Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
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di Kanji
Miller... Miller... Miller: il porco che entra ed esce a piacimento nel pozzo delle idee.
Con il ghigno ubriaco sulle punte dei polpastrelli: Miller salta nella bocca cariata del pozzo.
Non usa protezioni, né si cala, né discende gradatamente; no, Miller non perlustra i pensieri: ci si tuffa a capofitto. Non descrive il cuore pulsante della vita, dell'opinione, no no, lui s'incunea nel muscolo teso e sugoso divenendo battito. Non si esilia dal vivere per fotografarlo dall'alto del pensiero cristallino, ossigenato; Miller si tuffa nella pece callosa del pozzo e quando, scorticato e pesto, tocca il fondo, si riempie i polmoni di fetida aria in fermento, la trattiene, si piega sulle ginocchia e ad occhi aperti si cala nel magma più denso impersonandolo, come un moderno Golem del pensiero vivente.
In Sexus, scrisse: "La breve frase Perché non cerchi di scrivere? mi coinvolgeva in un acquitrino di confusione senza speranza. Volevo incantare, ma non asservire; volevo una vita più grande e più ricca, ma non a spese altrui. Volevo liberare l'immaginazione di tutti gli uomini contemporaneamente perché, senza l'appoggio del mondo intero, senza un mondo immaginosamente unificato, la libertà dell'immaginazione diviene un vizio. Non rispettavo affatto lo scrivere di per sé, non più di quanto rispettassi Dio di per sé. Nessuno, nessun principio, nessuna idea, possono essere validi di per se stessi. E' valido solamente quel tanto, di qualunque cosa, Dio compreso, che viene realizzato da tutti gli uomini in comune. La gente non fa che crucciarsi per la sorte del genio; io non mi sono mai preoccupato per il genio: il genio provvede al genio dell'uomo. La mia preoccupazione è sempre andata al nessuno, all'uomo che si perde nella confusione, all'uomo tanto comune, tanto ordinario, che la sua presenza non viene neppure notata. Un genio non può ispirarne un altro. Tutti i geni sono sanguisughe, per così dire. Si nutrono alla stessa fonte... il sangue della vita. La cosa più importante per il genio consiste nel rendersi inutile, nel lasciarsi assorbire dalla corrente comune, nel divenire nuovamente un pesce e non uno scherzo di natura. Il solo vantaggio, mi dissi, che lo scrivere avrebbe potuto offrirmi, sarebbe consistito nell'eliminare le differenze che mi separavano dal mio simile. Senz'altro non volevo diventare l'artista, nel senso di divenire qualcosa di estraneo, qualcosa di separato e di escluso dalla corrente della vita."
Miller è la ciste nel cuore del pensiero letterario, e da lì, da quel pus in ebollizione dirompe urlando, in Tropico del Cancro: "Voglio un mondo di uomini e di donne, di alberi che non parlano (perché si parla già troppo nel mondo com'è!), di fiumi che ti portino in qualche luogo, non fiumi che sian leggenda, ma fiumi che ti mettano in contatto con altri uomini e donne, con l'architettura, la religione, le piante, gli animali - fiumi che abbiano barche e in cui affoghino gli uomini, affoghino non nel mito e nella leggenda e nei libri e nella polvere del passato, ma nel tempo e nello spazio e nella storia. Voglio fiumi che facciano oceani, come Shakespeare e Dante, fiumi che non si secchino nel vuoto del passato. Oceani, si! Dateci più oceani, nuovi oceani che cancellino il passato, oceani che creino nuove formazioni geologiche, nuovi paesaggi topografici e strani, nuovi continenti, oceani che distruggano e conservino al tempo stesso, oceani su cui si possa salpare, partire per nuove scoperte, nuovi orizzonti. Dateci più oceani, più sconvolgimenti, più guerre, più olocausti. Dateci un mondo di uomini e di donne con una dinamo fra le gambe, un mondo di furia naturale, di passione, d'azione, di dramma, di sogni, di follia, un mondo che produca estasi, e non scoregge secche. Io credo che oggi più che mai debba cercarsi un libro, anche se dentro c'è una sola pagina grande: dobbiamo cercare frammenti, schegge, unghie dei piedi, tutto ciò che abbia materia in sé, capace di resuscitare corpo e anima.
Forse siamo condannati, non c'è speranza per noi, per nessuno di noi, ma se è così lanciamo un ultimo urlo d'agonia e di sangue aggrumato, uno strillo di sfida, un grido di guerra! Basta coi lamenti! Basta con le elegie e le trenodie! Basta con le biografie e le storie e le biblioteche e i musei! Che il morto mangi il morto. E noi vivi danziamo sull'orlo del cratere, un'ultima danza di morte. Ma che sia una danza!"
Amen: e così sia, porco di un Miller!
di Tifo Stagno
Ti prego Signore/ fa che stasera non finisca come al solito/ fa che questa squadra blasonata come si diceva una volta, troppo tempo fa / faccia la sua porca figura/ pensa a noi/ pensa a noi Signore degli Anelli Olimpionici/, Signore dello Sport/ Dio dell' Agone Agonizzante/ che potresti con un calcio in culo dato da forse troppo in alto aiutarci almeno per una volta/ fa che QUELLI LI' una volta tanto perdano per mano nostra/ e fa che anche QUEGLI ALTRI perdano oggi/ stasera che sera ti prego Signore, amen in anticipo/ fa scendere su di loro/ su quei ragazzi ricchi e un po' depressi un po' di grazia/ Tu che Puoi Tutto/ nel giorno della nostra possibile Rinascita/ tutto è infatti possibile/ fa che Toldo non scenda in campo/ c'è Fontana l'esperto, c'è l'uruguaiano Carini metti loro tra i pali/ dovrebbe pensarci l'allenatore per questo/ se lui non ci pensa perchè lui è un essere umano pensaci ti prego Tu/ Signore Dio dell'Universo Calcistico e non/ dell'Universo e Basta/ stasera PORCA PUTTANA LADRA FACCI VINCERE IL DERBY!
(Amen, e grazie comunque...)
di Gilad Atzmon*
(Ricevo da Silvia Brusotti e pubblico. M.U.)
Sessanta anni dopo la liberazione, Auschwitz è diventato un evento politico internazionale. Non è una coincidenza e credo che dovremmo fermarci un momento e chiederci: Perché ora? Perché Auschwitz?
Noi che viviamo in un'epoca tecnologica, troviamo naturale che la maggior parte dei commentatori giudichino qualsiasi avvenimento analizzandone gli aspetti positivi, cioè la storia che essi contengono, i fatti su cui concentrare l'attenzione, il messaggio che se ne trae. Quando si parla di Auschwitz, si sottolineano solo il numero terrificante delle vittime, Mengele e i suoi esperimenti, la morte clinica di massa, le camere a gas, i treni, il famoso Arbeit Macht Frei sul cancello d'ingresso, la marcia della morte poco prima della liberazione, ecc. E tuttavia, io direi che è per lo meno altrettanto illuminante esporre ciò che il racconto di Auschwitz serve a nascondere. Ogni racconto storico può essere utilizzato come uno schermo fumogeno; e può diventare uno strumento molto efficace per far affermare la cecità collettiva. I racconti di Auschwitz e dell'Olocausto, in questo senso, non sono affatto diversi.
A quanto pare, pur senza impegnarci a rispondere alle molte domande che minano la validità della versione dell'Olocausto che è attualmente accettata dalla maggioranza della gente, noi possiamo senza pericolo chiederci a cosa serva oggi la versione ufficiale dell'Olocausto. Chi ne tragga beneficio. Abbiamo altresì il diritto di chiedere perché la versione ufficiale dell'Olocausto viene oggi diffusa tanto ampiamente[1] da diverse e opposte istituzioni politiche. E' forse il risultato di una propaganda altamente sofisticata e orchestrata dagli ebrei? Non ne sono più tanto sicuro.
Di primo acchito, la risposta a queste domande è assai semplice, la devastante immagine di Auschwitz e il Giudeocidio Nazista sono argomenti autosufficienti per condannare il nazionalismo, il razzismo e il totalitarismo. All'interno dell'accettata versione ufficiale dell'Olocausto, ognuna di queste ideologie viene considerata un nemico dell'umanità. Ma poi, si deve ammettere che non è né il nazionalismo, né il razzismo, né il totalitarismo che uccisero tanti esseri umani innocenti. Le ideologie non uccidono, sono sempre gli uomini che uccidono, indipendentemente dalle ideologie.
Ma la versione ufficiale va un po' oltre, con l'immagine di Auschwitz nel fondo della nostra mente, i nostri pensatori e politici liberali dell'Occidente ci descrivono entusiasticamente una visione ingenua della nostra realtà sociale, presentandoci una semplicistica divisione binaria. Da una parte c'è la società aperta, dall'altra ci sono i suoi numerosi nemici. Secondo questa visione del mondo, c'è una sola società aperta, ma numerosi sono i suoi nemici; è importante sottolineare che il concetto di società aperta è un concetto vuoto, in pratica significa molto poco, per non dire nulla. A quel che sembra, per diventare membro dell’ esclusivo club della società aperta, si deve semplicemente sostenere le guerre giuste. Il presidente Bush, un uomo che è ben lungi dal possedere grandi doti di eloquenza, è stato inaspettatamente preciso nel presentare proprio questo assioma post-Auschwitz occidentale: State con noi o contro di noi.
Stare con noi, cioè stare con la società aperta, vuol dire che credete che siamo stati noi a liberare l'Europa, che siamo stati noi a liberare Auschwitz, che siamo stati noi che abbiamo salvato gli ebrei, e che siamo sempre noi che portiamo la nozione di democrazia negli angoli più remoti di questo pianeta turbolento. Stare con noi significa che accettate il fatto che noi rappresentiamo la voce del mondo libero. Significa anche che voi sapete di essere liberi incondizionatamente. Si tratta fondamentalmente di una nuova forma di tautologia: siete liberi anche se non lo siete. Stare con noi vuol dire che credete che il mondo sta progredendo rapidamente verso una divisione ancora più grande, vale a dire uno scontro di civiltà, in cui voi rappresentate un essere umano illuminato, buono e innocente, appartenente alla civiltà Giudeo-Cristiana, e gli altri sono malvagi fondamentalisti delle tenebre o per lo meno potenziali malvagi. Stare con noi vuol dire che ci si aspetta da te che tu non faccia troppe domande riguardo alla nostra condotta immorale.
Per esempio, non devi chiedere perché il Bombardiere Harris & Co[2] ha assassinato 850.000 civili tedeschi, bombardando le città tedesche invece dell'infrastruttura industriale nazista.
Essere un individuo libero in una società aperta significa che tu non devi mai azzardarti a fare domande riguardo Hiroshima. Nel caso tu sia abbastanza stupido da porre queste domande, faresti bene a farti subito furbo e accettare la verità ufficiale: Hiroshima era il modo migliore per porre un termine a quell'orribile guerra. Essendo un individuo libero quindi tu non farai domande riguardo alla moralità che si nasconde dietro l'uccisione di 2.000.000 di persone in Vietnam. Stando con noi non hai bisogno di porre tutte quelle stupide e noiose domande, perché devi ricordare che Auschwitz è stato il male supremo. Auschwitz è stato il fondo della malvagità umana e non devi mai dimenticare che siamo stati noi a metterci fine.
Diciamo la verità: Auschwitz è stato senza dubbio un luogo orribile, ma sfortunatamente non è il male ultimo, perché il male non ha né limite né scala. Poi, se si vuole essere storicamente precisi, dobbiamo dire che non è vero che siamo stati i liberatori di Auschwitz. A quanto pare, fu Stalin, l'altro male. Fu Stalin che diede a tanti ebrei, a tanti prigionieri di guerra, prigionieri politici, zingari e a tanti altri detenuti la possibilità di vedere la luce del sole. Ma ancora una volta, dal momento che siete esseri liberi appartenenti alla società aperta non avete veramente bisogno di fare attenzione a simili dettagli secondari della storia. Sembrerebbe che Auschwitz sia un tassello essenziale della nostra auto-immagine di virtuosi occidentali.Quando serve il petrolio iracheno, il presidente americano non deve fare altro che paragonare Saddam a Hitler. Poi veniamo a sapere che il popolo iracheno deve essere liberato dal suo 'Auschwitz'. Già sappiamo quali sono state le conseguenze inevitabili.
Dal momento che Auschwitz è così importante per i dirigenti politici americani, non sorprende che non troppo lontano dalla residenza del presidente degli Stati Uniti ci sia un grande museo dell'Olocausto, dedicato alla memoria degli ebrei e dei loro eroici liberatori. Il museo non riguarda le persone e nemmeno i crimini contro l'umanità, riguarda invece la continuazione dell'illusione della società aperta. Riguarda il mantenimento di una interpretazione particolare della storia. Riguarda l'idea che noi abbiamo ragione e gli altri, chiunque siano, hanno categoricamente torto.
Questo museo non è veramente sulla sofferenza ebraica. Suppongo che esso non spiegherà ai suoi visitatori alcuni fatti storici fondamentali. Per esempio, non sarà spiegato alla folla che ci sfilerà dentro che il governo americano adottò una politica di immigrazione fortemente restrittiva, mai modificata nel periodo 1933-1944,[3] per bloccare l'immigrazione ebraica. Eviterà altresì di illustrare il fatto che il governo americano si rifiutò di intavolare o ostacolò profferte tedesche di trasferire ebrei da territori controllati dai nazisti. Più di ogni altra cosa il museo nasconderà il fatto accertato che l'aviazione americana non ricevette mai l'ordine di mandare in frantumi la fabbrica della morte nazista. Non furono mai bombardate le ferrovie che conducevano ad Auschwitz e ancor meno fu bombardato il campo di Auschwitz, né dalla RAF inglese, né dall'aviazione americana. Sembrerebbe che nei centri decisionali americani ci sia stata per tutta la guerra una vera e propria negligenza assassina su questo punto. Per esempio, il 20 agosto 1944, ben 127 fortezze volanti, scortate da 100 aerei da combattimento Mustang bombardarono con successo una fabbrica a meno di 5 miglia da Auschwitz. Nessun aereo fu dirottato per attaccare il campo della morte.
Questi fatti non verranno mai documentati nel museo americano dell'Olocausto. Essi non combaciano con l'auto-immagine di un'America eroica e giusta. La storia di Auschwitz è in realtà una storia di brutale negligenza anglo-americana. La versione accettabile di Auschwitz è fondamentalmente un mito che ha la funzione di sostenere la pratica espansionista degli Stati Uniti. Auschwitz è la colonna morale portante dell'ideologia americana.
Il museo dell'Olocausto è stato costruito per dire agli americani quello che può accadere quando tutto volge al peggio. Per quanto triste possa sembrare, nell'America contemporanea, tutto sta volgendo al peggio, malgrado il museo. La ragione è semplice, quando l'immagine del male si fa fermentare nella propria eredità culturale solo come attribuibile all'altro, allora si può diventare ciechi davanti al fatto che il male sei proprio tu. Come già i loro fratelli israeliani, gli americani hanno dimenticato come guardare a se stessi.
