesso di Goebbels sembrano un cabaret, col vecchio rincoglionito che dice: - Mo’ arriva la nona fanteria - e gli altri imbarazzati: - No, capo, guardi che non esiste più – e Hitler che insiste: - Ho detto che arriva – e gli altri: - Va bene, capo, come vuole lei – e intanto si scambiano le occhiate e si danno le gomitate come a dire: - Questo è tutto scemo… Era lui il matto, il folle, fosse stato per gli altri sarebbe andata diversamente. Purtroppo non è andata diversamente!
FK Io credo che la ricostruzione sia stata abbastanza fedele. Lasciamo stare gli occhioni sgranati della segretaria, quello è il vero punto debole del film. E’ lì che c’è qualcosa che non va. Non tanto per lei, quanto per il regista e i produttori, che hanno insistito troppo nel dare risalto al suo punto di vista di semideficiente. Per il resto Hitler era un mostro e come tale viene rappresentato; è notorio che fosse molto gentile con le donne (anche se forse gli interessavano fino a un certo punto); in questo – nella formale galanteria- era un normale viennese di antico stampo. Dall’altra parte non vengono risparmiati alle nostre orecchie e ai nostri occhi le sue demoniache e isteriche sfuriate contro tutto e tutti, la sua assoluta mancanza di scrupoli. Le gomitate tra Keitel e Jodl, per esempio; si, d’accordo, forse una o due volte; ma perlopiù loro erano terrorizzati. Anche perché ci erano dentro fino al collo, e da anni. Poi ogni tanto si ubriacavano e sparavano qualche cazzata tra loro per sfogarsi. Ho notato ancor meglio la fuga di Himmler dell’inizio: lì è davvero rappresentata tutta l’arroganza, l’ opportunismo e il gigantesco cinismo delle SS esemplificato anche nelle azioni finali del loro capo.
VG Speer, l’architetto, viene descritto col senno di poi e il rispetto borghese dovuto ai morti, come il tecnocrate che non c’entrava niente con la politica. I vent’anni al processo di Norimberga non glieli hanno dati perché i suoi progetti facevano schifo!
FK Ma no. Speer viene descritto come un intellettuale a servizio del regime che semplicemente si accomiata dal dittatore alla fine dello stesso regime. Il film non è sul nazismo in quanto tale; non basterebbe un ciclo alla Heimat per rappresentarlo cinematograficamente. Il film, a mio modo di vedere, mostra soltanto gli ultimi giorni di un folle sogno che in realtà è stato un tragico incubo. Speer appare in poche scene e fa quel che deve fare in quelle poche scene: sostanzialmente andarsene. Opportunisticamente, come opportunisticamente era diventato un prediletto di Hitler.
VG La signora Goebbels pur in tutta la sua brutalità fa la mamma della nazione, disposta al sacrificio dei bambini, solo perché anche lei è un po’ fuori di testa e ha un debole per Adolf (ci credo, col marito che si ritrova).
FK La Goebbels non fa la mamma della nazione. La Goebbels accoppa i figli in maniera addirittura chirurgica. La scena è stata girata con grande rigore: era facile cadere nel sentimentalismo, nonostante non certo la Goebbels ma nonostante, piuttosto, i figli innocenti uccisi nel sonno. Invece tutto viene eseguito nella lucida follia di una fanatica che non puo’ immaginare un mondo nel quale il Nazionalsocialismo non ci sia più. E questo concetto lo ribadisce più volte. Poi si fa ammazzare dal marito.
VG Eva Braun è la fanciulla innamorata, la first lady nascosta, ma con una personalità ariana incredibile. Coi russi alle porte trascina il suo popolo: Forza, balliamo, balliamo...
FK A me è sembrata una perfetta cretina, come sicuramente era. Totalmente succube del suo idolo. Felice di morire per lui. Non first lady, semmai una moritura sonnambulica col sorriso fesso stampato sulle labbra. E’ l’idiozia il peggior male del mondo, non la cattiveria.
VG Franz, più ci penso e più m’infastidisco, guarda, quasi quasi non riesco ad andare avanti. Lo so che è sbagliato dire che film di merda se il film è fatto bene ed è il soggetto che mi raccapriccia. Però, diamine, se un fotografo mi fa vedere una foto che mi suscita il vomito, avrò il diritto di dirgli: - Ma con tutto ciò che c’era, proprio ‘sto schifo dovevi fotografare? Io mi chiedo soltanto: è una storia che non vogliamo che si ripeta, ha senso umanizzarli? E se sì, perché? Perché ti è piaciuto?
FK Certo che ne hai il diritto, Vins. Hai il sacrosanto diritto di non accettare il film anche ideologicamente, diciamo così. Mi chiedi perché mi è piaciuto: l’ho trovato un film senza emozioni, senza retorica, senza un briciolo di sentimento, e proprio per questo da encomiare. L’operazione è riuscita senza prendere la fin troppo facile scappatoia del documentarismo. Hirschbiegel e i suoi attori hanno messo in scena un non-spettacolo con le cadenze giuste, mai sopra le righe. Niente viene concesso allo spettacolo così come lo intendiamo noi, del tipo delle fanfaronate americane che ben conosciamo, vedi il per me insopportabile Spielberg. Der Untergang rappresenta la caduta di un regime terribile e quella di una città che doveva, per quel regime, diventare il centro del mondo. Parallelamente alla fine di Hitler e dei suoi accoliti viene mostrata la fine di una città. Non c’è indulgenza nei confronti dei personaggi, a parte che per la Junge. Ma anche quella breve scena nella quale la ragazza corre in bicicletta col bambino seduto sulla canna a me non disturba più di tanto. Per me è una scena più che altro simbolica: rappresenta il popolo tedesco – per certi versi connivente perché ha creduto nelle promesse del nazismo- che si risveglia da un sonno-incubo, e forse dalla propria massificata mediocrità. Prima di vedere il film ( e l’avevo scritto su queste colonne) temevo che umanizzare Hitler potesse essere un’operazione potenzialmente nociva. Ma questo non è un ritratto del dittatore alla fine: è un film più complesso, corale, con molti personaggi, dei quali Hitler è il più importante per ovvie ragioni, ma nel quale si muovono in parecchi, dentro e fuori dal bunker. Il film insomma è buono sotto molti profili; ha ovviamente dei difetti: nell’indugiare troppo sul punto di vista della Junge e nel fatto che, tutto sommato, nonostante la sua qualità e onestà di fondo, è un film abbastanza inutile, perlomeno per noi in Italia. Puo’ darsi che in Germania sia servito ad altro. Sicuramente ha smosso parecchie coscienze, a quanto ho letto e sentito.
(Continua, eventualmente, nella colonna dei commenti)

di Riccardo Ferrazzi
Su un muro pieno di manifesti incollati e ormai mezzi stracciati ne ho visto uno che portava due nomi e sotto una scritta: qualcosa come “Milano non dimentica !”. E allora ho ricordato che i nomi erano quelli di due ragazzi uccisi durante gli anni di piombo. Erano ragazzi di destra e il manifesto era, immagino, di AN o di qualche gruppo estremista.
Mi sono domandato se è più civile ricordare o dimenticare. Mi sono risposto subito: no, ricordare si deve. Altrimenti bisognerebbe dimenticare anche la stazione di Bologna, il rogo di Primavalle, Piazza Fontana, le foibe, il 25 aprile, il gulag e l’olocausto.
