Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG

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31/03/2005
SULL'ATEISMO 1 e 2

Non molto tempo fa su Nazione Indiana si è dibattuto a spron ovviamente battuto di ateismo, religione, Papa. Personalmente credo nella scommessa pascaliana, dunque ho scommesso da un certo numero di anni (dopo una decade durante la quale non mi ponevo proprio il problema) sull'esistenza di Dio. Il mio Dio è cristiano, è quello che è finito sulla croce. Per il resto, non so davvero che altro dire. Rispetto tutti, e soprattutto quando questi tutti credono veramente in quello che dicono. Spesso, a mio avviso, è molto comodo credere; altre volte credere non è per niente comodo. Non riesco fino in fondo a credere che l'ateo creda davvero, fino in fondo, al suo non credere. E con queste mie ultime parole per nulla famose mi ritiro per ora in buon ordine lasciando qua sotto un paio di frasi celebri sull'argomento.

1. "Gli atei annoiano perchè parlano sempre di Dio" - (Heinrich Boell)

2. "L'ateismo è più sulle labbra che nel cuore di un uomo" - (Francesco Bacone)

Postato da: markelouffenwanken a 14:04 | link | commenti (35)

30/03/2005
LUCI ROSSE (Seconda parte)

di Kristian Betti

Da quando assume la cattedra di Fisica a Leipzig, nel 1927, Heisenberg non smette mai di viaggiare per tenere conferenze. Zurigo, Copenhagen, Cambridge, Chicago. Nel 1933 gli viene assegnato il Nobel per la Fisica. Nel 1939, i suoi colleghi espatriati in America, tentano ripetutamente di convincerlo a non tornare in Germania. Al suo ritorno in patria, il fisico tedesco assiste, come tutto il mondo del resto, all’invasione nazista della Polonia. Pronostica che la Guerra si concluderà prima che sia possibile costruire la bomba atomica. Nel 1942 diviene professore di Fisica a Berlino, con l’incarico preciso di fornire la bomba atomica all’esercito nazista. Gli vengono dati tutti i poteri necessari al conseguimento di tale scopo. La sua famiglia confinata a Monaco, Heisenberg lavora instancabilmente ai propri progetti, che non coincidono necessariamente con quelli del regime di Hitler. Nei laboratori di ricerca da lui gestiti, la fissione nucleare, realizzata per la prima volta da due chimici tedeschi nel 1938, non produrrà mai una reazione a catena in grado di scatenare la potenza dirompente dell’energia atomica. Di tutt’altra rilevanza le acquisizioni nel campo della fisica delle particelle ad alta energia.

Chi ottiene la reazione a catena è il gruppo di Enrico Fermi, negli Stati Uniti. Nell’estate del 1939, alcuni scienziati di origine ebraica che erano riusciti a sfuggire alle epurazioni naziste e avevano trovato asilo in America, convincono Einstein a scrivere al presidente Roosevelt, affinché si studi il modo di pervenire all’arma atomica prima di Hitler. L’amministrazione americana tergiversa fino al 1941, quando i servizi segreti inglesi certificano il progetto atomico tedesco. Con l’entrata diretta nel conflitto a fianco delle nazioni che contrastano il dispotismo nazi-fascista, gli USA smettono di fornire unicamente sovvenzioni economiche e forniture militari ai paesi in guerra. Prende avvio la più grande operazione coordinata, economica, tecnologica e militare, della storia moderna. La sperimentazione dei più importanti ricercatori mondiali disponibili, nelle università più prestigiose; gli appalti per l’edificazione delle 3 città fantasma, dove progettare e produrre i reattori nucleari e la bomba a fissione, che coinvolgono decine di migliaia di imprese, dagli uffici per il reclutamento della manovalanza ai colossi energetici, come la General Electric, o chimici, come la Du Pont; la segretezza assoluta delle finalità dell’operazione, garantita dai servizi dell’esercito e dalla CIA; tutto questo forma il Progetto Manhattan, garantito da fondi pressoché illimitati e presieduto dal generale Groves e dal fisico Oppenheimer. A cui partecipa anche Fermi, fin dal 1942, quando attraverso la ‘pila atomica’ dimostra che è possibile ottenere una reazione a catena stabile e controllata dalla fissione dell’atomo dell’uranio 235.

Nonostante negli USA si sia a conoscenza dell’arretratezza del progetto atomico tedesco di Heisenberg, i lavori proseguono a tappe forzate, e non basta nemmeno la dissipazione delle armate nazi-fasciste ad opera degli eserciti alleati, e il cambio della guardia alla presidenza americana, per distogliere la politica dei governi dalla determinazione ad arrivare alla bomba. La cui fabbricazione viene finalmente ultimata nella primavera del 1945 e, col beneplacito del comitato scientifico di cui fa parte pure Fermi, viene sperimentata con successo (dapprima nel New Mexico, in luglio, quindi, di lì a un mese, sul Giappone).  

La volontà e la possibilità di sviluppare e indirizzare la ricerca analitica, dal Progetto Manhattan in poi, sono sempre state indissolubilmente legate alla volontà di profitto economico dei grandi gruppi industriali e al desiderio egemonico degli apparati militari. Heisenberg morì di cancro nel 1976, dopo aver largamente contribuito alla rinascita dello stato tedesco. Grazie alle sue ricerche, alla sua influenza e alla sua inesauribile volontà proattiva, la Germania sviluppò un piano energetico nucleare che le permise di concorrere cogli stati più moderni del dopoguerra, tanto da divenire leader nelle esportazioni di tecnologia per i reattori atomici. Per molti anni Heisenberg collaborò e fu presidente della commissione che presiede il CERN di Ginevra. Nel 1948 fondò l’istituto Max Planck per la ricerca astrofisica e la sperimentazione della fisica quantistica e delle particelle elementari.

Max Planck è il padre della meccanica quantisica. Grazie ai suoi studi sui pacchetti discreti, oggi sappiamo che i fatti in natura sono discontinui, e la loro descrizione deterministica è largamente insoddisfacente e contraddittoria. Si sposò ed ebbe quattro figli. Nel 1918 gli assegnarono il Nobel. Nel frattempo aveva perso moglie e tre figli in guerra. L’ultimo figlio venne giustiziato per aver partecipato all’attentato ad Hitler, nel 1944. Planck morì tre anni dopo.   

Alla stazione, seduto su di una panchina, sotto le fronde di un pino. Devo terminare il libro prima di rientrare a casa. Cristina è già tornata a quest’ora. Se mi presento col libro in mano, e le dico: prima di tutto, devo finire di leggere – esiste la possibilità che lei me lo sfili dalle mani e me lo infranga di taglio sui denti, il libro da finire. È che mi manca davvero poco. Sempre meno. Sempre così. Si viaggia a velocità discontinua, durante la lettura di un libro. La fine è sempre una precipitazione. Se il flusso della lettura fosse stato interrotto ad un’altra stazione, magari non mi troverei in queste condizioni. Adesso, l’accelerazione centripeta della storia che sto leggendo ha una forza gravitazionale a cui non mi riesco a sottrarre. Devo concludere la storia. Le particelle virtuali positive e le antiparticelle virtuali negative, stanno accoppiate nella fluttuazione quantica del vuoto. A volte recuperano dell’energia che passa, si formano nella realtà e si fanno un giro, poi quando tornano indietro e si reincontrano, finiscono per distruggersi, restituendo l’energia che avevano preso in prestito.

Nell’orizzonte degli eventi di un buco nero, la gravità possiede una forza intensissima. Le particelle quantiche virtuali che fluttuano limitrofe all’orizzonte degli eventi, una volta caricate di energia, non si annichiliscono più: restano separate. La particella positiva, spinta dalla gravità, si rassoda e si lancia incontro ai nostri strumenti rivelatori universali. La particella negativa entra nell’orizzonte degli eventi del buco nero per beccarsi la sua dose energetica, e così facendo contribuisce all’evaporazione del buco nero stesso, come postulato da Hawking nel 1974.

A volte i buchi neri esplodono. È una questione di energia. Per questo ho deciso di dedicarmi a Maspes. E alla retina colle biglie di plastica per giocare sulla spiaggia di Jesolo. Per via della fluttuazione del vuoto, dei campi gravitazionali e dell’entropia dei buchi neri. Non so. Non sono un credente, ma certe evidenze non fanno che ripropormi la tensione dell’amore, che la curvatura del tempo non riesce ad indebolire.

Suono. Mi apre. Salgo. Entro. Mi saluta. Mi tolgo le scarpe. Infilo il libro che ho finito tra gli altri, nel settore della mia libreria dedicato alla letteratura italiana. Mentre mi cambio spiego a Cristina della musicassetta che ho fortunosamente recuperato al lavoro. Non le interessa granché. Cambio argomento infilandomi la tuta.

Per strada mi son sentito delle canzoni che ho scaricato stanotte. Roba nuova.

Chi, mi chiede Cristina, recuperando i vestiti sporchi da lavare.

Uno nuovo. Giovane. Americano. Devendra Banhart.

Che nome strano, dice Cristina osservando i miei pantaloni.

Ho raccolto qualche notizia su di lui. Ascolta…

No, scusa. Ascolta tu, piuttosto, mi dice lei corrucciando lo sguardo, come hai fatto a sporcarti così i pantaloni? Sembra…ma…è resina! Ma lo sai che non viene via la resina? Come hai fatto a sporcarti?

San Francisco, senza fissa dimora. Gli piace aver sogni da far germogliare. È uno che si spende. Che si arrangia. Che riesce ancora a lasciarti a bocca aperta. Che a 21 anni si ritrova ad avere un po’ di fortuna che gli balla intorno. Lo convocano a New York e lui porta con sé la scabra essenzialità low-fi della sua attitudine.

Ottiene di poter registrare in una camera in casa di una, sul confine tra l’Alabama e la Georgia, una che aveva lavorato per uno che quarant’anni prima aveva registrato alcune tracce del giovane Dylan. C’è chi insegue ancora gli spiriti. Gli piazzano in camera un tot di microfoni e di strumentazione vintage. Gli pagano l’affitto per 10 giorni. Incide una sessantina di brani. Ne tengono 32. Nel fruscio dietro, di notte colle finestre aperte per colpa del caldo, dietro le registrazioni, si riescono a sentire le cicale frinire.

C’è una canzone di Nino Rojo, terzo album di Devendra Banhart, precisamente Little yellow spider, che a un certo punto dice: “hey there, Mrs. lovely moon, you're lonely and you're blue/It's kind of strange, the way you change/But then again, we all do too”. È vero, per me, che siamo come la luna, perché l’ho verificato nella vita. La mia vita a luci rosse.

Valdir Peres, Leandro, Junior, Cerezo, Oscar, Luisinho, Socrates, Falcao, Serginho, Zico ed Eder. Così si schierò il Brasile, il pomeriggio del 5 di luglio del 1982, allo stadio Sarrià di Barcellona. Per arrivare a casa in tempo per le cinque, ero uscito prima dall’oratorio feriale, scavalcando i cancelli. Avevo corso a perdifiato, arrivando stremato a citofonare per farmi aprire. Ero entrato che la partita era iniziata da un minuto. Il tempo di rendermi conto che, col caldo e l’afa che c’erano, mia madre stava stirando in soggiorno, e Rossi aveva già segnato l’uno a zero per l’Italia. Mio padre giunse dal lavoro nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Aveva la sigaretta in bocca e sudava come un disperato. Prima di salutare chiese come andava la partita. Angelo la partita se la guardava in carcere, insieme agli altri detenuti del suo braccio: tossici, ladri e fiancheggiatori. Quando Rossi firmò la propria tripletta, portando l’Italia sul tre a due, ebbi chiara l’impressione che quel giorno iniziava una nuova storia, un po’ per tutti.

La tipa che mi doveva tatuare conviveva con uno, in una palazzina oltre la circonvallazione ovest. Appena entrati in casa, cercai subito con lo sguardo la biblioteca. Di solito giudico le persone dai libri che leggono, se proprio devo formarmi dei preconcetti. E dalle affissioni. I libri saranno stati un centinaio. Le uniche edizioni rilegate erano L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg e Casi Clinici di Freud. Marcuse stava fianco a fianco con Erica Jong. Foucault reggeva il moccolo a La strage di stato.

La cosa andrà per le lunghe, mi disse la tipa. Scegliti qualcosa da leggere, mi disse ancora.

Optai per La notte di Valpurga, una raccolta di racconti sui vampiri. La tipa mi fece sedere su di una sedia. Mi disse di togliermi la maglietta. Il suo compagno stava servendo il caffè. Gabriele guardava la tipa ricalcare su una pellicola la foto ritagliata dal giornale che avevo portato con me. Dopo che ebbe trasferito il disegno sul mio petto, la tipa si infilò i guanti di lattice e prese a trafficare con una macchinetta, a cui applicò un paio di aghi.

Bel libro, mi disse sedendosi di fronte a me. Il racconto di Polidori fu scritto in una villa di Ginevra, mentre in un’altra stanza Mary Shelley componeva il suo prometeico Frankenstein, mi disse ancora. Quindi accese il motorino della macchinetta per tatuare.

Quando avevamo la tua età, mi disse Gabriele, una situazione come questa sarebbe bastata agli sbirri per portarci via col cellulare.

Quando avevamo la sua età, disse Angelo, in una situazione come questa avremmo fatto ben altri lavori cogli aghi.

Calò un silenzio imbarazzato. A parte il motorino del tatuaggio e la musica in sottofondo. Tutti e quattro sapevano che era vero. Nonostante le maschere afro appese alle pareti, nonostante la musica degli U2 diffusa dallo stereo, nonostante Freud e Marcuse. Nonostante fossero tutti e quattro sopravvissuti a enormi sbagli. La tipa emaciata; il suo compagno che sembrava il Fabio Traversa di Ecce Bombo; Gabriele che portava il ciuffo alla Elvis e accompagnava Angelo, il quale aveva trovato la salvezza in fondo al pozzo. Lo sapevo pure io che era vero.

Lui è uno scrittore, disse Angelo.

Ma dai, disse la tipa.

Non è vero, protestai.

Legge un sacco di libri, disse ancora Angelo.

Bravo, si complimentò con me il compagno della tatuatrice.

Come vi conoscete, chiesi alla tipa, per parlare d’altro. Che si imbarazzassero pure tra loro, senza coinvolgere le mie timidezze.

Pensa un po’, Gabriele lo conoscemmo durante una manifestazione contro l’installazione dei missili nucleari americani in Italia. Che illusi che eravamo, vero?

Non so, risposi, Chernobyl ha sconvolto le coscienze di molti, mostrando che un reattore nucleare è un’arma letale.

Anche questa lo è, se non stai fermo, mi disse la tipa che iniziò a tatuarmi colla sua macchinetta ad aghi.

Quando fui allenato alla tensione costante del dolore della ferita che mi stavo procurando, iniziai a leggere il libro che avevo preso. Decisi di partire da Le Fanu.

(Fine. Nella foto: Werner Heisenberg) 

Postato da: markelouffenwanken a 13:41 | link | commenti (10)

29/03/2005
LUCI ROSSE (Prima parte)

di Kristian Betti

 

(Ricevo e pubblico questo racconto diviso in due parti. La seconda e ultima parte andrà in rete domani. Buona lettura e buon ritorno dalle feste pasquali. M.U.)

Vedi, mi disse prima di alzarsi dalla panchina, stando al principio di indeterminazione di Heisenberg, a prescindere da qualsiasi progresso tecnologico, è impossibile determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella. È una questione di energia. Dritto in piedi davanti a me, dopo aver passato le mani a mo’ di spazzola sui pantaloni stazzonati, mi rivolse un limpido sorriso, quindi mi disse ancora: c’è una vibrazione, da sempre, un’oscillazione persistente, ovunque. Anche nel nero, tutto l’oscuro che riesci a immaginare. Il vuoto fluttua. Iniziò ad allontanarsi, senza che potessi percepire anche un solo movimento del suo corpo, elasticamente, e io a mia volta mi allontanavo da lui, io ancora incassato nella panchina resinosa degli umori dei pini del parco.

Come l’onda che ti risucchia dalla riva, spingendoti al largo, per poi nuovamente spumeggiante risospingerti verso i castelli di sabbia e le piste delle biglie, così io mi ritrovai di nuovo al suo sereno cospetto, quando finalmente riuscii a ricordarmi i rudimenti della lallazione e a chiedergli di mio padre, come stava.

Angelo, gli dissi, lo so che è solo il mio pensarlo. Un mare di pensieri che lo pensano. Lo so che sono solo io.

Oh, disse lui facendomi il segno del matto in testa, ma lo vuoi capire che i buchi neri si possono rimarginare? Tu, ad esempio, perché sceglievi sempre il biglione rosso colla foto rotonda di Baronchelli? Beh, gli risposi, perché Gimondi ha la bici scassata. E poi perché mai, nessun bambino della spiaggia ha mai esibito la biglia di Maspes.