Nel caso dell'America, la versione ufficiale dell'Olocausto serve la filosofia espansionista della destra. Allo scopo di prevenire un'altra Auschwitz, gli americani manderanno i loro eserciti in Vietnam, in Corea, in Irak. Essi sono sempre i liberatori. Fino alla fine della guerra fredda, c'erano i comunisti da combattere, un male concreto e reale; ma ora il male sta diventando sempre più astratto. In realtà, l'unico modo per dare un volto concreto ad un nemico indefinito è di equipararlo a Hitler. Il caso dell'Europa è leggermente diverso. Per quanto possa sembrare strano, in Europa è la sinistra parlamentare che trae i benefici dallo sfuttamento di Auschwitz. Fintantoché Auschwitz resterà profondamente radicato nel discorso politico quotidiano, la destra non potrà mai alzare la testa.[4] La sinistra dominante europea dipende oggi totalmente dalla versione ufficiale dell'Olocausto e di Auschwitz.
A quanto pare, Auschwitz è l'ultima barricata della sinistra (parlamentare) contro la rinascita della destra. In Europa, qualsiasi sentimento di aspirazione nazionale, o solo una preoccupazione nazionale che può apparire xenofoba viene immediatamente contrastata come se fosse una rinascita del nazismo. All'interno di questa opprimente visione del mondo, alla gente non è più permesso di esprimere un qualche amore per il proprio paese. Inoltre, dal momento che essa è politicamente dipendente dall'immagine dell'ebreo come vittima innocente, la politica dominante della sinistra europea non potrà mai sostenere pienamente la causa palestinese.
A quanto pare, Auschwitz è diventato un simbolo del legame tra la sinistra parlamentare europea e la destra espansionista americana.[5] Per entrambi Auschwitz è un'icona della minaccia contro l'immagine della società aperta; nella prospettiva di questo legame fatale, qualsiasi genuina politica di sinistra europea è destinata a essere spinta al margine. Qualsiasi forma di politica genuinamente di sinistra è destinata ad essere presentata come una politica sovversiva ed estremista. Nel marzo 1988, Robin Cook, allora ministro degli affari esteri inglese, fece una visita diplomatica in Israele. Mentre si trovava in quel paese, Cook giustamente rifiutò di visitare lo Yad Vashem, sostenendo che era preoccupato del futuro e non del passato. Non molto tempo dopo Cook perse il posto. Il rifiuto di inchinarsi davanti alla versione ufficiale di Auschwitz gli costò il ministero degli esteri. Non furono gli ebrei che lo cacciarono da quel ministero. Fu il partito laburista, un partito parlamentare della sinistra europea. E così, Auschwitz è lì per protrarre il mito della società aperta, è lì per presentarci un'illusione di identità occidentale liberata. Finchè ci sarà Auschwitz nel cuore della nostra politica quotidiana, noi saremo tutto all'infuori che liberati. C'è vita dopo Auschwitz e questa vita ci appartiene. Faremmo meglio a farne qualcosa di utile. Se c'è qualcosa che non dovremmo mai fare, questo sarebbe di non uccidere nessuno nel nome di Auschwitz.
E' invece esattamente ciò che stiamo facendo.
(16 febbraio 2005)
*Gilad Atzmon è nato in Israele ed ha effettuato il servizio militare nell'esercito israeliano. E' l'autore di un recente romanzo 'A Guide to the Perplexed'. Atzmon è anche uno dei migliori sassofonisti europei. Il suo ultimo CD 'Exile’ (Esilio) è stato dichiarato il migliore CD Jazz dell'anno da parte della BBC. Vive a Londra.
NOTE:
[1] Al punto che qualcuno comincia a chiedersi se la commemorazione del 'Giorno della Memoria' con documentari, cerimonie ufficiali, messe e prediche religiose, film hollywoodiani, testimonianze, discorsi di politici di tutte le tendenze, presentazioni di libri, poesie, concorsi nelle scuole, con una lunga e insistente programmazione di tutte le reti televisive e radiofoniche, con articoli di prima pagina di tutti i quotidiani, manifesti, ecc non corra il rischio di diventare controproducente (ndt).
[2] Arthur Harris (1892-1984) teorico e responsabile britannico dei bombardamenti sui civili tedeschi tra il '40 e il '45.
[3] Nè naturalmente il museo spiegherà che questa politica di immigrazione restrittiva era appoggiata (sembra assurdo ma è vero!) dalla principale organizzazione sionista americana che per voce di un suo dirigente, Stephen Wise, con l'approvazione del presidente della Organizzazione sionista mondiale, Weizman, si oppose all'abolizione delle restrizioni sull'immigrazione ebraica in America nella speranza che questa immigrazione si dirigesse verso la Palestina al fine di costituirvi al più presto una maggioranza ebraica e uno stato ebraico sionista (vedi Lenni Brenner, 'Zionism in the Age of the Dictators' Cap. 13, edizione Online, dove tutta la vicenda è esposta con dovizia di particolari.) (ndt).
[4] Questo è vero per la destra di tutti i paesi europei, come ad esempio la destra di Le Pen in Francia o la destra austriaca di Haider, ma non per la destra trasformista di AN in Italia. Fini ha fatto dell'alleanza con Bush e Sharon e del sovvertimento della precedente politica antisemita i cardini del rinnovamento del fascismo italiano. Fini ha capito che all'estrema destra oggi conviene adottare la stessa politica dell'Olocausto adottata dalla destra USA (ndt).
[5] Blair e il partito laburista inglese ne sono gli esempi più eclatanti (ndt).
la versione originale dell'articolo di Atzmon:
http://www.gilad.co.uk/html%20files/Auschwitz.html
Il calcio argentino secondo me è il migliore del mondo: perché è astuto e coriaceo, fantasioso quasi quanto quello brasiliano ma con molto più acume nella testa e nei piedi, drammatico come un ultimo tango a Parigi, cattivo, senza pietà, viscerale come un assolo al sax di Gato Barbieri. Il calcio argentino ha infatti espresso perlomeno tre geni assoluti: Alfredo Di Stèfano (per me soltanto un grande personaggio letterario per motivi anagrafici, ma mi fido ciecamente del madridista Javier Mariàs che ne è appunto il cantore più accreditato- vedi il suo bel libro “Selvaggi e sentimentali”, Einaudi), Omar Sivori e l’ amatissimo Diego Maradona, il Michelangelo, insomma il più grande di tutti i tempi, futuro compreso. C’è chi ancora ritiene Pelè il più grande, soprattutto Trapattoni e altri parrucconi della sua generazione: O Rey era il negus corretto, il bravo ragazzo negro un po’ viziato, era l’artista di regime dei brutti tempi - oscurantisti a qualsiasi latitudine-, era freddo e politicamente corretto come la maggior parte degli intellettuali. E ora non a caso fa parte dell’establishment della FIFA Associazione A Delinquere. E peraltro, mi chiedo, dove sta tutta la sbandierata allegria del calcio brasiliano? Il futebol bailado è più o meno una gradevole rottura di scatole fatta di belle triangolazioni, di leziosità da balera lusitana, di fulminee accelerazioni nei pressi dell’area di rigore avversaria dopo un estenuante piccolo trotto per tutto il resto del campo servito con contorno di melensi passaggi laterali. Il Brasile vero si esprime molto di più nella musica, dalla bossa nova di Jobim fino ai suoi derivati contemporanei, Ivan Lins e Milton Nascimento in testa al gruppo. Ma il futebol bailado è un samba calcistico senza capo né coda, senz’anima nera, (e quindi con poca anima tuuut kuuurt) senza nemmeno un pretesto di carnevale. E’ splendidamente triste, alla fine, anche se quella fine coincide spesso con un gol di eccezionale fattura o addirittura con una vittoria mondiale. E’ triste come un post-coitum in una camera d’albergo a brevi ore liete.
Ora che se ne è andato Omar Sivori, El Cabezon per amici e nemici, sono abbastanza triste. E’ un post-coitum calcistico, il mio. A me francamente dispiace quando un personaggio così scorretto ci lascia un po’ più soli in questa valle di lacrime e di ipocrisia. Non l’ho mai visto giocare per via della mia età non ancora giurassica (ma è solo questione di tempo…); soltanto spezzoni di filmati in bianco e nero fin da quand’ero un piccolo nerazzurro in fiore e ancora- innocente com'ero- non sapevo quali umiliazioni calcistiche avrei dovuto subire nella mia età della ragione persa: ma tanto, o poco, mi è bastato. Enrique Omar era un funambolo cattivo, uno scorretto proprio andante, uno che sapeva stare in campo senza essere un vero atleta. Certo, uno come lui non potrebbe giocare nelle bolgie odierne dei tatticismi supermuscolari, oggi uno come lui verrebbe fermato al primo dribbling, e non per capacità tecniche dei difensori, ma perché i difensori d’oggi sono ancor più armadieschi dei loro padri e alle 4 ante 4 dei loro fisici ramboidali aggiungono la velocità che ai tempi di Sivori solo un Mazzola e pochi altri speedygonzales potevano raggiungere. Se ti arriva addosso un comodino a 40 all’ora puoi anche sopravvivere, ma se alla stessa velocità di crociera ti s’impatta tra capo collo e soprattutto ginocchi un’intera libreria in ciliegio naturale, allora sono cazzi acidissimi e policlinici. La correttezza, nel calcio, mi fa ridere. E’ un’ipocrisia. Sivori non era un ipocrita e a fine partita aveva le gambe sanguinanti come un San Sebastiano pedatorio. Niente parastinchi: lui teneva i calzettoni a cagarola come a dire a quei fresconi dei suoi marcatori: menate pure, beli, che io ve mato lo steso, io ve ridicolizo, ve facio vedere i topi morti verdi. E glieli faceva vedere davvero, i sorci, e in tutte le gradazioni del colore della speranza di stenderlo, che infatti lui spesso disilludeva. Li umiliava fino all’ultimo, i mastini terzini, li voleva vedere cadere sulle chiappe, inferociti, odianti la sua angelicata faccia sporca da indio, fino alla morte. Era troppo bravo per andare in gol al solito modo degli altri, degli innumerevoli magutt del football. Doveva dribblare anche se stesso – l’avversario più ostico, sempre, per tutti e in tutti i campi – e alla fine piazzare il colpo di grazia con lo svolazzo del tocco fino. Era un torero che matava la porta e gli avversari. “Io te digo Sandro che Omar Batistuta non vale meza gamba de Derticya”, disse una volta davanti a milioni di telespettatori della Domenica Sportiva al grande Amante di Lady Chesterfield Sandro Ciotti, il giornalista sportivo dalla voce transistorizzata e dai collettoni della camicia che gli arrivavano alle reni. Anche Omar sbagliava talvolta i suoi colpi, soprattutto da opinionista televisivo: perché Batistuta sarebbe diventato di lì a poco un grandissimo campione, mentre Derticya si dimostrò uno dei tanti brocchi venuti dall’ Argentina a cercare fortuna, a non trovare la linea di porta mentre quella di una repentina uscita di scena si, e alla velocità della luce.
Ma Argentina, nel calcio, vuol dire anche il Mundial della dittatura del 78 vinto in maniera che dire sporca è dire poco. E infatti dico che quella fu una maniera lercia. Però Argentina calcistica vuol soprattutto dire Diego Maradona: Diego il sublime, l’artista puro, il genio. Diego, che Sivori capì perfettamente fin dall’inizio: “Diego Maradona è tropo buono” disse infatti di lui El Cabezon, lapidario. E infatti. Troppi approfittarono della bontà di Maradona, e non solo a Napoli. Vittima del suo genio e soprattutto del suo carattere generoso fino all’autolesionismo. Sivori pensava solo a se stesso, Maradona pensava ai compagni. Tutti e due hanno lasciato un segno indelebile tra gli appassionati della corrida calcistica, una corrida che sarebbe maledettamente ipocrita chiamare incruenta. Anche perché una corrida incruenta è come una birra senza schiuma e soprattutto senz’alcol. El Cabezon se ne è andato e El Pibe de Oro se la passa maluccio: entrambi tendevano a dire quello che passava loro per la mente: viva la sincerità, comunque. E hasta la victoria della sincerità siempre, nonostante il costo esorbitante dell’ “articolo” siempre più raro a trovarsi negli scaffali dell’onestà vera del mondo.
Sempre di ritorno nelle strade, devastate e bagnate,
affaticate dalla stanchezza del centro, tardo pomeriggio,
quando i furbi pedoni incanalano il flusso dei taxi
o si voltano verso il cielo per staccarsi parole bagnate
dalle palpebre.
Gli sconosciuti dai capelli unti sono soliti
strangolare scolarette a queste ore riflesse.
E i contorni ombreggiati sono logori e la luce è trainata
da autobus e lo sballo è infranto nella precipitosa altezza
dei palazzi federali più in basso. Guardo quest’isola
dove anch’io sono nato e ho trascorso la giovinezza a
camminare, non a destarmi.
Camminando sul grigio sul verde in Central Park portavo
jeans squarciati e una maglia giamaicana azzurra e gialla
con il cappuccio e molti bottoni rossi che non mi
apparteneva.
POESIA
I miei passi nelle basse
pozze oceaniche, le labbra avvelenate
degli anemoni permettono ai miei occhi
di volare all’orizzonte, la memoria del tempo
vedo passare un’unica nave,
priva d’ombra, quella che non è mai
arrivata mentre tu anni prima
aspettavi nel porto, vestita per l’amore,
i tuoi seni liberi a pulsare come se sotto
minuscoli pesci si stessero nutrendo del tuo cuore.
PER ELIZABETH
E’ inverno, giunto alla fine terrena.
I pianeti si allineano domani
in marzo, e aumentano la distanza
dal sole e fra loro
come soldati dispersi e spossati in ritirata
da un nemico che non esiste più.
E’ una primavera mite in purgatorio.
Nel limbo verde i bambini le cui fronti sono asciutte,
le cui mani non crescono, vengono trasformati essi
stessi
in stagioni, o in uccelli che aggirano un obelisco
di mercurio tremante. A nessuno è concessa
una preda. A nessuno è concesso il becco adunco del
paradiso.
Sono rondini radiose, o colibrì
con spine al posto delle lingue
per nutrirsi del mercurio cangiante
della mitologia della mano di Dio
che io non posso infrangere, nemmeno ora,
sotto questo sguardo doloroso.
Ci ho provato.
Mi sto lasciando attraversare
da una dichiarazione di morte.
Tu, catalizzatrice di un ricordo così distorto.
In quel limbo i bambini si muovono
in una strana grazia. Il loro Signore è furioso.
Sono morti con la loro innocenza non messa
alla prova.
Nessuno sa cosa siano stati
o saranno. Ogni giorno cambia
senza cambiare. Capisci
cosa sto dicendo? E’ la vita che hai scelto
su questa terra. La vita di tossici e menzogne.