O forse bisogna ricordare certe cose e certe altre no ? Si fa sempre un gran parlare di revisionismo storico, ma è una faccenda che io sinceramente non ho ancora capito fino in fondo. Uno storico scova documenti che, per esempio, mostrano un lato poco piacevole di un “padre della patria”. Mai una volta che si legga una smentita con altri documenti che dicano il contrario. Invece ci si strappano le vesti perché, in buona sostanza, si pretende che la storiografia non intacchi il marmoreo monumento che ci è stato consegnato dalla cronaca.
Allora bisogna ricordare sì, ma solo ciò che ha ricevuto un imprimatur, e solo nella versione approvata ? E soprattutto, tornando a pensare al manifesto “Milano non dimentica !”, bisogna ricordare per evitare di ricascare negli errori del passato o bisogna ricordare per alimentare l’odio ?
Che vuol dire “Milano non dimentica” ?
Ecco una piccola esperienza personale. Quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana nessuno si aspettava una cosa del genere, eppure da tempo si sentiva nell’aria che stava per succedere qualcosa. La prima impressione fu che la bomba di Milano era scoppiata troppo presto per un errore degli attentatori. Un classico caso di “cannoni che sparano da soli”. Poi, senza un motivo preciso, si affermò la tesi della strage dolosa. Come siano andate davvero le cose non lo sapremo mai. Ricordo che mio padre accolse la notizia con una tristezza che andava al di là del fatto specifico e sconfinava nella paura. Disse: “È l’attentato al Diana”.
Neanche lui ricordava l’anno in cui successe. Ma doveva essere stato appena dopo la fine della prima guerra mondiale. Una bomba scoppiò nel cinema Diana e fece un sacco di vittime. Si parlò di anarchici. Non si trovò mai il colpevole. Da quel momento tutti i contrasti si radicalizzarono. Si innescò lo squadrismo. La politica fu destabilizzata. L’Italia si avviò a un regime totalitario.
Ai tempi di Piazza Fontana nessuno parlò del Diana (salvo Nenni, una sola volta, a botta calda). Ma credo che i politici avessero ben presente l’analogia. Se gli anni di piombo sono stati penosi ma non sono sfociati in una rivoluzione o in un colpo di stato è probabilmente perché i politici di allora pensarono sempre al Diana e non ne parlarono mai.
E allora, ricordare o dimenticare ? Ricordare, direi. Ma con uno scopo ben preciso: ricordare per spegnere l’odio, non per riattizzarlo. A che serve scagliarsi contro le guerre nel mondo con una mano e con l’altra perpetuare la nostra guerra civile ? C’è una parte che ha vinto e una che ha perso: è la Storia. Ma la Storia si fa guardando avanti, non indietro. Lo sapeva bene quel ministro della giustizia che firmò l’amnistia per i fascisti. Si chiamava Palmiro Togliatti e ci ha insegnato che se un fanatico se ne esce con qualche fesseria ci sono due modi di contrastarlo: possiamo dargli una lezione con metodi legali e fargli capire che è meglio se la pianta lì, oppure possiamo metterci a fare i fanatici anche noi (di segno opposto, naturalmente). Il primo metodo tende a instaurare una società civile, il secondo a incistare gli odii sul modello delle faide.
Sono sessant’anni che la guerra è finita. Non esistono più né il fascismo né il comunismo. Ma c’è ancora chi vorrebbe imperniare il dibattito politico sulla contrapposizione fascismo-comunismo, come se l’Italia e il mondo fossero fermi al 1945, come se non dovessimo fronteggiare problemi completamente diversi: la spinta demografica dei paesi islamici, lo sviluppo economico dell’estremo oriente, la scarsità di petrolio, la crisi dei sistemi previdenziali, il mancato decollo della Europa politica, l’impotenza dell’ONU, ecc. ecc.
Abbiamo bisogno di guardare al futuro, e di pensare in grande.
La prima: il mio Cattivo Sangue verrà presentato venerdì prossimo 20 maggio a Milano alla FNAC di via Torino -ang. via della Palla- alle ore 18.00 dal mio old friend Andrea Pinketts, anche lui da poco ri-uscito in tutte le librerie col suo ultimo libro "L'ultimo dei neuroni", edito da Mondadori. Intervenite numerosi chevelodicoaffà!
La seconda: è in rete da ieri pomeriggio uno "speciale" su Cattivo Sangue a cura di Baldini Castoldi Dalai consistente in una videointervista fatta al vostro più che affezionatissimo Uffenwanken. Per vederla potete andare sul sito dell'editore http://baldini.editore.it/ Grazie per l'attenzione!
di Franco Arminio
adesso non si parla della poesia
o se ne parla di sfuggita
come se fosse un semplice argomento
della vita.
ma la poesia
è un’altra cosa
pensate alla muta lussuria
di una rosa.
Questo è un quiz. Difficile? Dipende. Il primo che indovinerà il nome di questo VIP riceverà una copia autografata di Cattivo Sangue - pagamento contrassegno, insomma alla consegna...;-) Sconto del 45%. O forse, addirittura, in omaggio. Anche qui dipende. Insomma, dateci dentro!
"Nonostante tutti gli inconvenienti, non c'è null'altro al mondo che vorrei essere al posto di essere uno scrittore, ed in nessun altro luogo invece che di fronte a una tastiera.
Sono riuscito a evitare di avere un capo che controlla il mio lavoro e i miei compiti. Per tutta la mia vita da impiegato, ho dovuto lavorare per gente meno intelligente, meno creativa, e meno idealistica di me. Quando ho cercato di usare i miei talenti, sono stato sempre bloccato.
La scrittura è una delle poche attività creative rimaste nella nostra cultura.
Manipolare soldi, pubblicità, produzione, sorveglianza, vendita - tutte queste professioni ci pongono delle mete decise da altri. Solo nelle arti esprimiamo i nostri concetti, la nostra strada. In un certo modo, i miei romanzi sono conversazioni con amici che non ho mai ho incontrato. E in più, posso rendergli un servigio.
Mario Vargas Llosa ci ha chiamati: "esseri mutilati, oppressi con la dicotomia di avere una sola vita e l'abilità di desiderarne mille."
Ma la narrativa ci lascia un passo fuori dalle nostre vite e dentro a quelle di altri. C'insegna il rispetto per gli altri, e anche l'amore."
(David Poyer)

di Razgul
(Prendo di peso dal suo blog Tunga! questo pezzo-elenco dell’orrore (vero) di Razgul e lo pubblico. Buona lettura. M.U.)