Maspes? E chi è, mi chiese Angelo, facendosi talmente vicino che mi vidi riflesso nei suoi occhi nocciola.

Papà diceva sempre che era il migliore in pista. Che poteva stare le ore in surplace.

Bravo! esclamò Angelo, e lo spazio tra noi si tese nuovamente. Pensa a Maspes, mi esortò mentre l’elastico ci tirava via, ricuci lo strappo. Usa la formazione del Brasile contro l’Italia, il cinque di luglio.

Non nutro un affetto particolare per la sveglia. Quella nera Braun che alle sette mi induce il bisogno di spegnerla per alzarmi. Quella che una volta tanto che stavo sognando Angelo. Poi sono di pessimo umore tutto il giorno, nonostante i caffè e gli esercizi di training autogeno. Poi sono intrattabile e rancoroso. Per forza. Già che sogno, una volta tanto che son lì che mi sto producendo il mio bel bagaglio onirico, lì impegolato a tirar fuori qualche buon alibi inconscio – quella non trova di meglio che scattare precisina e tittì tittì, tittì tittì, vaffanculo il sogno è bello che sfumato, e ora di sera me lo sarò ultrascordato.

Oh, dico a Cristina che si stropiccia gli occhi, ho sognato Angelo.

Buongiorno, mi dice lei atona, spezzando uno sbadiglio.

Chissà perché l’ho sognato.

Forse perché è l’anniversario. Sono otto anni – e si gira per alzarsi.

Merda, di già, bofonchio grattandomi intorno, prima di estrarmi dalle lenzuola.

Milano, nel 1990. In autunno, tipo novembre. Tutto in toni grigi, freddi. Un freddo umido. Angelo mi aveva portato in giro con un suo amico, anche lui ex tossico. Anche lui segnato in faccia. Lo sbaglio tatuato sul viso, come un po’ per tutti gli eroinomani che hanno fatto progetti per il lungo periodo. Per il tatuaggio c’ero andato, a conoscere il rebonzo amico suo, perché Angelo gli avevo detto che volevo farmi tatuare un monile che avevo visto fotografato sul giornale, e lui mi aveva detto che non c’era problema, che certa gente che era stata in comunità con lui sapeva farlo benissimo, tatuare. Per cui, un giorno di novembre, coi mezzi pubblici, e avevamo trovato quel suo amico di fronte al negozio che vende parrucche.

Si chiamava. Aspetta. Io coi nomi. Si chiamava Gabriele. Angelo di secondo nome ha sempre fatto Giuseppe - che al prete gli sembrò davvero opportuno, come abbinamento, battezzarlo Angelo Giuseppe, nell’aprile del 1953. Invece era per Stalin, il suo secondo nome, perché per il nonno Stalin era il padre buono del mondo nuovo su cui radioso splendeva il sol del trallallero. Il nonno crepò nel maggio del 1968, e c’è da capirlo. Di suo in casa sono rimaste le fotografie di quando lavorava come operaio alla Caproni, e la copia di un foglio anarchico del 1903, che esortava la classe operaia a rigettare ogni forma di riformismo politico. Nell’ultima pagina c’erano le pubblicità delle stufe a legna per riscaldare gli inverni proletari.

Comunque era Gabriele, ci aspettava davanti alla vetrina delle teste di legno imparruccate e aveva una gran voglia di farsi una birra e di parlare, non so perché. A me parlare non. Ascoltare mi vien meglio. Anche far finta di ascoltare. Far finta di ascoltare, sono un vero gallo. Al bar ci sedemmo ad un tavolino, ordinammo da bere e Gabriele mi chiese che cosa volessi farmi tatuare.

Tipo un monile.

E dove.

Qui, e indicai sul cuore.

Non hai paura del male?

Non ci ho pensato.

Angelo mi ha detto che scrivi.

Batto a macchina.

E cosa scrivi?

Lettere e parole. Per allenare le dita.

Che cosa usi?

Una Olivetti Tropical. Fa abbastanza schifo. Si inceppano i tasti.

Mi faresti leggere qualcosa?

No.

E perché?

Così.

È timido, disse Angelo, e io l’avrei odiato per tutta la vita, se non fossero arrivate le birre. Bevemmo in silenzio. Il bar non aveva voglia di riempirsi. Il barista guardava una piccola televisione, in alto. Sotto, il bancone avrebbe avuto bisogno di una ripulita. Di fronte a me, sul muro, un calendario senza figure, solo numeri grandi, manco i santi.

Guarda, mi disse Gabriele, distogliendomi dal vuoto bianco dei giorni a venire, anch’io me lo son fatto, qui - disse arrotolandosi il polsino sbottonato, su per la manica della camicia, per mostrare un tatuaggio, una frase di un blu stinto, che aveva sull’avambraccio.

Rido per te che non sai sognare - compitai.

Esatto. Ti piace? Te lo sei fatto da solo?

No. Uno che conoscevo, quando stavo dentro.

Pure tu ti sei fatto la galera?

Beh, sì, disse Gabriele, recuperando il polsino arrotolato fino all’incavo del braccio. Di sfuggita notai i segni scuri dei buchi di lungo corso. È da sempre la cosa più sconcertante degli eroinomani, almeno per me: la mimica dell’inzicchio, col cucchiaino brunito, il risucchio nella siringa, il laccio emostatico e il pollice che pistona la roba in vena. Con la stessa aria indifferente con cui un tabagista caccia dal pacchetto l’ennesima sigaretta, se la infila nelle labbra e l’accende. Hardcore. Per questo casa mia è sempre stata V.M. 18.   

In quel periodo quasi tutti son finiti in un buco, disse Angelo, alzandosi per andare a pagare, che era ora di uscire a prender un po’ di freddo.

Suonavo in un gruppo, mi disse Gabriele per strada, il basso. Tipo Jaco Pastorius. Sai chi era?

No, gli risposi.

Che musica ascolti, mi chiese.

Quella che capita.

Non scegli mai la musica da ascoltare, mi chiese.

Ho una radio. Quando ero piccolo la tenevamo sintonizzata su di una stazione commerciale. Adesso è sempre spenta.

Angelo! si infervorò Gabriele, arrestandosi alla fermata del tram, ma non gli hai insegnato proprio niente?

No, gli rispose Angelo, ma lui ha imparato ugualmente. Diglielo, che ascolti Negazione, CCCP e Litfiba.

Davvero, mi chiese Gabriele.

Un po’, gli risposi.

Non sei mai stato ad un concerto?

No.

Ahia. Qui le cose vanno male. Angelo ti ha mai raccontato del Parco Lambro?

No, rispose Angelo al mio posto. Arrivò il tram. Salimmo e restammo in piedi.

Fu una cosa eccezionale, disse Gabriele.

Fu un gran casotto, sentenziò Angelo.

È al Parco Lambro che presi la decisione di farmi fare la scritta sul braccio, disse Gabriele. È un verso di Gioia e rivoluzione, disse ancora. Non dirmi che non conosci gli Area di Demetrio Stratos.

Mi piace Pugni chiusi.

Ma quelli erano i Ribelli, non gli Area! I Ribelli erano pop. Gli Area facevano parte del Movimento. Si sbattevano per le stesse cause in cui noi credevamo. Facevamo lotta politica a tutti i livelli, ai nostri tempi.

Anche in amore, chiesi a Gabriele.

Beh, mi rispose mentre Angelo si era messo a ridacchiare, l’amore è sempre stato un casino. Certe rivendicazioni appartenevano più ai frichettoni. Capisci, la Summer of Love non era roba da anni Settanta. Il libero amore… guarda, in una comune ci sono stato, per un po’. A Cinisello Balsamo. C’era rispetto reciproco e scopare non era un problema. Ma l’amore è un’altra cosa, non credi?

La prossima fermata dobbiamo scendere, disse Angelo.

Otto anni. Ovvero, marzo del 1997. All’epoca, convivevo con Cristina da un anno e mezzo. Angelo era sposato da tre. Sua moglie si chiamava Grazia. Si erano conosciuti in un centro di recupero gestito da una comunità cattolica milanese. Angelo ci era finito per sbaglio. Il suo posto era al cimitero.Lo avevamo sbattuto fuori di casa nel 1989. Per decidersi a farlo, mia madre ci aveva messo una vita. Lui intanto entrava e usciva dalle nostre esistenze, sottraendoci ogni volta qualcosa: i soldi, i pochi oggetti preziosi, l’affetto. Quando c’era, se ne stava chiuso nella sua stanza, a farsi di eroina e a poltrire nel letto. Oppure deambulava tra il bagno e la televisione, fumando decine di Gauloises senza filtro, e finiva abbioccato sulla sedia, a ciondolare il testone tra il portacenere intasato di mozziconi e lo schienale della sedia, ruminando tutta una serie di discorsoni imperniati sulla necessità di un’autentica rivoluzione libertaria condivisa, al fine di permettere la nascita della nazione italiana. Rivoluzione che sarebbe dovuta scaturire dalla coscienza individuale di ciascuno, e compito specifico di ognuno era svegliarsi, prima che fosse troppo tardi per tutti. Detto questo chiudeva definitivamente gli occhi e se ne restava così, come addormentato a bocca aperta davanti al televisore, mentre la sigaretta si consumava fino a bruciargli le dita. Se mio padre tornava dal lavoro prima del suo risveglio, per Angelo erano cazzi. Se poi mio padre aveva tazzato il suo pessimo vino, allora erano cazzi per tutti. Quando non c’era, stava in carcere, oppure in una comunità per disintossicarsi. Dalle comunità Angelo è scappato un sacco di volte. Dal carcere è evaso una volta sola, insieme a suo cugino Roberto, quando stavano reclusi all’Asinara. Quando non c’era, si scrivevano continuamente, lui e mia madre. A me mandò una sola cartolina, colla foto di una motocicletta. Dietro c’era scritto: Scordò la sua terra, scordò la sua casta: rimase una vecchia che salta coll’asta.  Ricordati della mia promessa, quando sarai maggiorenne. Nel 1989 Angelo era uno zombie. Eroina non riusciva più a procurarsene, un po’ per i soldi che non era più in grado di racimolare in un modo o in un altro, un po’ per il credito che nessuno più gli faceva, perché erano tutti spariti quelli che gliel’avevano fatto per anni, facendogli poi pagare degli interessi salatissimi, che in confronto l’usura è santa. Per cui era passato agli sciroppi oppiacei che si faceva prescrivere dal medico della mutua; al metadone che ritirava al Sert e poi barattava con qualche scoppiato sopravvissuto tra i suoi amici; ai medicinali antidepressivi di mia madre; ai prodotti per la pulizia della casa, quelli potenti contro il calcare e le peggiori incrostazioni dello sporco. Nel 1989 invidiavo i tempi in cui si faceva di eroina. Anche lui. Un pomeriggio che c’era il sole, tornai dalle superiori e mia madre era agitatissima, perché Angelo si era chiuso in bagno per lavarsi e non ne usciva più. Mi toccò sfondare la porta, come nei telefilm polizieschi, solo che era casa mia e nessuno avrebbe mandato la pubblicità al culmine della suspance. Lo trovammo riverso nell’acqua marrone. Tabacco che galleggiava. La siringa ancora nel braccio. Fu il suo ultimo viaggio colla roba. Lo tirammo fuori dall’acqua che aveva la faccia blu. Non morì quel giorno, nonostante le urla di mia madre. Venne l’ambulanza e gli infermieri lo estrassero dalla vasca, lo misero in un telo e nudo com’era lo portarono via. C’era anche una ragazza, tra quelli che vennero a soccorrerlo. C’erano i vicini di casa curiosi, quando l’ambulanza partì per il pronto soccorso. Vennero pure i carabinieri, che sapevano la strada a memoria. Mio padre non trovò di meglio da fare che incazzarsi di brutto colla mamma, per poi andare a giocare alle bocce.Quando lo dimisero, Angelo tornò da noi e c’era la porta chiusa. Non c’era più posto per lui. Solo la strada. E la sua roba in un paio di borsoni. Non mi fu permesso di salutarlo. Ma lo vidi lo stesso. Tutti i giorni.

 

Quando andavo alla stazione a prendere il treno. C’era una macchina parcheggiata discretamente. Una FIAT coi vetri schermati da fogli di giornale. Seppi subito che ci dormiva Angelo. Non lo dissi a mia madre - fu lei a dirmelo, perché in paese l’avevano riconosciuto e gliel’erano andati a dire, a mia madre, che suo fratello il drogato dormiva in una macchina nel parcheggio della stazione. Un giorno non ci furono più i giornali sui finestrini, non ci fu più la FIAT che era stata rimossa forzatamente. Ci fu invece un articolo di giornale, un trafiletto con foto, nella cronaca locale, che spiegava l’arresto da parte dei carabinieri di un pericoloso latitante, noto borseggiatore. Ci rimasi male per l’articolo, soprattutto perché avevano storpiato il cognome dello zio (e della mamma).  Fu mia madre a farlo uscire dal carcere. Insieme ad un prete, e ad un referto medico che indicava come Angelo avesse contratto il virus HIV. Lo mandarono nell’ennesima comunità. Non avemmo sue notizie per quasi un anno. Poi ebbe il permesso di venirci a trovare, accompagnato. Era bellissimo. Ebbe il permesso di frequentarci ogni tanto. Era bellissimo. Gli dissi che volevo farmi un tatuaggio per festeggiare la mia licenza superiore. Mi disse che non c’era problema. Fu un lungo, piacevolissimo periodo di sospensione. Quando partii per il militare, nel luglio del 1992, Angelo era stato assunto in una tintoria e si era fatto la Panda di seconda mano. Passava lui alla stazione Garibaldi a recuperarmi, le volte che tornavo in permesso da Udine. Aveva l’autoradio, sentivamo le cassette e discutevamo fittamente mentre mi riportava a casa. Le cose che stavano succedendo in Italia, quelli della sua generazione le avevano paventate quasi vent’anni prima. Solo che quelli della sua generazione erano scoppiati tutti, oppure giravano a bordo di piccole utilitarie sfidando il caos cittadino. E l’amore, gli chiesi. Sai, mi rispose lui, in comunità ho conosciuto una. Stiamo bene insieme. Forse andiamo a convivere in un monolocale. Ricky Gianco tirò un bestemmione sul palco, che è immortalato nelle registrazioni dei concerti che si tennero al Parco Lambro nel 1976. Me l’ha procurata uno al lavoro, la bestemmia. Non me lo ricordo come si chiama. Io coi nomi non ci sto proprio dentro. VI Festa del Proletariato Giovanile – Parco Lambro, 26-30 giugno, organizzata dalla rivista  Re Nudo in collaborazione con le redazioni di altri periodici controculturali, e di alcune organizzazioni politiche della sinistra extraparlamentare.  I gruppi musicali che si esibirono in concerto appartenevano a piccole etichette indipendenti, tipo la Cramps (colla scritta verde e la faccia del mostro di Frankenstein) e lo fecero a titolo gratuito. Fu un evento totalmente autogestito, dall’organizzazione iniziale alla tracimazione finale. Centinaia di migliaia di giovani, più o meno identificati nel movimento antagonista extraparlamentare, accorsero carichi di desiderio libidico e poveri di denaro da barattare in cambio dei servizi offerti. La giunta Tognoli si era rifiutata di fornire l’acqua e l’energia elettrica; inoltre, aveva lasciato totalmente a carico degli organizzatori il servizio di pulizia igienica del parco.  Tanto fu l’afflusso di pubblico, che quelli addetti alla ristorazione ebbero la gran pensata di alzare i prezzi perché l’offerta non era assolutamente in grado di competere con la domanda. La gente non la prese troppo bene. Prevalse la volontà dell’esproprio proletario,  vennero saccheggiati e distrutti tutti gli stand ritenuti responsabili di voler far la cresta al mercato. La furia fu tale che anche gli incolpevoli ne pagarono le conseguenze. L’assemblea collettiva che fu indetta per discutere dell’accaduto, fu seguita da uno sparuto numero di persone, in una zona laterale del parco, mentre intorno impazzavano i concerti e gli esercizi meditativi, le sedute di massaggio e gli spettacoli teatrali, e fuori dal parco la polizia caricava quelli che tentavano di fare rifornimento al supermercato. La televisione e i giornali misero in sordina gli eventi del Parco Lambro. Se ne occupò solo la rivista Variety, che gli dedicò la copertina e un ampio reportage, in cui si spiegavano diffusamente i disordini e la disorganizzazione degli antagonisti, confrontandoli con l’ordine e la funzionalità delle feste di massa organizzate dalla sinistra ufficiale italiana. Sarebbe venuto anche a me da bestemmiare, constatare come tutto andava in vacca. Per fortuna che qualcuno degli anni Settanta ha conservato una memoria sonora. Per fortuna la casualità dei discorsi può materializzare la registrazione di un evento che l’elasticità dei ricordi aveva seppellito sotto strati di macerie. Colla musicassetta in tasca, leggo e mi assopisco, sul treno che mi riporta a casa dal lavoro. Che non faccio andare una cassetta sono anni, ormai. Il computer, la masterizzazione, i formati compressi, il P2P, lo stereo NAD e le casse Celestion che fanno la loro porca figura in soggiorno, i lettori mp3 sparsi per casa. La tecnologia ha fatto il suo corso, da quando ho facoltà di spendere i soldi che guadagno. Cristina ogni tanto mi chiede di scaricarle le canzoni pop che sente alla radio, mentre anche lei va e viene dal lavoro.  Del Parco Lambro conosce l’ubicazione, il resto si stufa presto di sentirselo raccontare. Quello che non le interessa, lo lascia a me.

