Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)
di Riccardo Ferrazzi
Ci risiamo. A Milano viene esposto un gomitolo di fil di ferro arricciato a mo’ di pelo pubico e subito scattano: 1) il finto scandalo dei (sedicenti) benpensanti, 2) le sussiegose risposte degli “artisti d’avanguardia”, 3) le liti fra i critici (ben contenti di avere un’altra occasione per mandarsi reciprocamente affanculo), 4) i peana dei giornalisti che gridano: “L’arte è ancora viva !”.
È un canovaccio che si ripete ormai con una frequenza imbarazzante. Sempre a Milano, un po’ di tempo fa, erano stati impiccati a un albero tre o quattro bambolotti. Per ravvivare le (sempre più stanche) polemiche, c’era stato anche il numero da circo del proletario di buoni sentimenti che andava a staccare i bambolotti dai rami e a momenti si spaccava l’osso del collo.
Io mi domando che bisogno c’è di queste sceneggiate. Intendiamoci: l’arte ha sempre fatto scandalo. Ma non è detto che dove c’è scandalo ci sia anche arte. Caravaggio dipinse la caduta di san Paolo sulla via di Damasco con tre quarti del quadro occupati dal cavallo, e fece scandalo. Ma anche il più ignorante fra gli scandalizzati era costretto a riconoscere che si trattava di un’opera d’arte. A quei tempi si dava per scontato che l’arte dovesse raggiungere tutti, sapienti e analfabeti.
Da quando l’arte è diventata “concettuale” ha perso il contatto con le masse, è diventata un fatto esoterico e solo gli amici intimi di un artista possono essere sicuri di interpretare correttamente le sue opere. Esagero ? Sì, ma mica tanto. Anzi, già che ci sono, esagero davvero: cosa ne direste di un po’ di “realismo socialista” ? Così, tanto per tornare a capirci qualcosa.
Dopo l’astratto e l’informale gli artisti si sono guardati attorno e non hanno visto più niente: avevano fatto tabula rasa di tutto. Una volta ho conosciuto un pittore/scultore che organizzava mostre nelle quali non si esponeva niente: la “installazione” era costituita dal luogo dell’incontro e dagli amici che venivano “a vedere”, bere prosecco e sgranocchiare salatini. Le foto che si scattavano tra loro erano l’unica testimonianza di questa “opera d’arte” programmaticamente caduca e transeunte.
Ma, a parte questi estremi, gli artisti hanno dovuto tornare alle cose riconoscibili per ricuperare il “concetto” (e siccome la merda è sì riconoscibile, ma quella d’artista non è diversa dalle altre, è stato necessario metterla in scatola e scrivere sull’etichetta le indicazioni necessarie per certificare l’origine).
Ora, da semplice cittadino che ogni tanto gradirebbe vedere, ascoltare, leggere qualcosa di bello, gradirei essere stimolato dalla bellezza in quanto tale, e non dai clamori della stampa intorno a un concetto più o meno comprensibile. È dai tempi di Filippo Tommaso Marinetti che gli artisti si preoccupano più di fare scandalo che di fare arte. Non so voi, ma io ne ho un po’ piene le palle. Sono cento anni che la menano. Pensano di andare avanti così in eterno?
(Nella foto: una matassa di cavo elettrico, indispensabile per una corretta installazione...)