All’improvviso, tutte collegiali. Le Brigate dei Martiri di Alassio.Operaie ventenni semi-analfabete che collezionano poster di Costantino nudo. Il finto ribelle vero qualunquista che scorrazza in moto per la provincia nord e dice “Sono un tipo strano, un randagio”. Il manierismo del tono scazzato, un po’ indie rock un po’ aperitivo lounge un po’ “facciamo a gara per vedere chi è più bastardo”. La cura con cui elaborano i propri avatar fighetti mi dà noia come una mosca con i bubboni rossi sull’addome. Un padre di famiglia con baffetti stinti scivolava verso casa fuori orario di lavoro sul suo SUV. Faccia triste di chi sente che non gli sarà più data un’altra vita, ma non riesce a formulare chiaramente questo pensiero. Il ceto impiegatizio in pausa pranzo. Le generazioni si confondono l’una con l’altra. Differenze superficiali: più o meno rughe, capelli grigi o tinti ecc. Nel calore che sale dall’asfalto del parchegio sembrano tutti figli dello stesso abbiocco culturale. Puliti ma con una punta di sporco. Parlano di scorrettezze tra colleghi, schemi calcistici, cifre esagerate spese da tizio e caio. I rom accampati nei pressi del centro commerciale ****** di ********* provano come l’uomo possa vivere nell’abbrutimento anche quando è fuori dal crepuscolo quotidiano dell’era tecnologica occidentale. Quindicenne al ristorante con i genitori. Papà e mamma stanno invecchiando, perciò indossano decorosi golfini beige (lei) e decorose polo verde bottiglia (lui). Il figlio è visibilmente succube dell’abuso di seghe e sensi di colpa post-eiaculatori. Ha una pettinatura tale da impedirgli qualsiasi possibilità di contatto con la figa e stringe con aria ispirata per tutto il pranzo un telefonino supermoderno. Sul treno una famiglia numerosa. Tarchiati, paonazzi. Collo largo. Sudati a qualunque temperatura. Improvvisamente cominciano a circoncidere enormi falli di salame, a infilarsi in bocca certe fettazze lardose piccanti. In una lingua incomprensibile – forse un dialetto lucano – e a voce molto alta discutono di cibo, masticando forte. Infine il pater familias chiama col cellulare certi parenti e si mette a descrivere ciò che sta mangiando. Il giovane incrociato in metropolitana – doveva avere all’incirca la mia età. La corporatura di Yuri Chechi, la statura di Maradona e la faccia di Dustin Hoffman. Jeans gli inguainavano le gambe come goldoni e finivano in un paio di stivali neri alti fino a metà polpaccio. Gli sguardi delle impiegate nel terziario, giunte al traguardo dei trenta con un contratto a tempo indeterminato, sono quasi sempre interstiziali. L’altranno è stato in un villaggio vacanze con la tipa e si sono divertiti un casino. Sono XYU 24 anni milanese studente universitario (odontoiatria) sono fidanzato con la ele mi piace la birra, il fantacalcio, uscire coi miei amici, fare l’amore con la ele. Politicamente sono un po’ di destra anzi fascista ma ne vado fiero calcisticamente sheva forever!!! Essere sempre assenti da sé stessi. Modi: palestra. Leggere “Cosmopolitan” al cesso. Fantasie erotiche con un calciatore di serie A, Morgan, Alemanno di AN. Idem con le hostess del Motorshow. Serata in piedi fuori dal Mom. La bamba. Sveltina protetta. Aprire un blog per diffondere la propria competenza acquisita nel campo minato dei pompini. Vendere “Lotta comunista” porta a porta. I manga. Shopping. Essere un/una liceale benestante. Essere belli. Andare a un concerto dei Subsonica. Comprare il libro di Lella Costa. Il metodo Feldenkreis. Essere sempre cieche macchine desideranti in balia di Qualcos’Altro.

MU Domani esce il tuo nuovo libro. Sei emozionato?
FK Secondo te?
MU Vabbè, passiamo alla seconda domanda. Perché hai scritto un noir?
FK E perché non scriverlo?
MU Per esempio perché ce ne sono già troppi, in giro. La letteratura di genere…
FK Alt! Uffenwanken, anche tu con questa menata snobistica della letteratura di genere… Non lo vedi che si parla di “letteratura di genere”, e pure con sussiego, solo quando si tratta di noir, thriller, gialli? E invece quando si parla di romanzi di altro genere no, quelli sono romanzi e basta? Non ti sembra un po’ una stronzata, questa, e pure parecchio datata?
MU Si, certo che mi sembra un po’ una stronzata. Ma io qui faccio il finto tonto, anzi il finto stronzo…
FK Speriamo bene… cioè speriamo che la tua sia davvero una finta…
MU A te scoprirlo, detective… Senti, bando alle ciance: cos’è Cattivo Sangue?
FK Innanzitutto, come primo impatto, un bell’oggettone di 430 pagine, lo si puo’usare anche come corpo contundente, volendo. E poi è visceralmente un noir, fino alle tonsille, così come è una storia – credo- con molta umanità allo sbaraglio, nella quale il sangue viene versato abbondantemente; e non c’è soluzione. Ma è anche un romanzo, per così dire, esistenziale. Anche per questo è un noir, infatti. Un noir, a mio avviso, o meglio per me ( se proprio dobbiamo spiegare cosa è, o meglio cosa lo differenzia per me da altro) è una storia di crimini senza una vera e propria soluzione, nella quale la componente esistenziale, psicologica, ha grande importanza, al pari dell’azione. Infatti, l’azione viene vissuta anche nella mente dei personaggi, la mente viene in certo qual modo descritta nel suo dinamico e spesso ossessivo malpensare prima durante e dopo l’azione. L’io narrante di questo libro si fa spesso e ossessivamente cattivo sangue, versa il proprio sangue pensante; mentre intanto ne sparge, di altrui e vero, di quello color rossosangue, appunto, a estese pozzanghere: cattivo sangue di cattiva gente. E si interroga, lui, il protagonista; e non si dà pace, mai. Un libro, questo, senza pace.
MU Senti un po’, non è che ti stai prendendo un po’ troppo sul serio? Non mi stai mica diventando un trombone anche tu?
FK Franz-quillo…
MU Vabbè… Senti, ti faccio una domanda un po’… diciamo così provocatoria… A chi non consigli il tuo libro?
FK Sei proprio uno stronzo… Vabbè, ti rispondo lo stesso. Sarò franco, anzi sono Franz: non consiglio Cattivo Sangue a chi nei libri cerca una specie di consolazione da comodino, a chi cerca un ipnoinducente cartaceo come alternativa al solito sonnifero, a chi cerca risposte certe e soluzioni nette, equazioni risolte, respiri di sollievo, a chi cerca l’up-to-date e il fashion letterario delle mie granitiche sfere e il carinismo. Cioè lo compri, ci mancherebbe altro: ma per regalarlo... Invece lo consiglio caldamente a chi non teme di restare sveglio la notte, a chi non ha paura della febbre e delle pulsazioni alte, ai temperamentosi, ai passionali. Per me è comunque difficile parlare del mio lavoro, onestamente, ma lo faccio lo stesso, è pure giusto. E poi me lo chiedi tu, sai che in fondo in fondo ti stimo.
MU Stai veramente diventando un trombone, mi sa... Comunque grazie, non dovevi disturbarti…
FK Ma ti pare…Ah si: lui, il protagonista attorniato da vari personaggi buoni e soprattutto cattivi, è un mostro umano, troppo umano. Per cui, forse, non è nemmeno un mostro, perché forse è soltanto un uomo come tanti al quale succede – e non solo per colpa sua - di saltare il fosso...
MU Speriamo bene… Un’ultima domanda e poi ti lascio in pace.
FK Questa è proprio buona… Sei sempre in mezzo ai piedi, un continuo, da decenni… Comunque dimmi.
MU Senti, se il tuo romanzo fosse un pietanza che pietanza sarebbe?
FK Una bistecca con l’osso, bella spessa e naturalmente cotta al sangue.
MU Naturalmente. Beh, in bocca al lupo.
FK Grazie, Uffenwanken. Se non ci aiutiamo tra noi…
MU Appunto. Aiutaci che Dio ci aiuta… Stronzata, eh?
FK L’hai detto, amico.
La prima buona notizia è che il Milan ha perso lo scontro diretto con la Juventus. Giuro che mai e poi mai avrei pensato possibile per me provare una specie di contentezza per una vittoria dei "gobbi". Ebbene, oggi il miracolo, per quanto mi riguarda, è avvenuto.
Seconda buona notizia. Annuncio una nuova mostra fotografica dell'amico Vito Carta. Come si dice: intervenite numerosi, perché i lavori di Carta meritano.