Cristina non mi ha mai lasciato solo. L’ho conosciuta che aveva vent’anni e siamo subito andati a convivere. Le ho sbocconcellato la mia storia a piccole dosi. Angelo l’ha conosciuto che era già sposato con Grazia. Un’altra persona. Guarito dall’eroina e malato di AIDS. Si stavano simpatici. Anche mio padre ha sempre avuto un debole per lei. Cristina c’era, quando Angelo si è consumato, prima all’ospedale Sacco, tra gli infetti, poi in una clinica privata, dove si è rattrappito fino a diventare di carta velina. Cristina c’era, quando mio padre è imploso a Niguarda, mangiato dal cancro. Una delle ultime volte che fummo al suo capezzale, Angelo mi disse che aveva voglia di far l’amore con sua moglie, che era talmente delicata che doveva prima leccarle per bene la figa, per non farle male penetrandola. Era ormai cieco e Grazia aveva rinunciato a venirlo a trovare. Quando si erano sposati, circa tre anni prima, Angelo le aveva promesso dieci anni di luna di miele. Non aveva mantenuto la promessa, tanto per cambiare. Una delle ultime volte che fummo al suo capezzale, mio padre mi raccontò che la nonna Angela, moglie del fu Mosè stalinista, in punto di morte si era fatta promettere da lui e da mia madre che non avrebbero mai abbandonato Angelo a se stesso. Mia nonna morì nella primavera del 1976. Angelo nella primavera del 1997. Mio padre nella primavera del 2002. Io stamattina mi son svegliato da un sogno che mi ha lasciato perplesso. Al lavoro ero più svogliato del solito. Ho fatto una ricerca in rete dal mio terminale, per verificare che fine avesse fatto Werner Heisenberg. E ho questa cassetta magnetica in tasca. Non so, non riesco ad odiare fino in fondo la primavera.

(Continua domani. Nella foto: Demetrio Stratos degli Area)

 

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27/03/2005
NOSTALGIE

 

di Riccardo Ferrazzi

(Un Ferrazzi nostalgico? Non fatevi ingannare dal titolo. Pasquale, anche se si chiama Riccardo? Nemmeno. Insomma: buona lettura. E mi raccomando: nonostante la festa, il tempo ecc., state su. M.U.)

Sarà perché piove, è Pasqua, io me ne sto qui a guardare fuori dalla finestra il grigiore di Milano e ascolto il Parsifal (e cosa se no ?). Sarà per questo e altri motivi, ma non ho potuto fare a meno di ripensare al ‘68.

Gente, chi non c’era non può neanche immaginare che razza di casino è stato. Non sono stati “anni formidabili”, credete a me, non date retta alle bugie di chi ne ha fatto una professione. A rivederli con gli occhi di allora mi viene quasi da piangere: quelli sono stati gli anni in cui ero giovane e volevo far saltare il banco della vita. A rivederli col senno di poi sono stati soltanto una penosa illusione ottica.

Basta vedere cosa ne è stato di protagonisti e comprimari. Quel trombone di Capanna (era trombone già allora) ci ha costruito sopra una carriera così così: tutto quel che può dire di aver combinato nella sua vita è di essere riuscito a campare bene senza aver mai timbrato un cartellino. Questo non è qualunquismo: è la realtà delle cose. Non c’è un operaio, non c’è un povero, un debole, un indifeso, che abbia mai ricavato il minimo giovamento dalle iniziative di Capanna.

Alle assemblee si vedeva spesso Mannheimer. Ricordo che anche allora nessuno è mai riuscito a capire veramente da che parte stesse. Stava dalla sua. Nel senso che tutto faceva brodo pur di prendere in mano il microfono, così come oggi tutto fa brodo per comparire in televisione o sul Corriere.

Si vedeva anche Meomartini, che ormai fa il semidirettore galattico con scrivania di pelle umana all’Eni, dopo aver fatto parte per decenni della corte dell’ex ministro Reviglio. C’era Pedol (quello del Tonno Nostromo, che, se non sbaglio, ha passato qualche guaio ai tempi di Mani pulite), militante PSI o sedicente tale. C’era Kostoris, che sembrava già avviato a incarichi di prestigio. Chissà dov’è. Sarà finito probabilmente in qualche ufficio studi e non avrà indovinato la strada giusta per farsi largo. E dove sarà adesso Papaleo, che proponeva collette per acquistare dinamite e benzina per far saltare gli uffici amministrativi dell’Università ? Cazzo, mi sembra di rifare la poesia di Villon: che fine hanno fatto les belles dames du temps jadis?

Vorrei sapere che fine ha fatto il mio amico Gigi Luini, forse il cervello più brillante di tutti. Capace di essere intristito dietro a una scrivania in qualche ente parastatale oppure di essere entrato in clandestinità. Era un tipo così straordinario che avrebbe potuto fare l’una o l’altra cosa.  

Era imprescindibile avere un background a base di Sartre e Marcuse. Noi di Economia ci torturavamo la testa su Baran & Sweezy, due illusi che pretendevano di giustificare le teorie economiche di Marx alla luce delle scoperte postkeynesiane (un po’ come giustificare Tolomeo alla luce di Copernico). Eravamo tutti così inebriati di noi stessi da non capire il significato dell’invasione della Cecoslovacchia, da non accorgerci degli scricchiolii dell’Urss. Eppure mancavano solo vent’anni al crollo del muro di Berlino.

Il fatto è che allora vent’anni erano la durata della nostra vita. Nessuno se ne rendeva conto, ma avevamo davvero la vista corta. C’era chi parlava di “terza via” e di “eurocomunismo” come se fossero state cose serie. C’erano quelli che gridavano “la Cina è vicina” e si salutavano tra loro augurando “lunga vita al glorioso presidente Mao”. C’era chi credeva che si potesse riformare (pensate un po’: riformare !) una rivoluzione che si era evoluta in un regime così marcio da implodere su se stesso. 

C’erano anche i missini, ed è stato guardando loro che ho cominciato a capire quanto è stupida la posizione dei nostalgici. Credevano di essere chissà quale baluardo per i valori nazionali, ma la loro unica funzione era quella di fornire agli intransigenti dell’una e dell’altra parte un motivo per diventare estremisti. E così nei ricordi della mia vita devo metterci anche gli anni di piombo, che mi hanno fatto passare ogni simpatia per la politica.

Ma non ho il diritto di lamentarmi: anche la nostalgia, la pretesa di rifondare ciò che è morto e sepolto, è qualcosa di umano (troppo umano !). Non c’è teoria condannata dalla storia che non lasci alle spalle una coda di nostalgia, di rimpianti per un’intransigenza che, spesso, è più favoleggiata che reale.

So che ciò che sto per dire farà incazzare molti, ma dalle nostalgie, dall’intransigenza e dalle indignazioni non ho mai visto uscire niente di buono. La realtà non funziona come la matematica e chi pretende che due più due faccia sempre quattro è destinato a parecchie delusioni. Dopodiché o tira fuori la P38 (e fa la fine che si merita), o si rassegna ad ammettere di non aver capito un cazzo.

Ecco. Pasqua 2005. Il disco è finito, continua a piovere e, porca puttana, sono più incazzato di prima. Vita di merda.

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26/03/2005
VARIE E PREPASQUALI

Copertina dell'ultimo numero dell'Espresso: Alessandra Mussolini è in primissimo piano. Titolo: LI FACCIO NERI. Trasalisco, anzi no: trasalgo... : ha la faccia tale e quale a quella del nonno. La mascella ugualmente volitiva. Vi dico la verità: mi sono messo a ridere.Anche perchè la Mussolini in questi giorni non fa che parlare di democrazia. Io le posso anche credere. Ma i suoi camerati?... 

A Casa Storace i  guai non finiscono mai. Adesso c'è pure un vecchio ebreo che dice di essere stato picchiato, una sessantina d'anni fa, dal padre del Governatore. Il Governatore replica che non è possibile, a quel tempo suo padre era un preadolescente. Sulla Stampa di oggi Iena mette la pulce nell'orecchio: "Vabbè, sarà stato suo nonno...".

Ci prepariamo alla Santa Pasqua. Il Papa si fa fotografare solo di spalle. Sarà per aggiungere Mistero al Mistero?

Intanto in America una donna muore di fame. Hanno tolto i viveri per legge a questa donna e non entro nel merito della questione, non so cosa dire esattamente, penso che ogni caso faccia rigorosamente storia a sé. Eppure mi viene a trovare fitta nel pensiero questa immagine di donna vegetale che tra non molto finirà di vivere la sua vita per l'appunto vegetale. Come a una pianta, le hanno tolto l'acqua. La giovane donna sta cadendo come cadono le foglie d'autunno, s'accartoccerà e verrà spazzata via dalla prima folata di vento primaverile che passerà sul marciapiede del suo destino cinico e baro. La donna vegetale si trova nell'autunno inoltrato della sua breve esistenza mentre fuori la primavera traditrice impazza.

La cosa che mi fa pensare però con una certa rabbia è che l'ex marito voglia farla cremare. Nemmeno una cristiana sepoltura, richiesta dai genitori della donna vegetale, è dovuta a questa donna vegetale, a questa vera e propria morta di fame vegetale. E' nel legale diritto di quell'uomo staccare la spina, ma questo Mr. Schiavo perchè vuole disperdere le ceneri della donna vegetale nell'aria, perchè vuole farla sparire del tutto? 

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25/03/2005
IL TORTURATO ED IL TORTURATORE

Storia di famiglia, alla periferia della storia

di Emilia Zazza

 “Il libro di Sandro (“L’ordine è stato eseguito” Sandro Portelli n.d.a.) non ci rivela uno scandalo nascosto, ma ci ricorda che la storia riguarda tutti, perché tutti hanno una propria prospettiva sulla storia. Perché tutti vivono nella storia, anche se ne abitano solo la periferia.[1]

Questa è una storia vecchia. Ma questa è anche una storia recente. Perché in realtà sono due storie. Una dentro l’altra, o forse, è meglio dire, una dopo l’altra. E’ la storia di un padre e di una figlia. E’ la storia di un uomo che anche le carte giudiziarie dichiarano torturatore. E’ la storia di un paese. O forse, più semplicemente, di un cantante, un tenore. Il suo nome è (era) Nicola Ugo Stame. Per la precisione:

STAME NICOLA - di Lucio - nato a Foggia l'8/1/1908 - tenore lirico e serg. magg. Aeronautica - arrestato il 24/1/1944 - appartenente al Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa.

Questo è quanto scritto sugli elenchi dell’Anfim, l’Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri,  che riportano i nomi delle vittime delle Fosse Ardeatine. Che’ di questa storia si sa già la fine.La Discoteca di Stato racchiude nei suoi scantinati tecnologizzati il patrimonio audio del nostro paese. Nata per volontà di Mussolini nell’anno 1928, con regio decreto, serviva originariamente per conservare le voci dei gerarchi. Con legge del 10 agosto 1928 Vittorio Emanuele III ne decreta la nascita per riprodurre “la voce di cittadini italiani benemeriti della Patria..." e darla alla storia. Che’ c’era in quel periodo, forte, la sensazione di farla, la storia. Una storia giusta, pensavano, ma soprattutto una storia di vittoria che andava tramandata. I rulli di cera erano il primo supporto. Seguirono i 78 , i 33 e poi è storia.

 

Storia. Ecco una parola che ricorre.Ed è proprio dalla Discoteca di Stato che parte e finisce questa, di storia. Strage di una città- La memoria dell’eccidio delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944 – 24 marzo 2005)”  è il titolo dell’evento che si terrà presso l’Auditorium della Discoteca di Stato il 24 marzo alle ore 15. In collaborazione con il Circolo Gianni Bosio verrà presentato il fondo delle registrazioni sonore relative alla memoria dell’evento. Come a cadere sotto il piombo tedesco furono generali e straccivendoli, operai e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e 75 ebrei, monarchici e azionisti, liberali e comunisti, ma anche persone prive di appartenenza politica, così le interviste sono state condotte da Alessandro Portelli su diversi gruppi di persone gruppi di persone, di diversa estrazione politica e sociale e con un diverso rapporto temporale e affettivo nei confronti dell’eccidio. Familiari delle vittime, i partigiani (specialmente i Gappisti che agirono in via Rasella il 23 marzo 1943),  persone provenienti dai luoghi delle persone uccise queste le testimonianze che hanno dato vita al saggio storico, dello stesso Portelli, “L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria (ed. Donzelli, 1999) da cui nel 2001 l’attore romano Ascanio Celestini ha tratto il monologo teatrale Radio Clandestina. Grazie al contributo della Soprintendenza per i Beni Archivistici del Lazio – queste voci sono state digitalizzate e indicizzate dal Circolo Gianni Bosio presso il quale sono già da tempo a disposizione del pubblico, in Piazza S. Ambrogio a Roma. Circa 200 voci di persone che raccontano la stessa storia, la loro storia, a modo loro, perché, come dice Celestini, c’è il rischio di vedere la storia come una cosa gigantesca, fuori di noi, se non ci si avvicina per vedere meglio chi l’ha fatta, questa storia, anche se alla periferia della storia.

E qui torniamo all’inizio: Nicola Ugo Stame.

Nicola Ugo Stame era un tenore famoso, si esibiva al teatro dell’Opera ed aveva una grossa attività in Radio. E fu proprio al teatro dell’Opera che venne arrestato, nel 1939, la prima volta. Dei questurini entrarono mentre provava la Turandot di Puccini nel ruolo di Calaf e gli domandarono se fosse in possesso della tessera del Partito Nazionale. Fascista e lui rispose No, naturalmente. Semplicemente. Nicola Ugo Stame non pubblicò nemmeno un disco, non arrivò mai ad ottenere registrazioni pubbliche al di fuori del salotto famigliare.

Ma la storia ha ripreso a forza il suo nome e lo ha sbattuto sulle pagine di Gente ed Oggi, sugli schermi dei Fatti Vostri, sui blog nella rete. Perché nell’anno 2003 Rosetta Stame, figlia di STAME NICOLA - di Lucio - nato a Foggia l'8/1/1908 - tenore lirico e serg. magg. Aeronautica - arrestato il 24/1/1944 - appartenente al Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa, è stata condannata a risarcire della somma di 3 mila Euro Erich Priebke. Per diffamazione. Sì, perché Rosetta Stame,  aveva dichiarato sulle pagine di un giornale che il padre STAME NICOLA - di Lucio - nato a Foggia l'8/1/1908 - tenore lirico e serg. magg. Aeronautica - arrestato il 24/1/1944 - appartenente al Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa, “subì da Priebke atroci torture”. Sì, insomma, lo chiamò “torturatore”, a lui, che in fondo aveva solo eseguito un ordine: “Che per ogni tedesco ammazzato (a Via Rasella il 23 marzo 1944) dieci criminali  comunisti badogliani saranno fucilati[2]. Priebke disse, in quell’occasione, di non volere soldi dalla signora Stame, e manifestò “il proprio cordoglio per la tragica morte del padre della signora Stame… il suo unico interesse era l’accertamento della verità, vale a dire l’infondatezza delle false accuse di avere torturato il signor Nicola Ugo Stame, vittima delle Fosse Ardeatine”¸ tramite le parole di Paolo Giachini, uno dei suoi legali. La sentenza di condanna, ad onore del vero giudiziario, era basata sulla perizia del patologo Ascanelli eseguita, ad onore del vero storico, 4 mesi dopo la strage sui corpi già in piena saponificazione; da notare che in quell’occasione non solo non era stato chiesto al dottor Ascarelli se i corpi portavano tracce di torture ma neanche se sarebbe stato possibile rilevare eventuali torture subite , visto lo stato dei corpi. Nicola Ugo Stame, tenore lirico, sergente maggiore dell’aeronautica, nato a Foggia l’8 gennaio 1908 e arrestato il 24 marzo 1944, non aveva subito atroci torture. Non da Priebke, almeno, secondo la verità giudiziaria. Arrestato il 24 marzo 1944. Una seconda volta. Questa volta perché aveva aderito dal 1943 alle bande partigiane.Di ritorno dal fronte di Nettuno, Nicola Ugo Stame fu identificato nella latteria di via S. Andrea delle Fratte dalla banda Koch, la più tristemente nota tra le formazioni poliziesche fasciste di natura militare e paramilitare che agivano a quel tempo; cercò di far perdere le proprie tracce, ma, venne raggiunto in piazza Mignanelli. Fu condotto a via Tasso e, dopo essere stato condannato dal Tribunale Speciale Tedesco al carcere duro in Germania e dopo che questa condanna venne respinta dal maresciallo Kesserling, venne destinato al terzo braccio di Regina Coeli, da cui venne prelevato e portato a quelle che oggi sono note come le Fosse Ardeatine.