di Vins Gallico
E’ la prima volta che Bruna, una mia amica italiana, viene a trovarmi in Germania. Io vivo in un paese che sembra uscito dalle fiabe dei fratelli Grimm, cioè dopo quattro giorni la gente che ospito si maciulla le palle. E a maggior ragione se le maciulla se non sa il tedesco. Certo, anch’io a stare con me tutto il tempo mi maciullerei le palle, e io so il tedesco.
La mia amica Bruna comunque ha deciso di rimanere una settimana. L’unica soluzione decente che posso offrirle a livello turistico credo sia andare il weekend a Berlino. Ci compriamo uno Schönes-Wochenende-Ticket, che è un biglietto cumulativo e più economico: dobbiamo viaggiare su treni velocità lumaca e si fanno tre cambi per arrivare. Va be’, sopporteremo.
Impieghiamo cinque ore e passa per approdare alla stazione dello zoo, Bruna si guarda intorno delusa. Non so che si aspettava ad accoglierla: Cristiane F.? I Kinder che si bucano ad ogni angolo, gli spacciatori, le puttane?
L’hanno ripulito lo zoo rispetto agli anni ottanta. Adesso ci sono i ristoranti, le librerie, i bar dove puoi bere un espresso decente. Compro il giornale, la Taz, per dare un’occhiata alle pagine locali, tanto per capire che roba ci attende stasera a Berlino. C’è la lunga notte dei musei, ma non abbiamo voglia di metterci in fila, d’impasticcarci di monumenti, di sbatterci da un museo all’altro.
Leggo che fanno una mostra sulla Raf.
Cos’è la Raf? mi chiede Bruna.
Rote Armee Fraktion. Sono tipo le brigate rosse tedesche, rispondo io. E’ un bel po’ che posticipano l’apertura della mostra, al curatore Klaus Biesenbach gli dicono male da un paio d’anni, gli dicono che vuole glorificare il terrorismo.
Ti rendi conto? Le brigate rosse?, mi fa Bruna, tu come la vedi la lotta armata? Secondo te si può ammazzare la gente per migliorare il mondo?
Ti va un Bratwurst?, le rispondo.
Io ne prendo uno con una striscia di senape.
Decidiamo di andare in giro mangiando Bratwursten, niente musei, niente mostre. Berlino fa meno sette stasera, la neve viene giù che è un piacere sull’Alexander Platz, Bruna guarda la zona orientale, bianca, neoclassica, spalancando i suoi grandi occhi nocciola. La torre della televisione incombe sopra di noi nel cielo plumbeo.
Mi sembra Natale, dice lei; col palmo della mano all’insù raccoglie i fiocchi di neve. Berlino meno sette, di notte, candida e buia, è suggestiva come poche altre città in Europa, unpotristemoltograaaandee, canticchiamo, Lucio Dalla sottovoce, sotto le sciarpe. Bruna allora inizia a chiamarmi Bonetti, le piace, e ripete ininterrottamente il pezzo BerlinocisonstatoconBonetti, eraunpotristemoltograaaandee.
Dopo tre ore in giro decidiamo di rinchiuderci a bere qualcosa in un pub, abbiamo i piedi intirizziti, il gelo c’è penetrato sin dentro le ossa. Diamo un appuntamento a Fritz, il mio amico che ci ospita per la notte, lui propone al Bandito rosso, sì, proprio così in italiano. Ci arriviamo in metro. Bruna ormai trema, non è abituata a queste temperature teutoniche.
Brrr, Bonetti, certo che ne fa di freddo in crucconia, mi dice tutta rannicchiata nel cappottone.
Il Bandito rosso è un pub di anarchici, cantano vecchie canzoni italiane partigiane, hanno un mojito proletario a un euro e cinquanta. Fritz non è ancora lì. Ci mettiamo a giocare a biliardino, Bruna e io facciamo secchi per cinque volte di fila un gruppo di bulgari, che all’inizio la prendono ridendo, poi mi sa che s’incazzano, perché non gli va di far brutta figura di fronte alle loro donne. Fritz ci salva dalla rissa, arrivando tempestivo e sussurrandoci all’orecchio di perdere. Bruna si fa infilare in porta da tre pallette lente come alla moviola.
Parliamo con Fritz, beviamo mojito, Fritz da buon crucco tracanna un paio di litri di birra; Bruna e Fritz si stanno simpatici. Si fanno le cinque. Ci avviamo per la via di casa ubriachi.
In metro la povera riprende a tremare e a battere i denti.
Brrr, che cazzo di freddo… Fritz c’è nato, ok, e peggio per lui; ma tu, Bonetti, come fai a vivere qui?
Io mica ci vivo qui, io vivo nel paese delle fiabe dei fratelli Grimm.
Al paese delle fiabe ci torniamo il giorno dopo, la domenica, col nostro Schönes-Wochenende-Ticket. Tocca cambiare a Magdeburgo. Saliamo sul treno regionale che ci avvicinerà a casa e prendiamo posto in fondo al vagone. Una volta seduti, li vediamo entrare. Prima sono in quattro, poi in dieci, poi in venti. Io e Bruna ci guardiamo increduli. Porca puttana, altro che favole: nell’ex-DDR i nazi crescono peggio dei funghi dopo la pioggia. Potremmo scendere dal treno, venti contro due ci massacrano sicuro, oppure nasconderci ben bene. Il treno parte prima che possiamo prendere una decisione. Sono sbronzi come spugne, tornano dallo stadio. Bruna mi chiede di tradurle cosa vanno cantando: schifezze sui campi di concentramento, sulle puttane ebree, sul loro amore per l’Adolfo nazionale. Quando all’ennesimo Heil Hitler non ce la faccio più e vorrei sputargli in faccia tutto il ribrezzo che provo per loro, Bruna mi trattiene nascosto dietro lo schienale e evita così la mia morte in giovane età.
Quanto dobbiamo stare su ‘sto treno? domanda preoccupata.
Un’ora, rispondo.
Anche lei è consapevole che il nostro aspetto troppo poco ariano (lei, poi, Bruna di nome e di fatto), i nostri vestiti poco fascisti e le nostre idee poco rechts-radikal rappresentano un grave pericolo per la nostra salute, se i camerati ci dovessero scoprire.
E’ un’ora d’inferno, mi sento privato della mia dignità umana. Dentro me cresce l’odio, devo rimanere nascosto come un ricercato, come un rifiuto sociale, defraudato della mia libertà. Mi auguro che il primo tir che li incontrerà per strada stasera li metta sotto, mi fanno schifo, non avrei alcun rimorso a vederli stesi stasera. Ucciderli io, quello no, ma se capitasse qualcosa non starei lì a piangere sulle loro teste rasate.
Finalmente arriviamo alla nostra stazione dove dobbiamo cambiare e prendere il regionale successivo. Sgattaioliamo fuori senza farci notare. I nazi rimangono a bordo.
Brrrr, fa Bruna.
Hai freddo? , domando.
No, ho solo avuto paura, risponde lei. È la prima volta che vedo dei nazi dal vivo. Si sforza di non tremare più.
Mi ritorna in mente la sua domanda sulla lotta armata per migliorare il mondo. Fra un paio d’ore intanto ci attende il paese uscito dalle favole dei fratelli Grimm.
(Questo racconto è stato già pubblicato nella raccolta “La prima volta che ho visto i fascisti”, in rete su www.wumingfoundation.com. )
di Giuseppe Iannozzi
(Pubblico col consenso dell’autore questo pezzo su Léo Malet, un maestro indiscusso del noir, già apparso più di un anno fa su King Lear. Buona lettura. M.U.)
"Spero che tutte le ragazze più belle di Parigi vengano al mio funerale”.
Un maestro del genere ‘nero’, ha detto Corrado Augias per descrivere la statura artistica di Léo Malet. In un momento di crisi per il noir nostrano (se si escludono alcune rare eccezioni come Eraldo Baldini, le incursioni di Valerio Evangelisti e di pochi altri, gli autori italiani mancano di genuinità inventiva) l’intellighenzia italiana sta riscoprendo il noir d’autore, soprattutto quello francese, quello di Léo Malet. Nato a Montpellier nel 1909 da una famiglia di umili origini, Malet rimase ben presto orfano; allevato dal nonno, vecchio anarchico individualista, la sua prima formazione culturale è stata tutta improntata verso la contestazione sociale/culturale. Il suo primo impiego l’ebbe presso una banca in qualità di fattorino, ma fu licenziato in tronco: la motivazione, aver diffuso il giornale anarchico L’insurgé. Si trasferisce a Parigi, un quasi esilio, vivendo la vita del vagabondo finendo anche il carcere; durante il periodo parigino sbarcò il lunario provandosi in occasionali e diversi mestieri: fece il lavabottiglie in un grande magazzino, poi riuscì ad esordire come chansonnier in un cabaret di Montmartre. Fu anche fattorino presso una ditta d’impianti idraulici. e un giorno - come ha raccontato lui stesso - mentre consegnava un bidet per un lussuoso bordello di rue Hanovre, vide nella vetrina di una libreria, quella del mitico José Corti, delle pubblicazioni che attirarono la sua attenzione: La Révolution surréaliste, riviste, libri, libri e ancora riviste, e subito rimase affascinato dalle loro strane copertine. Fu così che si procurò il Manifesto del Surrealismo; vede Un Chien andalou, il film di Bunuel Dalì, legge Lautréamont: il surrealismo gli entra ben presto nelle vene sia sotto il profilo artistico sia sotto quello politico. Decide di scrivere a Breton, il ‘Papa’, uno dei massimi esponenti della rivoluzione intellettuale: Era una specie di messaggio nella bottiglia - ha raccontato Malet - se ne dicevano tante, che i surrealisti erano molto poco accoglienti, gente ricca, distante. Io, invece, Breton l’ho conosciuto anche molto povero, e soprattutto ho scoperto che non si prendeva sempre per André Breton. In ogni caso, la mia lettera gli piacque, mi chiese di mandargli ciò che scrivevo, e poi di andarlo a trovare al Café Cyrano, il famoso Cyrano di Place Blanche. Era il 12 maggio 1931. La vie est déguelasse, Le soleil n’est pas pour nous, Sueur aux tripes.
Il sole non è per noi è un libro crudo che parla di poveri cristi, di vagabondi: per Malet il delitto nasce dal destino, ovvero se uno nasce povero, povero morirà e non potrà sfuggire a quanto il fato gli ha serbato. I personaggi di Malet sono incapaci di risollevarsi dalla loro triste condizione: sono consapevoli del fatto che per loro non ci sarà possibilità alcuna di riscatto sociale, e questa ineluttabilità la sentono scorrere nelle vene come una colpa. Ne Il sole non è per noi Malet descrive il delitto come un accadimento puramente antropologico, esistenziale; il personaggio del romanzo, un povero artista sedicenne tenta indarno di farsi strada nella Parigi dorata, ma i suoi schizzi vengono pressoché ignorati da tutti, e alla fine si risolve nel non tentare neanche più di venderli o anche solo di proporli al pubblico. E’ chiaro per lui che è un disgraziato, che il sole che i suoi occhi vedono è un sole povero così come la sua vita. Arrestato per vagabondaggio, dopo due mesi passati in cella viene rilasciato: fa amicizia con avventori di tristi e squallidi bar, si tira dietro un amico di sventura penitenziaria: è evidente che la sua vita è destinata a concludersi tra le strade povere di Parigi. Per quanto si adoperi Parigi non è capace di offrire un sole splendente alla sua umanità, non è in grado di dar lavoro ad un vagabondo. Finalmente qualcosa sembra cambiare in meglio: in un caffè incontra uno strano tipo che gli offre di andare a lavorare in fabbrica, e il protagonista non può fare a meno di accettare. Tuttavia, una volta in fabbrica, si rende conto di essere diverso: è guardato con sospetto e ben presto si diffonde la voce in fabbrica che il licenziamento per gli ‘scansafatiche’ è ormai cosa prossima. Per evitare il licenziamento finge di infortunarsi: grazie ad un amico anarchico gli riesce di truffare l’assicurazione e restarsene a zonzo per le strade per buone tre settimane. E durante questo periodo, per così dire, di riposo, il giovane finisce con l’incontrare alcuni buffi tipi di strada, ragazzacci come lui, forse peggiori di lui. Diventa presto loro amico e finisce con l’innamorarsi della sorella di uno dei suoi nuovi amici; tutto sembra filare per il meglio, ma il ‘sole non è per lui’. Gina si dimostra subito accogliente e il giovane fra le sue braccia trova l’illusione della felicità; Gina condivide la casa con il fratello e la madre, una vecchia ubriacona. Il giovane protagonista intanto si dà da fare per scoprire quale segreto nasconde il fratello di Gina, il suo amico: incesto, Gina e suo fratello vanno a letto insieme. Accecato dall’odio, un odio razzista, gonfia di botte l’amico e stabilisce che Gina è sua proprietà. Il fratello di Gina sembra accettare la cosa, ma la vendetta è in agguato: alla prima occasione questi vende la sorella ad un arabo. Richiamato dalle urla di Gina, il giovane fa appena in tempo ad evitare che l’Arabo possa godere delle grazie di Gina: accecato dalla rabbia, dallo schifo che prova, con rapidi colpi di rasoio trucida l’Arabo e quando si rende conto di quello che ha fatto non ha paura, anzi si getta contro il fratello di Gina e lo sgozza senza pietà. Insieme a Gina scappa da Parigi; intanto la polizia parigina si è accanita contro il giovane accusandolo di un largo numero di delitti che si sono consumati nei quartieri poveri di Parigi. Gina è incinta: aspetta un figlio dal fratello, sta male. Arrivati in prossimità di una fattoria, sono costretti a cercare riparo; un vecchio bavoso accetta di dar loro un tetto. Gli eventi si corrompono del tutto: il vecchio bavoso tenta di mettere le mani addosso a Gina, o questo è almeno quanto immagina il giovane innamorato: si scatena l’inferno, il fuoco divora la fattoria e il vecchio muore nel rogo. Insieme a Gina fugge nel bosco e nel bosco Gina abortisce e muore dissanguata. Al giovane disperato non restano vie di fuga: ormai è deciso a consegnarsi alla polizia. E viene accusato di aver appiccato il fuoco alla fattoria per rubare i soldi del fattore, di aver ucciso Gina la sua amante, di aver ucciso il fratello di Gina e un Arabo. In un primo momento il giovane tenta blandamente di difendersi, ma poi comprende che tanto qualsiasi difesa sarebbe inutile. Aveva cercato solo di vivere, o meglio di sopravvivere, ma il sole non è per quelli come lui. La giustizia fa il suo corso implacabile. Léo Malet per questo romanzo fu accusato di razzismo, ma all’artista premeva solo di dimostrare ‘artisticamente’ che al destino non si può sfuggire e l’unico mezzo che aveva per ottenerne una efficace dimostrazione era parlare senza mezzi termini. Oggi nessuno, o quasi, crede veramente che Malet sia stato un razzista/fascista; riabilitato e dalla critica e dal pubblico, i suoi romanzi neri sono al centro di una rinnovata attenzione critica, una attenzione critica severa ma giusta, non quella degli anni Quaranta/Cinquanta che vedevano in Malet una meteora degna solo di disprezzo e vergogna.
Léo Malet scrisse La vita è uno schifo nel 1949 quando la popolarità del detective anarchico Nestor Burma era ormai consolidata e si contrapponeva al placido, freddo e analitico Maigret di Simenon; Malet sconcerta per il suo stile crudo, una prosa secca, impietosa, ambientazioni notturne, personaggi disperati e pessimisti. La poesia di Malet è molto vicina a quella dissacrante e forse più conosciuta di Boris Vian, autore che ancor oggi gode di buona fama, mentre Malet, dopo la sua morte, è stato quasi dimenticato dalla critica. In Nodo alle budella, Paul Blondel sogna tutte le notti un piccolo uomo grigio. E’ un fantasma che non conosce, che gli è estraneo, ma che subito diventa incubo che lo perseguita nei sogni che non sono poi tanto dissimili dalla vita reale. Per dargli corpo, Blondel rivive le ultime settimane della propria vita: Blondel, piccolo truffatore sfigato, ha conosciuto Jeanne, una ragazza bellissima, impossibile, che vive e lavora in un malfamato bistrot di periferia, e per amore di lei ha osato “il tutto per tutto”, ha cominciato ad azzardare truffe impossibili per le sue virtù ladresche; poi, trova in una banda dedita a furti e rapine la sua dimensione, se non proprio ideale, almeno significativa. Sembra un periodo tranquillo per Blondel, ma presto la scoperta del tradimento di Jeanne e l’ulteriore prova della propria codardia lo sprofonderanno, lentamente, in un baratro esistenziale: il piccolo uomo grigio, il suo fantasma personale, torna da lui e ammorba ogni sogno incubo, ogni pensiero pensato e non pensato. Blondel comprende che il fantasma grigio lo abbandonerà a sé stesso solo quando troverà il coraggio di compiere l’ultimo delitto, quello più grave, quello che deciderà per il futuro che non ci sarà per lui. Blondel è ormai un fantasma lui stesso, un derelitto, povero cristo senza quasi senno, perennemente in fuga da chi lo ha tradito, da chi lo addita criminale, da chi osa chiamarlo ancora uomo nonostante tutto; ma Blondel non è più un uomo, è un fantasma, la dimostrazione “vivente” e “non vivente” che l’uomo è fallimento ed inutile è che si adoperi per tentare la sorte, per cercare un microcosmo migliore, un angolo dove vivere e morire in santa pace.
Molto e molto poco è stato detto intorno alla figura di Léo Malet: che ha rinnovato un genere letterario (“un’irruzione dirompente, che ha conferito un tono completamente nuovo al genere poliziesco”), che ne ha inventato uno, il noir, e che contemporaneamente ha ricostruito in maniera inconfondibile i misteri e le atmosfere parigine. Ma soprattutto, a mio avviso, Léo Malet ha disegnato l’uomo, il suo fallimento, la sua dimensione umana costretta sulla croce del Golgota senza alcuna possibilità di resurrezione.
(Léo Malet - Trilogia nera - A cura di L. Bernardi - Fazi Editore - Collana: Le porte - Pagine 537 - ISBN 8881124262 - € 19.50)
Non fatica ad integrarsi nell’ambiente surrealista: le sue giovani idee trovano accoglienza presso gli intellettuali della scuola surrealista. La sua fede anarchica subisce un mutamento, diventa trotkista; tuttavia il suo estremo individualismo non gli permette di accettare una qualsiasi disciplina, troppo misantropo perché il comunismo potesse attecchire pienamente nella sua anima. Nel ‘40 è un’altra volta in prigione: l’accusa formulata è quella di ‘attentato alla sicurezza interna ed esterna dello Stato’ e Malet rischia l’ergastolo se non la ghigliottina. Viene liberato dopo qualche mese; tuttavia non fa a tempo ad assaporare la libertà che subito viene catturato dai nazisti e rinchiuso in un campo di concentramento, lo Stalag X2, tra Amburgo e Brema: un anno di permanenza e di stenti nel lager per Malet. Tornato in libertà perché gravemente malato, Malet si mette alla prova come autore di romanzi polizieschi: all’inizio della sua carriera si firma con degli pseudonimi ‘americani’, poi, nel ‘43, pubblicando quello che si può considerare il primo vero noir francese, 120, rue de la Gare, decide di firmare con il suo vero nome i suoi lavori. Tra il ‘43 e il ‘49 escono sette inchieste di Burma: i romanzi ottengono successo e di critica e di pubblico, il loro protagonista diventa popolare quasi quanto Maigret e ben quattro attori diversi porteranno i personaggi di Malet sul grande schermo cinematografico. Nel ’53 Léo Malet ha un lampo di genio, ovvero ambientare ogni inchiesta del suo personaggio Burma in un diverso arrondissement di Parigi: L’idea mi venne sul ponte di Bir-Hakeim - ha raccontato - davanti a quel paesaggio di Parigi, mi sono detto che era davvero straordinario che nessuno avesse mai pensato di fare un film su Parigi, a parte Louis Feuillade. Ho avuto l’idea confusa di romanzi polizieschi che si svolgessero ognuno in un diverso quartiere. Tra il ‘54 e il ’59 escono quattordici romanzi firmati Léo Malet; nel ‘48, Malet pubblica il primo volume della sua trilogia noir: La vie est déguelasse, seguono Le soleil n’est pas pour nous e Sueur aux tripes. Con la trilogia noir Malet è ormai un punto di riferimento per molti intellettuali francesi, europei, americani: i tre romanzi pregni di crudezza, ferocia, indagano la psicologia umana, l’anima criminosa che si nasconde in ogni uomo. Malet è morto nel 1996 ed è sepolto nel cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.
Il giovane protagonista de la Vita è uno schifo è Jean Fraiger, un anarchico, un killer perdutamente innamorato di una donna bellissima e sfuggente, Gloria. Jean si impegna a condurre vestendo i panni dell’antieroe solitario una ferale lotta contro il mondo. L’epilogo non può che essere la morte di Jean, la perdita della donna amata, una morte solo debolmente addolcita dalla consapevolezza che la vita fa schifo punto e basta. “Ti amo. Non abbiamo a disposizione che queste parole, che sono state usate e strausate e che sono state pronunciate da labbra impure e grondanti di menzogne...”, confessa Jean a Gloria, ma la sua è una confessione che puzza di poesia, di falsità; Jean è consapevole che l’amore non è sentimento che possa esser tradotto in parole, non prova neanche ad abbozzare una poesia d’amore per l’amata, e proprio qui sta la grandezza poetica di Malet, che negando la poesia, in realtà, le restituisce la sua identità primitiva di quando l’amore non aveva bisogno di esser spiegato a parole. Jean Fraiger è un duro, un romantico, un violento: il personaggio rappresenta l’uomo vittima di una società consapevole impegnata a metter al mondo altre vittime. La violenza di Jean Fraiger è pregna di romanticismo: se uccide, uccide per togliere allo Stato e restituire il danaro ai contribuenti, ai lavoratori, ai proletari; eppure qualcosa va storto, perché il proletariato non vuole sapere soldi macchiati di sangue, la società dei poveri non vede in lui un novello Robin Hood ma solo un efferato delinquente. Jean Fraiger riconoscendo che il mondo è irriconoscente nei suoi confronti decide di lavorare solo per sé stesso: insieme alla sua banda mette a punto e consuma con abile crudeltà delitti e saccheggi. Per assurgere a protagonista unico del dramma del vivere, Jean non esita a far fuori i suoi stessi compagni anarchici: uccide a sangue freddo Marcel, poi Gisele l’amante del povero gobbo Paul compagno di merende di Jean ed infine dà la morte anche al marito di Gloria. Jean Fraiger finisce con il non guardare più in faccia nessuno.
L’amor fou è un altro tema centrale de La vita è uno schifo: Jean coltiva il suo sogno d’amore con crudeltà romantica; Gloria è il suo ideale, la speranza che forse il mondo non è ancora completamente corrotto e schifoso: “io dico ti amo... è una verità... c’è il sole, la terra, la luna, le stelle e io ti amo... constatare la presenza non è corteggiamento”. Ma anche l’amore è solo un sintomo del male che l’uomo cova dentro di sé: Gloria, prima di scoprire la vera identità di Jean killer, lo indirizza dal dottor Claps, il quale gli rivela i misteri ascosi intimi delle sue turbe. L’amore nutrito nei confronti di Gloria è solo un puzzle, sussulti e smanie della sua anima: l’amore non è eterno.Jean comprende di essere un uomo incompleto: non gli resta altro da fare che rivelare la sua vera identità. Il dottor Claps non rimane sorpreso dalla confessione di Jean, mentre Gloria finisce con l’odiarlo. Jean comprende che l’amore è cosa folle, ingovernabile come la società che lo circonda: l’unica fuga possibile è quella definitiva, il suicidio. Prima di congedarsi da Gloria, quella che credeva esser la sua amante, la sua medicina, le chiede se ha mai goduto a letto con lui: la risposta non lascia spazio a dubbi. E’ finita: fugge dal mondo per sempre, fa irruzione in un distaccamento della polizia armato fino ai denti, spara a destra e a manca, e il suo corpo viene imbottito di piombo. Rimane l’amara consolazione che l’unica verità possibile in un mondo corrotto governato da corrotti è la vita, la vita che non può non essere niente di diverso da un mostro schifoso. Un noir stupendo: La vie est déguelasse è un autentico capolavoro che oggi come ieri è più che mai attuale, un romanzo capace di investigare l’animo umano, la società, l’idealismo, la corruzione che inquina il romanticismo dell’idealismo politico, l’amore come menzogna, medicina che non può restituire all’uomo la sua umanità.