YAONDE SPAZIO D'ARTE - VITO CARTA - Woman: Side A - Side B. Vernice: martedì 10 maggio 2005 ore 18.00 -22.00. Mostra: fino al 23 maggio ore 17.00-21.00
Via Gaudenzio Ferrari 12, Milano. Tel. 02 36555639 Cel. 340 6988424 338 1328003 340 6756171 Zona Corso P.ta Genova - tram 14 (D'Oggiono/Ariberto). yaonde@gmail.it www.yaonde.it Associazione Culturale Yaonde.
(In alto a sinistra: foto-manifesto della mostra)

di Anna Setari
Oltre la notte in cui spariva
il mare c’era il deserto
col suo fiato arso:
là ti vedevo, piccolo, leggero
inoltrarti - e il vento
ti stracciava la tela
sulla pelle, t’accecava -
Andavi senza voltarti,
come chi non pensa a ritornare.

di Lorenzo Galbiati
(In occasione dell’imminente uscita di Cattivo Sangue pubblico questa intervista di Galbiati fatta al mio nickname anagrafico. Abbiate pazienza… e buona lettura. M.U.)
L’appuntamento è per le sette al bar Magenta. Io ci arrivo con il mio solito quarto d’ora di ritardo, ma confido nel fatto che Franz abbia approfittato per farsi il primo giro di birra. Ragion per cui me la prendo comoda, ordino un Daiquiri frozen alla fragola, riempio un piatto di assaggini e con calma mi aggiro intorno ai tavoli. Ed ecco una mano alzata. È lui. Mi avvicino.
“Buonasera, Franz!” Dico porgendogli la mano.
Me la stringe esclamando: “Caro Fritz!”
Poi lascia la stretta e con la stessa mano mi fa segno di sedermi di fronte a lui.
Appoggio sul tavolo il piatto e il cocktail, e noto che ci sono già due caraffe, una vuota e una piena di birra scura. Evidentemente Franz è assetato. Ma… come mai mi ha chiamato Fritz? Forse è un modo per mettermi mio agio, avrà notato che sono nervoso.
“Dunque Franz, come lei sa questa intervista comparirà sul giornale on line della Uffenwanken GmbH e Co.KG, e non sarà sul suo nuovo romanzo ma su di lei, su Franz Krauspenhaar, l’uomo e lo scrittore. Le farò quindi domande a tutto campo, e… la prego di essere così paziente da aspettare che io trascriva le sue risposte, poiché qui non posso usare un registratore; ma le assicuro che userò solo parole sue nel virgolettato. D’accordo?”
Franz annuisce con il capo mentre è intento ad accendersi un sigaro.
“Bene. Dunque, Franz, lei è uno scrittore che nei suoi libri dimostra di possedere una grande inventiva nell’uso della parola. Qual è per lei l’importanza della lingua nella vita di ogni giorno? Che cos’è per lei la parola?”
“Un appuntamento quasi indispensabile con il pensiero, con la riflessione: ti comunico, e in prima istanza mi comunico; e, peraltro, niente vera comunione, niente ostia!… In fondo, chi sono gli altri, anche gli altri più cari e preziosi, se non il pretesto per l’avviarsi delle nostre parole, che prendono, nel darle a intendere, una specie di propria, peculiare, intima vita? (fantastico, ho di fronte un poeta e un intellettuale!) La vita delle parole scritte poi è più lunga, aspira alla durata, è comunque e sempre letteratura, anche se di bassissima lega.”
“Sottoscrivo totalmente ciò che ha appena detto. E mi dica, si è mai chiesto cosa sarebbe diventato se non si fosse dedicato alla scrittura?”
“Papà sarebbe potuto diventare un buon direttore d’orchestra e io, forse, un bravo pittore. Però papà credeva, non ricordo nemmeno come mai, che io avessi un notevole orecchio musicale, e quindi potessi diventare, come lui, un musicista vero… ma io mi limitavo a fischiettare, tutto qui, a fischiettare ritornelli radiofonici.”
“Capisco. Dunque… Lei ha anche viaggiato molto, soprattutto tra l’Italia e la Germania. Si sente un figlio della cultura mitteleuropea?”
“Che cos’è la noia, Fritz? Tu lo sai?”
“Veramente, io…”
“E’ l’Europa, la noia. Ne sono sicuro, di questo. È la cara vecchia Europa che cammina traballando. (!!!) Che ci fa camminare tutti. Non sentiamo, noi tutti, odore di macerie?”
“… (è crollato qualcosa?)”
“A volte questa terra sembra che preghi una preghiera lancinante, vorrebbe Dio, lo cerca, ma Lui non c’è, Lui non c’è. È andato via, e tornerà. (questa è bella! E dove se n’è andato?) Ne sono sicuro. Si allontana, ritorna. Lui fa così. (sarà…)”
“Lei ha una visione drammatica dell’Europa, e direi anche dell’esistenza. Qual è il suo rapporto con Dio?”
“Ogni tanto dico una preghiera, ma in verità si tratta di una preghiera ironica rivolta a Colui che c’è ma non si sente, perché non vuol sentire, o, se anche si mette casualmente in ascolto, non se ne dà alcun pensiero. Io sono un vero credente perché in fondo non credo, probabilmente ho capito tutto, probabilmente non ho capito nulla ma fa lo stesso, mi equivalgo, il mio pensiero si equivale, noi tutti ci equivaliamo. (intellettuale forse, ma non il cosiddetto’intellettuale lucido’)”
“Dunque non è possibile trovare Dio, sentirlo vicino a noi?”
“Quando la mamma prepara la minestra di cavoli, e ne sento arrivare l’odore penetrante, sento che anche Dio si avvicina. Dio si avvicina con l’odore delle cose più povere. (però quanta tenerezza in quest’uomo!)”
“Questo mi sembra molto poetico, e molto vero. Ciò che ha detto riguardo ai pasti poveri mi fa venire in mente le trasformazioni che ha subito Milano negli ultimi decenni. È ancora possibile a Milano sperimentare la solidarietà tra le persone? O l’indifferenza ormai regna sovrana?”
“Non si può rimanere in eterno indifferenti all’indifferenza. Un uomo ha il bisogno e il diritto di sentirsi addosso il vero calore della propria coscienza. Come non sopportiamo, tu e io, coloro che si piangono addosso… (parla come se mi conoscesse già…forse ha il dono dell’empatia) Come non sopportiamo l’indifferenza, tu e io (parole sante!). Meglio, molto meglio la solitudine. Grazie per il tuo insegnamento (quale?)”
“Be’, non saprei dire se a Milano sia più diffusa l’indifferenza o la solitudine…”
“A volte penso che questo posto in cui vivo, in cui anche tu hai vissuto finché hai potuto - salvo alcune determinate parentesi - fino a non molto tempo fa (ma che dice? Io ci vivo ancora a Milano!), è il posto più infame, più colposo, più infingardo di tutta quanta l’Europa, se non di tutto il mondo.”
“Di… tutta quanta l’Europa?”
“Di tutto il mondo.” Ribadisce con una smorfia. E con un sorso finisce la sua seconda caraffa di birra. Credevo amasse Milano, e invece… è una fonte inesauribile di sorprese.
Franz ordina la terza caraffa di birra scura.
“Vedo che lei è un vero amante della birra…”
“… (mugugna qualcosa di incomprensibile, mi pare di aver sentito: ‘sticazzi!’ Ma non mi sembra da lui) Avrei voglia di uscire incinto di un barile di birra dannata. Partorirei il diavolo trafitto di maglie di luppolo verminoso e di malto arrugginito… (ecco, questo è lui)”
“Dunque dunque dunque… parliamo di valori, Franz. L’amicizia, ad esempio, è ancora un valore? Esiste anche oggi l’amicizia vera, leale, profonda, l’amicizia della generazione dei nostri padri?”