Ma quella non eri tu. Io ti conoscevo.
Avevi labbra perfette, occhi come
una vera bambina. I seni non formati.
Questo luogo in cui ora ti ho messa,
è una stagione maledetta, una linea
sgraziata, un cerchio imperfetto. Un serpente in fiamme
che divora ciò che domani diventerà lui stesso.
POESIA
Alcuni confidano che il lupo
che hanno allevato dalla nascita
non si rivolti contro di loro.
Alcuni mettono la propria vita
in mani le cui dita
sono cinque silenziosi coltelli.
Alcuni non rammenteranno
niente, o moriranno
di quel ricordo.
Nació en San Nicolás, provincia de Buenos Aires, el 2 de octubre de 1935. Se inició en River Plate, desde la cuarta división, hasta debutar el 4 de abril de 1954, ante Lanús. Siguió en River hasta mediados de 1957, año en el que fue transferido a la Juventus de Italia, que pagó 10 millones de pesos. Allí fue campeón dos temporadas y pasó al Nápoli. Abandonó la práctica activa el 1 de diciembre de 1968, tras una seria lesión en la rodilla. Fue integrante de la selección argentina en varios sudamericanos, y también llegó a jugar en el seleccionado italiano. Fue campeón en River en los años: 1955 y 1956 y marcó 28 goles con la casaca "Millonaria".
"Io te digo Sandro che quando sento parlare de strees meto la mano a la pistola".
(Omar Sivori a Sandro Ciotti - La Domenica Sportiva, 1984)
“Il romanzo perfetto da cui trarre un film non è, a mio avviso, il romanzo d'azione, ma, al contrario, il romanzo che si occupa principalmente della vita interiore dei suoi personaggi. Quest'ultimo fornirà a chi si occupa dell'adattamento una vera e propria bussola, capace di indicare in ogni momento della storia cosa un personaggio stia pensando o provando. E da questo punto di partenza l'adattatore potrà inventare un'azione che sarà un oggettivo corrispondente del contenuto psicologico del libro, che drammatizzerà con precisione ma in un modo implicito e indiretto, senza dovere ricorrere a dichiarazioni letterali di significato per bocca degli attori.
Credo che se un film o un lavoro teatrale voglia dire qualcosa di veramente importante sulla vita, debba farlo in maniera molto obliqua, così da evitare conclusioni banali o idee che si legano troppo ovviamente le une alle altre. Il punto di vista che si cerca di sostenere deve essere completamente fuso con un senso della vita quale essa è, e deve essere portato avanti attraverso una sottile penetrazione nella coscienza del pubblico, e l'eccitazione che deriva dalla scoperta rende le idee molto più potenti. Bisogna usare l'eccitazione del pubblico che deriva dalla sorpresa e dalla scoperta per rinforzare le idee, piuttosto che rinforzarle artificialmente per mezzo di meccanismi del plot o falsi movimenti drammatici o false dinamiche da palcoscenico messe lì solo per dare una marcia in più.
E' stato detto talvolta che un grande romanzo costituisce una base meno promettente per un film che non un romanzo che sia semplicemente buono. Io non credo che l'adattamento di grandi romanzi presenti problemi particolari che non si incontrano invece adattando romanzi buoni o anche mediocri; è solo che pioveranno critiche più pesanti se il film non è buono, e forse anche se è buono. Credo che quasi tutti i romanzi possano essere portati sullo schermo con successo, a parte quelli la cui integrità estetica è strettamente legata alla durata. Per esempio, il tipo di romanzo in cui una gran quantità e varietà di azione è assolutamente essenziale alla storia, così da perdere molto della sua forza quando si operano consistenti sottrazioni dal numero di eventi o dal loro sviluppo.
Diverse persone mi hanno chiesto come sia possibile trarre un film da Lolita quando gran parte della qualità del libro dipende dallo stile della prosa di Nabokov. Ma considerare in un grande libro lo stile di scrittura come qualcosa di più importante di qualsiasi altra componente significa semplicemente non capire cosa sia un grande libro. Ovviamente la qualità della scrittura è uno degli elementi che rendono grande un romanzo. Ma questa qualità è il risultato della qualità dell'ossessione dello scrittore per il suo soggetto, per un tema e un concetto e una visione della vita e una comprensione del personaggio. Lo stile è ciò che un artista usa per affascinare lo spettatore in modo da poter trasmettere a lui i propri sentimenti, le emozioni, i pensieri. Sono questi a dovere essere drammatizzati, non lo stile. La messa in scena deve trovare uno stile proprio, cosa che farà se riesce davvero a impadronirsi del contenuto. E nel fare questo farà emergere un altro lato di quella struttura che è confluita nel romanzo. Il risultato può essere buono come il romanzo o non esserlo; talvolta può in un certo senso essere anche migliore.
Stranamente, però, nel film a un certo punto interviene la recitazione. Nella sua espressione migliore, il dramma realistico consiste nella progressione di stati d'animo e sentimenti che fanno leva sui sentimenti del pubblico e trasformano ciò che l'autore voleva dire in una esperienza emotiva. Questo significa che l'autore non deve considerare carta e inchiostro e parole come i suoi strumenti di scrittura, ma deve piuttosto pensare di lavorare con la carne e i sentimenti. E in questo senso a me sembra che troppo pochi scrittori si rendano conto di quello che un attore può o non può comunicare a livello di emozioni. Spesso l'autore si aspetta che uno sguardo silenzioso possa trasmettere quello che sarebbe necessario un rebus a spiegare, e il momento successivo impone all'attore un lungo discorso per comunicare qualcosa che è completamente evidente nella situazione e che potrebbe essere espresso benissimo con una rapida occhiata. Gli scrittori tendono ad avvicinarsi alla creazione del movimento drammatico in termini di parole e non si rendono conto che la più grande forza che hanno a disposizione è lo stato d'animo e il sentimento che possono indurre nel pubblico attraverso l'attore. Tendono a guardare l'attore a malincuore, come qualcuno che probabilmente rovinerà quello che hanno scritto, piuttosto che considerare l'attore come il loro mezzo, in ogni senso.
Ci si potrebbe chiedere, in conseguenza di questo, se la regia non sia né più né meno che una continuazione della scrittura. Io credo che è proprio questo ciò che la regia dovrebbe essere. Ne consegue che un regista che sia anche scrittore è davvero lo strumento drammatico perfetto; e i pochi esempi che abbiamo in cui queste due particolari tecniche sono state controllate magistralmente da una sola persona, hanno prodotto, a mio avviso un lavoro che è il migliore possibile.
Quando il regista non è anche autore delta sceneggiatura, credo che sia suo dovere mantenersi al cento per cento fedele al senso dell'autore e non sacrificarne neanche una piccola parte a vantaggio del climax o di un qualche effetto drammatico. Questa può sembrare un ovvietà, eppure quanti lavori teatrali e film avete visto in cui l'esperienza di visione era eccitante e coinvolgente, ma quando è finito tutto avete sentito che dietro c'era molto meno di quello che si vedeva? Questo è generalmente causato da una stimolazione artificiale dei sensi per mezzo di una tecnica che non tiene conto del disegno interno del lavoro. E' qui che si manifesta il culto del regista nella sua peggiore espressione.
D'altro canto, non voglio sostenere che si debba essere rigidi. Nella realizzazione di un film niente dà un senso di euforia maggiore che sentirsi parte di un processo che permette al lavoro di crescere, attraverso la collaborazione vitale tra sceneggiatura, regia, recitazione, che prende gradualmente corpo. Ogni forma d'arte correttamente praticata comporta una relazione continua fra concezione ed esecuzione, perché la concezione originale viene costantemente modificata man mano che si cerca di darle una realizzazione oggettiva. Nella pittura questa relazione avviene tra l'artista e la sua tela; quando si fa un film questa relazione avviene tra le persone.”
(Stanley Kubrick)

di Riccardo Ferrazzi
L’apprendista stregone mette in moto il sortilegio ma non sa come fermarlo e se ne lascia travolgere. Quando è partito il revival della solita, eterna, immutabile discussione su “letteratura popolare” e ruolo della critica, con l’inevitabile codicillo della solita, immutabile, eterna “questione della lingua”, confesso di aver guardato alla cosa con un certo fastidio. Ho una certa età, e questa manfrina l’ho già vista ripetersi non so più quante volte. Sarà un mio limite, ma faccio fatica a convincermi di una cosa: che prima si debba scegliere una idea e poi si debba interpretare la realtà alla luce di quella. Scusate tanto, ma io resto attaccato al vecchio metodo: prima esamino i fatti, poi, se proprio non se ne può fare a meno, ci elaboro sopra una teoria.
Ammetto subito che non ho fatto uno studio approfondito, ma mi pare che tra le grandi opere della narrativa di tutti i tempi, di best seller immediati non ce ne siano stati molti. Se lasciamo da parte i romanzi pubblicati a puntate, forse restano solo il “Don Chisciotte” e “I dolori del giovane Werther”. Addirittura, il Chisciotte è il primo caso di un best seller che ha richiesto un sequel. Ma tutti gli altri ? Seriamente, cosa mi dite di “Il monaco”, “Il boia di Béthune”, “Ettore Fieramosca” ? I successi di fine ottocento si intitolavano “I misteri di Parigi”, “L’ebreo errante”, “Sepolta viva”, e compagnia bella. Negli stessi anni c’erano fior di scrittori che scrivevano fior di capolavori, però dovevano pubblicarli a proprie spese, quando non uscivano postumi a cura degli amici. Perché dobbiamo meravigliarci o scandalizzarci per il successo di Faletti ? E, a rovescio, perché dobbiamo prendere lucciole per lanterne e celebrarlo come “il più grande scrittore italiano vivente” ?
Faletti è un onesto scrittore di gialli che ha avuto successo. Ne sono contento per lui (che mi è simpatico fin dal suo primo apparire a Drive in), ma ne sono contento anche per la letteratura: non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, dei due milioni di lettori che si è accaparrato, qualcuno insisterà a leggere, ci prenderà gusto e un giorno arriverà ad apprezzare anche Faulkner e Musil. Però ogni cosa va collocata nel giusto contesto. E a questo punto bisogna guardare i fatti in prospettiva storica.
Di nuovo: io non ho fatto uno studio approfondito (e dubito che esistano statistiche in merito) ma quanti erano, all’inizio del seicento, gli spagnoli che sapevano leggere e scrivere? Quando parliamo del Chisciotte best seller di quale pubblico stiamo parlando ?
E ancora: alla fine del diciottesimo secolo, per quanto fossero progredite la cultura, la stampa e la pratica della traduzione, quanti erano in tutta Europa a leggere il best seller del signor Goethe ? E soprattutto chi erano ?
Be’, qualche risposta possiamo darla. Nella Spagna del seicento leggevano i nobili, i preti e pochi altri. In Europa, alla vigilia della rivoluzione francese, leggevano i nobili, i preti e i borghesi. Ma i borghesi erano dieci volte più dei nobili e dei preti messi assieme. La loro cultura era più d’accatto, i loro gusti erano più terra terra, il loro pane quotidiano era il feuilleton. Per ogni Dickens, per ogni Balzac, c’erano centinaia di scribacchini pagati un tanto a colonna per riempire il supplemento del sabato delle gazzette, e molto spesso questi pennaioli avevano più successo di quelli le cui opere hanno retto al vaglio dei secoli. La “letteratura popolare” era già nata allora e ha sempre goduto di ottima salute.
Sul finire dell’ottocento il movimento socialista portò all’alfabetizzazione le masse operaie che, fino a quel momento, si erano formate una cultura solo sulle opere di Verdi. Ai primi del novecento arrivò il cinema. Crisi, superamento e rilancio. A metà del secolo arrivò la televisione. Altra crisi. Ma la letteratura non muore. Ogni allargamento della base è benvenuto, ma l’espansione del mercato è progredita a tappe forzate. Non si può chiedere ai nuovi venuti di essere già smaliziati lettori di Joyce o di T.S. Eliot, di averli assimilati e digeriti, di aver gustato il postmoderno e di averlo superato. Non si può chiedere al salumiere (o perlomeno non a tutti i salumieri) di lavorare dieci ore al giorno per poi vegliare meditando sui versi di Neruda o di Kavafis.
Se la cosiddetta “letteratura popolare” ha dilatato i suoi numeri, perché dovremmo temere per la letteratura con la Elle maiuscola ? Certo, sono esistiti, esistono anche scrittori di valore che vendono centinaia di migliaia di copie, ma non sono la regola. Di solito, chi vive di diritti d’autore è schiavo di un cliché e raramente entra nei libri di letteratura. Si può scrivere per fare soldi, diventare famosi e scopare le veline; oppure si può scrivere per dire qualcosa. In questo caso sarà meglio non farsi illusioni, elaborare una strategia di nicchia e rivolgersi a una fetta di pubblico bene individuata. Che c’è di male in tutto questo ? È poi così desiderabile che milioni di (rispettabilissimi) salumieri acquistino e leggano (possibilmente in originale) “Der Mann ohne Eigenschaften” ? Oppure è indispensabile che ogni scrittore legga ogni anno l’ultimo Faletti o l’ultima Cornwell per “documentarsi” ?
Invece di certi dibattiti inutili e ripetitivi, non sarebbero meglio delle serie e oneste recensioni che aiutino i lettori a orientarsi nel mare magnum delle moderne librerie?

A Berlino che giorno è lo street fashion fa victims tutti i giorni appollaiati in Alexanderplatz dicono aufwiedersehn e Franz resuscita al Cafè Doeblin.
Nel frastuono techno, tra lounge minimal e ambient cova l’ansia
Unter den Linden,
ma poi svanisce nel terso sole.
Passo attraverso l’Hohenzollern Kanal sognando di fumare narcotici
del cartello di Medellin.
Nella Karl Marx Allee il da tempo defunto omonimo filosofo si rivolterebbe nella tomba
mentre----------------------------------------------------------------------------
Hitler dall’inferno vede profilarsi, laddove sostava la cancelleria del Reich millenario
gente non proprio ariana e fuma di rabbia,
mentre Lucifero gli fa una testa così perché vuole sapere, da quasi 70 anni,
come diavolo
ha fatto a compiere i suoi diabolici scempi; si sente in soggezione.
Musica e cultura, Berlino è una supercittà tra inferno e paradiso,
sfilano mostri a novantotto teste, cadaveri vivi, pornoplastica, zum zum dada umpa
ein schoenen Tag, ich hatte die Hoden voll, wo bist du, ick bin ein Berliner
così disse JFK quella volta 40 anni e rotti fa, hier, in Berlin.
Ick bin ein Mann fuer alle Faelle, so sagte Harald Juhnke.
Udo Juergens canta ancora Sechsundsechzig Jahre, o forse era Peter Alexander o era
Heino?
Non era il viennese Falco, questo lo ricordo, alles klar Herr Kommissar.
Poeti algebrici mimano le contorsioni di mimi tubercolotici
nel paradiso berlinese.