A quasi 50 anni di distanza Erich Priebke, capitano delle SS a Roma, viene rintracciato a Bariloche, dove si era trasferito nel 1954, estradato in Italia e processato. Durante il processo Priebke Karl Hass aveva riferito che, il 24 marzo 1944, presso le Cave Ardeatine, Priebke aveva il controllo della lista dalla quale depennava i nomi delle 335 persone che scendevano dai camion e venivano avviati alla fucilazione. Ma non è un torturatore. Non a Via Tasso, almeno, dove pure Priebke era uno dei responsabili principali. Così ha deciso il giudice della I sez. civile del tribunale di Roma. Dirlo è diffamazione.

Durante il processo Priebke la sede dell’Anfim era stata forzata. Numerosi documenti erano stati portati in un caveau della Banca di Roma. In una di queste casse erano contenuti 2 documenti, presentati da Rosetta Stame, figlia di STAME NICOLA - di Lucio - nato a Foggia l'8/1/1908 - tenore lirico e serg. magg. Aeronautica - arrestato il 24/1/1944 - appartenente al Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa, in appello contro la sentenza di condanna per diffamazione ad Erich Priebke. Questi due documenti sono datati 1957 e 1955. Il primo porta la firma del Presidente della Repubblica Gronchi, il quale, su richiesta dell’allora Presidente del Consiglio Segni concede la medaglia d’argento al valore militare a STAME NICOLA - di Lucio - nato a Foggia l'8/1/1908 - tenore lirico e serg. magg. Aeronautica - arrestato il 24/1/1944 - appartenente al Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa. Questa la motivazione: “ …portato in via Tasso subì atroci torture”. Il secondo documento, a firma della Presidenza del Consiglio, di Stame in via Tasso dice:  “sottoposto a sevizie e torture che sopportava con esemplare impegno”.

Questi due documenti hanno fatto assolvere in appello Rosetta Stame ed hanno dichiarato torturatore Erich Priebke di fronte alla verità del diritto, che è quella che conta, in tribunale. Un’altra sentenza di un altro processo, poi, lo ha condannato all’ergastolo. Ma questo si sa.

(Pubblicato su “Il Manifesto” di ieri, 24.3.2005)

[1] Ascanio Celestini, dalla prefazione a “Radio Clandestina”. Volume allegato al dvd dello spettacolo “Radio Clandestina” (Donzelli, 2004)

 

 

 [2] dai giornali del 25 marzo 1944.

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 13:21 | link | commenti (1)

24/03/2005
WANDA RIPASSA

di Angela Bruno

 

(Ricevo da Vins Gallico questo racconto e volentieri pubblico. Buona Lettura. M.U.)

 

Sono in città, ripasso.

Firmato:Wanda.

Wanda allora è di nuovo in città, ripassa.

Carla tiene in mano tre fagioli e il messaggio, scritto di fretta su uno scontrino sgualcito.

I fagioli sistemati tipo triangolo, al centro dello scontrino dove avverte che: è in città, ripassa. Più che legumi, sembrano pietre smaltate.

-Ma che cazzo di colore c’hanno?! – pensa Carla che li studia e sorride.

Ce l’ha davanti agli occhi la scena: Wanda, persa tra le bancarelle di un mercato messicano, con il naso immerso in un sacco di juta  pieno di fagioli colorati (apparentemente identici), tutta intenta a scovare i più belli. Immagina la faccia incredula del messicano, abituato all’insensatezza e alle stravaganze dei turisti fricchettoni, quando lei, alla fine dell’estenuante selezione, gli si avvicina vittoriosa, gli mette in mano i tre fagioli per pesarli e gli dice sorridendo: ci ho messo un muy tempo, ma ne valeva la pena, no? Questi sono davvero belli, quant’è?

La sua amica, a Carla, le fa sempre quest’effetto, la fa sorridere, forse perché regala i colori, i più belli.

 

I vicoli del Born si devono attraversare con calma, alla luce del tramonto. Ne avevano discusso durante una passeggiata, poco prima che Wanda lasciasse Barcellona per andare in Messico. Dalla chiesa di Santa Maria del Mar a Carrer nou de Sant Joan, dove abita Carla, Wanda c’impiega più di un’ora a percorrerlo. In linea retta sarebbero pochi metri. Sarebbero.

- È  che bisogna rispettarle, le vie, capisci? Attraversarle ad una certa ora e solo in una determinata direzione, quando la luce le rende merito e le veste. Senza la luce giusta, le vie sono nude, tranci di pietra.

Non mi segui? Tu, al mattino, senza trucco, il fiato che sa di aceto, il pigiama di acrilico, da chi ti vorresti fare vedere?

E allora Wanda zigzaga per le sue vie del Born, rispettandone la femminilità, cercando di individuare la direzione giusta, la prospettiva migliore.

Alle sette e dieci Wanda suona al citofono a casa di Carla.

Carla la sente salire le scale, bussare alla porta.

-Entra, è aperto!- fa Carla dal soggiorno.

Poi rumori, una valanga. La porta sbatte, il portaombrelli catapultato dall’altra parte del minuscolo ingresso, spiccioli che cadono in terra, una bottiglia di Rioja, quella appena comprata alla Tienda sotto casa, in frantumi sul pavimento e Wanda che urla un - Cazzo!-  volante al tappeto.

- Cazzo, cazzo, cazzo! – continua da terra.

- Dai, lascia stare – fa Carla senza muoversi dal soggiorno - facciamo dopo, vieni a salutarmi!

- Mi dispiace, ma che cazzo, non è stata colpa mia, è che….- Wanda arranca mezza zoppicante.

- Lo so, lo so, lascia stare, il portaombrelli t’ha fatto lo sgambetto.

Si abbracciano ridendo.

- Allora, racconta…

- Carla, il Messico, non hai idea, i profumi i colori la gente l’oceano e poi una volta mi sono dovuta nascondere in un camion sotto le patate perchè la polizia… io ero coji zapatisti in un villaggio… poi la polizia… mi sono nascosta, e poi il subcomandante. Si, Carla, gliel’ho data, ma, Carla, ‘sti cazzi, ho pensato è il subcomandante! Almeno credo, non si è levato il passamontagna…. ma Carla, ‘sti cazzi. E poi i bambini il cibo tutto diverso un altro mondo la musica la gente i profumi i colori.

Basta poco, Carla, basta poco, sono felici lì, basta molto poco. E poi c’era una signora che vendeva le torte per strada, buonissime. Ho registrato tutto su un nastro, ho pensato che le foto non rendono, e poi che palle quando ti fanno vedere le foto. Ho registrato il Messico. I suoni delle mulattiere, che quelle non sono strade sono mulattiere, bellissime, le cascate il signore che vende il liquore… Carla, non hai idea!

Carla non ha idea, non l’avrà, lo sa, Wanda non è capace a raccontare. Non saprà mai come sono andate le cose col subcomandante, non saprà delle patate dei profumi i colori la gente l’oceano non saprà nulla dei suoi incontri, delle serate in spiaggia, non saprà niente.

Eppure ora guardando Wanda, mezza addormentata sul divano, ammansita da tre tiri di canna, a Carla quasi pare di  poterlo vedere il Messico.

- Ma come fai?- sussurra Carla

- Hai visto i fagioli? Erano i più belli! -  bisbiglia Wanda nel dormiveglia

Carla sorride, a lei Wanda fa quest’effetto.

Postato da: markelouffenwanken a 13:22 | link | commenti (5)

23/03/2005
IL VERO SIGNORE

 

"Il vero signore non corre mai. Lascia correre.Quando è arrabbiato al massimo lascia fuggire. Così, perché è magnanimo."

 

(Markelo Uffenwanken- 1996)

 

Postato da: markelouffenwanken a 20:34 | link | commenti (17)

ESISTE UN SENTIERO INTELLETTUALE PER L'ILLUMINAZIONE?

(Ricevo da Cristiano Prakash e pubblico. M.U.)

 “Esiste un sentiero intellettuale per l’illuminazione?”

“Innanzitutto non esiste nessun sentiero. L’idea stessa di sentiero è fallace. Il sentiero, necessariamente, ti conduce lontano; ti porta da questo a quello, da qui a lì, da ora a dopo. Affinché l’illuminazione accada non occorre alcun sentiero; infatti l’illuminazione implica essere qui. Un sentiero sarebbe una distrazione, tutti i sentieri sono distrazioni. Seguendo un qualsiasi sentiero seguiresti un sentiero sbagliato; non esistono sentieri giusti.

Lascia che questa realtà penetri profondamente nel tuo cuore: non esistono sentieri giusti, i sentieri in quanto tali sono sbagliati. Seguire un sentiero significa andare in una direzione sbagliata, perché ti allontaneresti sempre più da te stesso. Non nella realtà, ma nei desideri e nei sogni. Ecco perché tutte le religioni sono diventate ultramondane, trascendenti: sono tutte sentieri.

Per poter costruire un sentiero è necessario che Dio sia lontanissimo. Più è lontano e meglio è, perché in quel caso si può creare il sentiero. Il cristianesimo, l’induismo, l’islam, il buddismo hanno potuto creare dei sentieri. Dio deve essere veramente lontanissimo, così lontano che il sentiero non abbia mai fine, in questo modo i preti possono continuare a sfruttare.

Dostoevskij narra questa parabola:

……………………

avere Gesù troppo vicino sarebbe pericoloso per il prete. Perché in tal caso il prete non sarebbe più necessario. Il mediatore, l’agente, non sarebbe più necessario. Quando Gesù è al tuo fianco non hai più bisogno di qualcuno che lo rappresenti. Dio dev’essere lontano, anzi lontanissimo, affinché il prete possa assumere il ruolo di suo messaggero. Solo così può diventare un ponte tra te e Dio.

Tutti i sentieri sono creati dai preti. I Buddha  non ti danno mai nessun sentiero. Ti aiutano a comprendere che non devi andare da nessuna parte; devi solo essere in silenzio nella tua interiorità, allora troverai ciò di cui hai bisogno. Il divino non è all’esterno; è nella tua interiorità. Il divino non è un oggetto: è la tua soggettività. Tu sei divino. Quindi dove stai andando? Di quale sentiero hai bisogno?

No non occorre alcun sentiero; nessun sentiero è quello giusto.

Mi chiedi: esiste un sentiero intellettuale verso l’illuminazione?

Innanzitutto, non esiste alcun sentiero. In secondo luogo, nessuna singola parte di te è in grado di riconoscere il divino. Puoi riconoscere il divino solo con la totalità del tuo essere. Non esiste un sentiero dell’intelletto, così come non ne esiste uno dei sentimenti: né con la mente, né con il cuore. Giungi al divino solo in quanto essere totale, ogni parte di te è inclusa: il tuo intelletto, le tue emozioni, la tua logica, il tuo amore, il tuo sangue, le tue ossa, le tue viscere. Ogni parte di te è inclusa nella totalità del tuo essere; viceversa i sentieri saranno inevitabilmente frammentari, nessun sentiero può essere totale. Perciò esistono sentieri intellettuali: in India vengono chiamati ghyana yoga , il sentiero della devozione; e infine ci sono i sentieri dell’azione, o Karma yoga.

Nell’essere umano ci sono tre livelli: il sapere, il sentire e il fare. La presenza di questi tre livelli in ogni essere umano ha dato luogo a quei tre sentieri. Con l’intelletto puoi acquisire nozioni ma non puoi sentire. Con i sentimenti puoi sentire, ma non puoi acquisire nozioni. Mediante l’azione puoi fare, ma non puoi acquisire nozioni e non puoi sentire. Il sapere non può agire, i sentimenti non possono agire. L’uomo è questa trinità, questo triangolo: agire, sapere, sentire. Questi tre livelli devono integrarsi in un’unità. Solo in quest’unità l’uomo può conoscere il divino.

 L’uomo non ha scisso solo se stesso, ha scisso anche Dio: Dio il padre, Dio il figlio, Dio lo spirito santo. Oppure - secondo la mitologia indiana – la trimurti , i tre volti di Dio. Dio non ha faccia: è senza volto. Dio non ha forma, come potrebbe avere un volto? Dio non è trino. Dio è uno. Non è neppure  giusto dire che è “uno”, perché l’uno crea l’idea del due, il due del tre e così via.

Il divino è, semplicemente. Né uno né trino, né uno né molteplice. Il divino è semplice “essenza”. E quando sei nella tua “essenza”, sei nel divino, tu sei divino. Ricorda, non vedrai il divino, non incontrerai il divino, non raggiungerai l’intuizione: “ ecco questo è il divino”. Quando senti che il divino è in te, tu sei divino. Il divino non è qualcosa al di fuori da te, è il nucleo più profondo del tuo essere, è il centro del ciclone.

Quindi, non esiste alcun sentiero. Non esiste un sentiero dell’intelletto, così come non esiste un sentiero dei sentimenti o di qualsiasi altro genere. Non esiste alcun sentiero: devi diventare un tutto unico, e proprio in quella totalità diventi divino.

L’intelletto può continuare ad indagare all’infinito. È arido, analitico, logico, non può sentire. La scienza è nata grazie all’intelletto; ecco perché non può affermare l’esistenza di Dio. La scienza deve negare l’esistenza di Dio; questa negazione nasce dai suoi stessi presupposti. Infatti la scienza crede solo nella ragione, e crede in una ragione estremamente distaccata in cui tutti i sentimenti non dovrebbero mai entrare. Dovresti rimanere freddo, distaccato, indifferente a qualsiasi cosa stai osservando. Dovresti essere solo un osservatore, senza sentimenti, senza cuore. Il tuo cuore non dovrebbe pulsare, il tuo sapere dovrebbe esser privo di qualsiasi sentimento.

Naturalmente la materia percepisce la materia. Non perché esista solo la materia, ma a causa della propria metodologia: quella metodologia è tale da non permettere di cogliere la consapevolezza. La consapevolezza rimane esclusa fin dall’inizio, il metodo stesso la esclude.

La logica ci ha dato la scienza. L’amore ci ha dato le cosiddette religioni; le religioni del passato, che non sono più così importanti, perché erano parziali come la scienza. Ecco perché la scienza e la religione erano tanto in conflitto tra loro: quel conflitto non era casuale. Era un conflitto di metodo. La religione era basata sull’emozione, sul sentimento; rinnegava la logica e vietava la ragione. Andavano benissimo le lacrime e le preghiere , ma non l’uso dell’intelletto: quello era il nemico. Ecco perché, quando la scienza cominciò ad affermarsi, naturalmente la chiesa e i suoi rappresentanti si trovarono in conflitto con essa. La religione del passato era tanto parziale quanto lo è la scienza attualmente.

Nessuno è mai riuscito a vedere l’essere umano nella sua totalità. Ora quel momento è arrivato; adesso l’uomo non è più infantile. Quel momento è arrivato: è arrivato il momento in cui quell’idea, l’idea della totalità, dev’essere accettata. E quando arriva il momento in cui un’idea dev’essere accettata, nessuno può evitare che lo sia. Tutti gli sforzi parziali sono falliti. Sono fallite la scienza, la religione e la politica: la politica significa l’azione. Sono tutti sforzi falliti. Di fatto, è fallita la parzialità.

L’oriente è fallito perché propendeva troppo per i fallimenti. Ne sono conseguite la povertà e l’infelicità, perché la scienza non ha potuto affermarsi. Senza la scienza è inevitabile che arrivi la povertà, senza la scienza è inevitabile che sorgano mille e un problema di tipo materiale.

L’occidente ha sviluppato la tecnologia. Con essa, sono scomparse la povertà e molte malattie, è stata una benedizione; d’altro canto è scomparso anche l’uomo. L’uomo si è trasformato in una macchina. Il suo cuore non palpita più, l’amore non fluisce più in lui, si è inaridito il nettare dei sentimenti ed egli sta diventando un deserto. L’uomo si sente privo di significato ed è vicinissimo al suicidio: la gente si suicida con estrema facilità, il numero dei suicidi è in continuo aumento. E prima o poi – se non riuscirà a ritrovare l’equilibrio, se non riuscirà ad abbandonare la parzialità a favore della totalità – esiste la possibilità reale che l’uomo decida per un suicidio globale. Immensi preparativi sono già in atto.

In occidente è scomparso l’amore, così come in oriente è scomparsa la logica. Questa è una situazione comunque sbilanciata.