"Ciascuno si sospetta dotato di almeno una delle virtù cardinali, e ecco la mia: sono una delle poche persone oneste che io abbia mai conosciuto".
(Francis Scott Fitzgerald - Il grande Gatsby)

di Sergio La Chiusa
Da "nel museo delle belle arti" I
non è cosa umana il messia di grünewald è un relitto VII
che stilla una melassa scura, un succo di more che ingrassa
la schiatta delle pulci - procediamo per le sale del museo
benché fuori non s’oda il nostro passo il sasso scagliato
nello stagno l’intaglio del bulino che inchioda l’ala al legno
(i corpi li gettano a mucchi nelle buche a pochi chilometri da qui)
di corridoio in corridoio ci ha condotti il sonno in un cortile
cieco, dove l’unico privilegio è non avere scelta; come
i carcerati di van gogh che camminano eternamente in cerchio
senza uno spicchio di cielo a sviare l’occhio - ha chiuso
il custode, ma ha avuto buon cuore di lasciare accese le luci:
che le falene vedano gli specchi contro cui sbattono le ali
Probabilmente fino a luglio (se non mi cacciano prima) sarò ogni sabato mattina su Radio Roma a parlare di letteratura e affini dalle 9.15 circa, per un buon quarto d'ora, nella trasmissione del bravissimo e simpatico Alex Contedini. Replica verso le 15.10. La prima "uscita" radiofonica è già andata in onda ieri mattina: praticamente Alex m'ha svegliato una mezz'ora prima del collegamento con una sua telefonata! Buon ascolto del sottoscritto, se siete romani o comunque del centro Italia e a quell' ora del sabato siete ancora svegli!
(Nota: Radio Roma è ascoltabile anche online: http://www.italymedia.it/radioroma/)

di Franz Josef Uffenwanken
BERLIN, UNTER DEN LINDEN
Ein schoener Stadtaufenthalt
fuenfunddreissig Jahre alt
ich bin die Schatten
ich bin die Naechte
du bist die unbelichteten Stellen die ich liebe
du warst niemand
als ein nichts
waren wir
ich fuer dich
du fuer mich.
Jetzt, heute
essen wir
miteinander
Kalbschnitzel mit Kartoffelsalat
in Unter den Linden, Berlin
unter den Linden.
Nachts
sind die Strassen leer
jetzt, heute
schlafe ich ein und ein Traum
lautlos fliegt:
du bist niemand
ein nichts
sind wir
unter den Linden
wenn schauerlich
mein Traum
fuer mich und dich
in mir
unter den leeren Linden
in einem Nichtsschrein
schreit.
BERLINO, SOTTO I TIGLI Un bel soggiorno cittadino di anni trentacinque
io sono le ombre
io sono le notti
tu sei i punti oscuri che io amo
tu eri nessuno
quando noi un niente
eravamo
io per te
tu per me.
Ora, oggi
l’un con l’altro
mangiamo
cotoletta di vitello con insalata di patate
a Unter den Linden, Berlino
sotto i tigli.
Di notte
le strade sono vuote
ora, oggi
mi addormento e un sogno
senza suono vola:
tu sei nessuno
un niente
siamo noi
sotto i tigli
quando orribile
il mio sogno
per me e per te
in me
sotto i tigli vuoti
in uno scrigno di niente
urla.
(Traduzione di M.U. Franz Josef Uffenwanken è nato il 12 Novembre 1960 ed è il mio fratello gemello. Separati dalla nascita per ragioni che un giorno, forse, racconterò nella mia "autobiografia viscerale" della quale ho per ora soltanto il titolo (Chi me l'ha fatto fare), svolge una solerte attività di numismatico presso la Bundespost di Tubinga. Comunichiamo solo via email nonostante la sua passione per le lettere (quelle postali, soprattutto); e non ci siamo mai visti di persona. Il perchè di questo lo racconterò eventualmente nella succitata e già perlomeno "titolata" autobiografia. So che è sposato con una insegnante di liceo ovviamente bionda, ha due gemelli di 10 anni anch'essi biondi e ha un carattere che non ho ancora capito. Questa poesia fa parte della raccolta "Linksblock" - "Blocco delle sinistre", uscita nel 1996 per l'editore Sepp Maier di Monaco).
I fuochi del dibattito sulla restaurazione non si sono ancora spenti, su NI. (Consiglio la lettura del pezzo di Beppe Sebaste pubblicato oggi, a proposito). Coesistenza nella diversità. Qui, in questo punto del manifesto programmatico di NI, ci vedo della polpa. Anzi, ci vedo la polpa più golosa, per tutti. Le lotte contro la cosiddetta restaurazione (che poi a mio modesto avviso è semplicemente lo status quo) ognuno di noi le combatte come puo', parliamoci chiaro. Con le armi che ha a disposizione, e che spesso sono spuntate. Io, per esempio, che armi avrei? Ho un blog, ci scrivo e ci faccio scrivere gli altri in assoluta libertà, cerco di capire nel mio piccolo questo tipo di comunicazione abbastanza nuovo, agli albori (ma non elitario, come ha detto qualcuno, perchè per fare questo tipo di diagnosi, secondo me, è comunque troppo presto). Ognuno combatte tutti i giorni a suo modo, come puo'. Carla Benedetti, da critico di prestigio, puo' scrivere sull' Espresso, per esempio. A nessun scrittore o intellettuale serio puo' piacere lo status quo: la letteratura è relegata ai margini della comunicazione, infatti. In questo, a mio avviso, gli scrittori, gli artisti in genere, sono marginali de facto perchè relegati nella marginalità. Ora, in questo momento. Coesistenza nella diversità. Se penso a questo, penso anche al termine "apertura". Apertura anche verso chi - lo dico in maniera molto generica - la pensa diversamente. Io in NI ho visto e vedo questo. Ma ho anche visto (anzi letto) un'accensione dei toni che in questo momento mi pare davvero fuori luogo. Per uscire dalla marginalità occorre aprirsi verso l'esterno, anche sporcandosi le mani; nessuno è totalmente puro, nessuno è fatto di granito, chi più chi meno siamo tutti nella "macchina", ci siamo saliti e nessuno ne vuole scendere. L'apertura di cui parlo si puo' attuare anche con le cose pratiche, cioè rendendo più facile l'accesso ai commenti in homepage, cosa che si voleva fare e ancora non si è fatto; e non so perchè. Critichiamo chi parla di marginalità della letteratura e poi lasciamo che i commenti restino negli "archivi del mese", e così uno che non è mai entrato nel sito - se non è un genio - non ci capisce un cazzo se nessuno gli spiega il meccanismo? E' dalla pratica che parte tutto, è sempre così. Un piccolo ma importante restyling andrebbe fatto. Lo dico sommessamente.