Unter den Linden sfoggio la mia camicia gap, gas, giap, sono diventato
modaiolo freakciccarolo e me piace, mo’ vieni a magnà lo stinco de maiale, mortacci tua
dico a un romano di passaggio;
I’m sorry, do you know who I am?, chiede una signora del Minnesota a una del cantone di Uri.
C’è il destino, a Berlino.
Città cosmica, senza tregua, sconfinata nei suoi locali
e nelle architetture soffusamente deliranti.
Una gioia per gli occhi.
Birra siderale a fiumi.
Leggo Hammett e Ring Lardner sotto un albero seduto su una panchina del parco.
Ci sono vecchi nel parco che non vedresti a Milano, sono
ringiovaniti, ringiovaniscono.
E’ essenziale esserci, qui
ancora vivi, vivi di nuovo.
Fumo una Roth-Haendle pensando che questa era la patria di mio padre,
che io sono milanese e - lech mich am Arsch-, vivrei qui subito.
Fuggirei qui con me stesso.
Il mio aereo parte tra due ore soltanto, devo
affrettarmi.
Purtroppo.
Prendo un taxi Mercedes fino all’aeroporto, un’ultima birra prima dell’imbarco.
Sono nel cielo sopra Berlino senza Wenders tra i piedi,
con un amico americano di qualcuno
che mi dice sorry, e beve limonata.
Classe economica.
Atterro a Milano in perfetto orario.
La prossima volta, da Berlino, non fuggirò più.
Lo prometto alla mia felicità,
qualunque cosa questo significhi.
di Jack Torrance
il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca
di Carol Ann Duffy
(Rubo da un commento fatto su Nazind questa breve poesia. M.U).
Non sarò la prima né l’ultima
che se ne sta su un costone,
a guardare al marito
che dimostra al mondo
di essere un totale, perfetto, emerito, assoluto coglione.
(Nella foto: la signora Icaro a casa, dopo il volo, in un momento di relax.M.U.)
"L'ottimismo della ragione contro il pessimismo del torto".
(Max Mescia)
Interrompo le tramissioni su Radio Uffenwanken Rigorosamente International (Modestamente) per annunciare che lo secondo creaturi masculo del me amis Gianni Biondillo sta per nasciri. Esattamente domani giovedì 17 (c'è mancato poco, per il venerdì, dico...) in tutte ma dico tutte le librerie-nursery d'Italia sarà disponibile il pupo masculo, al quale il padre ha dato il nome di "Con la morte nel cuore". Io ho avuto modo di fare un' ecografia al pupo (insomma ho già letto il libro) e posso dirvi che il guaglione è ancora più bello del fratello maggiore "Per cosa si uccide". Ma non ditegli che ve l'ho detto. Il nuovo guaglione - da ecografiche informazioni assunte - pesa 443 pagine - ma tutto è relativo, perchè il pupo è una piuma, nel senso che è come quando vi attaccavate anche voi al biberon, il latte ve lo succhiavate di gusto quasi in un sorso. E insomma 443 pagine ve le succhiate in fretta, e a libro chiuso (anzi a pupo addormentato) vi dispiacerà anche, perchè l'avrete finito.
In culo alla balena Blondell!
Programma
Sabato 19 febbraio 2005
NAZIONE INDIANA organizza una giornata d'incontro con voci libere e tenaci del giornalismo d'inchiesta.
A cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero, Roberto Saviano.
Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11, 20123 Milano – ingresso da Conca del Naviglio – Tel. 02.58319484.
MM2 S. Agostino, MM2 Porta Genova – Tram 2, 14 – bus 94.
Francesco Vignarca : Armi e mercenari.
Roberto Saviano : Camorra e imprenditoria criminale.
Gianni Saporetti : Un'altra pratica di giornalismo, l'esperienza della rivista "Una città".
Umberto Lucentini : Storie di Cosa nostra oggi.
Angelo Miotto : Le notizie che non passano.
DICUSSIONE
ore 15
Peter Gomez: Meandri della prima e seconda repubblica.
Riccardo Orioles: Cosa nostra e il ruolo del giornalismo d'inchiesta.
Emiliano Fittipaldi: Il nuovo giornalismo d'inchiesta.
Lorenzo Fazio, direttore della collana BUR.
Antonella Tarpino, editor di Einaudi.
Interverranno nella discussione: Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e altri collaboratori di Nazione Indiana.
Notizie sui partecipanti
Francesco Vignarca , autore di Mercenari S.p.a, Bur, 2004, coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo.
Roberto Saviano, scrive su “il manifesto”, “Diario” e l’inserto campano del “Corriere della sera”. Collabora a Nazione Indiana. Un suo testo, “Annalisa. Cronaca di un funerale” è uscito su Best off, a cura di Antonio Pascale, minimum fax, 2005.
Gianni Saporetti, coordinatore del mensile “Una città”.
Umberto Lucentini, autore di Paolo Borsellino, San Paolo, 2004, lavora per il “Giornale di Sicilia”.
Peter Gomez, coautore assieme a Marco Travaglio di Regime, BUR, 2004. Lavora per “L’’Espresso”.
Riccardo Orioles è stato tra i fondatori del settimanale "Avvenimenti", con Pippo Fava (giornalista ucciso dalla mafia nel 1984) ha condiviso l'esperienza de "I Siciliani". Cura in rete " La Catena di San Libero", un notiziario gratuito.
Emiliano Fittipaldi, coautore assieme a Dario Di Vico di Profondo Italia, BUR, 2004. Lavora per la pagina economica del “Mattino”.
Angelo Miotto lavora a Radio Popolare. Sta preparando con Gigi Gherzi e Matteo Scanni un saggio sulle notizie accantonate dal circuito dell’informazione.
Lorenzo Fazio, direttore della collana BUR.
Antonella Tarpino, editor di Einaudi.
di Elio Paoloni
Giulio Mozzi ha scritto recentemente che un libro sbagliato non è recuperabile: dalla sua esperienza di lettore, di insegnante di scrittura creativa, e poi di editor, ha tratto la conclusione che è inutile mettere mano a un libro strutturalmente manchevole tentando di rimetterlo in sesto. Si fa prima, e meglio, a riscriverlo completamente. Oppure, si potrebbe dire, a pubblicarlo com'è.
Ma che dire dei tanti libri che non hanno gravi difetti strutturali ma soltanto zone mosce o parti ripetitive o pezzi ciondolanti, e ciononostante si lasciano passare così come sono? Sono stato a lungo incerto prima di decretare la pura e semplice assenza di qualsivoglia sforzo redazionale in molti dei libri che ho letto recentemente; temevo una mia incapacità di afferrare lo spirito dei libri, che poteva consistere appunto in un'irruenza sperimentale, in uno squilibrio cercato, in una logorrea peculiare. Ho rammentato le accuse a molte scuole di scrittura per la loro insistenza sul limare, sull’espungere, sull’asciugare, che aveva portato alla creazione di tanti nipotini di Carver.
E' giusto, mi sono detto, evitare la monotonia del bello e rifinito, quell'omogeneità tombale attribuibile a un certo editing, che rende indistinguibili gli scrittori come la barrique rende uguali i vini da qualsiasi vitigno provengano. Il lavoro di chi pretende di incanalare la lava della scrittura nelle regolette della "buona composizione", è stato tanto criticato che l'evidente mancanza di interventi appare come un segno di un buon costume.
Si ritiene infatti che asciugare, sforbiciare, contrarre, sia affare da minimalisti. Ma sproloquiare non ci trasporta automaticamente nel paese del massimalismo. Dilatare un pregevole tondo a dimensioni da Cappella Sistina ottiene un unico risultato: il dispiegarsi della grana da pixel. Spesso non si vuol rinunciare all'effetto orale. Ma l'oralità non esiste, in letteratura. E' un'invenzione. Un artificio sorvegliatissimo. Tutto da “editare”. Abbassare continuamente il tono inseguendo la mimesi non serve a raggiungere nuovi lettori ma a scoraggiare i vecchi.
Troppi libri insomma guadagnerebbero molto da una buona revisione.
Uno di questi, a parer mio, è il notevolissimo Sahara Consilina di Vincenzo Corraro, romanzo corale sulla nuova emigrazione meridionale, quella degli universitari e dei laureati, specie dei lucani come l’autore, "che non teniamo niente, eternamente retorici nei nostri Orazi e Scotellari, petroli in Val d'Agri e briganti, le due varianti di pini: i Loricati e il Mango (cantante), Isabelle Morre e nient'altro. Cioè per quanto ci sforziamo quattro cose, che basta una tarantella per riassumerle".
Atto primo, la partenza: "si smarrirono e ingarbugliarono le strade, la Volvo fu venduta per dire degli oggetti, la casa abbandonata, aumentarono le promozioni, si diversificarono le esigenze, si addolcirono le incazzature, gira la carta, pensammo". Atto secondo, l'esilio. Addolcito dalle mamme "che salivano al Nord dai figli per due giorni", che "fatta la spesa al Gs e regalati sinceri buongiorno in strada a chi non glieli chiedeva, ci accudivano di ritorno dai corsi. Le sante e benedette mamme grasse e con la terra nelle unghie smaltate per farsi signore, con le camicette colorate di una stoffa che non si usava più da cinquant'anni, che si confondevano al mercato con le slave e le rumene, e la casa si riempiva di sole che per un anno non andava via". Atto terzo, il rientro: "il paese più avanti ci avrebbe in qualche modo a uno a uno risucchiato, riprendendosi scotellaramente i suoi figli dopo averli visti nel giusto partire, già mezzo stempiati dalle marce illusioni, rivendicando i suoi doni come Andromaca".
In questo romanzo l'occasione per il rientro degli esuli, componenti di una band, è la prossimità delle elezioni comunali nell'amato-odiato paesello (ma il luogo dell'anima - o meglio dell'assenza di anima - è la vicina Sala Consilina richiamata nel titolo). Il gruppo di amici dà vita alla lista civica Catena solidale, “alleanza triste, servile e tribale di gente inaridita dall’amarezza, assoldata dall’utopia” che rimette agli altri, “ai salvati e ai potenti, la propria fragilità sommersa, il proprio fondo cristallino di disperazione, che si incaponisce a mettere pezze al proprio destino”, che “diventa, nel rutto dei birraioli, catena di sant’Antonio… Forse stiamo violando ferocemente l’intimità del paese, come i gesuiti spagnoli in terre azteche. Anche noi, come loro, per passione, fede imposta”. E deve combattere proprio contro la donna che anni prima, al liceo, aveva rappresentato la rivolta agli occhi del protagonista: "il suono della rivoluzione poteva essere senza dubbio questo: l'ilarità disarmante di Annina, questo borioso scoppio di neuroni che piglia per il culo il sistema e se lo imprigiona dentro al cesso, per pisciarci sfottente sopra".
Sahara Consilina è ricco di pagine pregevoli: l’autore riesce a scolpire periodi netti, con frasi che si accavallano scabre come scaglie di pino loricato. Finendo spesso, però, sommerse dal chiacchiericcio o disperse nello smontaggio cronologico che è ormai divenuto un'afflizione, al cinema e nei libri.
Ne ho voluto parlare con Michele Trecca. Trecca è il critico che, dopo averci regalato, insieme a Gaetano Cappelli e Enzo Verrengia, una delle più significative antologie degli ultimi decenni, Sporco al sole, e aver messo mano a diversi progetti editoriali (nella collana zerozerosud era uscito il libro di Francesco Dezio Via da qui, poi divenuto per Feltrinelli Nicola Rubino è entrato in fabbrica), dirige ora la collana Cromosoma Y di Palomar nella quale sono stati pubblicati, tra l’altro, Discoteca di Andrea Di Consoli, I Lanzillotti di Francesco Lanzo, e, appunto, Sahara Consilina.
Da un critico mi aspettavo - forse ingenuamente - un'idea dell’editing molto incisiva. Invece Trecca si defila: “In fin dei conti, io affianco l'autore (e con lui discuto tutti gli aspetti del lavoro), non mi sostituisco a lui”. Un atteggiamento rispettoso e collaborativo che probabilmente entusiasmerà gli autori. Trecca mi rimanda quindi all’autore.
Ed è a Vincenzo Corraro che pongo domande volutamente brutali, da avvocato del diavolo.
Per tratteggiare il donchisciottismo di Catena Solidale non sarebbe stato meglio che lessico e sintassi del narratore principale venissero raffreddati, invece di tendere al calco dei personaggi, ricorrendo di continuo all'ammiccamento naif?
Il narratore/personaggio principale gioca con una lingua zuzzurellona, ironica e scanzonata quando ha da raccontare i momenti della campagna elettorale (è un modo per demistificare qualcosa che in toni seri poteva diventare stucchevole e indigeribile o forse “poco coinvolgente”), ma utilizza una lingua più fredda e distaccata quando riflette sul contesto, quando tenta di “fare denuncia”, quando si fa professorale (ma non intellettuale). Questo mix a me sembra che dia più musicalità alla pagina, quel ritmo – chiamiamolo - “sincopato”, che permette di osservare la realtà in una prospettiva quantomeno bidimensionale, e ricca di luce.
Del romanzo fa parte un bellissimo racconto in prima persona di Annina, la barricadera divenuta "signora" e riformista, un personaggio che, secondo Michele Trecca "è la vera sorpresa della storia, l'elemento perturbante che svela i limiti dell'autoreferenzialità narcisistica di certi gruppi". Penso che se avesse lo stesso spazio del suo innamorato-antagonista, avremmo uno di quei libri a più voci, con visioni diverse, contrapposte o complementari. Ma relegata in fondo la voce notevole di questo personaggio - con il suo tono tradizionale – non suona semplicemente estranea?
Annina è l’altra parte della storia, e penso che abbia anche un notevole peso nel libro, certo non lo stesso spazio - è vero - di Johnny, ma è il personaggio più importante dopo il narratore. Tieni conto che è un romanzo ossessivamente maschile e arrabbiato (cfr. il capitolo “Contracanto”), Annina doveva per forza di cose venir fuori dalle ceneri della rabbia.
“Giulia” (una delle donne del protagonista) fa davvero parte del libro?
E’ un personaggio marginalissimo. Che poi abbia preso pagine e spazio fino a confondersi tra i personaggi principali (credo che qui mi voglia portare capziosamente la domanda) rispondo che intanto non è così, e poi Giulia (così come l’odore di malva, i desideri inespressi della voce narrante, ecc.) fa parte delle dolci ossessioni (o fantasmi) del protagonista.
Per un Senatore "pittato" come Dio comanda e una scena in casa sua perfettamente "recitata", mi sembra di trovare molte ripetizioni e qualche sciatteria in altri passi dove si racconta dell'attività di Catena Solidale. Anche per Trecca "tagli - probabilmente - se ne potevano ancora fare".
Ho calibrato nel capitolo sul Senatore ogni scelta stilistica, estetica, antropologica e scenografica, modellando al meglio una materia narrativa che doveva mostrarsi “barocca” e ridondante, non di un mero intellettualismo però, ma di una forza comunicativa che tenesse assieme grottesco (il senatore, la cricca, la bibliografia) e drammatico (le cameriere polacche, il tempo andato tra le mura di quel palazzo senza età, il potere recidivo dei piccoli uomini).