Il mio approccio è la totalità, l’interezza. Io definisco santo qualsiasi cosa sia intera, integra. Con me devi imparare questo: non devi scegliere una parte, devi scegliere la totalità. Tu devi essere un uomo intero; non devi rinnegare niente. Devi essere qualsiasi cosa tu sia, con grande accettazione. Accettare tutto è difficile perché, se accetti la logica, quando accetterai l’amore, cadrai in contraddizione. Se invece accetti l’amore, ti sembrerà difficile accettare la logica. Ma cosa ci puoi fare? Così stanno le cose. Non è un problema di scelte: così è fatto l’uomo e così funziona l’esistenza.

L’esistenza è un paradosso. E l’umanità ha sviluppato l’idea, folle e stupida, che l’uomo non deve essere un paradosso. Perciò, quando sceglie l’intelletto, distrugge i sentimenti, perché non sono in sintonia con l’intelletto. Ma che bisogno c’è che siano in sintonia? Oppure, quando sceglie i sentimenti, si trova in antagonismo con la logica e la ragione. Diventa superstizioso, perché ha paura che, se cedesse alla logica, dove andrebbe a finire la fede? La fede ne uscirebbe distrutta.

Io ti dico che non devi avere paura. Puoi accettare tutto; devi solo comprendere una cosa: la vita è un paradosso. E più sarai paradossale, più la tua vita sarà ricca. Se riuscirai a contenere le contraddizioni, sarai sconfinato; avrai in te una varietà, una molteplicità, conterrai tutte le dimensioni. E quella sarà la nascita reale dell’uomo.

L’uomo deve ancora arrivare, è ancora una promessa. Noi stiamo solo movendoci a tentoni, inciampando e barcollando, per far nascere l’uomo reale. L’uomo non è ancora nato, noi siamo nell’utero: ecco il perché di tanta ansia. E sembra che il giorno della sua nascita sia molto vicino: ecco il motivo di tanta crisi. Per la prima volta sta per nascere l’uomo; l’uomo nel senso della totalità e del paradosso. Nel senso della vastità che contiene le contraddizioni.

Un uomo dovrebbe essere un poeta e un amante e dovrebbe essere razionale e attivo. Un uomo dovrebbe essere tutto, senza che questo sia un problema. Di fatto se in te ci saranno contemporaneamente la logica e l’amore, la logica farà da sostegno all’amore e l’amore alla logica. La tua logica non si inaridirà mai, il nettare del tuo amore lo manterrà verde. I suoi colori saranno verde, rosso e oro. E se in te ci sarà la ragione, il tuo amore non diventerà mai folle, manterrà sempre una certa ragionevolezza; non ti porterà mai a degli estremi. Rimarrai nel giusto mezzo, equilibrato ed equidistante.

Non esiste un sentiero dell’intelletto, così come non esiste un sentiero dei sentimenti. L’interezza e la totalità sono i requisiti richiesti. Nulla al di sotto di questo potrà mai funzionare: devi affrontare il rischio di essere totale.

(Osho - da “ La canzone della vita”)

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22/03/2005
DESTRA SURREALISTA

Avrete sicuramente letto e sentito parlare dello sciopero della fame di Alessandra Mussolini. Una che, con un cognome così, può dire ciò che vuole… In effetti la nipote del Duce di strada ne ha fatta: dal cinema di serie B anni 80 al Parlamento della Repubblica delle Banane. E’ una specie di femminista di destra, e questo a mio parere non è il male assoluto. Non credo che il femminismo debba essere per forza appannaggio esclusivo della sinistra. Nonna Rachele era brava in cucina e nell’allevamento dei figli ma, a quanto pare, faceva paura a nonno Benito tra le pareti domestiche, matterello in resta. Altro che manganello, diciamoci la verità…

Ora, la questione delle firme false che ha buttato fuori strada il terzetto nero (soprattutto di rabbia) di Alternativa Sociale (Mussolini, Tilgher, Fiore)  ha davvero dell’ incredibile: c’è qualcuno che ha fatto firmare anche i morti. E morti non tutti di destra, se andiamo a scorrere qualche nome.

Siamo in pieno surrealismo. L’altro giorno, camminando per la mia zona vedo un camper pieno di manifesti targati Alleanza Nazionale; e fin qui niente di strano, anzi. Ma cosa c’era scritto sotto il premiato logo del partito di Fini? “Almirante”, ecco cosa c’era scritto. Quando Giorgio Almirante è morto me lo ricordo bene, si era verso la fine degli anni 80. Sono passati – ridendo e scherzando per modo di dire- 17 anni. E ora il vecchio leader defunto del M.S.I. viene a dar man forte al suo delfino  dall’aldilà o zone limitrofe o dal nulla, viene cioè a dare man forte da morto al leader vivo e vegeto di un partito che più democristiano non si può? Non mi stupisco più di niente ma non ci posso credere... Non ho voluto indagare. I  morti sono morti, oltretutto. E in fondo, a ripensarci bene,  è pur vero (anzi sacrosanto) che fu Almirante a volere Fini alla guida della segreteria del  partito, mentre lui ne diventava il presidente per quattro mesi prima della scomparsa, avvenuta nel maggio dell’88. L’ho però raccontato, di questo incontro coi manifesti del leader defunto, agli amici del bar, tutta gente incazzata nera con Berlusconi per varie ragioni che non sto qui a elencare, potremmo far notte e in fondo si tratta delle solite cose inconcepibili per un paese che si autodefinisce, con enorme faccia tosta, civile e democratico. Gli amici del bar, tutti distinti signori con un  pelo così sullo stomaco, non hanno fatto una piega: sono abituati a tutto, loro, anche perché, quasi tutti, sono più vecchi di me.

Alessandra, la pasionaria della destra diciamo così sociale, ha passato una settimana di passione scolandosi 6 cappuccini al giorno, che in fondo non dev’essere poi così male pensando anche al fatto che l’estate tutto sommato non è lontana e la prova bikini, di conseguenza, nemmeno. Zia Sophia Loren da Ginevra le raccomandava di stare su, che alla fine del tunnel del digiuno le avrebbe preparato “la genovese”, piatto tipico della cucina napoletana, il preferito della nostra fintabionda bionica romagnolputeolana. La quale è una che non scherza, di questo ne sono abbastanza sicuro. Buon - o cattivo- sangue non mente. Lei, ne sono quasi sicuro, pensa costantemente al nonno, a quando i treni arrivavano in orario, a quando la nonna metteva tutti in riga tra le pareti domestiche e a quando il nonno, per dare l’esempio durante la guerra sciagurata e mondiale nella quale s’era infilato sperando di farla franca (mica come Franco, insomma…) ai figli non sganciava nemmeno mezza tavoletta di cioccolato. Come si fa a darle torto? Si chiama Mussolini, mica Pannella: anche se ultimamente il Radicalmarco Nazionale è diventato il suo dietologo di fiducia.

E come si fa a non riderne? La destra di questo paese s’è ridotta a queste squallide piazzate, di cui quest’ultima è forse una delle più volgari, delle più assurde. Storace, che è più intelligente del vecchio e quasi omonimo Starace del fascismo (non ci voleva poi molto, a dirla tutta) pare che abbia giocato la sua partita truccata con tutte le sue carte false in mano. Magari con qualcuno che da sinistra gli teneva bordone per fare fesso il cartaio… D’altra parte il lider maximo della coalizione della nostra bella destra cosa fa, da sempre? Che  fa, l’uomo che non deve chiedere mai lo sconto? Il Robin Hood alla rovescia? L’espropriatore antiproletario?

Fini tempo fa ha fatto pace con gli Ebrei. Anzi, con Sharon siamo arrivati decisamente al “pappa e ciccia”. S’è calato sul tinto coppino la sua kippah d’ordinanza e chi s’è visto s’è visto. Il fascismo è stato un errore, anzi peggio. Peccato che il suo maestro, e qui torniamo ad Almirante, aveva condannato le leggi razziali già trent’anni fa o forse più. Ma, è ovvio, ciò che conta è fare le cose giuste al momento giusto e soprattutto con le persone giuste e al posto giusto.

E intanto io penso a quel maledetto camper con tutti quei manifesti di Almirante appiccicati su tutti i fronti. E nel 2005. E mi viene da ridere davvero amaro. E mi viene anche da pensare che, in poco meno di 20 anni, è proprio cambiato tutto. E io sono diventato un elettore della sinistra per disperazione: e forse di sinistra – anche se soltanto nello sgabuzzino elettorale- così è giusto diventare: per disperazione, per rabbia, per mai doma sete di giustizia. Se non si è dei “compagni in Jaguar”, beninteso, se non si è dei sussiegosi radical-chic da Dom Perignon Rosso, questo per me è chiaro come il bel sol dell’avvenire...

Non mi faccio illusioni nemmeno sulla sinistra, me ne guardo davvero bene; non so più dove posizionarmi politicamente da tanti anni; e la destra come l’ho sognata io da ragazzo non esiste più da almeno, guarda un po’, un ventennio... Anzi, è molto probabile che non sia mai esistita. S’è proprio trattato d’un sogno giovanile, si, è così;  è stata tutta un’illusione, anzi è stata proprio un’allucinazione. E’ però anche vero, a mio avviso, che quella destra targata M.S.I.,  che di difetti e di zone d’ombra ne aveva a caterve, che era indietro su di un sacco di questioni e “non rinnegava” le sue origini, era un partito che faceva pur sempre opposizione. Faceva ostruzionismo, combatteva a suo modo contro il sistema. Non era davvero poco, ripensandoci oggi. Un sistema, quello di allora, che somigliava tanto a quello attualmente in auge. Forse era un sistema un po’ meno impresentabile dell’attuale, ecco… Era fatale per certi giovani idealisti che maledettamente a ragione non credevano nella truffa (per non dire di peggio) del comunismo, e che disprezzavano  il democattolicume di regime,  andare a cercare un ideale rifugio “di protesta”nel M.S.I. Niente nostalgie, per quanto mi riguarda, sia ben chiaro: tanto meno per quel vecchio motto che snocciolava Almirante e che oggi mi suona piuttosto sinistro: “Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai”. Buono per un orgoglio giovanile tutto da costruire, in sostanza. Buono per i merli ignorantotti che eravamo.

Io invece credo tuttora nel teorema a prova di bomba di un altro vecchio uomo di destra, in fondo un moderato; uno che soprattutto alla fine della sua lunga vita un buon esempio di ragionevole anticonformismo ce lo ha pur dato, menando tra l’altro terribili fendenti in direzione Arcore, calci nelle palle che i signori della nostra cara, “amabile” sinistra non si sognano nemmeno di sferrare, impegnati come sono, tra un girotondo e l’altro, a far finta di esserlo, di sinistra. Parlo di Indro Montanelli: puoi fare qualcosa per te stesso solo in cabina elettorale; e là dentro turati il naso con tutta la forza che hai e vota per l’accozzaglia di lanzichenecchi meno orribile presente sulla piazza della nostra sciagurata politica.

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21/03/2005
PROPOSTE SEMISERIE DI RIFORMA COSTITUZIONALE

di Riccardo Ferrazzi  

Mentre i nostri massimi reggitori (e relativi reggicoda) di governo e di opposizione si affannano a discettare di premierato, cancellierato, presidenzialismo, ecc.ecc. io me ne sto doglioso e grave in riva al naviglio e penso che le uniche due riforme necessarie, per quanto minime, non si faranno mai.

Cominciamo da una questione di principio.

Una volta, il senato era tutto quanto di nomina regia. In Inghilterra esiste ancora la Camera dei Lords, dove entri solo se sei figlio primogenito di un Lord o se la Regina ti crea Pari del Regno. Sul continente, a partire dal 1848, a uno a uno, i re dovettero accettare la “volontà della nazione” e i Parlamenti divennero elettivi. Certo, prima di arrivare al vero e proprio suffragio universale l’operazione fu lunga e tormentata, ma se Dio vuole ormai ci siamo e ci resteremo.

Solo che 630 deputati e 315 senatori sono troppi. Negli USA sono rispettivamente 300 e 100, e gli Stati Uniti hanno una popolazione cinque o sei volte superiore alla nostra. Intendiamoci: non è una questione di demagogia. I Parlamenti costano, non c’è dubbio, ma anche dimezzandoli non salveremmo il bilancio dello stato.

Il fatto è un altro: un deputato che non conta niente, un peòn, cosa fa tutto il giorno ? Si dedica a “sveltire” le pratiche di quegli elettori del suo collegio che potrebbero votare per lui. Risultato: il parlamentare lavora non per lo stato, ma spesso contro lo stato, al solo scopo di rimanere lì per continuare a danneggiare lo stato.

Se fossero di meno, ognuno avrebbe cose serie di cui occuparsi e non avrebbe tempo per dedicarsi al sottogoverno. Starebbe nelle commissioni a lavorare e quando ne esce sarebbe così stanco da non aver voglia di andare neanche a Porta a porta o a Ballarò (e già questo sarebbe un risultato importantissimo).  

Se poi si eliminassero i senatori a vita, la Patria ne trarrebbe solo giovamento. Sono più di cinquant’anni che ne facciamo esperienza e mai una volta che siano serviti a qualcosa. Cinque o sei vecchi bacucchi (perché, ovvio, non si può mica nominare senatore a vita uno che rischia di campare ancora trent’anni !) che sputano catarro e arteriosclerosi starebbero meglio a casa loro, amorevolmente assistiti da una nipote zitella, decorati con le massime onorificenze della Repubblica e magari anche locupletati da una pensione pari allo stipendio di un senatore. Ma a Palazzo Madama, no.

Quanto agli ex Presidenti della Repubblica, altro che senatori a vita ! Propongo che al momento di deporre la carica si impegnino al silenzio più assoluto. Per chi si azzardasse a parlare, scrivere o apparire in televisione, propongo il taglio della lingua o l’internamento (a vita, questo sì) in un carcere di massima sicurezza.

L’altra faccenda che mi sta a cuore riguarda l’ordinamento amministrativo. Abbiamo comuni, province, regioni, uno stato e una simil-federazione. Non c’è dubbio che i comuni e lo stato siano necessari. Sulla necessità della UE si possono scrivere intere biblioteche; comunque ci siamo e uscirne sarebbe assurdo. Anche delle regioni sembra che non si possa fare a meno. Ma le province ?

Anche qui, intendiamoci: esistono funzioni specifiche attribuite alle province. Ma il motivo per cui debba esserci un controllo democratico diretto su queste funzioni, se mai c’è stato, oggi non esiste più. Le funzioni istituzionalmente attribuite alle province sono poche e insignificanti. Per controllare la manutenzione delle strade provinciali e dei licei è necessario chiamare il popolo a votare (seggi, schede, scrutatori, ecc.), eleggere un consiglio provinciale, una giunta e un presidente (macchine blu, indennità, viaggi, ecc.) ? Non è più semplice mettere la burocrazia provinciale sotto la responsabilità delle regioni ? Cos’hanno di diverso i licei della provincia di Varese rispetto a quelli della provincia di Mantova ? Sono così lontani i capoluoghi regionali da non assicurare il controllo democratico sull’asfaltatura del tratto Spotorno-Noli della S.P. 1 ? Date retta: abolite i consigli provinciali e dopo un anno non vi ricorderete più nemmeno cosa erano e se mai sono esistiti.

Poi, per amor del cielo, la provincia non sparirà. L’Aci e il Ministero dell’Interno continueranno a organizzarsi come meglio credono. Le targhe saranno sempre su base provinciale; i Prefetti, figuriamoci, resteranno. Sparirà soltanto un’elezione della quale in realtà ai cittadini non frega niente, se non per il gusto festivaliero o derbystico o paliodisienistico di vedere chi ha vinto.  

Postato da: markelouffenwanken a 12:01 | link | commenti (15)

UN CALOROSO APPELLO...

(Ricevo e pubblico. M.U.)

di Gianni Biondillo

 

Carissimi,

Se non volete farlo per me fatelo per Pietro Cheli, che la sera di mercoledì 23 marzo parlerà del mio nuovo romanzo.

Se non volte farlo per lui fatelo per Roberto Barbolini, che, quella sera alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, dirà la sua.

E se non volete farlo neppure per lui, fatelo per Gigio Alberti che dalle 18.00 leggerà alcune pagine del mio romanzo.

E se non volete venire neppure per lui, be'... fate un po' come vi pare!

 

Saluti e baci,

Gianni.

Postato da: markelouffenwanken a 11:57 | link | commenti (11)

20/03/2005
YARDBIRD SUITE

di Rififi

 

(Prendo di peso dal suo omonimo blog – tra i miei link- e pubblico con il consenso dell’autore questo a mio avviso bellissimo e recente pezzo di Rififi sull’immenso Charlie Parker, scritto in occasione dei 50 anni dalla sua prematura scomparsa. Buona lettura. M.U.)