di Piero Sorrentino
(Sono quasi al countdown... A ormai due settimane dall’uscita del mio euronoir Cattivo Sangue, pubblico questa recensione al mio precedente romanzo, Le cose come stanno, pubblicata recentemente sulla bella webzine letteraria La Frusta – tra i miei link. Segnalo anche, a proposito di Le cose come stanno, il post di Alderano di ieri sul suo blog. Buona lettura. M.U.)
In tempi di fiction televisive e narrazioni cinematografiche in cui i preti e gli uomini di chiesa sono e restano ormai le sole risorse messe in campo dalle penne sempre più scariche e secche dei nostri sceneggiatori, capaci di far risuonare le loro storie solo con le note di possenti organi e profumarle di incenso e cotte inamidate, imbattersi in una figura come quella di Puch, protagonista de Le cose come stanno (Baldini Castoldi Dalai editore, 114 pagine., 12,40 euro), secondo romanzo di Franz Krauspenhaar, può trasformarsi in un’esperienza immunizzante: una blindatura a prova di bidimensionali parroci di frontiera, preti investigatori e “don” assortiti.
Sfruttando l’espediente classico (e tuttavia spesso ignorato dalla recente narrativa) del romanzo epistolare, Krauspenhaar affida la narrazione a una lunga lettera (“risentita”, aggiunge il sottotitolo) che Puch, giovane sacrestano di una piccola chiesa cattolica tedesca, scrive al fratello Fritz, pittore in cerca di successo emigrato in Danimarca, nei giorni del Natale del 1966. Attorno a questo esile spunto di partenza, Franz Krauspenhaar si avventura nelle profondità della vita interiore dei suoi personaggi con tutte le prerogative di una spietata onniscienza e restituisce al lettore pagine (il suo è un testo composto soprattutto di pagine: sgraziate, nervose, poetiche, malinconiche…) di una densità capace di dare la polvere a opere assai più ponderose e fameliche.
“Le cose restano nella stessa sbagliata posizione di sempre”: la lettera di Puch trabocca di un senso di immedicabile immobilità che si trasforma nella stessa immobilità fisica di Puch, chino sul tavolino a vidimare l’atto di accusa peggiore che si possa fare: un decreto contro quello che si è, o si vorrebbe essere. Perché ogni frase che Puch scaglia contro Fritz è in realtà una spietata requisitoria contro sé stesso, e saggia è stata la scelta per la foto di copertina.
L’immagine è leggermente fuori fuoco; in primo piano, i due maschietti sembrano immersi nella nebbia, stanno vicini ma è come fossero in competizione - più che in posa - per una fotografia. Lo spazio che hanno a disposizione è stretto, e uno dei due sembra di troppo. Assegnare un’identità ai due bambini ritratti è un’operazione delicata: chi è Puch? Chi Fritz? L’immagine Photonica non può presentare meglio di così l’indecidibile lacerazione del povero sacrestano, costretto a sputare su una vita che in fondo, ma nemmeno tanto in fondo, desidera. Come in un racconto di tarda iniziazione, l’indagine contro sé stessi si svolge nel tempo, col tempo, e quello che viene conosciuto modifica profondamente colui che conosce, che accoglie in sé l’ignoto, l’inquietante, il riprovevole che si annida nelle pieghe (e nelle piaghe) della carne.
“Io sono come Dio, perché lascio sempre le cose come stanno, possono pregarmi, scongiurarmi, ma niente, io lascio tutto come sta, non muovo un dito, rimango qui, nella mia quiete rintronante, nella mia enorme muta dissonanza, nella mia sordità da dopoguerra in continuo aggravamento, a parlar male di tutti, di tutti voi che almeno fate qualcosa, ma siete, seppur disgustosamente, degli esseri umani, mentre io sono un essere simile a Dio, non a sua immagine e somiglianza, proprio simile, proprio apparentabile, un dio senza deità, un Dio senza cuore (…)”
Questa è la radice ipotattica della scrittura di Krauspenhaar, che diramandosi sulla pagina allestisce la struttura di un romanzo breve e densissimo sul quale (si spera che col prossimo, in imminente uscita sempre da Baldini Castoldi Dalai, ci sarà un riscatto) la critica ha esercitato il più idiota e immotivato dei silenzi, lasciando immeritatamente le cose come stanno.
di Sergio Garufi
Tempo fa pregai un mio amico, che considero il miglior narratore della mia generazione, di andare in tivu, perché vorrei che le sue parole si rivolgessero a un numero di interlocutori maggiore di quelli della biblioteca Calvairate (con tutto il rispetto, essendo io uno di loro). Ma lui mi disse di no, che in tivu non ci sarebbe andato. E poi glielo dissi, di andare, perché ho un naturale moto espansivo. Se amo un libro, un film o una mostra ne parlo agli amici e ne scrivo su Nazione Indiana o su Stilos, perché penso che la condivisione di un piacere sia l'unica cosa che anziché dimezzarsi raddoppia. In che misura poi andare in tivù possa comportare dei benefici credo dipenda da tanti fattori (il tipo di trasmissione, l'orario in cui va in onda, il tempo a disposizione per parlare, l'argomento di conversazione, l'abilità dell'oratore ecc), ma non è questo il punto. Il punto è promuovere e valorizzare chi ha qualcosa da dire, non lasciare che il mezzo di comunicazione di massa più potente e persuasivo sia gestito solo da parolai e saltimbanchi. Quando mi capita di parlare di sensibilità, intelligenza e talento intendo proprio confutare la vulgata attuale della cultura come quantità di libri letti. Oggi tutto ha un valore quantitativo, il numero è l'unità di misura di tutto: le persone valgono per quanto guadagnano, le cose si valutano per quanto costano e l'essere colti per la cifra di libri letti. Il corollario di questa visione del mondo(Weltanschauung, tanto si sa che amo il vintage lessicale) è l'invito a mettere a frutto, a monetizzare anche gli hobby. Quante volte mi sono sentito dire: tu che leggi tanto perché non apri una libreria o metti su una casa editrice, come se questa passione priva di fini di lucro non avesse senso. Per chi la pensa così, un "lettore anomalo" (nel senso che non lo fa di professione)come me spreca le sue energie e il suo tempo. E per certi versi è vero: non ci pago le bollette e il mutuo, non ne ricavo prestigio sociale (anzi, a volte ispiri commiserazione). Ma la cultura è come i libri, i servizi di piatti, le tovaglie e la biancheria intima che Luchino Visconti pretese per il suo "Gattopardo". E quando la produzione obiettò che tutte quelle cose erano inutili e dispendiose perché non si sarebbero viste nelle scene, essendo nascoste nelle scaffalature, nei cassetti dei mobili e sotto gli abiti dei protagonisti, il regista replicò che era importante che gli attori sapessero che c'erano. In qualche modo, quegli oggetti invisibili avrebbero aiutato Claudia Cardinale, Alain Delon e Burt Lancaster a immedesimarsi nella parte, a vivere e sentire, più profondamente, l'epoca in cui si svolgeva la storia. A conti fatti, aveva ragione lui. La cultura è questa cosa nascosta e segreta che ci permette di capire e vivere meglio il nostro tempo. In ogni caso, per chi ha un'autentica passione letteraria non è mai il tesoro - inteso come l'utile, morale o materiale, che se ne può ricavare - che conta. Come disse Trewlaney (ne "L'isola del tesoro” di Stevenson) poco prima di partire: "Prua verso il mare! Al diavolo il tesoro. E' l'incanto del mare che mi ha dato alla testa!"
(Ricevo da Roberto Saviano e pubblico. M.U.)
Pignataro Maggiore (CE) - comunicato stampa del 19 aprile 2005
MINACCE DI MORTE AL GIORNALISTA ENZO PALMESANO:
MERCOLEDI’ 20 APRILE ALLA SBARRA IL BOSS PIETRO LIGATO
Pignataro Maggiore (CE) – Nuova udienza, mercoledì 20 aprile 2005, davanti al giudice monocratico del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dottor Battaglino, del processo a carico di Pietro Ligato (esponente di spicco del clan Lubrano-Ligato), accusato di minacce di morte nei confronti del giornalista Enzo Palmesano, punto di riferimento della battaglia anti-clan a Pignataro Maggiore e nell’Agro caleno. Saranno ascoltati alcuni testimoni.
Pietro Ligato è imputato “a) in ordine al reato previsto e punito dall’articolo 612/12 e dall’articolo 339 del Codice penale perché minacciava a Vincenzo Palmesano, giornalista del posto, un ingiusto danno grave, facendo recapitare a quest’ultimo a mezzo raccomandata postale avente numero 3383, spedita dall’ufficio postale di Vitulazio, un plico contenente una cartuccia calibro 9 nonché uno scritto riportante le seguenti frasi: ‘Bastardo mettiti un cerotto sulla bocca se no sei morto. La tua vita è nelle nostre mani. Comportati bene’; b) del reato previsto e punito dall’articolo 697 del Codice penale perché deteneva una cartuccia calibro 9 senza averne fatta la prescritta denuncia all’Autorità. In Pignataro Maggiore, accertato il 21 settembre 1998”.
Pietro Ligato è difeso dall’avvocato Pietro Romano; Enzo Palmesano si è costituito parte civile con l’assistenza dell’avvocato Salvatore Piccolo (di Luigi).
Figlio di uno dei boss più importanti della storia della camorra (Raffaele Ligato) e nipote del potente capomafia Vincenzo Lubrano (alleato dei “corleonesi”), Pietro Ligato è tra l’altro noto all'opinione pubblica per un agguato nel quale fu ferito, nell’ambito di un regolamento di conti con il “clan dei casalesi” per la gestione del racket delle estorsioni; per l’arresto (con Giuseppe Lubrano, figlio di Vincenzo Lubrano) nell’inchiesta sull’omicidio di Raffaele Abbate, padre del collaboratore di giustizia Antonio Abbate, avvenuto a Pignataro Maggiore il 26 gennaio del 2000, nel Parco Fucile (l’ordine di custodia cautelare per l’omicidio Abbate fu poi annullato dal Tribunale del Riesame); per l’arresto, con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’inchiesta sul clan Massaro di San Felice a Cancello.
CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE
(Nota: altre notizie sul giornalista Enzo Palmesano, a cura di Roberto Saviano, sono reperibili su Nazione Indiana: http.//www.nazioneindiana.com/archives/000975.html)
di Riccardo Ferrazzi
(Ricevo e pubblico questo Ferrazzi Doc Metodo Champenois, che dice la sua col consueto “gusto del bisturi” sui vari, accalorati interventi che si sono succeduti in questi giorni su NI attorno al tema della “restaurazione”. Buona lettura. M.U.)
Su Nazione Indiana i Sioux hanno dissotterrato l’ascia di guerra. Per i Comanches, i Chirikawa e gli Ar(r)apahos sono cazzi amari. Sotto il totem del Grande Spirito, Toro Seduto ha annunciato che, dopo aver fatto piazza pulita di tutte le tribù concorrenti, ai primi di maggio i Sioux daranno battaglia a Torino Little Big Horn contro le armate editoriali dei visi pallidi.
Per intanto, affilando le armi per lo scontro finale, abbiamo assistito ai cazzi amari: Caliceti, Montanari, Mozzi, Biondillo e perfino la Helena Janeczek (proprio lei, tanto incantevole quanto ragionevole !) sono stati messi in castigo, ammoniti, subissati di rimproveri e spediti a casa con una nota da far firmare ai genitori o a chi ne fa le veci.
Cos’hanno fatto questi discolacci ?
Ohibò ! Si sono permessi di opinare che, forse, accusare l’intero mondo editoriale italiano di velleità restauratrici è un po’ esagerato.
Si sono permessi di domandarsi: restaurare in che senso ? C’è stata forse una rivoluzione ? Non ce ne eravamo accorti. E quale sarebbe lo status quo ante al quale i cattivoni vorrebbero farci tornare ?
Si sono permessi di dire: lasciateci in pace a scrivere i nostri libri marginali.
Si sono permessi di insinuare che, in fondo, tutta questa chiamata alle armi si risolve in: 1) una presa di potere all’interno della Nazione Indiana (e vabbe’), 2) un tentativo di ottenere posizioni di potere nelle case editrici (cioè di sostituire gli attuali “restauratori” con “intellettuali” attenti alla qualità del prodotto, ma insensibili alla necessità di venderlo).
Non l’avessero mai fatto ! Le rappresaglie sono scattate immediatamente, dure e pure, nella migliore tradizione montagnarde (salvo Tiziano Scarpa, l’unico che, anche nell’infuriare della polemica, mantiene stile, misura e statura di artista). I risultati si sono visti: genuflessioni, silenzi, virate a 180°.
Per ora, gli unici a non cospargere il capo di cenere sembrano Mozzi (et pour cause: è lui il generale Custer !) e Montanari (che, non avendo interessi da difendere, evidentemente dice quello che pensa perché ci crede).
E mo stiamo a vedere.
Dopo l’annunciata battaglia di Torino che succederà ? Gli editori, riuniti sulle sponde del lago Averno, giureranno di non pubblicare mai più Faletti (e De Carlo, Maraini, Melissa P. ecc. ecc.) ? Si impegneranno a valorizzare i cataloghi e a non far sparire i libri dopo sei mesi? I distributori la smetteranno di strangolare i piccoli editori ? I librai riserveranno le migliori vetrine a I canti del caos 1 e 2 ? Quando il rag. Brambilla andrà il libreria a chiedere un giallo da leggere sotto l’ombrellone si sentirà rispondere: “Si vergogni ! Legga qualcosa di impegnativo, come Puerto Plata Market” ?
Non so cosa ne pensate voi. Io ne dubito assai.
Secondo me la via maestra non è la presa del palazzo d’inverno. Secondo me le strade sono solo due (e sono sempre quelle, da una vita).
1) O ti rendi conto del fatto che il mercato è quello che è, e se vuoi davvero pubblicare cose che non si vendono devi sperare che un editore guadagni tanti di quei miliardi con una Melissa, una Tamaro o un Faletti da permettersi una scommessa persa in partenza come il tuo libro.
2) Oppure ti guardi allo specchio e ti dici: “Sì, io sono un grande artista e quindi sono capace di portare anche il rag. Brambilla a capire la problematica che mi interessa”. Dopo di che l’autonominato grande artista si cala nel rag. Brambilla, si domanda cosa cazzo può fare per appassionarlo, trova la giusta risposta e scrive il libro. Goethe, con “I dolori del giovane Werther”, fece così. Fu un grande libro e un grande best seller.
Se invece uno vuole scrivere solo ciò che piace a lui, nel modo che piace a lui, e pretende che gli editori pubblichino i suoi libri e li reclamizzino, e i lettori li comprino (e li leggano!) be’ allora, cosa posso dirgli ?
Augh...uri.