Rileggendo a mente fredda il romanzo parecchie cose non mi piacciono e tante altre le avrei scritte in diverso modo. Quella che si può trovare un po’ troppo pesante l’analisi socio-politica (che interessa a pochi) di certi capitoli (forse il testo, avendo avuto un po’ più di tempo, avrei potuto asciugarlo ulteriormente)
Mi sembra che molti degli autori e delle personalità elencati poi in appendice siano collocati nel libro, ognuno con la sua frasetta in fronte, quasi un link, senza una reale necessità o un affinità profonda ma solo per donare più universalità al libro. Come dire: questa figurina mi mancava, vediamo, in quale casella dell'album va incollata
In questa scelta stilistica – intellettual-smoff e orgasmatica – l’uso delle citazioni lo rivedo appropriato e in fondo necessario. Significa rispetto verso un mondo di immagini, di autori e di sensi che interseca con le situazioni che ho descritto.
Una confessione: oggi le epigrafi toglierei dal libro. Quando scrivo ne metto sempre una prima di ogni pagina bianca, è uno stimolo a non farmi abbandonare il lavoro che ho intrapreso. E non sempre ci azzeccano qualcosa con quanto segue. Ecco: molte di quelle contenute in Sahara Consilina oggi mi sembrano ridondanti, patetiche, esagerate. Quelle “frasette” si potevano, concordo con te, eliminare.
Perché il capitolo "senza rischio" inizia con la solita voce narrante, impedendo di comprendere agevolmente che a un certo punto, nella pagina seguente, è Thomas, l'unica figura tragica del romanzo, a dire "io"?
Tutti i cambi dei personaggi sono “preparati” dalla voce narrante. Mi chiedo piuttosto come mai questo non abbia funzionato bene, da non passare inosservato.
Il libro non finisce - bene - prima delle ultime due righe?
Forse. Ma Sahara è un romanzo prima di tutto “musicale”. Ci tengo che sia definito così. Anzi il prologo si apre con un’invocazione dei cantastorie siciliani: “sentite perché c’è da sentire”… non poteva non chiudersi con un sipario analogo, una formuletta di chiusura che è appunto di richiamo musicale. Un po’ come faceva Omero e come gli portano rispetto, ancora oggi, i cantori di tradizione orale.
Che siate sposati, fidanzati, vedovi, soli, solinghi, solitari, tristi (solitari), binari tristi y solitari, tristi solitari y final, all'inizio della vita o al suo principio, che siate bastardi dentro, bastiancontrari, ridibastiani, ballerini, frufru, orsubellesignore, mangiapaneatradimento, ricchi ricchissimi praticamente in mutande, fini intellettuali, fini pseudointellettuali, Fini, fini tortellini, tate, tutte, tits, tarelli, biciclette Carnielli, uomini che non devono chiedere mai, uomini dal braccio d'oro, donne sull'orlo di una crisi di nervi, donne cosa si fa per voi, Donne Rose, (il mio nome è...), Katie Ricciarelli, Pippi Baudi, professori, professoroni, professorini, professoresse, sado, maso, Pietro Maso, Sacher-Masoch con o senza (panna), Tarte Tatin, (sorelle), Sorelle Materassi, Tigri del Materasso, Mister Permaflex, Mister Spermaflex, Mister Parmalat, reggiani, reggini, ruggiti, Cipputi, medioborghesi, bassoborghesi, simpaticoni, antipaticoni, rimbambiti, salme, salmì umani, divi di Hollywood, scrittori incazzati neri, scrittori incazzati e basta, scrittori calmissimi, tromboni, suonatori di trombone, suonatori di eccetera eccetera, amici nemici amici degli amici nemici degli amici nemici dei nemici...
Buon San Valentino da Tutta la Redazione (cioè io)!
di Lorenzo Galbiati
(Ecco la terza e ultima parte della biografia non autorizzata di Darwin. La prima è andata in rete gio. 20 gennaio e la seconda lun 31 gennaio. Buona lettura. M.U.)
Terza parte
Charles e Alfred
In apparenza Darwin e Wallace avevano ben poco in comune: il primo era un ricco gentiluomo con una solida preparazione universitaria, il secondo uno sfigato senza istruzione che per campare fece anche il collezionatore di uccelli e insetti in malsani paesi tropicali. Tuttavia, entrambi erano naturalisti nati che avevano letto Malthus e Lyell, ed entrambi fecero il giro del mondo per raccogliere esemplari viventi in arcipelaghi tropicali. Wallace nel 1848 partì per il Brasile allo scopo preciso di “raccogliere fatti”, ossia insetti, scimmie, uccelli che lo aiutassero a comprendere il problema dell’origine delle specie. Dopo quattro anni di spericolate avventure lungo il Rio delle Amazzoni, IndianaJones-Wallace salpò dal Brasile con la più gigantesca collezione di animali tropicali che nessuno avesse mai raccolto. E che nessuno in Inghilterra vide mai, perché il 6 agosto 1852 la nave su cui viaggiava prese fuoco e affondò con tutti i “fatti” raccolti, e con la maggior parte dei suoi diari. Ma figuriamoci se questo poteva fermare DieHard-Wallace, che riuscì a tornare in patria senza riportare danni fisici (su quelli psichici però non saprei dire). Dimostrando di possedere memoria e forza di volontà non comuni, Wallace stese ugualmente una mappa sulla distribuzione delle specie raccolte lungo gli affluenti del Rio delle Amazzoni e subito dopo programmò un’altra spedizione, questa volta per l’arcipelago malese (come avrete capito, Alfred, al contrario di Charles, non aveva problemi con l’acqua ma, semmai, con il fuoco). Questa volta i “fatti” malesi non furono abbrustoliti durante il viaggio cosicché Wallace, al suo ritorno, potè osservarli con calma.
Nel 1855 Alfred scrisse il saggio Sulla legge che regola l’introduzione di nuove specie, con il quale poneva implicitamente le basi per lo sviluppo della teoria della discendenza di specie affini da un progenitore comune. Come abbiamo detto, Darwin lo lesse dopo aver concluso il lavoro sui cirripedi e non reagì fino a che Wallace nel 1857 gli scrisse una lettera per chiedergli la sua opinione. A quel punto, essendo un gentiluomo, dovette rispondergli: “confermo la fondatezza di quasi ogni parola del suo saggio”, gli scrisse nella sua lettera di ritorno. Ma, a parte questo, Darwin non fece granché. Se Charles dormiva, non così il suo amico Lyell, che fu molto turbato dal saggio di Wallace e decise di far visita al Nostro per discutere con lui il problema dell’origine delle specie. Si rese conto (e ne fu terrorizzato) che le idee di Darwin coincidevano con quelle di Wallace, anzi si inserivano in un discorso di ben più ampio respiro, che rappresentava una vera e propria rivoluzione per le scienze naturali. Benché non fosse ancora convinto delle argomentazioni evoluzionistiche, Lyell incoraggiò il suo ex discepolo a pubblicare in tempi brevi un’opera sulle specie: “scrivi, vecchio mio! Vuoi farti scavalcare da quello sfigato di Wallace?” E, finalmente, Darwin si ripigliò, rilesse il suo Essay del 1844 e si mise a scrivere di buona lena una nuovo grande libro. E questo migliorò anche la sua salute: cessarono la dissenteria e gli incubi in cui veniva sodomizzato da un cirripede.
Nel 1858 il Nostro ricevette un manoscritto di Wallace, Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario. Darwin fu sbalordito, e ne scrisse a Lyell: “non ho mai visto una coincidenza più sorprendente, […] tutta la mia originalità, qualunque essa fosse, va in fumo.” Il 20 agosto 1858 nei Proceedings della Linnean Society di Londra vennero pubblicati il manoscritto di Wallace insieme a estratti dell’Essay di Darwin: per la prima volta veniva chiaramente proposta la teoria dell’evoluzione per selezione naturale. A questo punto, tutti aspettavano il grande libro di Darwin, che però tornò a farsela nelle mutande, e non parlo solo in senso metaforico. Esasperato, Lyell gli chiese un compendio dell’opera che stava scrivendo, “è l’unico modo per fregare quel cacasotto”, disse a un amico. E il miracolo avvenne. Il compendio, pubblicato il 24 novembre 1859, divenne il libro più importante delle scienze biologiche: l’Origine delle specie. Afred Russel Wallace non provò invidia nei confronti di Darwin, anzi ne fu un grande ammiratore e continuò imperterrito le sue pericolose ricerche naturalistiche. Nel 1862 tornò nell’arcipelago malese e al suo ritorno scrisse alcune delle più importanti opere di zoogeografia degli ultimi due secoli. Morì a stento nel 1913, a novant’anni.
L’origine delle specie
Il compendio che Darwin diede alle stampe (l’editore riuscì a convincerlo a pubblicarlo omettendo la parola “compendio”, e Darwin ne fu molto dispiaciuto: era un lavoretto di sole 490 pagine) non è un’opera in cui viene presentata una teoria monolitica sull’evoluzione, ma un insieme di teorie che possono essere così suddivise: teoria della discendenza da un progenitore comune, teoria della moltiplicazione delle specie, teoria dell’evoluzione graduale, teoria della selezione naturale; senza contare la teoria basilare secondo cui il mondo vivente non è statico ma in evoluzione, così come lo sono le specie che lo compongono.
Cominciamo da quest’ultima: Darwin non fu certo il primo a sostenerla, ma fu il primo a proporre un meccanismo verosimile che la spiegasse, la selezione naturale, e a raccogliere una quantità impressionante di prove, tanto che prima del Novecento non rimase nessun grande biologo che non accettasse la realtà dell’evoluzione. Oggi il fatto che le specie viventi siano in continua evoluzione (così come il pianeta su cui si sono formate) è considerato un fatto, non una semplice teoria. Come scrisse il grande genetista russo Dobzhansky, “in biologia nulla ha senso se non alla luce dell’evoluzione”. A sostegno di questo fatto ci sono innumerevoli testimonianze fossili, dalle quali Darwin riuscì perfino (e fu l’unico) a proporre un’età per il nostro pianeta (decine di miliardi di anni) che si è rivelata quasi esatta (la Terra è vecchia circa 4 miliardi e mezzo di anni).
La teoria della discendenza comune. Se si abbandona il concetto della costanza delle specie si apre un varco che porta diritti al concetto di discendenza comune. Darwin osservando tutte le varietà di tordi raccolti sulle isole Galapagos, e notando la loro somiglianza con quelli del continente sudamericano, arrivò alla conclusione che il progenitore comune dovesse essere un tordo del continente, che in tempi remoti colonizzò le Galapagos e col tempo si differenziò nelle varie specie esistenti oggi. Volete altri esempi? Pensate alla somiglianza che c’è tra tutti i felini (prendete ad esempio un gatto e un puma) ed escludete che il Creatore decine di milioni di anni fa li abbia creati dal nulla così come sono ora: che altra ipotesi vi resta se non pensare che discendano tutti da un antenato comune, un felino ancestrale ora scomparso? E, allargando l’orizzonte, potreste pensare che felini, cani e orsi derivino tutti da un antenato comune che ha dato origine a tutti i mammiferi carnivori. Applicando coerentemente questo assunto a ritroso nel tempo si arriva alla conclusione che “la totalità delle nostre piante e dei nostri animali [discendono] da un’unica forma particolare in cui per prima la vita respirò” (Darwin).
Nel 1859 si sapeva ben poco del mondo dei microrganismi, ma ora si presume che le prime forme di vita fossero simili ad alcuni batteri, gli organismi microscopici più semplici che conosciamo. Come dite? Ora volete sapere come hanno avuto origine queste prime forme di vita? Non chiedetelo a me, scrivete una lettera Dio! Lui forse c’era tre miliardi e passa di anni fa, quando comparve la vita, io no!
La teoria della moltiplicazione delle specie. La storia della vita si può quindi interpretare come un continuo moltiplicarsi di nuove specie (a fronte di altre che si estinguono). Ma quali sono i meccanismi con cui si creano nuove specie? Ne abbiamo già accennato uno parlando dei tordi delle Galapagos di Darwin, ora descriviamo il caso più semplice di speciazione geografica. Poiché con il termine specie si tende un insieme di individui riproduttivamente isolati da altri (individui di specie diverse non sono in grado di riprodursi per evidenti impedimenti fisici, o credete che un topo possa fecondare il vostro pappagallo? Tutt’al più specie simili possono incrociarsi, ma daranno vita a un ibrido sterile), il meccanismo più facile da immaginare per generare nuove specie è la formazione di una barriera fisica all’interno di una popolazione, dimodoché questa venga suddivisa in due popolazioni riproduttivamente isolate. Per intenderci: tanto tempo fa la Sardegna era attaccata alle coste francesi del Mediterraneo, e quindi (verosimilmente) condivideva con queste terre le stesse specie viventi. Ora che si è frapposta una barriera (il mare), contiene molte specie endemiche, che non si trovano in nessun’altra parte d’Europa.
I meccanismi con cui si formano nuove specie sono a tutt’oggi oggetto di studio di molti scienziati.
La teoria del gradualismo. Secondo Darwin il cambiamento evolutivo è sempre e solo graduale: “la natura non fa salti” borbottava di continuo (in compenso lui Emma la faceva saltare, eccome!). Il rigido gradualismo di Darwin deriva dalla concezione attualistica di Lyell, ed è dovuto anche al fatto che accettare l’improvvisa comparsa di una nuova specie sarebbe stata un’eccessiva concessione al creazionismo. La teoria del gradualismo dell’evoluzione ebbe fin da subito molte obiezioni, soprattutto da parte degli stessi evoluzionisti. Oggi su questo punto, grazie allo studio delle testimonianze fossili, la teoria di Darwin è stata riveduta e corretta: la natura non si evolve sempre in modo graduale ma talvolta, anzi spesso, tramite dei lunghi periodi di stasi alternati a (relativamente) brevi periodi di cambiamento.
La teoria della selezione naturale. Se in natura esiste la struggle for life poiché le risorse non bastano per tutti gli individui, allora alcuni sopravvivranno e avranno maggiore possibilità di riprodursi rispetto ad altri. La sopravvivenza nella lotta per l’esistenza non è casuale ma dipende dalle caratteristiche fisiche e quindi genetiche degli individui in competizione. Gli organismi “selezionati” avranno modo di trasferire gran parte delle loro caratteristiche individuali ai loro discendenti, mentre quelli “eliminati” non avranno discendenti, o ne avranno pochi. Come conseguenza di questa “sopravvivenza differenziata”, nel corso delle generazioni si avrà un cambiamento nelle caratteristiche degli individui di una popolazione che potrebbe sfociare, in un dato momento, nella formazione di specie nuove.