 

Ha suonato tre sax: un King super 20, un Conn 6m "Naked Lady" e persino un sax di plastica Grafton.
Suonava il contralto, una volta provò un tenore, ma gli venne strappato di mano da Ben Webster; non si suona così un tenore, no problem, il suo strumento non è il sax, è lui stesso, ma suonò, da allora, sempre il contralto.

"CHARLIE PARKER
assomigliava a
Buddha
CHARLIE PARKER
che è morto da
poco, sorride a
un gioielliere alla Tv
dopo settimane
di dolore
e di malattia
Lo chiamavano
il musicista perfetto
e l'espressione sul suo
viso era calma, bella e
profonda come
l'immagine del
Buddha"

(Jack Kerouac 1959)

Il musicista perfetto, lo davano per rivoluzionario del jazz, ma lui era il jazz, è il jazz.
"Bird lives" si scriveva sui muri poco dopo la sua morte, lo scrissi anch'io, in bomboletta blu, ventotto anni fa.
Lo chiamano "Bird", ma il nick vero è "Yardbird", pollastro; si era guadagnato quel nomignolo quando aveva trovato un galletto e se lo era tenuto nelle camere degli alberghi pulciosi per tutta una tournè; Yardbird, a chi non lo conosce è difficile raccontarlo.
E' insieme l'alibi e la tomba del moderno saxofonista, "era pazzo", "nei suoi temi c'è l'alfabeto del jazz", ne ho sentite d'ogni su di lui, ma quello che fece fu di mettersi in gioco totalmente, musicalmente e umanamente intendo, si trascinava dietro un fallito di talento, Miles Davis, amava e odiava il Maestro e amico Dizzy Gillespie, che non lo seguiva nelle sue visite al lato oscuro, ma, diceva, è l'unico che può capire veramente quello che suono.

Gli aneddoti su Charlie Parker sono simili a luoghi comuni, si dice ad esempio che se ci fossero le royalties sull'improvvisazione tutti i musicisti jazz dovrebbero pagargliele indipendentemente dallo strumento che suonano, non conosco nessuno di cui si possa dire la stessa cosa e nessuno che andrebbe esentato da questa decima.
E' vertiginoso, tocca tutti i tasti dell'anima, mai si ha l'impressione che sia dominato dalla tecnica, ha la freschezza di un bambino e la sottigliezza di un serpente affilato, dolcezza e precisione infallibile, "impara lo strumento, poi dimenticalo e suona" diceva.
Un petto scoperchiato che spara le macerie del cuore in ritmi perfetti, in stringhe armoniche senza fiato, scivola come una lontra dove molti arrancano su pendii impossibili, gioca dove tutti lavorano per anni, trova dove tutti cercano.
E' l'oriente e l'occidente, l'Africa e la grande mela, nato a Kansas City, da li venivano i "duri" ma non è un duro, Bird, non è niente, è solo il suo suono.
Non c'è biografia, qualche aneddoto soltanto, Chan moglie amata che lo amava, ma amava Charlie Parker, Yardbird, amava un suono insieme all'uomo.
Dire che era un drogato è inesatto, è meglio pensare che rimosse, smantellò tutto quello che non serviva, che passò il suo suono e il cuore nel crogiuolo Hipster al calor bianco traendone tutto l'oro, la luce e la tenebra.
Si ricorda di solito la lezione più grande che i mister muscolo dell'attuale jazz non vogliono sentire, l'incisione di Lover man per la Dial, cui seguì uno degli innumerevoli ricoveri; la voce cola sangue, la rima sonora canta un singhiozzo, a un tratto gli senti la nostalgia di stare bene, di essere felice; a tradimento fu registrata, solo per il piccolo cinismo di una persona che lo amava  possiamo ascoltarla.

Postato da: markelouffenwanken a 13:43 | link | commenti

19/03/2005
DIVERTIMENTO

di Anna Setari

Quel traffico che senti brulicare
sommesso nella notte dentro i muri
dietro gli armadi o sotto gli scaffali
non sono topi nè altri clandestini
animaletti ch'abbiano i loro oscuri
nidi lungo i cunicoli in cui i fili
si snodano della corrente. Dice
più d'uno che siano gli insistenti
larvali andirivieni dei defunti
in cerca di lor cose nei cassetti.
Ma giudicando dalla somiglianza
col sordo scricchiolar delle mie ossa
in quei piccoli schianti riconosco
il quieto fervore con cui avanza
la volontà d'inerzia delle cose.

Postato da: markelouffenwanken a 12:17 | link | commenti (9)

LA RESTAURAZIONE

Sempre a proposito di Antonio Moresco, invito alla lettura del suo pezzo "La restaurazione" su Nazione Indiana. Da meditare.

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L'INSURREZIONE - DI A.MORESCO

lunedì 21 MARZO 2005, Ore 21
Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11 – 20123 Milano

Quarto appuntamento di Nazione Indiana al Teatro i
L'INSURREZIONE

di Antonio Moresco

Lettura scenica della sceneggiatura inedita per un film sul Risorgimento di Antonio Moresco.

Voce dell’autore.
Musica di Giuseppe Verdi.

Ingresso gratuito su prenotazione 02.58319484 / info@teatroi.org
Il teatro ha capienza limitata; è consigliabile la prenotazione (al telefono o via e-mail).
Tram 2, 14 – MM 2 S.Agostino, Porta Genova – bus 94.

 

Postato da: markelouffenwanken a 09:21 | link | commenti

18/03/2005
LETTERA A CHARLIE

 

 9 Marzo 2005

 Caro Charlie,

 fanculo, ti rendi conto che sono undici anni che stai lì sottoterra? Noi qua, quelli che stanno sopra, incominciamo lentamente a dimenticarci di te. Te lo dicevo che non ti conveniva morire. Ma tu no. Sempre di testa tua.

Quando avrò finito questa lettera magari non te le spedisco, magari la brucio, bevendoci su un bicchiere di Montepulciano (anch’io faccio delle eccezioni alle regole di tanto in tanto). Se li hai fregati e sei capitato in cielo (ma forse in questo caso sono stati loro a fregare te!), ti beccherai le esalazioni del fumo, i ghirigori che salgono su, la densità del niente; se invece ti ritrovi ad abbrustolirti le chiappe all’inferno (come credo fosse tuo desiderio e convinzione) confido nella comunicazione tra fuochi.

C’è stato un periodo della tua vita, caro il mio Charlie, che non facevi altro che bere, ti sbronzavi, vomitavi e ricominciavi. Allora non avevi una casa e stavi in giro cincischiandoti nei pub, facendo il pieno tutta la notte. Di giorno andavi in biblioteca e schiacciavi un pisolino. Nel tardo pomeriggio, dopo il caffè alle macchinette, davi un’occhiata ai libri, a volte un manuale di teologia o un saggio di matematica. Mi ricordo di quando t’eri fissato con la geografia e l’ortopedia. Poi hai scoperto John Fante. Eri euforico appena cominciasti a leggerlo, ti piacque un casino e così, la decisione di riprendere a scrivere. E ci hai dato sotto con le poesie, i racconti, qualche romanzo, cazzi, fighe, cavalli, dollari, puttane, vino.

E sei diventato famoso, Charlie, sei diventato il signor scrittore Charles Bukowski. E io, ah, Charlie, quanto t’ho imitato, sempre a spappolarmi il fegato, a sputare l’anima, un bicchiere dietro l’altro. Poi ho capito che non sarei diventato come te, nonostante le notti insonni, il vino e John Fante. E ho lasciato perdere. Scrivevo solo stronzate. Ma non forti come le tue.

Adesso vado a letto alle nove di sera, faccio yoga e mangio tanta insalata.

E sono ancora vivo, caro vecchio Charlie, mentre tu schiattavi undici anni fa. Chi ha fatto meglio?

Ovunque tu sia, questo goccio di Montepulciano, prodotto con uva biologica, è alla tua. Stammi bene, Charletto.

Vins Gallico.

Postato da: markelouffenwanken a 13:10 | link | commenti (16)

17/03/2005
CALIFFO 1-2

 ( Il Califfo mi piace da tempi non sospetti. Cioè da almeno 25 anni... Pubblico i testi di due sue canzoni secondo me molto belle - la prima è forse la sua più famosa. M.U.)

TUTTO IL RESTO E' NOIA
Si, d'accordo l'incontro
un'emozione che ti scoppia dentro
l'invito a cena dove c'è atmosfera
la barba fatta con maggiore cura.
La macchina a lavare ed era ora
hai voglia di far centro quella sera
si d'accordo ma poi…
tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia,
maledetta noia.
Si, lo so il primo bacio
il cuore ingenuo che ci casca ancora
col lungo abbraccio l'illusione dura
rifiuti di pensare a un'avventura.
Poi dici cose giuste al tempo giusto
e pensi il gioco è fatto è tutto a posto
si,d'accordo ma poi...
tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia,ma noia, noia,noia
maledetta noia.
Poi la notte d'amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio.
La prima sera devi dimostrare
che al mondo solo tu sai far l'amore
si, d'accordo ma poi…
Tutto il resto è noia
no,non ho detto gioia
ma noia,noia, noia
maledetta noia.
Si d'accordo il primo anno
ma l'entusiasmo che ti resta ancora
è brutta copia di quello che era
cominciano i silenzi della sera
inventi feste e inviti gente in casa
così non pensi almeno fai qualcosa
si, d'accordo ma poi…
Tutto il resto è noia,
no, non ho detto gioia,ma noia,noia,noia
maledetta noia.
 
 
SULLE DITA DI UNA MANO
Che uomo è, chi si perde in una tazza di caffè
chi ti attacca e si nasconde
se lo cerchi per chiarire lui non c'è.
Ma è un uomo chi nella vita a far la coda non ci sta
è un uomo chi sa pagare il prezzo della libertà.
Si contano...
sulle dita di una mano, quelli che fanno sul serio
senza tanti santi in cielo, sono pochi per davvero
sanno cosa c'è... e sempre i perché.
Tutti in una mano questo conto lo fai svelto
li conosco bene, ogni dito ha un nome e un volto
per fortuna che qualcuno ce n'è.
Che amico è, uno che non si fa in quattro anche per te
se sparisce per dei mesi, ma la sua finestra è accesa e sai che c'è.
Ma che donna è, se hai bisogno e allora lei non è con te
che donna è, se continua a bruciar terra intorno a te.
Si contano...
Sulle dita di una mano, quelle che ci sanno fare
quelle brave da morire, che ti fanno innamorare
donne come te, qualcuna ce n'è.
Tutti in una mano, quelli che mi sono amici
stretti in una mano i momenti più felici
una mano che non aprirò mai.
 

 

Postato da: markelouffenwanken a 15:39 | link | commenti (19)

16/03/2005
L'HOMO DEMENS

di Lorenzo Galbiati

Che cos’è la natura umana? Quali sono i tratti fondamentali che contraddistinguono la comparsa dell’uomo sulla Terra? Un’ipotesi di risposta è in questo mio patchwork compiuto su  un libro di Edgar Morin, “Il paradigma perduto”, Ed. Feltrinelli.

 

Contrariamente all’opinione comune, vi è meno disordine nella natura che nell’umanità. Il regno dell’Homo sapiens corrisponde a un massiccio aumento dell’errore all’interno del sistema del vivente. Ciò che caratterizza sapiens non è una maggiore razionalità, non è una diminuzione dell’affettività a favore dell’intelligenza, ma al contrario è una vera e propria eruzione irrazionale e psico-affettiva. L’uomo non soltanto si fa realisticamente cosciente della morte, ma rifiuta la morte, la supera e la risolve nel mito e nella magia. Il sogno notturno diventa polarizzato secondo ossessioni permanenti, si fa selvaggio e disordinato, e si confonde con stati della veglia; nascono i fantasmi. Compaiono il sorriso, il riso e le lacrime, che  sono in  relazione con l’attitudine di sapiens da un lato al piacere, all’ebbrezza, all’estasi e dall’altro alla rabbia, al furore e all’odio. La violenza, circoscritta negli animali alla difesa e alla preda del cibo, si scatena nell’uomo gratuitamente.

L’eros, che nei primati è ancora circoscritto al periodo fecondo, pervade nell’uomo tutte le stagioni, tutte le parti del corpo e alimenta anche le attività intellettuali più sublimi. La verticalizzazione del corpo rende anatomicamente possibile la congiunzione frontale – senza dubbio da subito sfruttata da sapiens. Muovendo dall’amore frontale si sono sviluppate caratteristiche erogene attrattive quali le labbra prominenti, i seni turgidi, il pene grosso e ciò senza che la zona posteriore venga sacrificata, poiché le natiche, piene e carnose, calamitano l’attenzione e le mani. Inoltre, e sebbene vi siano in questo campo grandissime variazioni individuali, forse anche etniche, l’orgasmo risulta, in sapiens, molto più violento e convulso che nei primati in generale; la donna prova un piacere profondissimo e spasmodico. Nelle società arcaiche come nelle società storiche troviamo la ricerca, il tentativo di raggiungere stati di ebbrezza, di parossismo, di estasi che talvolta sembrano unire il disordine estremo nello spasimo e l’ordine supremo nella pienezza di una integrazione con l’altro, la comunità, l’universo. Sarebbe impossibile concepire un’antropologia fondamentale che non facesse posto alla festa, alla danza, al rito, alle convulsioni, alle lacrime, al godimento, all’ebbrezza, all’estasi.

Di conseguenza si palesa la faccia dell’uomo nascosta dal concetto rassicurante e distensivo di sapiens. È un essere dotato di un’affettività intensa e instabile che sorride, ride, piange, un essere ansioso e angosciato, un epicureo ante litteram, ebbro, estatico, violento, furioso, incline ad amare, un essere che conosce la morte e che non può crederci, un essere che secerne il mito e la magia, un essere posseduto dagli spiriti e dagli dei, che si nutre di illusioni e di chimere, un essere soggettivo i cui rapporti con il mondo oggettivo sono sempre incerti. E nello stesso modo che chiamiamo follia il congiungersi dell’illusione, della mancanza di misura, dell’instabilità, dell’incertezza tra reale e immaginario, della confusione tra soggettivo e oggettivo, dell’errore e del disordine, siamo costretti a vedere l’Homo sapiens come Homo demens. Lo sviluppo impetuoso dell’immaginario, le derivazioni mitologiche e magiche, le confusioni della soggettività, la moltiplicazione degli errori e la proliferazione del disordine lungi dall’essere un handicap per l’Homo sapiens-demens, sono al contrario legati al suo prodigioso sviluppo e alla sua affermazione.

L’uomo è folle e savio. La vita umana comporta l’errore. L’ordine umano comporta il disordine.

Postato da: markelouffenwanken a 12:00 | link | commenti (32)

15/03/2005
UTENTI ANONIMI

Poche righe per fare sapere agli internauti dall'anonimato facile che d'ora in poi cancellerò qualsiasi commento (e sottolineo qualsiasi) che si presenterà con la dicitura "utente anonimo". In varie occasioni ho pregato di apporre perlomeno un nick ai commenti. Non pretendo, come amministratore di questo blog, di conoscere l'identità di quanti hanno voglia di commentare i pezzi. Ma se io chiedo ripetute volte e con civiltà di mettere almeno un nick, e qualcuno non lo fa, allora a me questa pare una mancanza di rispetto. Esagero? Puo' darsi. Ma dall'Uffenwanken si procede in questo modo. D'ora in poi, i commenti anonimi li butto fuori a calci.

  

Postato da: markelouffenwanken a 14:07 | link | commenti (12)

14/03/2005
LA CULTURA SOTTILE E IL LABORATORIO BIONDILLO

(Al posto di una recensione)

di Jacopo Guerriero

La tradizione paraletteraria italiana, a partire dai giganti Collodi e De Amicis, è storia di una «cultura sottile» ovvero di un rapporto  problematico con i media. In principio furono gli autori della nobilitazione del genere di massa stesso, attraverso l’utilizzo di contenuti forti filtrati da una lingua semplice e disposta alla divulgazione. Poi venne l’accettazione del linguaggio seriale, che ha condotto alla costruzione di veri e propri laboratori di ricerca che non hanno mirato all’elevazione in un mercato nobile dei diversi media, ma all’intercettazione del gusto del pubblico. La via italiana al fumetto è un buon esempio. Più ancora lo sono quelle parodie dei classici –condotte non in chiave critica, ma comica- svolte da molti fumetti nati tra gli anni cinquanta e sessanta.  Può essere utile, parallelamente, osservare come anche gli scrittori  impegnati nella produzione di massa, nel nostro paese, non sentano affatto il rapporto tra tradizione e superamento della stessa nei termini di uno scontro. Quello che voglio dire è che sono stati pochissimi gli scrittori italiani capaci di «spaccare il genere».  Al contrario l’origine del loro lavoro è spesso un gioco d’invenzione inteso come la rivisitazione costante di meccanismi noti, individuati a partire non solo dalla sensibilità dei lettori - condivisa dall’autore in uno scambio democratico -, ma proprio dalle regole e dall’impronta che i differenti media adottano di volta in volta. Ovvio che l’annullamento del confine tra avanguardia e consumo non possa essere  il punto di partenza del lavoro. Il punto di partenza per questi scrittori è l’individuazione di un repertorio classico nel presente, il salto a scoprire i rimandi con il passato, la volontà di leggere nella realtà circostante la conferma di una tradizione. La grande tradizione “leggera” italiana.