di Mauro Mirci
(Ricevo e pubblico questo racconto di Mauro Mirci, uno dei patron della webzine "Paroledisicilia" - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
Risulta peraltro evidente,
nell'attuale clima della distensione,
che un eventuale attacco ai paesi arabi
vede l'Italia in prima posizione
[Francesco de Gregori, Disastro aereo sul Canale di Sicilia. In Bufalo Bill, BMG]
Furono uccisi due dipendenti comunali: un vigile urbano - un certo Guccio, detto Baddaredda - e un geometra dell'ufficio tecnico, Ernesto Liberatore. Chi li ammazzò attese con pazienza che finalmente fermassero l'auto di servizio davanti al cancello dell'autoparco comunale, e li colpì con sedici colpi. Li trovarono compostamente seduti sui sedili davanti, con l'espressione sbigottita. I colpi erano stati tutti indirizzati al cuore, otto a testa, con precisione da poligono. Nessun proiettile era andato sprecato.
Sorprenderli non doveva essere stato difficile. Il venerdì Baddaredda e Liberatore eseguivano i sopralluoghi per la rilevazione degli abusi edilizi, non era un mistero per nessuno. Eppure la loro uccisione non aveva nulla a che fare con cantieri sequestrati né con costruttori rancorosi.
Fu Alfio Sanfilippo, l'anziano custode dell'autoparco, a trovare i corpi. Quando si avvicinò alla macchina, immobile davanti al cancello, per poco non gli prese un colpo. Poi corse difilato al vicino comando di polizia municipale. Raccontò tutto al tenente Greco, che faticò parecchio per decifrare le frasi smozzicate e i balbettii di Sanfilippo e, pure quando capì, quasi non voleva crederci.
Al 113 telefonò Greco in persona. Il paese era piccolo, tanto piccolo e sperso tra le montagne boscose dei Nebrodi, che non possedeva neppure un commissariato o un distaccamento dei carabinieri. Il commissariato più vicino era quello del capoluogo, a quaranta chilometri di distanza.
Dopo il 113, Greco telefono anche al 112. Poi compose anche 117, 118, e altri numeri che cavò da un'agenda.
- Possibile? - esclamò.
- Allora? - chiese Sanfilippo, che sembrava ora un po' più tranquillo.
- Niente - disse Greco. - Non risponde nessuno. - Vai alla macchina e non fare avvicinare nessuno - ordinò poi Greco. Prima o poi sarebbe riuscito a farsi rispondere dalla polizia o dai carabinieri, e dai film che aveva visto sapeva che a quelli piaceva così.
Quando rimase solo sedette assorto alla scrivania, con i gomiti poggiati sul piano di legno e le mani sul viso. Un odore pungente lo colpì; si annusò la mano destra. Come ricordando un'incombenza inevasa sospirò, raddrizzò la schiena e aprì un cassetto. Conteneva una Beretta 92, serbatoio bifilare da 16 colpi. Il diciassettesimo poteva essere inserito direttamente in canna, ma Greco non amava queste ostentazioni. Il carrello era completamente tirato indietro, segno che il caricatore era vuoto.
In silenzio fece scattare il carrello in avanti e sostituì il caricatore.
* * *
Attorno alla macchina non si radunò nessuna folla. Sanfilippo, a starsene lì, nel silenzio più assoluto e da solo, si sentì a disagio. Cominciò a guardarsi intorno, sempre più nervoso, infine gli sembrò di ricordare qualcosa di importante, improcrastinabile, fondamentale. Non poteva rimanere lì. Non doveva.
Così andò via.
* * *
Quando suonò il campanello della porta, Iside Guccio, ormai vedova anche se lo ignorava, stava terminando di infilare la sottoveste di seta rosa, regalo di Natale di Baddaredda. Il suo amante, seduto sulla poltroncina di velluto rosso della toilette, la osservava con occhi lascivi fumando una sigaretta. Era nudo e stava affinando quell'atteggiamento che aveva apprezzato, qualche tempo prima, in un film. Lo trovava un atteggiamento adatto a un uomo votato alla dissolutezza.
Anche Iside sembrava apprezzare quei momenti. Si rivestiva lentamente, con movimenti sinuosi, e un sorriso ineffabile le increspava le labbra. Lucio ammirava le sue forme straripanti e i suoi sguardi di invito esplicito; ogni volta pensava che Baddaredda non se la meritava una femmina così.
Il suono del campanello infuse in entrambi una vitalità nuova. Iside cercò la vestaglia pesante senza trovarla - era sotto il letto. Lucio saltò su dalla poltroncina con la sigaretta penzolante dalle labbra, cercando di infilarsi almeno i pantaloni - cadde un po' di brace e gli scottò la mammella destra.
Il campanello suonò ancora, rabbioso, poi si udirono due vigorose spallate alla porta. - Che minchia è? - fece Lucio. Era impallidito, non sentiva più nemmeno la bruciatura sul petto. Iside sembrava stravolta. Anche lei era impallidita.
Una terza spallata.
- Quando è uscito aveva la pistola?
- Chi?
- Come chi? Tuo marito.
- Non ne porta pistola. Si scanta.
Lucio si abbottonò i pantaloni e tirò su la lampo. Afferrò un pesante candelabro d'argento dal comò.
- No! Quello me l'ha regalato mia madre - si disperò Iside.
- Ma vaffanculo - disse Lucio. - Se entra gli spacco il culo a quel cornuto di Baddaredda.
Quarta spallata. Si sentì la porta spalancarsi.
* * *
Gli sfuggiva il nome del barista. Ricordava che era stato suo alunno, molti anni prima, ma il nome no, niente da fare. Gli fece un cenno con la mano.
- Sì, professore?
- Un... un coso, come si chiama? Mi aiuti, quello rosso, frizzante.
- Un aperitivo?
- Vabbè, un aperitivo.
- Subito professore.
Il professore prestò attenzione alla canzone che proveniva dalla radio. Parlava di un incidente aereo, lui lo ricordava, probabilmente ci era pure morto qualcuno che conosceva.
Tutti sanno tutto dell'inizio,
ma nessuno può parlare della fine.
E questa è la storia dell'aereo perduto
al largo delle coste tunisine.
Il tipo che la cantava era famoso, un artista che aveva molto amato, qualche anno prima. Faceva canzoni impegnate, che i ragazzi cantavano al liceo durante le manifestazioni. Uno di sinistra, gli sembrava di ricordare, anche se non ne era sicuro. Il nome no, il nome non riusciva proprio a ricordarlo.
- Come si chiama quello che canta?
- chiese al barista ad alta voce.
- Eh? - rispose quello mentre gli dava le spalle.
- Il cantante. Come si chiama?
- Eh... Non lo so.
E' incredibile come tutta la nostra vita sia basata sulle parole, i nomi, riflettè il professore. Possediamo tutti i concetti fondamentali, tutte le immagini. Ogni cosa serva a esprimerci è dentro di noi, eppure non siamo in grado di illustrarla, neppure a noi stessi, senza rivestirla di parole e convenzioni. Ora io non ricordo il nome di questo individuo che mi dà le spalle mentre prepara una bevanda della quale dice di conoscere un nome che a me invece sfugge. Ritiene di avere intuito il mio pensiero, che dentro di me aveva la forma di un odore, un'immagine, una sensazione tattile. E lui, solo a sentirmi accennare a queste sensazioni, ha dedotto un oggetto, determinato un nome, programmato tutta una serie di azioni necessarie a soddisfare il mio supposto desiderio. Però non è colpa sua. Non è arroganza. Esistiamo in un mondo che conferisce un'importanza determinante ai nomi. Senza un nome ogni cosa sembra perdere di significato e di senso storico. Come questa canzone che parla di un disastro aereo di cui sono certo di avere sentito parlare. Al largo della Tunisia, dice, ma dove? E quando? Dieci anni fa? Venti? O di più? Certo, prima che quello che canta scrivesse la canzone.
- Almeno sa di che anno è?
Il barista stava posando sul suo tavolo un bicchiere contenente un bitter rosso. Accanto al bicchiere depose una ciotola di salatini, poi lo scontrino. Sorrise.
- Sempre la canzone dice?
- La canzone, sì.
- Mi dispiace, professore.
- E lei?
L'uomo lo osservò stupito stupito. - Io?
- Dico: lei come si chiama? Ricordo che lei è stato mio alunno, ma il nome...
- Guardi, si sbaglia, non sono stato suo alunno.
* * *
Aveva terminato il suo caffè ma non si decideva ad andare via. Sarcinelli osservava il barista e l'uomo anziano discutere e stentava a seguirli.
- Non è stato mio alunno? - sentì dire all'uomo anziano.
- No professore - rispose l'altro.
- Venti... no di più... più di venticinque anni fa. Mi ricordo ancora del tuo tema quando è caduto quell'aereo nel Canale di Sicilia.
- Nel Canale di Sicilia? Mi sa che fa confusione. Quell'aereo è caduto da un'altra parte.
Richiamò l'attenzione del barista e gli indicò i soldi accanto alla tazza, sotto lo scontrino. L'uomo assentì. Sarcinelli afferrò l'impermeabile e la valigetta dalla sedia e uscì dal locale. Lo aggredì un silenzio soprannaturale. Tenne stretta a sé la valigetta, quasi temesse di perderla, anche in quella strada deserta. Gli sembrò diversa, più pesante, anche l'odore era diverso. Persino il contatto col manico gli trasmetteva un senso di inquietudine. Accusò una vertigine.
Attraversò la strada, lentamente, guardandosi attorno, osservando le case di quel paesetto dove si era ritrovato quasi per caso.
Ripensò ai due dentro al bar: le parole svagate dell'uomo anziano; la decisione del barista di non accettare il dialogo. Si chiese se la canzone alla radio fosse una semplice coincidenza. Da tempo non credeva più alle coincidenze. A realizzare alcune coincidenze aveva contribuito anche lui. I Servizi lavoravano così, il loro stile si avvertiva da quello: una serie di fatti all'apparenza casuali, ma tutti essenziali, orientati con elegante precisione verso un unico disegno.
Ricordava bene la storia degli aerei. Uno, decollato da Verona, abbattuto prima del previsto, col suo pilota inesperto e terrorizzato da ciò che era stato incaricato di fare. L'altro, invece, un geniale diversivo.
Aveva avuto lui l'idea. Avevano detto: - Qualcuno ci chiederà conto anche dell'aereo caduto nel Canale
- Non se avranno altro da discutere - aveva suggerito. - Dei cadaveri che galleggiano in mare suscitano molta più indignazione.
Aveva avuto ragione. L'altro aereo era ormai solo una nota a margine, un Ah, già sempre più fievole che persisteva unicamente nella memoria dei più attenti. E in una canzone fatta per eludere la censura.
Erano anni in cui lo prendevano sul serio, non doveva nascondersi, allora. Serviva il potere. Era il potere.
* * *
Greco uscì dal portone. Si ripulì le mani sulla giacca d'ordinanza dai bottoni dorati, e così facendo allargò le macchie di sangue sul tessuto. Questa volta aveva sparato sei colpi, uno solo dei quali alla moglie di Baddaredda. Gli era parso che lei accettasse la morte con un sorriso. Lucio aveva tentato di aggredirlo, invece, ma quando aveva visto la pistola era rimasto come paralizzato, col candelabro brandito a mezz'aria e le labbra aperte a forma di O.
C'erano tutti quei torti da riparare. Era sicuro che chiunque avrebbe approvato la sua decisione se avesse avuto la stessa nitida visione della verità che ora lui possedeva. L'aveva compreso quella mattina, mentre si radeva: le loro vite erano sbagliate, le loro azioni immorali. Era giusto così.
Montò in macchina e mise in moto. Spense. Decise che il sindaco poteva raggiungerlo anche a piedi. A quell'ora era sempre nel suo ufficio.
* * *
La Gazzella dei carabinieri giunse alla periferia del paesino nel primo pomeriggio. Trovò Ignazio, l'arrotino, sgozzato accanto alla sua lambretta con le ruote di pietra per molare. L'avevano ammazzato con il paio di forbici che stava affilando. Il brigadiere chiamò per radio la centrale operativa e fece un rapporto breve e dettagliato. Era un brigadiere esperto, vent'anni di servizio. Quando cominciò a sragionare il sottufficiale di sala operativa non credette alle proprie orecchie.
- Ma perché cazzo non rispondete? - urlava il brigadiere. - Un morto, sala operativa. Rispondete. Siete spariti tutti?
Il sottufficiale si sgolò, controllò le frequenze, verificò che l'apparecchio funzionasse, ma non ci fu verso di farsi sentire dal brigadiere. Chiamò un'altra Gazzella e chiese di andare a controllare.
* * *
Greco raggiunse il sindaco troppo tardi. La porta dell'ufficio era spalancata e il sindaco sedeva stravaccato dietro la scrivania dal ripiano di vetro, con un tagliacarte di ottone conficcato nel cuore. Greco sparò ugualmente qualche colpo contro il cadavere. Gli spari esplosero assordanti nelle stanze vuote. Si udì uno scalpiccio di passi, una porta che sbatteva. Anche altri dovevano pagare per i propri peccati. Si diresse verso la porta che sbatteva.
* * *
Con questa dovranno darmi retta, pensò Sarcinelli. Chiuso nella sua auto ammirava compiaciuto il contenuto della valigetta. Gli era costato - ah se gli era costato! - e gli sembrava quasi più bello, più risplendente. Aveva lavorato per i Servizi: sapeva come trattarli. Ci voleva la giusta leva, e lui ne possedeva una straordinaria dentro quella valigetta di pelle. Doveva solo sopravvivere il tempo necessario.
Poi tutto sembrò andare più veloce. Una donna in tailleur giallo passò di corsa davanti al cofano dell'auto, percorse pochi metri, uno sparo, la donna crollò a terra. Un uomo in divisa, trafelato, comparve come dal nulla. Impugnava una pistola.
- No! - urlò disperato Sarcinelli. Mise in moto e fece retromarcia sbattendo contro il muso dell'auto parcheggiata dietro.
Greco lo vide manovrare sgommando. Lo osservò incuriosito. Poi sollevò la pistola. Sarcinelli diede gas, l'auto scomparve in fondo alla via.
- Rimango solo io - sussurrò Greco. Si puntò l'arma alla testa. - L'ultimo peccatore da punire.
* * *
Come in una giostra, si procedeva a salti e scossoni su un campo striato dall'aratura profonda. Il sergente sul sedile del passeggero bestemmiò quando colpì con la tempia il finestrino. Russo, dietro di lui, maledisse in silenzio i dilettanti.
- Prima di scendere, tute e maschere - disse.
- Eh? Ah, certo certo! - rispose il sergente. Poi batté di nuovo la tempia contro il vetro.
* * *
Sarcinelli percorse poca strada. Dopo un paio di curve incontrò un furgone di traverso sulla via e dovette frenare di colpo. La macchina s'intraversò un poco. L'uomo ebbe la netta percezione delle gomme che si deformavano aggrappandosi all'asfalto mentre il motore si imballava e si spegneva. Il conducente del furgone era per terra accanto allo sportello spalancato. Sangue dappertutto. Un'auto aveva tamponato il furgone; il conducente se ne stava inebetito, ritto accanto al cofano. Sul cofano era distesa una donna. Anche lei era rossa di sangue non ancora rappreso. Sarcinelli capì che era una donna per via degli abiti, perché il volto non esisteva più. L'uomo accanto al cofano stringeva in mano una lunga spranga, rossa anch'essa.
* * *
Russo consultò una carta topografica. - A mezzo chilometro dovremmo incontrare una sterrata.
Il conducente annuì. Il sergente fissò lo sguardo oltre il finestrino posteriore.
- Stanno dietro - disse.
Russo cercò d'indovinare la sua età. Sembrava molto giovane. Aveva chiesto un sottufficiale esperto e gli avevano mandato quello.
- Viene lei con me? - gli aveva chiesto mentre montava sul fuoristrada e il sergente gli teneva aperto lo sportello.
- Signorsì - aveva risposto quello. E quando si era accorto dello sguardo perplesso di Russo, aveva aggiunto: - Un anno e mezzo in Irak, colonnello.
Russo storse la bocca. - Un anno e mezzo in Irak - aveva borbottato montando a bordo.
Imboccarono la sterrata e la percorsero tutta, fino alla statale. Vi si immisero. Ancora una volta il sergente si voltò verso il resto del convoglio. Annuì, cercando di darsi un contegno grave.
- Quanti anni ha, sergente?
- Ventitré - fece quello con espressione incerta.
- E cosa faceva in Irak? - Il sergente lanciò un'occhiata obliqua all'autista, che rimase perfettamente indifferente.
- Ero assegnato al comando di reggimento. Ufficio informazioni.
- Ah - fece Russo. Quando lui era entrato nei Servizi nessuno avrebbe mai impegnato personale degli uffici per una faccenda del genere. Scosse la testa.
* * *
La valigetta cominciava a pesargli, ma più lo sforzo si faceva doloroso, più la stringeva tra le braccia, anche se gli appariva ingigantita dalla fatica, quasi enorme ormai. Un oggetto assolutamente estraneo, dal quale dipendeva la sua vita. Aveva abbandonato la macchina ed era fuggito prima che l'uomo armato di chiave reagisse alla sua presenza. Dai lati della via si dipartivano alcuni vicoli: ne imboccò uno a caso ritrovandosi in una strada larga e nera, percorsa da una striscia bianca continua.
- La statale - mormorò ansimando. Sentiva i polmoni bruciare, ma continuò lo stesso a correre, stringendo affannosamente la borsa. Per un attimo rivide la faccia di Russo, con la sottile cicatrice bianca sopra il sopracciglio destro, il viso scuro di barba dura. - Lascia perdere quell'aereo - aveva ordinato. L'aveva ignorato. Era stato trasferito ai ruoli civili. Aveva continuato le ricerche. Era stato sospeso.
La sospensione era l'ultimo passo, lo sapeva: in passato si era occupato di colleghi sospesi. Aveva preferito sparire.
L'aereo era adagiato su un banco di sabbia a meno di cento metri di profondità. Raggiunsero quel tratto di mare a bordo di un vecchio gozzo per la pesca dei totani. Il palombaro gli porse la cassetta che aveva ripescato. Sorrideva dietro l'oblò, probabilmente pregustava i soldi promessi. Il palombaro era un ragazzone simpatico, un francese dai capelli indomabili e i denti candidi. Lo rimandò sotto per recuperare i documenti che accompagnavano la cassetta. Poi mozzò con l'accetta tutti cavi che lo legavano al gozzo. Gli dispiacque molto per lui.
* * *
Le due Gazzelle avevano ancora i lampeggianti accesi. I motori ronfavano sotto il cofano, al minimo; dei carabinieri nessuna traccia. Su uno sportello i fori di due proiettili. Il sergente deglutì vistosamente.
- E' questo che dobbiamo attenderci? - chiese.
- Da questo momento procedure NBC - ordinò Russo. Il sergente trasmise l'ordine per radio. Poi chiuse la zip della tuta e indossò la maschera. Russo e l'autista lo imitarono.
Incrociarono Sarcinelli a metà di un pendio. Correva tenendo le braccia strette al petto, come se proteggesse un oggetto di importanza vitale. Ma le braccia erano vuote. Quando si accorse di loro accelerò, inciampò, rotolò per buoni venti metri, tentò di rialzarsi, cadde di nuovo. Lo raggiunsero. Un infermiere lo esaminò velocemente, ma l'uomo manifestava già tutti i sintomi dello stadio finale.
- Niente - disse l'infermiere. - E' andato.
Russo fissò Sarcinelli. Gli sembrò di riconoscerlo, ma il viso era troppo stravolto dagli effetti del gas nervino per suggerirgli un nome. Chiusero il corpo in un sacco a tenuta. - Sergente, si informi sul cordone sanitario e dica di isolare completamente l'area. Non voglio nessuno qui, nemmeno gli elicotteri.
Avanzarono verso il paese.
Ora viene il difficile, pensò Russo. Convincersi che tutto questo è solo lavoro: camminare tra i corpi e trattarli come oggetti di studio, individuare l'agente chimico e la sua provenienza, trovare una soluzione efficace al problema.
Il paesino era devastato, degli abitanti non era sopravissuto quasi nessuno. L'agente chimico aveva agito sulle vittime alterandone il carattere e compromettendone facoltà di percezione e raziocinio. Russo si chiese quali motivazioni ognuno avesse prodotto dentro di sé per giustificare l'istinto omicida che lo aveva assalito. La mente umana è un labirinto di insensatezze e violenze inespresse, pensò. Segretamente ammirò chi aveva sintetizzato il principio attivo.
Programmò velocemente il da farsi. C'era da fronteggiare il ritorno dei pendolari, le domande dei parenti che risiedevano altrove, dei conoscenti. Non era la prima volta che partecipava a un'operazione del genere, ma questa volta c'erano troppe variabili. Ricordò l'aereo caduto nel Canale di Sicilia. Ecco, pensò, un disastro di cui è possibile discutere, per celarne uno del quale non si deve parlare. Un disastro accettabile. Si guardò intorno. Il paesetto sorgeva sotto un grande costone roccioso. Non ci sarebbe voluto troppo esplosivo.
* * *
Il barista strangolò il professore a mani nude, poi si diresse verso il tavolo occupato prima dallo sconosciuto, intascò i soldi, raccolse le stoviglie. Si avvide della borsa dimenticata dal forestiero. Tornerà a prenderla, pensò, così decise di riporla nel retro. Mentre la trasportava gli sembrò emanasse un profumo intenso.
Note:
Baddaredda (piccola palla, palloncino) è un soprannome spesso attribuito alle persone basse e di fisico arrotondato.