“Ho avuto a disposizione più di trent’anni di vita per farmi degli amici, ma l’unico amico che io abbia mai avuto è stato Ferdy, l’essere più mellifluo, ipocrita, decrepito dentro e fuori di tutta la città e forse di tutto il mondo (a ridagli, ma allora è un vizio!)”
“Sono senza parole, Franz… a cosa è dovuto questo suo giudizio negativo e senza attenuanti? Ferdy ha forse tradito la vostra amicizia?”
“Ferdy, allora, che è l’unico amico allo stato puro, anzi purissimo, che ho avuto, come la mettiamo con lui?”
“Appunto, come la mettiamo? È lei che deve dirmelo!”
“Ferdy ha massacrato impunemente dodici lunghi noiosi e tetri anni della mia vita, che sarebbe potuta essere diversa, diversamente noiosa, forse, diversamente tetra, vorrei aggiungere – ma insomma diversa, su questo non ci piove.”
“Dunque preferisce non spiegare perché è finita la vostra amicizia… d’accordo, rispetto questo pudore nel parlare della fine di sentimenti forti. Può dirmi allora come è finita?”
Franz si toglie dalla bocca il sigaro e lo guarda di traverso. Poi, con tono sommesso:
“Ferdy l’ho eliminato dalla sera alla mattina perché era un’unghia incarnita che, a un dato punto, è caduta da sola.”
“Uh! Uh!… Capisco… Uh! Uh! (colpi di tosse nervosa) Con l’amicizia non è stato fortunato. E in amore? Se non sono indiscreto…”
“Margarete, l’unica donna che io ho amato, non l’ho amata appassionatamente per la sua simpatia; l’ho amata perché mi piacevano i suoi capelli.”
“Condivido, i capelli sono una parte molto importante nel corpo di una donna, altrimenti non si spiegherebbe il velo delle donne musulmane… ma che cos’è per Franz Krauspenhaar l’amore?”
“Ehhhhhhhhh… (sospirone) Caro Fritz! (di nuovo! Che sia un intercalare?) A ben pensarci, come suol dirsi col senno, o il risentimento, di poi, io ho amato quella donna perché lei amava me, punto e basta. E anche lei, poi, non mi amava certo perché le ero simpatico; io sono ormai sicuro di non essere simpatico a nessuno… (catastrofico come al solito, ma ti sbagli, Franz, a me sei oltremodo simpatico… forse dovrei dirglielo) lei mi amava perché io amavo lei. Amiamo chi ci ama, questa è la nostra interessata gratitudine, condita da un altrettanto interessata mancanza di fantasia… ”
“Conclusione non certo romantica ma forse molto realistica. E con Margarete, come è finita?”
“Quando il mio amore per lei era diventato una cosa irresistibile, una cosa irripetibile, una cosa grande quanto tutto l’amore e l’odio che una persona può provare in tutta la sua vita con mille persone diverse (megalomane!), io l’ho eliminata, come uno scarafaggio. (cioè l’ha… l’ha…no, no, non può essere, è un artista, e si esprime con tinte forti, certo, certo, è senz’altro così)”
“Uh! Uh! (ancora tosse) Dunque dunque… siamo arrivati all’ultima domanda. È pronto? In conclusione, chi è Franz Krauspenhaar?”
Franz pare meditabondo. Guarda la birra scura (quel poco che resta) dentro la caraffa, come se potesse leggervi la risposta, poi all’improvviso mi fissa e, con aria minacciosa:
“Io sono il mozzo dalle ali mozzate, al quale hanno mozzato le ali e il fiato. Mozzo mozzato, quindi.” Conclude la frase con un ghigno, poi ride compiaciuto. È chiaro, almeno questa volta, che l’autocommiserazione è tutta una finta. È proprio un artista: tormentato, barocco, gigione… e forse alcolizzato. Quindi enfatizza, colora, crea un mondo tutto suo… Ma dunque inventa???
(vuoi vedere che mi ha raccontato tutte balle? Che ha recitato una parte?‘Sto malandrino! E infatti continua a ridere! Avrei dovuto informarmi di più su quest’uomo, brutta cosa intervistare uno scrittore senza aver letto i suoi libri. Inizierò dall’ultimo, che esce settimana prossima, come si chiama? Ah, sì! ‘Cattivo sangue’. Lo comprerò subito, devo capire se ha ragione il mio capo, l’Uffenwanken, quando dice che Franz è un artista davvero geniale. A giudicare da quel che ho visto, temo che sia nel giusto. Insomma, devo sapere le cose come stanno! E poi gli farò un’altra intervista, di sorpresa…Ho un’idea…)
“Franz, l’intervista è finita e io le sono molto grato. È stata un’esperienza… interessante, decisamente fuori dall’ordinario. Mi chiedo se posso invitarla una sera a cena da me, ogni tanto ceno in compagnia di alcuni amici, a suon di canzoni di Springsteen… ma si parla anche di letteratura… senza impegno, ovviamente.”
Franz finisce con un sorso la terza caraffa di birra, mi porge la mano, che stringo, quindi esclama soddisfatto:
“Tienimi in fresco una decina di birre scure, e al diavolo tutto! A presto, Fritz!”
(Nella foto: metà dell’Uffenwanken sul set del B Movie “Blade Runner contro Nosferatu", di Bavo Bava)

Lo attendevamo. Lo attendevamo da tempo. Quanto tempo? Pochi mesi. Cosa? Il nuovo disco dei Van der Graaf Generator. Si, ma per 28 anni non abbiamo atteso un bel niente, il gruppo s’era sciolto e il tempo – tanto tempo – era passato. Poi qualche mese fa l’annuncio che aveva dell’incredibile: il gruppo guidato dal grande Peter Hammill, il poeta del rock, il cantore mai pentito dell’ansia e del male di vivere, il protopunk, il mai stato veramente prog nonostante le etichettature, l’anticipatore della New Wave, il cantante dalla voce più che inconfondibile, il polistrumentista workalcolico, si riformava nella formazione storica, quella con Hugh Banton alle tastiere, Guy Evans alla batteria, David Jackson ai sax. L’ultimo disco in studio di questo gruppo passato alla storia anche per la determinata scelta di non seguire le mode, gli andazzi, il mercato, di suonare la propria musica ansiogena e viscerale senza compromessi, era stato, nel lontano 77, The Quiet Zone/The Pleasure Dome. Un disco eccelso, a mio avviso, ma che si discostava dalla produzione precedente del gruppo – andando proprio verso la New Wave - anche perché per la prima volta il tastierista Hugh Banton non appariva, sostituito da un violinista, il bravissimo Graham Smith, e con il recupero nella formazione di Nick Potter, bassista nei primi due LP del gruppo, che dal gruppo ne era uscito perché all’epoca (1970 e spiccioli) era ancora minorenne(!) Un flop commerciale; nel 78 seguì l’ultimo disco in assoluto dei VdGG, il live Vital, pieno di classici – suonati in maniera stravolta- del gruppo, registrazione fatta al Marquee di Londra, un disco intensamente cattivo e profondamente scarno.
Insomma, con la formazione “storica” l’ultimo LP in studio era stato World Record, del 76, forse l’album meno riuscito dei VdGG. Ora c’è questo Present, registrato nel febbraio del 2004. In copertina i 4 sono ritratti di profilo, nel nero più dark, palesemente invecchiati. L’unico dei 4 che ha mantenuto una pur difficile carriera solista in tutti questi anni è stato il leader Hammill, prolificissimo artista con una cinquantina di dischi all’attivo. Evans per vivere insegna musica, Banton, dopo lo scioglimento del gruppo, ha messo in piedi un’azienda per la fabbricazione di organi da lui progettati, Jackson fa il jazzista e il session-man; insomma si arrangia come puo’.