Con questa chiave interpretativa si possono chiamare in causa gli ultimi sessant’anni di una «produzione artigianale» poi collocata nell’industria culturale: penso all’avanspettacolo prima e alla commedia dei mostri poi, a Totò e a Sergio Leone, a Hugo Pratt e ai fumetti Bonelli. Si inscrive in questa logica anche uno dei più grandi romanzieri che l’Italia abbia prodotto: Emilio Salgari. C’è poi chi continua in questo solco.

Michele Ferraro è il personaggio seriale di marca hard boyled nato dalla penna di Gianni Biondillo. Proprio in questi giorni è uscita per Guanda la nuova puntata della  saga: Con la morte nel cuore. Il nostro eroe è un poliziotto, ma naturalmente sarebbe meglio definirlo un poliziotto border line. Sempre in dissidio con la sua professione, è tristemente divorziato ma non redento neppure da un disincanto di facciata per figlia e moglie. Senza mediazioni, quando le circostanze lo richiedono il nostro non esita a mettersi contro la legge per aiutare gli amici. Anche la sua estrazione sociale è un po’ stridente: figlio di un malfamato quartiere di Milano, non appena ne esce si sente paurosamente a disagio.

Due peculiarità mi sembrano poi centrali nel carattere dell’ispettore Ferraro: alla faccia del suo triste lavoro egli possiede un’intangibile «visione delle cose»  a favore degli ultimi (il suo migliore amico si chiama Mimmo o’animalo e fa il contrabbandiere). Più importante ancora mi sembra il fatto che  le storie di cui si ritrova ad essere protagonista sono storie «aperte». Sarebbe improprio parlare di Biondillo come di un giallista o di un noirista. I generi, nei due romanzi che lo scrittore ha pubblicato, vengono fatti ruotare attorno alla figura di Ferraro con una estrema libertà. Si trova di tutto, non solo il giallo o il noir: ma anche il western, l’avventura, lo spionaggio…    

Il lavoro di scrittore che fa Biondillo accetta dunque con disponibilità la natura massiva del genere, avviando nel contempo una sperimentazione il cui fine -riuscito- è l’intercettazione del gusto del pubblico. Per ricollegarci al discorso relativo alla nostra tradizione paraletteraria possiamo passare per un accostamento celebre: Tex Willer. Una figura che con Ferraro ha sorprendenti analogie. E’ un ranger ma è soprattutto un amico degli indiani. E’ l’uomo che ha preso la stella dopo un passato da criminale, figura controversa, dunque, proprio come Ferraro al centro di un mosaico che definire western sarebbe follia: bisogna chiamare in causa, al contrario, tutta un’enorme paraletteratura di massa, le radici del cinema horror, una serie di riferimenti infinita..

Se gli scenari sono diversi le due figure sono allora vicine: quello che fa di Biondillo e Bonelli due autori è prima la ricezione di un’intera tradizione leggera e poi la sua messa in questione nel loro diverso presente. Lo sforzo d’innovazione si colloca all’interno di un processo enorme, consolidato e diffuso. C’entrano anche suggestioni romantiche (in senso lato) e una fame di narrazione –le cui regole vengono sempre  rigidamente rispettate- che nel nostro paese continua a non venire meno. Nei libri di Biondillo, peraltro, ci sono addirittura personaggi presi di peso dalla tradizione. Per tutti conviene citare la spalla preferita dall’ispettore Ferraro, il tassonomico Augusto Lanza –un ibrido tra Groucho Marx e il principe De Curtis- che permette all’autore di recuperare tanta comicità non sense, così fortunata dal dopoguerra ad oggi.

Si può fare anche di più, oggi diversi romanzi minacciano di far risorgere l’infinita polemica sui generi. Ma merita grande rispetto l’arte complessa della variazione, l’immaginazione solerte che produce -più che fatti- portentose citazioni.    

 

Postato da: markelouffenwanken a 11:47 | link | commenti (14)

12/03/2005
I PUNTUTI

di Missy

(Un gustoso pezzo di Missy, dalla Sicilia con furore – tra i miei link. Sui puntuti. Chi sono i puntuti? Lo scoprirete solo leggendo. Buona lettura, dunque. M.U.)

Ci sono uomini puntuti di petto che si avvicinano alla donna procedendo dritti dritti. Bisogna immaginare, per esempio, la stanza del mio studio, una porta chiusa alle loro spalle, io in piedi accanto alla mia scrivania a braccia conserte e questo uomo puntuto di petto che avanza monogranitico.

Questi uomini hanno qualcosa di uccellesco nel piglio e nello sguardo a tuttotondo, ma, di più, sono a blocchetto di muratura e quando vogliono provarci (cosa che fanno a tutti i costi, anche contro le intemperie) li riconosci dal caratteristico passetto, che è sinonimo di una solida costanza interiore: due sole falcate calcolate e raggiungono la donna. Si pongono davanti e camminano rigidi nella loro incrollabile volontà. Magari fanno pure un sorriso, il sorriso della vicinanza, quello che dovrebbe far crollare la resistenza, o renderli più simpatici. Per la maggior parte, hanno un corpo squadrato ed usano completo giacca e cravatta che acutizza la famosa rettangolarizzazione del professionista cinquantenne.

Descrivo il loro incedere, lasciando per scontata la malafigura che riportano a casa (quella è ovvia). Non parlo infatti di come vengano sistematicamente scaricati all’indietro, senza neanche che ti tocchino, bruciati dallo sguardo a scossa elettrica prodotto dai miei sensori di aggressione posizionati dietro questi occhi grandi, uno special-bonus ad effetto devastante che fuoriesce in un nanosecondo dalla mia freddezza imperiale. Sono automatismi congeniti alla mia natura notoriamente molto snob e davvero antipatica e selettiva in quanto alla scelta dell’uomo in sé.

Vorrei invece parlare del loro procedere e del loro retrocedere. Così come avanzano dritti dritti, così retrocedono dritti dritti senza girarsi, a movimento retrattile. Della serie: ci ho provato e torno indietro.

Sembrano armadi con le rotelle: in altre parole, il corpo non si adagia all’ondulazione naturale dell’anca che asseconda il passo, il braccio non si piega lievemente come quando l’intera struttura è in movimento, il collo non avverte la flessione sottile del torace. Sono rigidi come l’armadio della nonna, quello pesante e scuro, tenuto sempre chiuso. Lo metti sul muletto per farlo scorrere e tutto quello che è dentro deve assolutamente rimanere intatto (matrimoni, figlioli e conto in banca): così si muovono gli uomini dal petto puntuto in avvicinamento continuo e perpetuo verso la donna da conquistare. Sono sicura che se ci fosse una caccolina a terra, la calpesterebbero senza neanche notarla sotto la pianta dei piedi, io che sono così sensibile se una pieghetta delle autoreggenti fa il minimo capriccio. Ovviamente, una tal energia robotica deve supporre l’assoluta mancanza del dubbio personale.

E su questo vuoto esistenziale, appena uscito dalla porta, si impianta la mia puntuale domanda: “Ma dove credeva di andare, questo qui?”.

 

Postato da: markelouffenwanken a 11:51 | link | commenti (19)

11/03/2005
EDITORIALE (?)

Mi sono rotto le palle di leggere la cronaca, la politica estera e interna, lo sport. Mi sono rotto le palle di leggere romanzi, saggi, discussioni, forum. Mi sono rotto le palle di scrivere. Mi sono rotto le palle di leggere ciò che ho scritto. Mi sono rotto le palle dei blog. Mi sono rotto le palle di tutto ciò che ha a che fare con la parola scritta, letta, detta.

Perciò sto  zitto per venticinque minuti e poi vado avanti lo stesso.

Postato da: markelouffenwanken a 17:38 | link | commenti (10)

POESIA NR.23.567 SU TUTTO E NIENTE

di Culver Beckenstein

Mangio sui prati uova caduche, uova depresse

io mangio l’amore con dovizia di particolari

erotici;

e le briciole dell’amore mi sopravanzano

e m’avanza poi nel petto una crosta di pane intera.

Il sole fa i capricci tra i comignoli industriali

mentre il sereno è una strana canzone, cantata

da un passante sdentato.

Vago nel buio indifferente che si staglia

dinamico e idraulico- nel silenzioso e opaco

fastidio di Chicago, nel mare delle ipotesi.

 

 

Nello stagliarsi cereo delle minutaglie assaltate

dal pensiero, io credo di vivere:

ma piango miseria con messaggi

elettronici.

Mi minaccio.

 

 

Che vuol dire vivere? L’ho chiesto a una nullità

all’alba, era stesa alla stazione, contro i respingenti d’un treno

 

 

e con un coltello

piantato in una schiena senza nome.

Non poteva rispondermi che

 

 

con un silenzio giallo come un ghigno molato.

 

 

Separati da te stesso fin da quando nasci e fin che puoi, questo

mi diceva il maestro Hopper; sii vivo, dimentica le

paterne certezze, sii uomo, sii persona, sii aquila

o falco o almeno rondine;

ma sii.

 

 

Mangiai cuori di nebbia per tutto il tempo

che credevo potesse servirmi; ma questi cuori

modellati con  curve paraboliche

mi ferivano nell’orgoglio;

s’era ammaccato tutto. E venne l’onda malevola,

e mi salvai per poche gocce

dal prodigio nero dell’onda malevola.

Stendo i panni dopo il diluvio. Sono vivo

o sono morto;

non so, devo vedere

dove sta scritto.

Postato da: markelouffenwanken a 12:06 | link | commenti (12)

10/03/2005
MA LE DONNE NON SI SENTONO PRESE PER IL...?

 

 

 di Riccardo Ferrazzi

 (Il ritorno di Ferrazzi. Lancia in resta. E polemico, come sempre. E chirurgico. Barnard gli farebbe un baffo, insomma. Buona lettura. M.U.)

Marco Travaglio, un giornalista più abile a far parlare di sé che a partorire analisi accurate o diagnosi impietose, se l’è presa con Ritanna Armeni accusandola (cito a memoria) di stare accucciata sulle ginocchia di Ferrara per tenergli ferma la vittima mentre lui mena.

Dichiaro subito che a me la Armeni sta simpatica (e se si chiamasse Annarita lo sarebbe ancora di più, ma pazienza) e, da come ho esordito, credo sia chiaro che Travaglio mi convince poco. Quindi, in una certa misura, sono prevenuto in favore della Armeni.

Però la sua reazione alla frase di Travaglio mi ha lasciato interdetto. Ma come ? Uno ti accusa di essere appiattita sulle posizioni di un noto eretico come Ferrara e tu fai finta di prendertela per la questione dell’accucciata sulle ginocchia ? Parliamoci chiaro: o sei una zitella stizzita (e non credo), oppure ciurli nel manico.

Se io ti chiamo “puttana eretica”, tutto quello che sai rispondere è che il mio linguaggio è scurrile ? No, qui i conti non tornano. Io guardo Otto e mezzo ogni volta che posso e credo di aver diritto a sapere come stanno le cose: Armeni, facendo uso della sua intelligenza, libertà di giudizio, cultura, ecc.ecc. si riconosce sulle posizioni eretiche di Ferrara o no ? Fino a che punto è contagiata dal “governismo” bertinottiano ? E, domanda da $ 1.000.000, a questo si è ridotto il femminismo, a fornire scappatoie per divincolarsi dalle accuse che (forse) colgono nel segno ? 

 Che ne pensano le donne di questo modo di fare gesuitico ?    

 A scanso di equivoci, dico subito che, a mio modestissimo parere, le posizioni eretiche sono più interessanti e feconde di quelle ortodosse, e quindi, sempre secondo me, se Armeni si convertisse al Ferrara-verbo forse ci guadagnerebbe. Ma siccome sono certo che l’idea stessa le ripugna, mi ritengo in credito di una precisazione: dica la Armeni cosa la accomuna a Ferrara e cosa la divide da lui.

 

Postato da: markelouffenwanken a 17:10 | link | commenti (24)

09/03/2005
LEGGEREZZA

Sono un fioeu de campagna. Anche se sono nato in una specie di metropoli, anche se nella metropoli ci sono invischiato da sempre, mani e piedi, orgoglio e pregiudizio, ragione e sentimento, tra le cime tempestose della pianura padana e... via col vento. (Vento caldo, dell'estate, che non mi porta mai via perchè il vento caldo della metropoli è statico come una statua di Giada, nel senso che Giada è una scultrice, ma questa è un'altra storia).

Ieri ho pubblicato (fanculo al termine "postato", per una volta) una domanda realmente fatta, quand'io non ero ancora nato, I guess,  dal grande editore Angelo Rizzoli al Federico il Grande del nostro cinema, della nostra arte sparata con orgoglio in tutti i continenti. Nei commenti l'argutissimo Toporififi ieri parlava di leggerezza di quei tempi andati (che in realtà la maggior parte di noi non ha proprio vissuto perchè eravamo morti, nel senso che quando non sei ancora nato è come se fossi morto, cioè non esisti, ma questo è un discorso che un non filosofo come me non si azzarda a protrarre).Si, parlo della leggerezza della Dolce Vita, che poi così leggera, quella dolce vita, non era, e quel capolavoro assoluto del cinema mondiale lo mostra (non lo dimostra, l'arte mostra). Dove voglio andare a parare? Al fatto che manca, un po' dappertutto, la leggerezza. La leggerezza degli spettacolini televisivi è una leggerezza non solo forzata, ma violenta. E' una leggerezza di cartapesta vetrata, di cartapesta di legno e terriccio lanciato verso le nostre teste che ci investe tutti i giorni fino agli occhi. Ci sono le eccezioni, e non crediate che io sia un passatista: ma se vedo (magari videoregistrata) una puntata dell'ultimo Arbore, rivedo, risento, ricomincio a rivivere la leggerezza intelligente. Non il sussurro, non il bisbiglio minimale, non un'ennesima versione di una specie di  crepuscolarismo antispettacolare: rivedo e risento e riprovo in me la realizzazione della Grande Possibilità dell' Intellettuale: quella di essere profondo con leggerezza. Ecco- anche- perchè amo la Francia. Ma insomma: la letteratura, l'arte in genere, è anche bene (per il mio gusto) che colpisca duro, e senza mezzi termini. Io amo le storie forti, come amo la bistecca con l'osso e la birra scura e i sigari cubani. E il whisky, ma di quello buono. In giro leggo e sento poca leggerezza, comunque. Se io m'impegno in cose pesanti, cose tipo la vita (che spesso, troppo spesso, è pesante, e non sto a dirvi perchè, non voglio farvi perdere tempo con cose che Lapalisse definirebbe delle cazzate) ho bisogno - soprattutto perchè l'impegno e la fatica di vivere fanno parte del mio fardello - di ammorbidire ammorbidendomi. Ho bisogno di canzoni intelligenti (quelle che fanno cantar tutta la gente...) tra Pascal, Kierkegaard, la visione di un quadro di Munch (uno qualsiasi, Munch era un genio), la lettura di Proust, di Musil, di Pynchon, di De Lillo, di Dino Campana, di Cesare Pavese, di Gadda, di Testori, di Pasolini, ecc. Ho bisogno di Cristian De Sica per poi poter affrontare al meglio Kiarostami. Per rileggere Kafka devo prima ascoltare Bruno Martino (E la chiamano estate) o Franco Califano (a parte il suo pezzo per Sanremo tiromancinesco - orribile). Per entrare a viva forza nel mondo estremamente tormentato di Gustav Mahler devo poi, necessariamente, leggere Sanantonio. Simenon no, lui era troppo duro, con Mahler il cocktail diventa un Negroni sbagliato: provare per credere, come mantricamente diceva quel fine intellettuale aiazzonico di Guido Angeli. Alto e basso (e l'alto quanto è alto, e il basso quanto è basso, poi?) mi devono stare a pennello come un bel vestito, un bel completo rigorosamente senza cravatta (odio da anni le cravatte). Voglio la leggerezza in tutto, anche nella tragedia.

Postato da: markelouffenwanken a 14:10 | link | commenti (20)

08/03/2005
UNA DOMANDA DA UN MILIONE DI RUBLI

"Ma quel Tolstoj lì, l'è sempre il Dostoevskij?!"

(Angelo Rizzoli a Federico Fellini)

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07/03/2005
GLI ATEI

di Riccardo Ferrazzi                                                      

Mentre su Nazione Indiana c’è chi lancia un appello in favore dell’ateismo (e c’è anche chi si preoccupa e gli scrive, no, guarda che sbagli, ecc. ecc.) sta per scadere il duecentoventiquattresimo anniversario della prima edizione di un libro che, fra pochi eletti (a quanto pare) gode ancora di una certa rinomanza.