Annuncio (vobis) con grande piacere che è in rete il sito personale di un nostro amico e frequentatore, lo scrittore brindisino Elio Paoloni. Andate su www.eliopaoloni.it e lo troverete, pieno di verve e acuto come sempre (ci mancherebbe).
In bocca al lupo a Elio per il suo sito, di kuore.
Vi segnalo che il nuovo libro del nostro amico Raul Montanari verrà presentato a Milano alla FNAC di via Torino ang.via della Palla martedì 19 aprile, alle ore 18.
Presenta una mia vecchissima (?!) conoscenza, l'instancabile e surreale Andrea G. Pinketts. Come si dice (e si continuerà a dire) in questi casi: intervenite numerosi!

"Con l'alibi della ricostruzione dell'io, in realtà gli psicanalisti procedono a una scandalosa demolizione dell'essere umano. Innocenza, generosità, purezza... tutto ciò viene rapidamente triturato dalle loro rozze mani. Gli psicanalisti, pinguemente rimunerati, supponenti e stupidi, annientano definitivamente nei loro cosiddetti pazienti qualunque attitudine all'amore, sia mentale sia fisico; in pratica si comportano da veri e propri nemici dell'umanità."
(Michel Houellebecq - da "Estensione del dominio della lotta".)

Pare che sia arrivato. "La caduta", film tedesco sugli ultimi giorni di Hitler con l'attore svizzero Bruno Ganz e uscito in Germania nell'ottobre scorso tra grandi polemiche, sarà tra breve anche nei nostri cinema. E' passato addirittura in Israele. Ma qual'è il problema? Il problema - sollevato soprattutto e con forza da Wim Wenders- è che il film tenderebbe a "umanizzare" la figura di un demone della nostra storia più recente, autore di ferite mortali non ancora rimarginate. La macchina da presa sosterebbe con intensità sulla figura umana di Hitler, ne farebbe un ritratto non solo d'orrore, ma di caducità umana. Non più quindi - o soltanto- espressione del male assoluto, incarnazione del diavolo sulla terra (figura speculare a quello di Cristo, incarnazione di Dio). Perchè Hitler è nel nostro immaginario qualcosa di sideralmente lontano dall'essere umani. E' una figura, un simbolo, un paradigma nero. Per la prima volta in maniera davvero attenta il cinema porterebbe sullo schermo il dittatore nazista e ci farebbe entrare anche nelle piccole cose umanizzanti della sua fase di vita terminale. E questo significa - da qualunque parte la vogliamo mettere- proprio "umanizzare". Ma quanto puo' essere negativo tutto questo? Io non ho una risposta, e non solo perchè il film non l'ho ancora visto. Certamente, qui si tratta di un'opera artistica, di un film, per l' appunto: ma sappiamo bene che il cinema (e lo sapeva bene anche Hitler stesso) è uno strumento potentissimo anche di persuasione, certamente di fascinazione. Non so se "umanizzare" Hitler attraverso l'indiscussa maestria di Bruno Ganz e degli altri attori del film sia un'operazione di puro spettacolo cinematografico: certo, il sospetto che - dato il personaggio - ci sia stato alla fonte un calcolo non politico ma perlomeno di puro cinismo "produttivo" c'è. Non resta che andare a vedere, comunque. In realtà un film sulla caduta del dittatore era già apparso sugli schermi, più di trent'anni fa: "Gli ultimi dieci giorni di Hitler", diretto dallo sceneggiatore Ennio De Concini, con il grande Sir Alec Guinness. Ma quello era un Hitler prodotto in Italia, interpretato da un inglese; un Hitler in certo modo teatrale e doppiato, un Hitler quasi parodistico, in qualche modo irreale. Dalle poche sequenze che mi è capitato di vedere in tivu, quello di Ganz e del regista Hirschbiegel è un dittatore "realistico" nella sua rappresentazione. Ed è interamente, di lingua e di produzione, tedesco.
Udite udite: è appena uscito (già presente in varie librerie torinesi) il nuovo romanzo dell'ami Mario Bianco. Titolo: Di ruggine in rugiada. Il libro verrà presentato a Torino mercoledì 20 aprile alle 18.00 alla FNAC di via Roma 56 da Roberto Forno, editore de L'Ambaradan. Per ulteriori informazioni sul libro potete visitare il sito della casa editrice, puntati dritti sulla scheda: http://www.lambaradan.it/uscite.asp?id_libro=9
Di ruggine in rugiada verrà inoltre presentato alla Fiera del Libro di Torino da Egi Volterrani sabato 7 Maggio alle ore 20.00. Non posso che augurare a Mario un in bocca allo Steppenwolf!

(Tornano a grande richiesta (?) le Prerecensioni. Qui si recensisce prima di vedere, leggere, ascoltare. E poi non si vede, non si legge, non si ascolta. Qui si fa come da molte parti. Solo che lo si dice prima. Lo si pre-dice, ecco).
Il libro dell'anno.Ne hanno parlato tutti. Ma tutti chi? Quelli che l'hanno letto e quelli che non l'hanno letto. "Prerecensioni" a fottere, come se piovesse. Ci rubano il mestiere! Qui sono cazzi! L'Uffenwanken si sente defraudato! Alcuni gridano al capolavoro, altri al dopolavoro. C'è chi sale e c'è chi scende, c'è chi dice "al lupo al lupo" e chi allupo allupo... Da un punto di vista politico questo fortunato esordio ci pare orientato a destra. Ma cos'è la destra? E cos'è la sinistra? (Direbbe Gaber se fosse ancora vivo, ma ci restano le registrazioni, ci resta il documento sonoro del suo sentimento, nevero, di schifo e di disincanto, ri-nevero). Dunque? Dunque niente. Abbiamo letto soltanto una pagina, la prima. In libreria. L'attacco. L'incipit. Anzi no, il bicipit. Ci è parso scritto molto bene. Un'amica puo' testimoniare. A futura memoria. Sono Memory Corso, sono il Mariolino Pane e Vino. Sono un Piccolo Corso solo che sono un po' più alto di quello grande, del Napo Orso Capo. E dunque? Un libro che si spunta a matita Faber Castell da Philip Roth, fors'anche da Henry Roth, diciamo anche da Joseph Roth? E se ci fosse di mezzo anche David-Lee Roth, ex Van Halen? L'attacco è importante. Chi ben comincia è a metà dell'opera. Con le peggiori intenzioni è un romanzo che, con le migliori intenzioni, ha sbancato le classifiche. Ora non c'è solo Faletti, non c'è solo il solito thriller, il solito giallo, i soliti crimini e i soliti misfatti, e che Woody Allen ci perdoni assieme al suo strizzacervelli. Perchè entra in classifica e scalacomescala, senza più la povera Delia, ma avacomelava, senza nemmeno più le vecchia Ava (Gardner), il romanzo familiare. Romanzo borghese? Romanzo de Il Borghese? Il borghese gentiluomo? Superomismo yiddish? Bellow se ne è andato. Dov'è? In Paradiso. Amen. Ci ha lasciati. Con le migliori intenzioni. Se è per questo ci ha lasciati anche il Papa, mi pare che se ne sia parlato. Anche lui con le migliori intenzioni. E sul libro di Piperno tanti rosicano. Perchè chi non rosica non rosica, questo è chiaro. E chi non risika? E il cubo di Rubik? E il culo di Kubrick?
(Nella foto: Franco Piperno)

No, in realtà viene dal Corriere della Sera di oggi. Si tratta di un titolo. Scoprite cosa c'è che non va...
"BOSSI: LEALI AL PREMIER E CONTRO I POTERI FORTI".
Tra poco meno di un mese uscirà il mio nuovo romanzo (il terzo). Titolo: Cattivo sangue. Per Baldini Castoldi Dalai. Un noir. Non ho voglia di dirne granché, per ora; al massimo farò uno “strillo” (?) il giorno dell’uscita.
Questo libro è diciamo così itinerante quanto il precedente, Le cose come stanno, è stanziale. Quello è una sorta di Kammerspiel, questo è un on the road. Da un – breve, ovviamente- romanzo epistolare a un lungo noir al sangue. Da un estremo all’altro.
Ho attaccato a scrivere Cattivo sangue (interrompendo la stesura per lunghi periodi) il 9 settembre 2001. Da un momento all’altro mi misi a scrivere come un forsennato, senza sapere precisamente dove sarei andato a parare, come al solito. D’altra parte nella vita reale cosa facciamo ogni giorno? Non sappiamo mai dove andremo a parare, quasi con tutto, anche se pensiamo di aver previsto tutto, anche se il nostro organizer mentale è stato proficuamente compilato.
Insomma, due giorni dopo successe quel che successe, cioè l’incredibile. Mi ricordo che mia madre mi chiamò: “ Un aereo ha distrutto un grattacielo! A New York! ”, o qualcosa del genere. “Si, buonanotte!”, dissi io, seccatissimo per quell’interruzione, spegnendo l’ennesima sigaretta nel posacenere, gli occhi fissi allo schermo del computer. “Accendi il televisore!”, disse mia madre. Stavo scrivendo a raffica, ero già preso fino al collo dal mio romanzo, sentivo che m’ero messo su una buona strada, e lo sentivo anche perché mi stavo veramente divertendo. Accesi il televisore aspettandomi il solito terremoto, la solita devastazione, il solito scempio terzomondiale: me la sarei cavata presto… E onestamente pensavo che mia madre si fosse sbagliata dicendo quel “New York”, che avesse fatto confusione. E invece vidi gli aerei che entravano ripetutamente (10, 20, 30 volte, in un continuo, frenetico replay) nelle Twin Towers. Vidi la faccia felice di Emilio Fede. Ne fui stupito, come tutti. (Non della faccia felicemente di bronzo- o di cazzo, fate voi- di Fede, ovvio, ma dell’attentato). Un pugno nello stomaco è dire poco. Passò qualche ora di stupefazione.
Poi mi rimisi al computer e ripresi a scrivere come se nulla fosse successo. La fantasia, nel mio caso, superava la realtà più fantastica. Me ne fregavo di tutto, come prima. Chiamatemi pure cinico, ma la passione per quello che si fa in certi momenti– bene o male, questo non ha importanza- sovrasta tutto.
Soltanto qualche giorno e qualche decina di pagine più tardi mi resi veramente conto di quello che era successo laggiù a New York.