Present è composto da due CD. Il primo dura 37 minuti (la durata è quella classica degli LP anni 70), è composto da 6 pezzi, tutti belli, sui quali a mio avviso spiccano il terzo e il quarto, la più che convincente Nutter Alert e la bellissima Abandon Ship!. Il tempo sembra essere tornato indietro, si sentono qua e là le atmosfere di World Record e soprattutto di Godbluff (grandissimo album sempre del 76), e, anche, di certe cose solistiche dell’Hammill degli ultimi tempi. Il sax e il flauto di Jackson impazzano dappertutto. Niente virtuosismi, anche perché i 4 non sono mai stati dei veri e propri virtuosi dei rispettivi strumenti, a parte Hammill nell’uso della voce che però ormai non è più all’altezza del passato: troppe sigarette e troppi anni sono passati sotto i ponti. Un gran bel lavoro, tutto sommato, superiore anche a World Record. L’altro CD è anche più interessante, perché è una vera novità e secondo me vale da solo il prezzo del “biglietto”: 65 minuti di improvvisazioni strumentali divise in 10 pezzi, un jazz-rock pulsante e spesso folle, con qualche retrogusto alla Weather Report, qualche reminiscenza di vecchi dischi dei VdGG e soprattutto dei suoni ultracattivi di Vital, free senza cacofonie, strascinamenti, macchie sonore spesso sconcertanti; abbozzi di canzoni, in sostanza: e quindi improvvisazioni mirate, niente di abborracciato, perché si sente tutta la forza di coesione del gruppo che qui, a briglia sciolta, dopo 28 anni di silenzio, riesplode come un vulcano in eruzione. E’ saltato il tappo, e si sente. Un album solo per buongustai, per gente che capisce di musica e, ovviamente, per fan di provata fede come il sottoscritto. Operazione nostalgia per modo di dire, insomma: i VdGG non si smentiscono, e generosamente si ripropongono mettendo in piazza un nuovo passato e un presente oltremodo graffiante. Sono ancora vivi, sono ancora giovani. E ora noi vandergraafiani milanesi attendiamo con una certa emozione il concerto dell’11 giugno al Conservatorio, (il 12 saranno a Roma al Foro Italico) per vedere questi bravissimi signori di mezza età suonare assieme dopo tantissimi anni. Ne parlerò su queste colonne.
Van der Graaf Generator – Present. CD 1: Every Bloody Emperor/Boleas Panic/Nutter Alert/Abandon Ship!/In Babelsberg/On the Beach. CD2(Improvisations):Vulcan Meld/Double Bass/Slo Moves/Architectural Hair/Spanner/Crux/Manuelle/’Eavy Mate/Homage to Teo/The Price of Admission.
di Yves Martin
(Giorni fa ho pubblicato un pezzo di Giuseppe Iannozzi (un "omaggio")- già apparso su King Lear- sul grande scrittore francese. Sempre da quello "speciale" di Iannox ripropongo qui un'intervista - forse l'ultima, prima della morte- a questo autore nonostante tutto non ancora apprezzato in tutto il suo valore per il suo grande lavoro, di cui la sua "trilogia noir" è stata l'espressione più alta. Buona lettura. M.U.) Le faccio una serie di domande alle quali potrà rispondere o non rispondere.
Non è che non voglio…proverò a rispondere, fino ad oggi non ho mai risposto a nulla che riguardi i romanzi polizieschi. E non ho grandi cose da dire sulla poesia.
Rispondere nella misura del possibile. Proverò almeno a farla parlare di Nestor Burma. Chi leggerà le sue poesie bisogna pure che abbia un'idea globale, questi ragazzi che leggeranno le sue poesie…
Si può parlare di Nestor Burma nella misura in cui Nestor Burma ha ereditato il mio testamento, se così si può dire… Ho riflettuto un po' su quello che avrei potuto dire, ed è veramente una tortura, non so veramente cosa dire sulle poesie, d'altronde oggi come oggi la mia "vena poetica" si è inaridita o forse è scivolata su un piano poetico formale… i versi… le righe tipografiche che non vanno mai fino alla fine della riga. Questa vena poetica è forse passata attraverso Nestor Burma, che si comporta forse poeticamente muovendosi in paesaggi poetici. La poesia sotto un'altra forma, così la concepisco.
In che modo è entrato in contatto con il movimento surrealista?
In modo curioso, ero operaio in un'impresa di tubature… è così no? Ne ho già parlato in un'altra intervista? Ho partecipato a un'istallazione di un riscaldamento centralizzato in Rue de Hanovre nel lussuoso bordello che faceva concorrenza a Chabanais… Un giorno ero andato a consegnare un bidet in Rue de Clichy… Ci tengo a sottolinearlo, era proprio un bidet… e sono passato davanti alla libreria di José Corti, che all'epoca era in Rue de Clichy, e ho dato un'occhiata alla vetrina, là ho visto "La Révolution surréaliste", libri dalle copertine curiose, e a partire da allora ho provato a informarmi, mi sono procurato il Manifesto del Surrealismo che era appena stato ripubblicato ed anche il secondo Manifesto. Ho dovuto anche procurarmi Maldoror… e inoltre compravo "Les Nouvelles Littéraires" e questo ha fatto molto ridere André Breton più tardi quando ha saputo che ero un lettore di questo giornalaccio che lui disprezzava. Devo aver letto di Maldoror nella "Nouvelles Littéraires". Inoltre io e mia moglie avevamo visto allo Studio 28 Le Chien andalou, il film di Bunuel e Dalì…e tutto questo è accaduto in un lasso di tempo molto breve….Vorrei aggiungere qualche cosa…subito… Breton…il riso di André Breton…tutti parlano del papa…lo chiama il papa… quel tizio di marmo…. Io l'ho visto ridere a crepapalle in Rue Fontaine, ascoltando dei dischi di Offenbach… André Breton non si prendeva sempre per André Breton e aveva dei difetti, anzi non aveva che difetti. Bene, allora io leggo i Manifesti, e la scrittura automatica era una tentazione… scrivevo delle poesie, prima, certo…
Poesie ispirate a cosa?
Paul-Jean Toulet, Carco, Salmon…Con la rima, sa. Sempre un po' nella linea, da un punto di vista metrico, ottosillabico, nella linea delle ballate di Villon, ne avevo scritte una gran quantità di cose di questo genere, ma tutto questo non portava lontano, allora quando ho conosciuto il Surrealismo era una tentazione talmente grande quella di vedere che si poteva diventare un genio lasciando semplicemente scorrere la penna sul foglio, allora ho sperimentato la scrittura automatica. Era cosa buona o cattiva? Davvero non saprei. Poi ho letto il secondo Manifesto e lì c'erano aspetti politici che mi interessavano e allora tutti questi elementi mi hanno spinto a scrivere personaggi poco disponibili, piuttosto distanti, ma molto ricchi…poi ho conosciuto Breton che era invece era molto povero in alcuni periodi, insomma ho tentato il colpaccio, gli scrissi, la mia lettera gli piacque e così tutto quello che gli avevo inviato e mi chiese di incontrarlo al caffè Cyrano, il famoso Cyrano di Breton. Era il dodici maggio del 1931. Fu proprio a partire da quel momento che ho continuato a scrivere poesie e neanche tantissime come può vedere, perché questa raccolta di poesie si può definire la mia opera poetica completa, non è molto imponente come bagaglio poetico. In questo senso dico che si è prodotta come una specie di slittamento… questa poesia dalla quale ero posseduto è probabilmente passata nei miei romanzi. Secondo alcuni, non sono io a dirlo, le ripeto che sono alcuni critici a sostenerlo, hanno trovato una vena poetica nei miei libri.