L’espressione selezione naturale può risultare ambigua. Non crediate che ci sia in natura una “forza della selezione” che agisca attivamente sui viventi: la selezione naturale non è un concetto direttivo della natura, ma un concetto descrittivo di ciò che avviene sotto i nostri occhi. Con la debita prudenza si potrebbe usare anche l’espressione “sopravvivenza del più adatto” (che coniò per primo Herbert Spencer), come fece Darwin nelle ultime edizioni dell’Origine, precisando che il “più adatto” è colui che “ha una maggiore probabilità di sopravvivere e riprodursi”. In soldoni, chi fa più figli degli altri. E quel mandrillo di Darwin aspirava al titolo di super-adatto: voleva fare il record di figli, ma non ci riuscì, poverino.
L’origine e la fine dell’uomo
Passarono 12 anni tra la pubblicazione dell’Origine della specie e la prima edizione dell’Origine dell’uomo. Darwin aveva aspettato di avere dalla sua buona parte dei biologi del suo tempo prima di dare un’altra mazzata nei denti alla religione cristiana, alla filosofia e al buon senso dell’epoca affermando che l’uomo non è il risultato ultimo e premeditato della creazione divina, bensì un animale come gli altri, che condivide con scimmie antropomorfe come lo scimpanzé un antenato comune estinto da non molto tempo (qualche milione di anni fa, si pensa oggi). Con la selezione naturale aveva detronizzato Dio, ora detronizzava anche l’uomo.
Il Nostro lasciò ad altri il compito di difendere le sue tesi sull’origine dell’uomo, per conto suo era già convinto che gli scavi dei paleontologi avrebbero fornito in futuro abbondanti prove della sua teoria (ed ebbe ancora ragione, che fosse un mago?), così cambiò interessi e passò l’ultimo decennio della sua vita a studiare il comportamento animale e la botanica. Tanto per ammazzare il tempo, nel 1872 diede alle stampe L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, un lavoro d’avanguardia che anticipava di vari decenni l’etologia, quindi, non ancora soddisfatto, pensò di dare un contributo fondamentale anche alla botanica con lo scritto del 1876 Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale. Stiamo parlando di due opere talmente anticipatrici e rilevanti che basterebbero da sole a rendere famose uno scienziato, a farlo entrare nella storia.
Darwin tuttavia non si curò della fama e continuò la sua vita appartata nella casa a Down House, restio a ogni contatto con la comunità scientifica, ma non con la moglie, che continuò a impollinare fino all’ultimo scampo di vita, fino a quando il Nostro si spense il 19 aprile 1882. Darwin ricevette funerali di stato e fu sepolto nell’abbazia di Westminster, accanto a Newton.
Sottoscrivo senza riserve il giudizio di coloro che hanno scritto che fra gli aspetti di diversità tra l’uomo e gli animali inferiori, il senso etico o coscienza è di gran lunga il più importante. Charles Robert Darwin.
arthur se ne andato, drammaturgo romanziere arthur, se ne andato dove c’è marylin, nei parchi immensi lì la raggiunge, le vuole bene.
morte di un commesso viaggiatore la più famosa, il conflitto familiare, la responsabilità spersonalizzante il sistema, arthur ne parlava nelle sue commedie, arthur.
arthur nasce a manhattan nel 15, ebreo bene. dopo il 29 crisi wallstreet pescecani suicidi crisi
pure lui se la passa male, arthur, fa la scuola di giornalismo della università del michigan.
dopo la laurea arthur nel 38 fa corso drammaturgia, con borsa di studio ammesso seminario theatre guild.
scrive per radio, debutta broadway l’uomo che ebbe tutte le fortune nel 44, critici ok pubblico no – solo 4 repliche.
narratore con situazione normale nel 45, e con focus, tema antisemitismo società americana
primo successo teatrale erano tutti miei figli – 47 - nel 49 morte di un commesso viaggiatore, grandissimo evento, 742 repliche broadway.
(willy loman è uno sfigato, capolavoro)
53 il crogiuolo, ammicca a sen. mac carthy, successo
55 uno sguardo dal ponte, tragedia incestuosa
dal 56 al 60 sposato con marylin, marylin seconda delle tre mogli, per arthur seconda ma mai dimenticata - impossibile
64 la caduta – storia tra un intellettuale e un’attrice, risvolti autobbb, arthur nega. stesso anno incidente a vichy – ebrei arrestati dai nazisti
seguono molti altri titoli
73 creazione del mondo e altri affari // 80 orologio americano // 82 due atti unici, una specie di storia d'amore / elegia per una signora //86 pericolo: memoria //88 specchio a due direzioni //91 discesa da mount morgan //92 l’ultimo yankee //94 vetri rotti, con psicanalisi, drammi sottile denuncia responsabilità individuale
sempre ossessionato da marylin, arthur non si libera mai dell’ossessione, a 88 anni scrive infatti finishing the picture - terminando il film, o il quadro - l’anno scorso, era malato di cancro, é morto a 89 anni, ormai è ieri
grazie arthur miller, raggiungi nei parchi lei, raggiungila nei parchi immensi
di Mario Bianco
(La APT è l’Agenzia Poetica Torinese. Eccovi l’ intensa storia narrata da un protagonista, l’amico Mario Bianco. Buona lettura. M.U.)
Il caso poetico andò così:
avevo ed ho un amico fraterno, tale Massimo Tosco detto l'eretico, che come me dipinge e scrive, passavamo ore a discutere, sparare frignacce, sostituire il reale con fantastiche prospettive di palingenesi, trasformavamo le albe in tramonti.
Scrivevamo pure racconti, poesie e ce le leggevamo declamandole peripateticamente mentre i nostri piccini (abbiamo grandi famiglie) ci accompagnavano di sottofondo frignando come protesta al triste destino dell'aver dei padri sedicenti poeti.
Massimo aveva addirittura pubblicato un volumetto di poesie, qui in Torino, per una editrice da leggenda: la Pitecantropus.
Poi in una sera fatale del 1976 salta fuori questa notizia. Massimo mi vuole con lui insieme ad altri due scombinati poeti/insegnanti ( Ugo Gomiero detto Il navigante Ugo da Zovon di Vho e Piegianni Curti ovvero l'abate Erasmo da Mondovì) per condurre una trasmissione radiofonica di poesia presso una delle prime radio libere o private italiane, la Radio Torino Alternativa presso di cui già il suddetto eretico conduceva una sua singolare, intellettuale e giullaresca performance settimanale detta "L'eresia notturna".
La nuova trasmissione prende il nome di "I denti d'oro del dinosauro", e viene annunciata come l'eterea emanazione della Agenzia Poetica Torinese (così abbiamo deciso di chiamarci) fondata, pare, nel 1776 da Alessandro Sappa poeta alessandrino e come lui affermiamo di fare poesia anche d'occasione.
Andiamo in onda tutti i venerdì sera verso le 21.30.
L'eretico è bravissimo a far la regia, nello scrivere barocchi, surreali testi, nel declamare stentoreamente qualsiasi baggianata o meravigliosa opera d'ARTE.
Noi cerchiamo di imparare, leggiamo grandi, famose poesie, testi di poemi antichi, cose nostre, brani di cronaca quotidiana, vaghiamo da Sanguineti, Fortini, a Carducci, Pascoli, Orazio, Catullo, Anacreonte, Saffo, Nazim Hikmet, Eluard, Neruda, Octavio Paz, Gozzano e Borges, Belli e Porta: facciamo dell'apostolato poetico, elargiamo poesia alla plebe, inframezziamo la retorica con musiche serissime, valzerini ed anche terribili kiccerie o pop. Ci eccitiamo, esageriamo, ci umiliamo, osanniamo qualsiasi pubblico, sollecitiamo telefonate, le otteniamo, ci vengono commissionate poesie d'occasione che bellamente scriviamo, anzi saranno una nostra specialità.
Diventiamo nel giro di anni due abbastanza bravi nel condurre queste trasmissioni,( sia chiaro, non compensate in denaro), che sono tematiche ed ironicamente bestiali: impariamo a recitare con calma, con effetti, con enfasi, sussurrando, urlando, tossendo, sciroppando melliflui e così via.
Il bello della nostra trasmissione è proprio che noi non siamo seri o meglio seriosi; sulla poesia scherziamo sopra, stiamo facendo una operazione semiinvolontaria di destrutturazione, tiriamo giù dai polverosi scaffali accademici la poesia curiale e la diamo in pasto alle plebi giovanili, la portiamo sui tavolacci delle osterie imitando forse François Villon e non certo i futuristi.
Impariamo a dominare il batticuore e l'impaperamento conseguente che ci prendevano all'inizio; ci divertiamo anche un mondo, noi, però; anche la redazione della radio, anche qualche ascoltatore, sembra, dalle telefonate ricevute.
Ci specializziamo in Inni politici in onore di quanto mai ambigue personalità quali Bokassa, Idi Amin o Pol Pott, sollecitiamo la direzione FIAT a commissionarci un Inno alla Ritmo ma il celestiale Avvocato ci ignora.
In questi antichi tempi, tra l'altro, anche per opera nostra andavasi diffondendo un certo entusiasmo per la poesia: devote e solerti insegnanti fanno illustrare poesie a poveri infanti, provincie, enti locali, comuni grandi e piccini bandiscono concorsetti di poesia, sorgono singolari iniziative di poesia e terapia, poesia e archeologia, poesia e gastronomia.
Erano, da poco, già arrivati in Italia a leggere in qualche sotterranea libreria poeti americani della beat generation che mescolavano tiritere musicali alla declamazione, come Ginsberg; diventava famoso Evtusenko e la sua straordinaria recitazione a memoria di centinaia di versi piena di enfasi e gloria.
Fatto sta ed è che anche nella città di Torino il comune erige un tendone ove oltre ai concerti si bandiscono e si tentano manifestazioni poetiche cioè i famosi primi readings.
Naturalmente ci iscriviamo a questa tenzone poetica notturna dove, per due sere, in una specie di fumosa bolgia si succedono tantissimi versificatori di varie tendenze, dai postbeatniks ai surrealisti, ermetici, sessantatreisti, impegnati, melensi, urlatori, suonatori di flauto etc.
Quando salgo su quel palco ed agguanto il microfono mi tremano visibilmente le gambe, temo di balbettare e ciò non succede, leggo anzi declamo con autorevolezza una mia drammatica poesia su di un novello Ulisse: il tutto finisce con molti applausi, così dicasi per i mie confratelli dell'APT (comincio a capire allora cosa sia l'ebbrezza del palcoscenico).
Gli organizzatori pubblici di cotesta manifestazione ci invitano pure ad altre minori sparse per la città e periferia per dilettare il popolo: punti d'incontro, parchi pubblici, sedi di quartieri, luoghi persi nelle periferie; leggiamo con gioia e piacere, entusiasmo senza remunerazione alcuna e con un risibile ritorno di immagine.
Siamo devoti di Maria Beffarda ovvero della matrigna dea nostra: la Poesia.
Altri incontri ce li cerchiamo noi, troviamo ulteriori poeti persi, ci gemelliamo con alcuni disperati cronici. Ma scriviamo e scriviamo e scriviamo e declamiamo:
Oh! Come ci piace declamare in pubblico!
Una volta, in una affocata sera d'agosto sono l'unico a rappresentare l'APT che gli altri sono tutti in ferie: insieme a pochi altri poveracci sconosciuti leggo in un parco periferico metalmeccanico cittadino le poesie mie e dei miei amici ad un pubblico accaldato e descamisado, sventagliante fazzoletti e cartoncini, leccante gelati: un auditorio svogliato e sbuffante.
Faccio del mio meglio per sedare lo sconforto interiore, quasi la disperazione e leggo, declamo, ce la metto tutta con l'espressività e ottengo applausi particolari insperati da uno stuolo di casalinghe ciccione e da operai cassintegrati.
Mi sento ormai all'altezza della pantofola di Majakovski.
Potenza della poesia!
Poi, un giorno scoppia l'estate romana e contemporaneamente si svela la multiforme mostruosità del primo Festival di Poesia di Castelporziano.
Correva l'anno 1979, post Crhistum natum.
Abbandoniamo mogli incazzate e figli piangenti.(siamo quattro poeti ed abbiamo dieci figli) e ci buttiamo sul treno per l'Urbe con sacchi a pelo e la mia canadese a tre posti che verrà sovrapopolata.
Arrivati semidistrutti e perduti sul litorale agognato subito intoniamo un peana ad Enea ed a Maria Beffarda. Scopriamo la singolarità del popolo ivi convenuto, scapigliato, povero, affumicato da fuochi interni e esterni da spiaggia, desiderante più hascisc che poesie, in attesa più di Patty Smith che di Dario Bellezza. Ci scopriamo piuttosto vecchiotti oramai di fronte alle orde dei ventenni urlanti.
Io ho compiuto in quei giorni anni 38, sono un tecnico di un museo pubblico e stupisco a vedere quegli squattrinati poverini che vanno mendicando 100 lire. Stupiamo, sudiamo e ci lustriamo gli occhi al rimirare le forme lussureggianti di molte fanciulle che nude si aggirano per le fratte ed i canneti laziali, meno, molto meno godiamo al vedere tanti peni esibiti e ballonzolanti in danze approssimative del Kerala o del Karnataka.
La nostra tenda che inasta un cartello ben evidente dell'APT, dove è visibile qualche vettovaglia e beveraggio alcoolico, tipo Barbera, diviene meta incessante di postulanti ed eremiti poveracci. Devolviamo in assistenza "tecnica" gran parte delle nostre magre risorse.
Sentiamo, vediamo i mostri sacri: Ginsberg con l'organetto suo indiano che fa gnet, gnet, gnet, Gregory Corso molto brillo, Dacia Maraini, Dario Bellezza, Evtuscenko declamante alla grande nella notte lucente. Molti poeti illustri.
Benissimo, è giusto; però c'è un gran casino anarchico di molti giovinotti che vorrebbero rovesciare la situazione ed i programmi stabiliti. Ci tocca recitare al pomeriggio, che la sera, la notte, è riservata ai poeti laureati, ai grandi, ai noti.
Saliamo su quel palco scannato da un sole bestiale mentre sotto di esso stazionano in penombra decine di ragazzi dormienti, erotizzanti, imbambolati dal loro bambulè continuo.
Io non bambulo per niente perché le canne mi fanno malissimo: ne sono allergico, la giustificazione è che sono cannato già al naturale. Insomma leggo da quel palco precario e ballonzolante due, tre, quattro mie composizioni, ne leggo una pure in dialetto monferrino, preceduta da una in vercellese del bravo poeta Franz Cielsin.
Dalla platea sorgono inni, bestemmie, imprecazioni, urli, applausi infine, come commento finale, una voce potente, squassata, bassa ed imperiosa annuncia che il minestrone è pronto: fa piacere. Un gruppo aveva portato un nero calderone da 50 litri ed aveva cucinato sulla spiaggia un minestrone generale. Me ne vado alla tenda un poco scazzato, un tale giovincello smandrappato mi apostrofa: che fate qua? E' poesia? Io credevo che ce fusse Patty Smitte…nun c'è concerto?…che me dai cento lire?!