di Pierluigi Battista
(Ricevo da Riccardo Ferrazzi e pubblico. M.U.)
Ma se in Italia la tv non avesse quell’influenza cruciale sui destini politici ed elettorali che tutti le riconoscono? La domanda, già apparentemente stravagante in un Paese in cui il premier è anche un magnate della televisione, può sembrare addirittura paradossale quando la spettacolare irruzione di Berlusconi nell’arena televisiva di «Ballarò» segna una svolta nella strategia politico-mediatica del centrodestra ferito a morte nelle ultime elezioni. E anche impropria, quando i leader del centrosinistra, da Prodi a Veltroni, indicano nella nomina bipartisan di un inedito consiglio d’amministrazione della Rai l’obiettivo simbolico della nuova stagione politica scaturita dall’ultimo responso delle urne. Ma è una domanda che da almeno un ventennio dispone di una base cospicua e coerente di esempi che militano a suo favore e che oggi forse non si perderebbe tempo a prendere in considerazione, per evitare illusioni, ma anche scontri feroci e crociate apocalittiche nel nome dello spoils system.
E allora, conta davvero così tanto la tv nelle elezioni italiane oppure è il caso di dire che non c’è storicamente nessuna coincidenza meccanica e necessaria tra il controllo della tv pubblica e i comportamenti politici ed elettorali dei cittadini italiani? Il primo esempio risale alla seconda metà degli anni Ottanta, quando la conquista da parte del Pci di una rete Rai e di un telegiornale non seppe impedire l’inesorabile declino elettorale di quel partito. Prosegue, a cavallo tra la fine degli Ottanta e i primi anni del Novanta, con il controllo ferreo da parte del «Caf» sulla televisione pubblica, che non riuscì ad arginare il rovinoso crollo dei partiti centrali della Prima Repubblica (penalizzati dalle urne prima ancora che dalle decisive inchieste giudiziarie) e nemmeno a frenare la tumultuosa ascesa della Lega di Bossi, totalmente assente, non solo dagli assetti manageriali, ma addirittura dagli schermi della tv di Stato (fenomeno che si replicherà sette anni dopo, quando la straordinaria performance di Emma Bonino ebbe a compiersi nel vuoto assoluto di presenze nei programmi di informazione politica).
Gli anni della crisi della Prima Repubblica azzerarono il profilo della «lottizzazione» proporzionalistica della Rai e introdussero nei suoi assetti la logica spietata del bipolarismo ma non smentirono, anzi accentuarono, la divaricazione tra controllo dei gangli della tv di Stato e risultati elettorali effettivamente conseguiti. Tra il ’93 e il ’94, con la Rai dei «professori», i tg e i talk show politici, forse fiutando i venti della stagione «nuovista», vennero affidati quasi esclusivamente a esponenti della sinistra. Eterogenesi dei fini: vinse, avventurosamente ma vinse, Berlusconi. Ma quando il centrodestra andò al potere, anche quello della Rai cambiò subito segno e colore.
Eppure alle elezioni del ’96 vinse Prodi, e perse lo schieramento che in quel momento deteneva le leve della televisione di Stato. Coincidenze, forse. Eppure lo scenario viene replicato con impressionante ripetitività negli anni successivi. L’Ulivo trionfante impose nuovi equilibri nella Rai, ad esso ovviamente favorevoli. E quanto più ulivizzava la Rai tanto più subiva scacchi elettorali (dalle elezioni europee del 1999 fino alle regionali del 2000) per arrivare al tonfo elettorale delle consultazioni del 2001, che videro trionfare Berlusconi. Il quale Berlusconi, assieme ai partiti del centrodestra, non risparmiò blindature alla Rai governata nel nuovo quadro politico. Ma da quando esercita il suo controllo sul servizio pubblico, il centrodestra ha fatto in tempo a perdere ben tre tornate elettorali, fino al tracollo rovinoso dei giorni scorsi, quarto e sinora ultimo passaggio elettorale in cui i comportamenti politici degli italiani non sembrano assecondare le geometrie imposte a Viale Mazzini. Non esiste, in questo breve excursus sui destini paralleli delle vicende televisive e dei risultati elettorali, un solo esempio che contrasti la sensazione che gli italiani, magari voteranno per le più bizzarre motivazioni, ma non certo sulla base dei desiderata di chi di volta in volta detiene le leve del potere della televisione pubblica. E allora: davvero la tv conta così tanto sulla politica italiana?
(Corriere della Sera - 08 aprile 2005)
di Vins Gallico
Gentile Andrea Bajani, innanzi tutto, complimenti vivissimi per il suo bel romanzo Cordiali saluti edito da Einaudi il mese scorso. Le voglio raccontare un aneddoto riguardante l’acquisto del suo libro. Quando entrai nella libreria milanese, di cui non faccio il nome per pudore, il commesso dopo aver consultato il computer esulta trionfante: “ Bajani… L’arcipelago Einaudi… sì c’è! Poi, guardandomi dubbioso: “ Vivente?”. “ Be’, fino all’altro giorno sì - rispondo- ha trent’anni, credo sia anche in ottima salute, perlomeno l’ultima volta che l ’ho visto stava bene!” Possibile che ogni volta che acquisto un libro di scrittori contemporanei mi scontro con l’ignoranza dei venditori? Lasciando perdere le divagazioni, di Cordiali saluti ho trovato intrigante il modo con cui lei racconta e descrive il mondo del lavoro. Il paradosso è la strategia da lei trovata per narrarci di uno scrittore di lettere di licenziamento alle prese con la gestione di due bambini con il padre in ospedale. Il racconto si muove su due livelli, quello emotivo intorno al vissuto della vita intima e affettiva del protagonista e quello più freddo e distaccato dell’autore delle lettere alle prese con un mondo del lavoro stritolante e immerso nelle logiche e fredde leggi del mercato . Ne esce un quadro malinconico e feroce che non può lasciare indifferente il lettore. Un libro che ti rimane dentro e che ti porti dietro anche dopo averlo terminato come io credo debba succedere quando si legge un buon libro. E’ per questo che ho voluto scriverle questa lettera. Per ringraziarla di aver scelto di scrivere libri. Non sia mai che le venga in mente di intraprendere un percorso manageriale: sarebbe disastroso avere a che fare con un direttore vendite come il protagonista da lei creato! Cordiali saluti, Gabriella Fuschini

di Emanuele Severino
Negli ultimi due secoli il mondo occidentale si è sempre più allontanato dal sacro. Chi, per celebrare questo pontificato, contesta questa affermazione, non si accorge di smentire uno dei tratti centrali della diagnosi che lo stesso Giovanni Paolo II ha fornito dell’Europa e dell’Occidente. A suo avviso, il nazismo e il comunismo — figli legittimi delle «filosofie del male »— hanno lasciato in eredità in Europa una «devastazione» morale e culturale così grave da richiedere da parte della Chiesa il più intenso impegno missionario.
Ma questo Papa ha lavorato in salita perché l’allontanamento del mondo occidentale da Dio non è semplicemente un cambiamento di costume o di gusto. Anche se si stenta a capirlo, la filosofia dell’ultimo secolo e mezzo è la punta d’acciaio che anima, dà forza, fa procedere il nostro tempo: essa mostra che lo scavalcamento dei valori del passato è un processo inevitabile. Mostra che il sacro e il divino concepiti come dimensione eterna che domina il divenire e la storia sono impossibili.
di DJ Franzesko
Esce oggi in tutte le librerie della Nazione Divisa (anche se meno di prima, i risultati elettorali parlano chiaro) l’ultimo Montanari. Cioè, l’ultimo romanzo del mein Freund Raul Montanari. Titolo: La verità bugiarda. Io l’ho letto, e devo dirvi che questo libro spara dritto come una 38 Special con pallottole per nulla spuntate. Se vi piace il noir esistenziale, se volete sentire scorrere sulla fronte il brivido anche dell’intelligenza, se amate la scrittura affilata, sospesa e nitida, se il dolore vi fa paura ma andate avanti lo stesso perché siete dei duri, se amate le storie crude e crudeli e senza respiro (e fino all’ultimo) leggetevi (d’un fiato, sarà inevitabile) La verità bugiarda. Un Montanari ancora migliore, a mio avviso, del precedente, quello “western-lacustre” di Chiudi gli occhi.

di George Weiss & Bob Thiele
I see trees of green, red roses too Che mondo meraviglioso.
I see 'em bloom for me and you
And I think to myself, what a wonderful world
I see skies of blue, clouds of white
The bright blessed days, and dark sacred nights
And I think to myself, what a wonderful world
The colors of the rainbow
Are so pretty in the sky
It's also on the faces
Of people goin' by
I see friends shakin' hands
Sayin', "How do you do?"
Fairies sayin', "I love you."
I hear babies cry, and I watch 'em grow
They'll learn much more than I'll ever know
And I think to myself, what a wonderful world
I think to myself, what a wonderful world.
Vedo alberi verdi, anche rose rosse
Le vedo sbocciare per me e per te
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Vedo cieli blu e nuvole bianche
Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Sono anche nelle facce della gente che passa
Vedo amici stringersi la mano, chiedendo "come va?"
Stanno davvero dicendo "Ti amo"
Sento bambini che piangono, li vedo crescere
Impareranno molto più di quanto io saprò mai
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Sì, fra me e me penso, che mondo meraviglioso.
(Nota: continua con Louis Armstrong. Se non ricordo male questa canzone la portò addirittura a Sanremo. No, ho ricordato male: mi dicono che a Sanremo portò "E mi va di cantare". Comunque anche questo è un pezzo molto bello. Non lo dedico a nessuno.
Potete continuare la discussione "evangelica" qui, se volete. Ciao. M.U.)

We have all, the time in the world
Time ENOUGH for life
To UNFOLD
All the prescious things
Love has in store
We have all the love in the world
If that's all we have
You will find
We need nothing more
Every step of the way
Will find us
With the cares of the world
Far behind us
We have all the time in the world
Just for love
Nothing more
Nothing less
Only love
Every step of the way
Will find us
With the cares of the world
Far behind us
Yes
We have all the time in the world
Just for love
Nothing more
Nothing less
Only love
Only love
Abbiamo tutto il tempo del mondo
Abbiamo tutto il tempo del mondo (Dedicato al Grande Polacco che ci ha appena lasciati orfani.)
abbastanza tempo perché la vita ci sveli
tutte le cose preziose che l'amore ha in serbo
Abbiamo tutto il tempo del mondo
se questo è tutto ciò che abbiamo, scoprirai
che non abbiamo bisogno di nulla di più
Ogni passo fatto su questa strada ci troverà
con le preoccupazioni del mondo dietro di noi
Abbiamo tutto il tempo del mondo
semplicemente per l'amore
niente di più, niente di meno
solo amore
Ogni passo fatto su questa strada ci troverà
con le preoccupazioni del mondo dietro di noi
Abbiamo tutto il tempo del mondo
semplicemente per l'amore
niente di più, niente di meno
solo amore
(Nota: mi è capitato oggi di riascoltare alla radio, proprio per caso, questa vecchia canzone del repertorio di Louis Armstrong, datata 1969. Una canzone bellissima. Mi ricorda la mia infanzia.Il testo è di Hal David, paroliere delle più belle canzoni di Burt Bacharach, come The look of love, per esempio. La musica è di John Barry, autore di numerosissime colonne sonore, tra le quali le più famose sono quelle della serie dei film di James Bond. L'interpretazione di Satchmo è da brividi. In una giornata piuttosto deprimente, l'ascolto di questa canzone è stato come uno squarcio di sole in mezzo a una nuvola nera. M.U.)

(Prendo di peso dal suo blog Pistorius - tra i miei link- e pubblico questo pezzo galbiatico perchè oggi, a mio avviso, ci sta davvero bene anche qui. Buona lettura. M.U.)
La storia sta condannando il Papa a lasciarci. Ci sono accadimenti significativi e puntuali che sono colmi di un senso recondito il cui disvelamento, con il linguaggio dell'inconscio, ci appare piuttosto evidente. In questi giorni, a cavallo della Pasqua cristiana, ci troviamo di fronte a un Papa gravemente malato e a una tivù di stato che manda in onda documentari sul suo pontificato, facendo intendere che ormai è l'ora dei bilanci, che il vecchio Wojtyla è alla fine dei suoi giorni. Ma non solo. Ci troviamo di fronte a un'America che governa il mondo esportando guerre e capitalismo, quelle guerre preventive e quel capitalismo selvaggio che il Papa da sempre condanna. A dar man forte a questa America arrivano, proprio ora, le Sinistre europee 'alla Fassino', che per restare al passo cominciano a dar ragione a Bush, a dire che la democrazia (?) va esportata, trapiantata nei paesi arabi, 'basta dire: loro son di una cultura diversa e allora non dobbiamo intervenire, il nostro è l'unico modello politico ed economico possibile e auspicabile, emancipiamoli!'. Quanto appaiono lontane le crociate, eh sì, la Chiesa delle crociate è solo un ricordo e andrebbe riabilitata se ora vien superata 'a destra' dalla politica dell'Occidente. Sì, l'agire della Chiesa viene condannato al silenzio, all'esilio dalla storia, e con esso vien condannata la vita di questo Papa, che come nessun altro ha aperto la Chiesa al mondo (almeno nella forma, se non nella sostanza). Ma non è ancora tutto. Sì, perchè sempre in America muore una donna per un'eutanasia voluta dal marito e combattuta dai familiari. Muore così anche la lotta antimoderna del 'vitalismo a tutti i costi' che è stata il sigillo ideologico del pontificato di Giovanni Paolo II. E poco importa se in questo caso l'amministrazione Bush converga con le posizioni del Vaticano, perché il nuovo popolo eletto a liberarci dal male si è schierato, in maggioranza, a favore dell'eutanasia. L'Anticristo avanza. E proprio adesso, insieme al nuovo Anticristo viene riesumato il vecchio: è recente la notizia che svela la paternità sovietica dell'attentato al Papa di Agca, e sentir nominare oggi il KGB e la vecchia URSS non fa altro che convincerci, una volta di più, che al suo compito questo Papa ha già lodevolmente adempiuto poichè il comunismo è stato sconfitto. Ma a giovarne non è stata la Chiesa. E la storia si va facendo senza di essa e senza 'il suo comandante in capo'. Ce n'è già un altro.
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Vito Carta
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