Sì, sì, è innegabile.
Bene, allora non mi permetto di negarlo…Sono assolutamente d'accordo [ride]
Bene, torniamo un attimo indietro, all'incontro con André Breton. Lei era arrivato a Parigi da Montpellier e aveva, credo, 16 anni.
Sì.
Lei ha debuttato alla La Vache Enragée….di Montmartre.
Sì, come cantante, ero salito a Parigi per fare lo chansonnier di Montmartre. Ero sbarcato da André Coloner, che avevo conosciuto a Montpellier, durante una serie di conferenze anarchiche, ero un "vecchio" lettore di "Libertaire" e Colo ne era il redattore capo. la questione Philippe Daudet ha portato Colo a separarsi da questo giornale e a fondare l'"Insurgé". Io avevo seguito Coloner in questa sua scissione e appunto ero sbarcato da lui da Madeleine Coloner. Era il 1 dicembre 1925. Dopo qualche giorno Colo mi disse: "Vai a incontrare Vincent Hyspa, ti introdurrà a Montmartre. Scrissi un biglietto per lui che era cantante ai Noctambules. Non ricordo se era di Tolosa o di Carcassonne. Io ero di Montpellier. Hypsa era senz'altro uno dei più spassosi chansonnier del tempo... sosteneva di essere belga, per via del suo accento! Allora vado a incontrarlo e scrivo un biglietto per Maurice Hallé, anche lui poeta beauceron, sindaco della Libera Comune di Montmarte e direttore del cabaret…, piazza Costa. La Vache Enragée, tutti ci hanno debuttato, Souplex, basta nominare lui, anche io ho debuttato alla ache. il 2 dicembre 1925… tre canzonette delle mie parti…non erano famose. Infine, per molti mesi, sono stato chansonnier, e poi, dopo, ho lasciato perdere, ho fatto ogni genere di cose, subito, le cose sono molto confuse…Era il 1926…Nel 1928, ho fondato con Lucien Lagarde, uno chansonnier che si conosce poco, ma che ha scritto molte canzoni popolari…ho fondato un cabaret al Quartiere latino… E come si chiamava?
"Il Poeta appeso". E ho trovato uno slogan: "Tira la lingua agli imbecilli". Allora, forse per questo i clienti scappavano e in ogni modo questo li scoraggiava. Cosa è questa storia di un tipo che tira la lingua agli imbecilli. Non andremo a fare i coglioni in quel posto lì? E così è durata per qualche mese. E tutto questo era prima della poesia.
Ha avuto un'attività poetica intermittente?
Sì… perché … mi sono sempre interessato alla poesia, quello che facevo come chansonnier non era granché, era mediocre, come tutto il resto. Tuttavia avevo questo desiderio, ero un artista insomma… ho sempre avuto questo coté artistico… al quale d'altra parte non ero affatto destinato. Nella mia famiglia infatti non erano assolutamente degli intellettuali.
Ah…davvero…
C'è tuttavia una sorta di filiazione…
Sì, talvolta, non sempre…
In ogni caso, non a casa mia. Mio nonno era un bottaio, mia nonna non sapeva né leggere né scriuvere, mia madre era sarta, mio padre impiegato. Mio zio era bottaio. Però bisogna dirlo, sì… se penso alla parte di mio padre c'era un personaggio che chiamavamo Zio Diamant, non l'ho conosciuto perché è morto molto prima che io nascessi, era un tipo che la sera… sì, era un personaggio piuttosto originale, si divertiva ad aggirarsi intorno al cimitero di Saint-Bauzille-de-Putois con un lenzuolo sulle spalle… e allora… forse è di lì che viene la mia vocazione poetica… Be' sì, questo episodio è quasi surrealista ante litteram… E poi l'amore per il fantastico… forse è da lì che viene. Altrimenti non c'era proprio niente che mi destinasse…
A cosa in particolare…
Non so. Devo dire che in questi ultimi tempi… be', adesso non ho quasi più parenti… ma gli ultimi resti della mia famiglia… sono sempre stato convinto che devono essere rimasti molto sorpresi di vedermi scrivere dei libri, mi hanno sempre considerato… forse è sciocco quello che sto per dire ma non più di tanto… insomma mi hanno sempre considertato con una specie di terrore… davvero!… come è possibile scrivere dei libri!… mio nonno materno… quello che mi ha cresciuto… infatti sono rimasto orfano a quattro anni, di padre e di madre…. Be' lui lo avrebbe senz'altro apprezzato, ma quando è uscito per la prima volta il mio nome sulla copertina di un libro, era già morto da tempo…
(2 novembre 1996) - Bibliografia italiana di Léo Malet: * La vita è uno schifo Fazi Editore 2000 * Nodo alle budella, Fazi Editore 2002 * Il sole non è per noi Fazi Editore 2000 * 120, Rue de la gare. Un caso per Nestor Burma, Editori Riuniti, a cura di Eugenio Rizzi, 1996 * Nebbia sul ponte di Tolbiac di Tardi Jacques e Léo Malet , Hazard, 2000 * I topi di Mount Souris, Fazi Editore 2002 * Nebbia sul ponte di Tolbiac, Fazi Editore 2002 * Pandemonio a rue des Rosiers, Fazi Editore 2003 * Febbre nel Marais, Fazi Editore 2002 * La notte di Saint-Germain-des-Prés, Fazi Editore 2003 * La vita è uno schifo, Fazi Tascabili 2001

di Maurizio Blondet
(Ricevo dalla mesmerica Silvia Brusotti e pubblico. M.U.)
Sì, erano proprio in tanti a San Pietro nei giorni in cui il Papa moriva. Ora veniamo informati di una presenza che rischiava di sfuggirci: c'era anche Alessandro Baricco. E' lui a rivelarcelo sulla prima pagina di «Repubblica», e la cosa è di somma importanza. Perché Baricco mica è uno dei milioni di anonimi che, come dice lui, "hanno fatto code di ore per andare a fotografare col telefonino il cadavere del Papa". No. Baricco viene definito, a torto o a ragione, Scrittore. Insomma una personalità- «Anch'io ero a San Pietro», ci comunica fin dal titolo, «e mi chiedo perché». Ci si astenga dalle banali ipotesi che in tali casi sogliono fare gli inquirenti (amnesia? Botta di Alzheimer?): lo Scrittore vuol comunicarci l'ambiguità che la sua sensibilità sovrumana ha colto nell'evento. La domanda: che cosa ci faceva là, in epoca di secolarizzazione avanzata, quella folla di milioni, non era venuta prima a nessuno. A Baricco invece sì. A noi potrebbero venire in mente risposte dozzinali, tipo: per chiunque abbia meno di 30 anni, e come ogni giovane vive nel perenne presente, Papa Wojtyla è stato il solo Papa che ha conosciuto. Non un Papa, ma "il" Papa. C'era già quand'erano bimbi e l'hanno visto invecchiare, come il nonno. Oppure anche: c'è una smodata insoddisfatta fame d'amore nel mondo, e la gente sa che quel Nonno li ha amati. O, terza idea banale: lo amavano anche loro. E anche se non gli hanno mai ubbidito, hanno voluto dirgli che quei divieti di cui parlava, capivano che erano per il loro bene. Forse persino, oscuramente, hanno voluto dire, i milioni,che il seme buttato nelle loro anime dal Nonno Papa era lì che dormiva, non ancora germinante, ma non morto. Ma sono idee sempliciste.