Io scuoto la testa e gli do cento lire.
I miei amici ed io abbiamo distribuito in quei tre giorni un quantità di monete, vino laziale e piemontese, pani, formaggi, wusterl, salami.
Però ci tirava già un filo di una brutta, tragica aria e la si vedeva dalla poesia appesa ad una specie di chioschetto, diceva così: Ero... Ero... Eroina.
Mi faceva paura.
Poi l'ultimo giorno, quasi come simbolica nemesi storica, crollò con enorme fracasso il terribile palco con sconquasso di pali e di assi: fortunatamente i soggiornanti sotto ( ormai pochi) sentirono scricchiolare e fuggirono in tempo.
Questo fu il primo, emblematico, eccelso, sderenato, schizofrenico festival di Castelporziano del 1979.
Ce ne tornammo stupiti, galvanizzati, straniati alle nostre mansioni quotidiane.
di Michel Delahaye
All’implementazione di robot autoevolutivi si accede
con nuove applicazioni autoassemblanti
di riprogettazione delle cellule staminali del boia.
A Lione lo sanno, mangiano lumache robotiche
e negli scafandri della società del malessere topi grigi con la nuca a mezzaluna.
I porci gozzovigliano sul dna delle scimmie planetarie vedi uomo,
in ambiente fluido, su transistor unificanti e termovivibili,
mangiano ghiande autoricaricanti per mezzo di mandibole self-repair
a circuiti elettronici multicellulari.
Mia zia mangia uova sode termodistanziate dal piatto,
mia zia morirà, mia zia è brava, ottima persona,
solo gli androidi le piacevano da giovane, ora morto il marito (non) lo piange nemmeno morta,
la stilla di una lacrima sottile come compensato millimetrato non le sfiora le guance scavate nemmeno in sogno.
Il dna artificiale di mio figlio, figlio di una robotica evolutiva e nipote di un vecchio IBM cassintegrato,
è provvisto di neuroni sapienziali che distinguono tra i 22000 logos
attualmente a disposizione nel mercato dei logos.
Nell’evoluzione programmativa di mio figlio un posto preponderante
lo ha il classico sistema binario, nel quale vanno distanziate le rotaie
per mezzo di un hardware sintetico costruito in ambiente fluido.
Per mezzo di chip affetti da mononucleosi del trigemino bigaminico,
l’on-off di separata sede si installa da un deja vu sincronico
sulla corteccia decerebrale di mio figlio,
il quale è cresciuto con il senso dell’umorismo di una rapa cruda
grazie alle amorevoli cure della mia ex moglie,
la quale è stata il prodotto di due sensori a flange combinatorie di sistemi biologici
ad alta temperatura, una donna rigida su posizioni missionarie
ma attenta anche di schiena alla natura animale dell’uomo di Cro-Magnon
mentre infilava una zolletta di zucchero nel caffè dell’Uomo,
dopo che l’Uomo aveva infilato il suo Black&Decker nell’apposito buco a estensione elastica.
I dna migliori sono quelli che si propongono di dimostrare il contrario di quello che affermano.
I sistemi artificiali di sinterizzazione del pensiero
non servono ad altro che ad accrescere la fame nel mondo
a detrimento della sete di vendetta,
la quale si vede costretta ad abbassare le sue pretese
nei confronti della vita ultima delle persone.
Si calcola che 1, 25 miliardi di maschi e 1, 24 miliardi di femmine
di età compresa tra i 2 e i 102 anni
abbiano avuto voglia almeno 1123,3 volte nell’intera loro vita
di sterminare il resto del genere umano.
La biodinamica rende affetti da psicosi acuta e le informazioni ricevute ci rendono paranoici,
i neuroni si salvano buttandosi dal ponte della nave da un’altezza
di 14.000 trilioni di anni luce,
considerando il sistema biochimico
e l’entropia del mandrino ad alesaggio corsa in carta kraft.
Io penso che
di Kanji
( C’è la Weight Watchers, lo sappiamo. Ora manca la Girl Watchers. La proposta – che tale è per modo di dire – viene da Kanji. Buona lettura. M.U.)
Gli uomini mi hanno insegnato a stimare la femminilità, da loro ho imparato ad amarla, a cercarla, a scoprirla. In questo senso gli uomini sono equanimi, li ho visti girarsi e commentare allupati donne splendide e donne vistosamente difettose.
In spiaggia li ho sentiti esclamare:
"Girati, girati, guarda un po' quella", facendo scattare nervosamente la testa due o tre volte in direzione dell'ignara creatura.
"Ma quale? Quella con il costume a righe? Ma non vedi che ha i buchi della cellulite sulle cosce?"
"Guardale le caviglie. Guarda, guarda che caviglie! Guardala, guardala adesso, guarda che mani, guarda come le muove! Ma t'immagini quelle mani…"
La donna in questione, presumibilmente complessata, se sentisse tali apprezzamenti forse ricoprirebbe di amorose attenzioni le proprie mani e i propri piedi. Appagata, forse il giorno dopo uscirebbe di casa con le unghie smaltate e un paio di scarpe con il tacco alto a sostituire le infradito; e l'edicolante, il barista, persino i colleghi di lavoro, la sorprenderebbero con dichiarazioni tipo: "Come sei carina, oggi. Ma cos'hai di diverso? Stai così bene!"
Di fronte a quel tormentone che è la figura televisiva di Megan Gale ho sentito i pareri più disparati; ma il migliore è stato: "Carina è carina, però non è proprio il mio tipo. A me piacciono le donnine minute con il seno piccolo e il culetto tondo, eppure davanti al suo leggero strabismo divento pazzo!"
Detto, fatto! Gli uomini cercano, radiologicamente cercano e scoprono panorami femminili anche tra i nostri difetti. Un'amica mi raccontò di aver avuto problemi ad accettare il proprio corpo, nuda si sentiva a disagio. Finché incontrò un uomo che s'innamorò delle sue fattezze, un uomo che passava ore a contemplare il suo corpo, a celebrarlo centimetro dopo centimetro. Ora noto che quest’amica è quasi sempre a proprio agio, è spontanea e disinvolta anche nelle circostanze più difficili. Noi donne aggrappate ai trent’anni siamo state battezzate con i jeans, le prime tute da ginnastica felpate e le Clarks ai piedi; molte di noi avevano madri che all'epoca erano state femministe e che ci tagliavano i capelli corti e ci coprivano soddisfatte con Eskimo piccoli piccoli. Quelle stesse madri, ora divenute molto formali, ci vorrebbero con ai piedi un bel paio di scarpe col tacco, con indosso una gonnellina aderente appena sopra al ginocchio e qualche bel gioiello d'oro bianco, perché quello giallo risulta un po’ troppo vistoso. Peccato che a scoprire ed apprezzare la femminilità non ci abbiano educate loro ma i nostri uomini.
"Mi piace, ma non lo porterei" è il commento più ripetuto dalle trentenni davanti a un vestito semitrasparente che lascia la schiena completamente nuda. Fino a quando un uomo non glielo regalerà, obbligandole inconsciamente ad indossarlo. Davanti allo specchio, allora, si ammireranno trasognate, e il giorno dopo andranno a comperarsi un paio di sandali con il tacco da dodici centimetri che indosseranno in casa per ore ed ore, esercitando polpacci e postura; dopodiché, alla prima uscita pubblica, e leggermente imbarazzate, verranno ricoperte da decine di sguardi lusinghieri e scopriranno il piacere di essere femmine.
Sfogliando un settimanale di costume, spesso accade che un uomo preferisca alla modella efebica la giornalista ritratta nella foto piccola in alto accanto all'articolo da lei redatto. Una donna probabilmente leggerà l'articolo di un giornalista parola per parola, ma difficilmente si soffermerà ad ammirarne la pancetta che si delinea sotto la camicia, le maniglie dell'amore o le sopracciglia folte. La maggior parte delle donne, infatti, sono avare di complimenti; forse per imbarazzo, sicuramente per distrazione. Gli uomini no, loro ci ricoprono di complimenti spontanei, spesso disinteressati. Capita che, incontrandoti all'improvviso, di soprassalto e un po’ stupiti, ti guardino con gli occhi sbarrati ed esclamino: "Come sei carina! Ti trovo benissimo!". Noi donne non nutriamo lo stesso grado di ammirazione nei confronti della virilità. Personalmente mi sento particolarmente femminile in compagnia di amici gay, che mi osservano estasiati, che sottolineano con gridolini il modo in cui muovo il cucchiaino per sciogliere lo zucchero sul fondo della tazzina del caffè. Frequentando amiche lesbiche non ho riscontrato la stessa disposizione verso gli atteggiamenti virili. Anche le più mascoline tra loro non si soffermano ad ammirare la postura di un uomo o un movimento marcatamente virile, o se lo notano non lo danno a vedere, e piuttosto che elogiarlo lo deridono, magari scimmiottandolo.
Insomma, ho riscontrato che le donne spesso si accontentano della fisicità dell'uomo che sta loro accanto a favore di pregi caratteriali, mentre gli uomini hanno la capacità di scoprire in quasi tutte le donne uno o più particolari che corrispondono al loro ideale femminile.
Forse, per sentirci belle, belle femmine, non dovremmo metterci a dieta, cercare di armonizzare le nostre misure fino a sfiancarci l'umore, o farci maltrattare da isteriche estetiste; basterebbe guardare, osservare, scoprirci e ammirarci, dedicando un po’ del nostro tempo a praticare del sano Girl Watching.
di Manuela Sferrazza
(Ricevo da Manuela e pubblico questo racconto che fa parte dell’antologia “Appunti di Viaggio- Il meglio del XIII premio letterario Interlingue Montagne d’argento” pubblicata dalla Keltia Editrice di Aosta. Buona lettura. M.U.)
-Quanto?-
-Trecentosessanta lire. Grazie.-
Il vecchio bancone della drogheria cominciò a tremare; il pacchetto di sigarette sdraiato sulla superficie ruvida e fragile sussultò. Stava passando il diretto delle diciannove e venti.
Il cliente non badò al tintinnio dei vasi di vetro, che tremavano stringendosi uno all’altro col ventre rigonfio di caramelle appassite. S’infilò il pacchetto di sigarette nella tasca interna dell’impermeabile e ripiegò sotto la spessa cortina di pioggia che rivestiva il mondo esterno.
Da lontano, arrivò il fischio del treno.
Il gestore del piccolo tabacchi accanto alla stazione rimase un secondo a sentir scrosciare la pioggia. Poi si rassegnò all’umidità del retrobottega, dove un frigorifero piccolo e malfermo gli partorì un fascio di fredda luce al neon dritta sulla faccia.
Non c’era rimasto granché. Formaggio, pane in cassetta, verdura sott’olio. C’erano anche delle svizzere di prosciutto da scaldare nel forno. Lui aveva una piccola cucina, con padelle e scaldavivande, ma non quella sera non gli andava di spignattare nella scomodità di quell’angusto angolo-cottura. Certo, poteva tornare a casa. Ma se il frigo della bottega era sguarnito, figurarsi quello di casa.
Si fece un panino con gli ultimi avanzi. Si riempì un bicchiere d’acqua gasata e si sedette lentamente su uno dei due tavolini. Tirò fuori un volume vecchio, bisunto e privo di alcune pagine, e iniziò stancamente a leggere, mentre gli ingranaggi gracchianti dell’orologio e lo scrosciare incessante della pioggia riempivano l’insopportabile rumore del silenzio.
Le parole del libro gli si paravano davanti con il tedio di un amico svegliato nel cuore della notte. L’aveva già letto molte volte, la prima senza bisogno degli occhiali: le dita che scorrevano sotto le lettere nere non tremavano come ora. Erano ferme, decise, si trattasse si sfogliare un giornale o di piantare un chiodo in un muro. Tremavano solo quando le alzava per sfiorare la pelle dorata di lei, mentre i suoi occhi bruni gli sorridevano sotto le ciglia sottili. Ma le primavere correvano, e l’oro della sua pelle si accasciava. A poco a poco, quello sguardo smise di sorridergli. Le mani di lui cessarono di sfiorare le sue guance; rimasero fredde e ferme per tutti gli anni a venire, anche la sera in cui le ciglia sottili si chiusero nella luce buia di un ospedale. Arrivò a casa, si stese sul letto: di colpo era diventato insopportabilmente grande. Da quella notte le sue dita presero a tremare senza possibilità di controllo.
Il boccone gli s’impastò in gola. L’acqua frizzante non fu abbastanza convincente nel cercare di farlo scendere. Si alzò inseguendo l’idea di un bicchierino di marsala. Fu allora che lo notò: un piccolo talloncino di cartone rannicchiato sul pavimento. Doveva averlo gettato lì l’unico cliente della serata. Si chinò a fatica e lo raccolse. Non era una cartaccia: era un biglietto ferroviario. Forse gli era scivolato dalla tasca al momento di pagare. Lo avvicinò alla luce: la destinazione era… In quel momento, si aprì bruscamente la porta: una ventata spazzò la stanza e proprio l’uomo con l’impermeabile entrò, umido e trafelato.
- Buonasera. Si ricorda? Sono venuto qui poco fa.-
Nell’attimo in cui aprì la bocca per rispondere si rese conto che le mani gli si erano aggrappate alla fodera delle tasche, che la salivazione gli si era azzerata e il biglietto si era misteriosamente intrufolato nella tasca del panciotto.
- Si…si, certo.-
- Mi scusi sa, è che, come un idiota!, ho perso il biglietto del treno. Parte fra meno di un ora, la biglietteria è chiusa e mi chiedevo se… no, eh?-
- Oh! No, mi dispiace: non ho trovato nulla.-
- Capisco. Bè, mi arrangerò, grazie.-
- Aspetti.-
Andò dietro al bancone e tirò fuori un orario ferroviario.
- Dove deve andare?-
- A L’Aquila.-
- L’Aquila… il prossimo treno passa alle sette e mezza di mattina. C’è la pensione Rosa qui accanto, meglio che ci vada. Tanto il biglietto non lo ritrova.-
Lo sconosciuto si rassegnò e tornò a far parte del buio.
Lui rimase solo, con le pareti della stanza che gli si stingevano addosso.
Aveva rubato. Era un ladro. E aveva messo una persona nei guai.
Ma perché l’aveva fatto? Voleva andare a L’Aquila?
Era solo uno dei tanti nomi imparati a pappagallo in lontane lezioni di geografia, poi relegati nei retrobottega della memoria. Non aveva mai desiderato andare a L’Aquila. Non desiderava andare da nessuna parte. Da molti anni non desiderava più.
Ora, però, quel nome gli appariva come un romantico presagio di cieli azzurri e di imponenti roccaforti che si ergevano a sfidare il tempo nel cuore verde delle montagne.
Ebbe l’impressione che qualcuno, qualcosa, lo stesse attendendo laggiù. Non c’era una fontana a L’Aquila? La fontana delle novantanove bocche. Novantanove teste semiumane dalla favella eloquente che regalavano ai pellegrini l’acqua fresca dei monti.