  L’aveva scritto un professore di Koenigsberg, un tizio che, umanamente, do-veva essere un rompicazzo di prima categoria. Tanto erano acute le sue idee quanto lui era incapace di esporle con un minimo di chiarezza. Ma a quei tempi i lettori avevano le palle quadre e non facevano filosofia con i sentimenti.

  In quel libro pubblicato a Riga nel 1781 c’erano molte cose rivoluzionarie. In particolare ce n’era una a proposito di Dio: l’autore DIMOSTRAVA che non è possibile DIMOSTRARE che Dio esista o che non esista.

  Naturalmente, tutti rimasero scioccati dalla prima parte. Ma come ? E Aristotele, e san Tommaso ? E l’ argomento ontologico ? Quanto a Aristotele e Tommaso, diceva l’autore, buttateli nel cesso. Quanto all’argomento ontologico, trattatelo con maggior rispetto ma mettetelo da parte: non funziona.

  Credete che questo abbia tagliato la testa al toro ? Mai più ! Tutti quanti (tutti quelli che erano riusciti a leggere il libro) si resero conto che le argomentazioni del professore baltico avevano i controcazzi, ma presero ogni strada possibile tranne quella giusta. Qualcuno cercò di dimostrare che Dio esiste arrampicandosi sugli specchi, altri dichiararono con bella semplicità che, se non si po-teva dimostrarLo, voleva dire che non esisteva. Insomma: nessuno si rassegnò a NON SAPERE. Come al caffè, ognuno gridava che lo sapeva lui come stava-no le cose, e naturalmente uno gridava che c’è, l’altro urlava che non c’è.

  Non sono particolarmente soddisfatto nel riconoscerlo, ma devo ammettere che la reazione migliore l’ebbero le Chiese. Tanto i cattolici che i protestanti, digrignando i denti, dissero che loro l’avevano sempre detto: l’esistenza di Dio è una questione di fede, non di ragione. Sputavano su secoli e secoli di filoso-fia cristiana con disinvolta ipocrisia, ma non avevano altra scelta. Scoperti, mettevano in atto il piano B.

  Invece i laici non furono altrettanto coerenti. Rifiutarono di accorgersi che anche la non esistenza di Dio era impossibile da dimostrare, proclamarono che “l’uomo è ciò che mangia” e proseguirono con allegre boutades come quella dell’astronauta che, di ritorno da un volo nella stratosfera, dichiarava seria-mente di non aver trovato Dio e di non aver neanche visto indizi o tracce della sua presenza. Onestamente, i loro argomenti non erano gran che. Ma li grida-vano con molta convinzione, tanto da far nascere in molti una specie di nostalgia per i bei tempi in cui si viveva di certezze assolute.

  A furia di vedersi sbertucciare per la banalità di certi argomenti, anche i laici presero il toro per le corna e si divisero in due. Gli agnostici dissero più o me-no: vabbe’, non lo so e non me ne frega gran che. Gli atei tirarono fuori un ar-gomento più consistente. Dissero cioè: in questo mondo il male è drammaticamente presente, quindi o Dio non esiste, o se ne disinteressa, o è cattivo. Ma (e guarda un po’ che argomenti da gesuita ti tirano fuori i laici !) come fa Dio a essere cattivo ? Non è possibile. Non sarebbe Dio. Come fa Dio a creare il mondo e poi a disinteressarsene ? Non è possibile. Non sarebbe Dio. Quindi non esiste.

  A tutti, a tutti, ma proprio a tutti, permettetemi di ricordare che nel 1781, a Riga, fu pubblicato un libro nel quale si DIMOSTRAVA che non è possibile dire che Dio esista o non esista. Anche perché (e questo lo dico io) se fosse possibile dimostrare che esiste non ci sarebbe alcun merito a crederci.

  Ah, dimenticavo: quel libro si intitola “Critica della ragion pura”. L’aveva scritto un certo Immanuel Kant. 

Postato da: markelouffenwanken a 11:46 | link | commenti (23)

05/03/2005
IL NUOVO LETTORE

 di Ezio Tarantino

(Prendo di peso e pubblico ovviamente con il consenso dell’autore questo pezzo di Ezio di Blogsenzaqualità - tra i miei link. Buona lettura M.U.)

 

Di che cosa si parla nel Quasi dialogo fra il Lettore e lo Scrittore?
Il lettore, non un lettore. Lo scrittore. Non uno scrittore.
Si parla di un cambiamento antropologico, e sociologico, secondo me indiscutibile.
Si parla del rapporto fra scrittore e lettore come si è modificato negli ultimi dieci anni con l’avvento di internet, come si dice.
Con la presa del palazzo d’inverno da parte di lettori che hanno cominciato, come mai era successo in precedenza, a parlare in pubblico dei libri letti, di quelli non letti, e infine (questa è l’ultima trasformazione) a rivolgersi direttamente, familiarmente, anche con protervia qualche volta, allo scrittore.
(non si parla, invece, di lettori che si fanno scrittori, blogger che diventano writer: di tutto questo non v’è traccia).

Lo scrittore qualche volta non ci sta.
Non ricordo ora se era Caliceti, o chi altro. No, non era Caliceti. Covacich? Vabè. Ricordo un grido di insofferenza e di sfastidiamento nei confronti del Nuovo Lettore che fa domande, vuole interrogare, mettere alle strette. Dimostrare la propria sagacia interpretativa. E lo Scrittore si difende. E’ naturale. Non è antropologicamente abituato, e vuole mantenere intatti i propri privilegi. Se tali possono essere considerati.
 Il proprio ruolo. La propria aura.
Non ritiene giusto che venga confuso con il narratore.
 
Lo scrittore viene invece trascinato, qualche volta, sul palcoscenico di un Costanzo Show itinerante e perpetuo e fatto oggetto di domande, curiosità. Deve aprire la propria cucina, il proprio cervello e dare spiegazioni, inventarsi risposte credibili e divertenti. In platea ci stiamo tutti, noi Lettori. Le nostre osservazioni sono più o meno intelligenti. Poco importa, ora. Importa che fino a dieci anni fa, quella platea era vuota. Erano occupate solo le prime file (quelle con il cartoncino “riservato”), destinate alle autorità: critici, giornalisti, b-jay. I mediatori.
Oggi un esercito (piccolo, grosso: comunque qualificato) di lettori ha passato il rubicone e indossato un’altra casacca, se non rifiutando, almeno affiancando i Mediatori. La conseguente ridondanza ne limita il potere e permette al lettore di avvicinarsi direttamente, in modo elettrizzante, al luogo dove si emana l’energia dell’atto creativo: lo scrittore.
Ma non solo. A mio parere è già sufficiente, a marcare il cambiamento, il solo fatto di poter esprimere pubblici giudizi. Senza dibattito - il dibattito viene dopo, se viene. Il solo fatto di avere voce è qualcosa che prima non c’era. Che ha cambiato antropologicamente il Lettore, e lo ha fatto diventare un'altra cosa.
Tutto qui.
Tutto questo è successo oppure no? Ha qualche significato oppure no? Forse no. Forse sì. E’ una novità oppure no? Cambia qualcosa o no? Ci saranno scrittori condizionati, nel loro atto creativo, dal rumore di fondo generato dalle discussioni in rete e fuori dalla rete? Ne terrà conto? Non cambierà niente? (può essere benissimo)
A me interessa farmi queste domande. Mi interessano tante altre cose (non il Festival di Sanremo)
Ovviamente non ho le risposte.

Postato da: markelouffenwanken a 12:56 | link | commenti (5)

03/03/2005
LIBERTA' E FREEDOM

di Vins Gallico 

Io, Khomeini, me lo ricordo appena. Mi ricordo che aveva la barba bianca e due occhietti minuscoli. Recentemente ho letto un racconto di T.C. Boyle: “Via quella barba”, dalla raccolta “Se il fiume fosse whisky”. C’è un curatore d’immagine very trendy che vuole americanizzare il barboso look di Khomeini e finisce allo spiedo perché troppo irriverente rispetto alle TRADIZIONI. Durante la lettura provavo a ricordarmelo Khomeini e avevo davanti il volto di un Bin Laden invecchiato con una qualche malattia oftalmica che gli aveva rimpicciolito gli occhi.

Ieri leggevo della censura che il “successore” di Khomeini, il signor presidente Khatami, sta applicando nei confronti dei bloggers. Di blog ce ne sono circa 46 mila in Iran e il persiano è la quarta lingua più diffusa nel web. A Khatami ‘sti bloggers non gli piacciono proprio e pare che l’antipatia sia reciproca. Col particolare che il signor presidente, lui, i bloggers li punisce, li sanziona, li multa, li incarcera (con certi salassi, cauzioni per rilascio fino a 150 mila euro): prova a spezzargli le reni dell’entusiasmo a ‘sti blogger. Leggevo e pensavo: IN IRAN NON C’E’ LIBERTA’ D’OPINIONE.

Ora tutto ciò non mi sembra né mi sembrerà mai un buon motivo per andar là e bombardare, ma c’è un punto che noi nel nostro cieco anti-americanismo spesso dimentichiamo.

 Indipendentemente dal fatto che Bush sia un coglione circondato da avvoltoi, ci sono luoghi del nostro cosmo dove la libertà è rara quanto una gelateria fra le dune del Sahara. Da un paio di anni stiamo a pontificare “‘sti americani, ‘sti cazzo di yankies rompipalle” e quasi sempre a ragione. Ma d’altro canto dimentichiamo donne imburkate, bambini senza scuola, malati senza ospedali, omosessuali evirati, violentate lapidate, bloggers disinternettizzati.

Il punto non è la versione ufficiale dei campi di concentramento o della liberazione o il mito della società aperta; il punto è la visione globale delle repressioni attuate dai governi e dai fanatismi religiosi e ideologici (a stelle strisce che siano o a pallini o a tinta unita). Il punto è la libertà. I metodi per ottenerla non sono quelli che stanno usando (e in certi casi, hanno usato) gli americani, ma alcuni loro postulati sul tema non sono a mio avviso da buttare via.

Un brindisi dunque alla libertà, all’emancipazione degli individui; un brindisi a Markelo che ci fa dire tutte le cazzate che vogliamo sul suo blog; un brindisi alla gran parte del monologo finale di Charlie Chaplin ne Il grande dittatore; un brindisi a chi si ricorda che faccia aveva Khomeini.

Un brindisi dunque alla libertà, all’emancipazione degli individui; un brindisi a Markelo che ci fa dire tutte le cazzate che vogliamo sul suo blog; un brindisi alla gran parte del monologo finale di Charlie Chaplin ne Il grande dittatore; un brindisi a chi si ricorda che faccia aveva Khomeini.

Postato da: markelouffenwanken a 11:58 | link | commenti (27)

01/03/2005
REFERENDUM

 di Riccardo Ferrazzi

 

Ogni tanto i miei post provocano una reazione un po’ stizzita: ma insomma tu da che parte stai ? Ho constatato che rispondere la verità (e cioè che di ogni questione vorrei capire bene la sostanza, invece di prendere posizione a priori per poi trascinare a forza i fatti dalla mia parte) serve solo a fare incupire chi mi rimprovera. Questa volta è anche peggio, perché non ho una preparazione medico-scientifica, non sono un esperto di morale, e quando ho cercato di approfondire l’argomento leggendo i giornali non sono riuscito a farmi un quadro chiaro della faccenda. Parlo del referendum che si terrà a maggio o giugno per abolire o confermare la legge sulla procreazione assistita. Scommetto che la maggioranza degli italiani prenderà posizione seguendo pedissequamente le indicazioni dei partiti. In effetti che c’è di più comodo che appaltare ad altri (religione o politica) la propria coscienza ? Io invece in queste cose sono masochista: mi piace soffrire, e con la mia coscienza voglio vedermela da solo.

  Probabilmente la faccio (troppo) facile, ma ho la ferma convinzione che uccidere un essere umano vivo sia omicidio e fare esperimenti alla Frankenstein o alla Mengele sia praticamente la stessa cosa. Quindi, il bene e il male dipendono dal momento in cui un essere umano diventa vivo.

  Ora, la legge italiana e quella di molti altri paesi civili ammette l’aborto. Dunque, almeno dal punto di vista giuridico, se ne può dedurre che l’essere umano diventi vivo solo dopo un certo numero di settimane di gestazione. E se è così, perché dovrebbe essere reato manipolare ovuli e sperma a scopo di ricerca medica (a patto di non creare mostri) ?

  D’altra parte, la legge ammette la facoltà di abortire ma non stabilisce che un feto di due mesi non è un essere umano vivo. La legge penale si disinteressa del problema morale. Si limita a dire: chi crede che il feto non sia un essere umano vivo può abortire nei modi previsti dalla legge, chi crede il contrario se la veda con la sua coscienza.

  Da un certo punto di vista, si può anche considerarla una presa di posizione sostanzialmente ipocrita. Ma lo stato non può fare a meno di essere ipocrita se vuole tutelare il diritto di alcuni da chi vorrebbe coartarli, senza però coartare questi ultimi. Altrimenti, non resta che lo stato etico, cioè quello che dice ai cittadini: che cosa è bene e che cosa è male lo so soltanto io; voi fate quello che dico senza discutere, se no sono cazzi.

  Dunque, credo io, lo stato può proibire e punire le conseguenze aberranti dell’esercizio della libertà, ma non può restringere la libertà in quanto tale. Tanto per scendere dall’astratto al concreto: una volta che la sperimentazione medico-scientifica sugli ovuli fosse proibita in Italia e permessa altrove, e una volta che ciò permettesse (altrove) di raggiungere risultati decisivi per guarire da certe malattie, cosa dovremmo fare, rifiutarci di usare quei risultati perché ottenuti in un modo che da noi è illegale ?

  Però non è tutto qui. È vero che la legge non può andare troppo contro l’opinione pubblica, ma è anche vero che, a volte, l’opinione pubblica ha bisogno che lo stato la difenda da se stessa.

  Chi non vorrebbe per sé e per gli altri il massimo della libertà ? Già quando si dice il massimo della libertà possibile qualcuno storce il naso. Eppure la libertà deve avere un limite. Che non è soltanto la libertà degli altri, secondo il vecchio assioma illuminista, ma è anche il senso di responsabilità.

  Facciamo un caso estremo, nel quale non mi sogno neanche di prendere una posizione: durante la guerra in Bosnia si verificò il caso di miliziani di una parte che, nel quadro di quella che si chiamò “pulizia etnica”, stuprarono e ingravidarono dolosamente donne dell’etnia nemica. Che dovevano fare queste donne ? Chi può pensare di condannare anche solo moralmente quelle che decisero di abortire ? Ma, d’altra parte, lui, il feto o il bambino (dopo tutto, chi lo sa qual è il momento esatto in cui si diventa un essere umano vivo ?) che colpa aveva ? Perché non aveva il diritto di vivere ? Questo è un problema al quale, ripeto, non riesco a dare una soluzione né in un senso né nell’altro.

  Ecco: come si fa a prendere una posizione nel caso del referendum ? La legge esistente è restrittiva, ma la sua abrogazione ci lascerebbe senza disciplina giuridica. Avremmo madri-nonne imbottite di ormoni raggianti e soddisfatte (chissà se il figlio-nipote sarà altrettanto soddisfatto ?), mogli che chiederanno la fecondazione eterologa contro il parere o magari all’insaputa del marito (che poi chiederà il divorzio), e chi sa che altro.

  Immagino l’obiezione di Pannella: e chi ti dice che sia un male ?

  Già, ma chi garantisce che non lo sia ? Può darsi che i manipolatori genetici non creino mostri, ma se poi succedesse ? Vale la pena di impedire allo stato di regolare una materia per poi dipendere solo dal buon senso di questo o quel ricercatore ? E in ultima analisi lo stato, la società civile, deve limitarsi a sanzionare i comportamenti aberranti o ha anche il dovere di prevenirli per quanto possibile ? Dopo tutto, se si è fatto un trattato di non proliferazione atomica, se le centrali nucleari sono state stoppate quasi dappertutto, è perché si è constatato che proseguire nella ricerca nucleare ha dei rischi che non riusciamo a calcolare. Siamo sicuri che nel campo dell’ingegneria genetica non si corrano rischi analoghi ?

  Non so. Invece di un referendum abrogativo (che mette la faccenda sul piano dell’ideologia e della morale), non sarebbe meglio qualcosa di pratico, per esempio una serie di emendamenti alla legge, da apportare nel momento in cui lo stato della ricerca medico-scientifica o l’evoluzione della coscienza collettiva li renderanno davvero necessari ? Possibile che tutti quanti ci consideriamo portatori della verità assoluta (e guai a chi non la pensa come noi) ?     

 

Postato da: markelouffenwanken a 11:50 | link | commenti (80)

 

E' uscito il 10 maggio...

...il nuovo libro dell'Uffenwanken!

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