Ora lo Scrittore ci rivela, finalmente, che cosa univa "tutti, assolutamente tutti: il fastidio". Fastidio per "la colata mediatica", "l'invasione allucinante della mono-notizia". E lo ripete: "La vera reazione che ha accomunato tutti in quei giorni, credenti e laici, buoni e cattivi, è stata il pensiero che si stava esagerando". E' duro possedere un'intelligenza finissima, che ogni più lieve emozione ferisce a sangue. L'acuto Scrittore, là in coda a San Pietro, s'ingarbuglia in un profondo pensiero: "Sarebbe una coda così lunga se non fosse una coda così lunga?". Ha scoperto, cosa inaudita, che i grandi eventi si auto-alimentano. E la rivelazione finisce per ottenebrarlo: "Quando iniziavi a chiederti cos'era "vero", finivi in una palude senza fine". Tanto più che deve ammettere: "La scena del Grande Film ci è persino piaciuta. Eravamo commossi. Spaventoso". Era così sconvolto, rivela, che persino suo figlio di 6 anni gli ha chiesto: "Ma perché ti emozioni se tanto non credi che Dio esiste?". Boiate, dice il Baricco. Ma il fatto che sulle boiate abbia ritenuto necessario spendere un intero paginone di «Repubblica», e mobilitare qualche Scrittore amico suo per scriverci su per sei ulteriori puntate, fa nascere il sospetto. Che sia in atto un esorcismo contro quel "fastidio" corale e amoroso. Un laicissimo anatema per qualcosa che fa paura. Almeno ai Baricchi.

Giovanni Rosso, il protagonista di questo ultimo romanzo di Mario Bianco, è uno che campa di espedienti, un furbastro, un cinquantottenne avanzo di galera che nella sua vita è riuscito a mettere in piedi due famiglie (una in Francia, una in Germania) combinando guai all’una e all’altra, e alla fine rimanendone in certo qual modo ripudiato. Con questa specie di antipedigree sulla stanca groppa, Rosso torna con la coda tra le gambe nella nativa Torino, nel quartiere popolare di Borgo San Salvario, dopo l’ennesima permanenza al gabbio per le solite truffe di cui, nonostante la pluridecennale frequentazione del “genere”, non è diventato mai un vero esperto a causa del suo carattere che non è così cattivo come lui, senza pietà e a ogni piè sospinto, lo dipinge. Il Rosso lo seguiamo attraverso varie e colorite peregrinazioni metropolitane, in una città, Torino, che, soprattutto a causa dei continui riferimenti al passato che il protagonista fa, diventa ai nostri occhi una città senza tempo, spillatrice di retrogusti vari, di un melange interessantissimo e gustoso di passato anche remoto e di un multietnico presente di crisi. Il tentativo del protagonista è quello di salvare se stesso dalla propria insita debolezza, dal proprio sentirsi inadatto e cialtrone; il suo tentativo – tra una caduta e un rialzarsi continui - è quello di redimersi agli occhi degli altri ma soprattutto agli occhi ormai spalancati della propria coscienza.
Questo Rosso così umano e così cialtrone è però davvero un personaggio che si fa amare pagina dopo pagina, sempre di più: perché fin da subito ci è "familiare", con tutto il suo quasi ininterrotto bofonchiare ansioso, la sua mezza furbizia subito seguita da conati di senso di colpa, le due mogli estere e i figli semiinesistenti che praticamente non lo vogliono vedere nemmeno dipinto in una cartolina virtuale. Il linguaggio usato da Mario Bianco (che è anche pittore di valore e poeta da anni, con tante esperienze alle spalle e un ottimo presente di artista poliedrico proiettato sempre verso il “cosa fare domani”) è ricercato e colloquiale al contempo, tra lingua letteraria e “argot di periferia”; e vi si trova, a mani basse, il gusto pieno del narrare libero, senza griglie, senza troppi freni, perché lui guida la sua macchina narrativa a pieno gas e con la quinta sempre inserita, mettendo in mezzo al suo caleidoscopio personaggi strampalati e al contempo realistici; forse perché la vita per il Giovanni Rosso è così, una strampalata roulette russotorinese. MB narra in terza persona intervallando di continuo i suoi brevi capitoli (il romanzo ne conta 169, tutti numerati) con una sorta di “bofonchiare interiore” del Rosso, stampato giustamente in corsivo. Es: “ Si prodigò tanto che alla fine l’ansia-rabbia si moderò; si rialzò, si stirò, si portò gli occhiali sulla fronte, sbadigliò, consultò il suo Casio…di plastica del cazzo, una volta guardavo l’ora in un favoloso Patek Philippe… lasciamo perdere…”. Ecco un brevissimo esempio di come Mario Bianco, in questo suo terzo romanzo che definirei metropolitan-picaresco, passa dalla narrazione in terza a quel “bofonchiare interiore” di cui parlavo, una specie di voce della coscienza fratturata che continuamente alza la testa sulla realtà come “voce dentro campo”, “voce in” invece che “off” . Allo spasso di una narrazione spigliata e originale, piena di osservazioni acute e di malmostoso humour, si assomma a mio avviso la continua sorpresa, per il lettore, di un personaggio disprezzato e soprattutto che si disprezza ma che, pagina dopo pagina, riprende tono, sfodera inesorabilmente la sua grande umanità, si libera forse con fatica dai grovigli del passato per proiettarsi in un futuro di vita più vera, nel quale tutto forse è ancora possibile.
("Di ruggine in rugiada", di Mario Bianco - Edizioni L'Ambaradan, pag.252 - 15,00 euro)

Oggi è la festa dei lavoratori. Segnalo dunque per tutti voi, chi più chi meno umili lavoratori della vigna letteraria, un pezzo dello scrittore Stefano Massaron di giovedì 28 aprile, dal titolo "Quando ci trovavamo a Porta Romana", presente sul suo blog "Rost"- tra i miei link. Leggendolo ho fatto un tuffo diretto nel passato ormai remoto. Si parla spesso a sproposito di "razza padrona" del giallonoir, di conventicole, di mafie, di pizzagiallaconnection. In quel pezzo Massaron chiarisce molto bene come è nato in Italia tutto l'ambaradam. Un ambaradam di tenerezza, a ripensarci. Io, nella Libreria del Giallo di C.so di Porta Romana di cui Stefano parla nel suo pezzo, ci capitavo abbastanza di rado, a quel tempo non scrivevo né gialli né noir, anche se li amavo e li divoravo come lettore. Già allora però, da aspirante scrittore "mainstream" come si dice fin troppo (e fanculo anche a questo supergenere che non vuol dire nulla) detestavo appunto la distinzione dei "generi", pensavo già allora che quello che fa buono o cattivo un libro non fosse il colore della sua pelle, ma la bontà o viceversa la cattiveria del suo sangue... Va bene, sotto sotto (e nemmeno tanto) mi faccio un po' di pubblicità progresso sottotraccia; ma che sarà mai? Cercate di capirmi e di perdonarmi (!), sto entrando nello stupefacente trip della promozione del libro... Insomma, quindici anni fa non ti pubblicava nessuno, esordire era praticamente impossibile, e non solo se buttavi fuori dei gialli, ma anche se svisceravi le trippe del tuo ombelico o di quello sempre più verde del tuo vicino. Bei tempi, cattivi tempi.
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