D’un tratto, si ricordò di avere sete. Una sete forte, secca, insopprimibile.
Quell’uomo aveva detto: “il treno parte tra meno di un’ora”.
E il negozio? E il libro, il marsala?
Afferrò cappello e ombrello e scappò. Spalancò la porta di casa, accese tutte le luci, rivoltò i cassetti e improvvisò una valigia. Quando tornò in stazione stava già spiovendo. Il treno era in arrivo. Strinse forte il biglietto tra le dita, come per assicurarsi che non fuggisse. E attese. Senza stupore, notò che le mani non gli tremavano.
"Una delle ragioni per cui si trovano così poche persone dalla conversazione ragionevole e piacevole, è che non c'è quasi nessuno che non pensi a ciò che vuol dire piuttosto che a rispondere opportunamente a ciò che gli dicono. I più accorti e i più compiacenti si accontentano di manifestare soltanto un'aria attenta, mentre nei loro occhi e nella loro mente si legge uno smarrimento riguardo a ciò che si è detto loro, e una precipitazione per tornare a ciò che vogliono dire; tutto ciò invece di considerare che una ricerca tanto insistente di piacere a se stessi è un pessimo mezzo per piacere agli altri o per convincerli, e che saper ascoltare, come saper rispondere, è una delle maggiori perfezioni che si possano avere nella conversazione."
(François de La Rochefoucauld - Riflessioni morali)
MICK. Ti piace la mia stanza?
DAVIES La tua stanza?
M. Si.
DAVIES Questa non è la tua stanza. Io non so chi sei. Non ti ho mai visto prima.
MICK Ascolta, che ti piaccia o no, rassomigli stranamente a un tizio che ho conosciuto una volta a Shoreditch. Però abitava a Aldgate. Io stavo con un cugino a Camden Town. Questo tale gestiva un campetto a Finsbury Park, vicino al deposito degli autobus. Quando lo conobbi meglio, scoprii che era cresciuto a Putney. Per me faceva lo stesso. Conosco un sacco di persone che sono nate a Putney. E se non a Putney, a Fulham. Il guaio era che lui non era nato a Putney, ma solo cresciuto a Putney. Venne fuori che era nato in Caledonian Road, poco prima di arrivare all’”Insegna del Ronzino”. La sua mamma invece viveva ancora a Angel. Tutti gli autobus passavano proprio davanti a casa sua. Lei poteva prendere il 38, il 581, il 30 o il 38A giù per la Essex Road e arrivare alla stazione di Dalston Junction in un attimo. Col 30 avrebbe potuto salire per la Upper Street, passando per la Highbury Corner, e giù fino a San Paolo; ma alla fine sarebbe arrivata lo stesso alla Dalston Junction. Io lasciavo sempre la bicicletta nel suo giardino quando andavo a lavorare. Era una faccenda davvero curiosa. Lui era il tuo ritratto sputato. Forse con il naso un po’ più grosso, ma roba di poco.
Pausa
Hai dormito qui l’altra notte?
DAVIES. Si.
(Harold Pinter – Il Custode)
WILLS: C’è il terminale a cappuccio e il raccordo a cappuccio, e c’è il comparatore meccanico verticale.
FIBBS: No!
W:E poi c’è una cosa che a parlarne diventano nevrotici, la ganascia per il mandrino autocentrante da usare con il trapano portatile.
F:Il mio mandrino autocentrante? Vuole mica dire proprio il mio mandrino autocentrante?
W: Non gli va, è inutile, tutta ‘sta roba non gli va più, le sto dicendo. Giunti a gomito maschi, dadi per tubazioni, viti di bloccaggio, guarnizioni per ventilatori interni, punte dentate d’arresto, semipunte dentate, boccole in metallo satinato…
F: Ma i miei splendidi giunti di accoppiamento maschi paralleli no, quelli no!
W:Non ne possono più, ne hanno fin sopra i capelli dei suoi giunti di accoppiamento maschi paralleli, dei collegamenti per la pompa a flangia rigida, dei dadi e controdadi, e anche della valvola di decompressione in trafilato con comando e della valvola di decompressione in trafilato senza comando a mano!
F:Mica la valvola di decompressione in trafilato con comando a mano?
W: E senza comando a mano.
F: Senza comando a mano?
W: E con comando a mano.
F: Mica con comando a mano?
W:E senza comando a mano.
F:Senza comando a mano?
W: Con comando a mano e senza comando a mano.
F: Con comando a mano e senza comando a mano?
W: Con o senza!
Pausa
F: (stravolto). Mi dica. Che cosa vogliono produrre invece di quella?
W: Grappa in palle.
(Harold Pinter – da “Grane in fabbrica”, sketch di rivista presentato per la prima volta al teatro Lyric di Hammersmith il 15 luglio 1959)
Sapete una cosa? (Sempre che ve ne importi). Io non ci capisco quasi più niente. Resto però fermo su poche convinzioni: al momento attuale la letteratura non è popolare. Perché dovrebbe esserlo? Non è abbastanza popolare nemmeno il cinema. E’ popolare la fiction televisiva, specie quella propagandistica. Sto leggendo i commenti su Lipperatura, l’intervento di Beppe Sebaste e quello di Giuseppe Genna. Ieri l’articolo di Cristina Taglietti sul Corriere, il parere di Edoardo Sanguineti, grandissimo poeta, fumatore accanito, tombeur de femmes. Ma io continuo a non capire. E’ un mio limite. Intendiamoci: è stato salutare questo scambio d’idee, e sono sempre dell’avviso che certe cose andavano dette dagli scrittori, da critici credenti nella letteratura come Carla Benedetti, da scrittori con più o meno copie vendute all’attivo, da anonimi, da addetti ai lavori editoriali, da lettori, da aspiranti scrittori, da cazzari in servizio permanente effettivo. Ma a me resta una sensazione di omologazione anche in questa polemica. Perché lo è, una vera polemica? Ci sono davvero schieramenti contrapposti? E’ in atto una vera guerra? Se così fosse, a mio modesto parere, forse sarebbe meglio: da una parte, schierati a baionette innestate, i fautori di una letteratura di progetto; e dall’ altra coloro che amano il popolare che con la letteratura di progetto, al momento attuale, non ha proprio nulla a che spartire. Invece molti di noi – questa è la mia impressione- stanno contemporaneamente da una parte e dell’altra, me compreso; non riescono a schierarsi, non ce la fanno proprio. Non riusciamo a schierarci; e questo credo sia un limite proprio della nostra società spettacolarizzata ma anche del fatto che molti di noi, cioè i quarantenni e i trentenni di oggi, sono figli di una società spettacolarizzata da gran tempo; la quale infatti è nata molto prima dell’avvento delle tivu del Biscione che Striscia Non Solo La Notizia. Siamo cresciuti a merendine Kinder tuttora presenti sugli scaffali degli ipermercati, i più “anziani” di noi non ricordano ovviamente i propri vagiti ma lo slogan di Calimero si: il pulcino che usciva dall’uovo totalmente inzuppato d’inchiostro... Siamo figli della televisione e della cultura di massa, la quale cultura di massa è – come sempre è stata- cultura popolare. Ecco, io credo di intravedere nella mancanza di una vera guerra tra le due parti proprio il fatto – apparentemente banale – che i contendenti vengono più o meno tutti dalle stesse esperienze di cultura popolare del vagito. Aldo Nove, e cito uno scrittore importante, è figlio di questa cultura con la consapevolezza dell’intellettuale avvertito, ma non viene a parlarci dell’India e delle sue suggestioni, non ci parla idealmente da un campo di battaglia, non è il Boell a me tanto caro che racconta la sua guerra e il suo dopoguerra in Germania, non è neanche Piero Caleffi con il suo “Si fa presto a dire fame” dove egli parla di lager nazisti nei quali si faceva presto a morire di fame; lui viene a parlarci, tra le altre cose, di Santo Domingo, laddove Fininvest investe a tappeto rollante, laddove sbarcano veline e suggestioni da prima serata palinsestica. Lui prende il mondo deflagrato dalla tivu e ne fa in certo modo carne di porco con la sua personale poetica. Potrei fare innumerevoli altri esempi di scrittori contemporanei di valore e che agiscono fuori e dentro i cosiddetti generi. Si, cosiddetti. Perché il discorso è che secondo me non esistono più i generi, in letteratura. Forse, azzardo, non sono mai esistiti. La letteratura a mio avviso è soltanto un genere artistico. Come il cinema. Come le altre arti. Tra letteratura e cinema ( e televisione per quanto riguarda il cascame) c’è più familiarità, ci sono suggestioni interscambiate, c’è un abbraccio anche se talvolta mortale. Forse non ha più senso parlare di libri e film, sono in fondo la stessa cosa. Anche perché la scrittura oggi più che mai s’abbevera alla fonte delle immagini cinematografiche, così come a loro volta le immagini cinematografiche s’abbeverano alla fonte delle parole scritte su di una sceneggiatura che a sua volta si è creata sulle pagine di un romanzo. Figuriamoci se esistono davvero i generi all’interno di quella che ci ostiniamo ancora a chiamare letteratura: il noir, il giallo, il romanzo di denuncia, il romanzo sociale, il romanzo popolare… Sono solo etichette e pure ingiallite, e mi pare che molti cadano ancora nell’equivoco di nominarle a ogni piè sospinto - che però, questo, non è proprio un vero equivoco bensì una semplificazione commerciale. E’ naturale, per chi vende un prodotto (e l’arte è un prodotto, su questo non si scappa né da questo si scampa) creare delle scaffalature. Altro discorso è, da parte di chi l’arte la fa, ripetere i “mantra dello scaffale”: “il noir è, meglio di tanti altri, il genere che più rappresenta la realtà che stiamo vivendo”, per esempio. E’ un decennio almeno che lo sento ripetere, il mantra. Ma vi siete mai fatti, una volta, questa semplice domanda? E cioè: ce ne dobbiamo proprio fottere per forza della realtà? Siamo pieni zeppi di realtà, - quella delle nostre vite quotidiane nelle quali sono oltretutto entrate a frotte di pixel le reality vite da show della televisione; e dunque perché bisognerebbe per forza farne arte? Il romanzo sociale? Il grande affresco che tutto spieghi, come se la letteratura dovesse per forza spiegare e non evocare? Sarebbe bello, lo dico anch’io; solo che penso che sia sempre più difficile farlo fino in fondo. L’epica? Non è cosa buona per queste nostre stagioni del disincanto, queste quattro stagioni saltate di palo in frasca in padella. Insomma: rappresentare la realtà, io credo, è addirittura fare un passo indietro, poiché oggi come non mai la realtà si rappresenta da sola, e resistere a questa realtà con le pagine dei libri è uno sforzo spesso inutile; poiché la tivu, sulla realtà benché distorta e fittizia ma vera comunque, (perché il fittizio e il distorto, e finanche le allucinazioni e le psicosi collettive sono vere, sono fatti) vince la partita sulla letteratura ma anche sul cinema col punteggio di dieci a zero. Rivolgerci alla musica per capire la realtà? Peggio che andar di notte: la musica ci fa evadere totalmente, è evasione totale dalla realtà; se ascolti Mahler, Stravinsky, un compositore contemporaneo come Arvo Parti, se ascolti Charles Ives, se ascolti per esempio l’Aaron Copland di “Short Simphony”, sei meravigliosamente fuori dalla realtà, sei nella gioia o nel mito o nel dolore o nello struggimento più pieno e avvertito o tutto questo insieme; tutto meno che nella realtà esterna, però, nella realtà sociale. Sei nella tua realtà interna di sensazioni, invece, sei nel tuo piccolo o grande o miserevole privato. E allora perché la letteratura dovrebbe sempre e comunque attaccarsi come in un dogma alla rappresentazione o alla svelazione di ciò che succede in realtà e al di fuori?
Io, tra parentesi, sono un amante appassionato del noir, il noir lo pratico da anni; e lo pratico a tal punto nella mia “officina” che il mio prossimo libro sarà per l’appunto- scaffalamente parlando- un noir. Ma anticipo subito che di raccontare la società che ci circonda non m’è importato nulla, nello stenderlo. Altri colleghi sono bravissimi nel far questo, nel fare questo tentativo spesso riuscito. Io no; io penso alla musica, ho delle visioni di ferro, di fuoco, mi faccio suggestionare dalla fantasia mia e di altri che sono venuti prima di me.
Cosa è popolare? La televisione, un po’ meno il cinema. Cosa è popolare ma solo a tratti? La letteratura. Il tentativo da fare, anzi la battaglia da compiere, è quella di rendere popolare anche la letteratura di qualità, cioè di rendere questo “insindacabilmente alto” popolare a un pubblico molto più vasto. Per far questo un dibattito come quello che ancora si sta svolgendo sul web e ormai anche sui giornali credo sia utile, perlomeno per creare un circolo di idee e suggestioni, per capire, per imparare, per imparare a capire, per conoscersi. Contrapporsi duramente potrebbe essere un choc insopportabile in un momento storico nel quale siamo tutti troppo coinvolti dal magma, troppo dentro al magma, troppo asfissiati da un mondo e da una società confuse che ci rende confusi. E’ anche un bene, questo; significa in qualche modo che le ideologie politiche che nel Novecento ci hanno portato fino al baratro di milioni di morti innocenti sono in via di disfacimento, sono cascame. Ora nello scaffale “propaganda” impera il dispotismo morbido della televisione non più pedagogica ma pubblicitaria. Non aggiungo propagandistica perché è lapalissiano che lo è, come lo era ai tempi di Bernabei e delle calzamaglie indossate per “pudore” dalle Kessler che facevano arrapare i maschi italiani di una volta. E ho il sospetto, detto per inciso, che quegli arrapamenti italianomedi fossero molto più forti di quelli provocati dalle nostre simpatiche veline acqua e Danone.
Per concludere: a mio avviso tutto è potenzialmente popolare. Anche le cose più avvertite come impopolari, magari compiute col preciso scopo di non essere popolari. Tutti vorrebbero vendere milioni di copie (non riesco a credere diversamente) ma il problema è che gli spazi di popolarità sono davvero ristretti. Il vero nemico della letteratura, presa come genere di fatto impopolare, (nel senso che il popolo al momento attuale non è né interessato né a conoscenza di ciò che accade nel mondo della letteratura) è la televisione. Non è Faletti il nemico, lui fa il nostro mestiere, lui scrive. Il nemico è una fiction propagandistica che non ci porta da nessuna parte, sulla quale non s’innesca nessun dibattito serio, nessuno spunto reale e vitale. Mentre il cinema ha con la letteratura rapporti strettissimi, di contaminazione continua. Io credo molto nella contaminazione tra le arti; ecco perché, in questi miei appunti sparsi e probabilmente confusi, ho insistito – forse fino a sfiancare- su questo punto.
(Ricevo da Cristiano Prakash e pubblico. M.U.)
“Prima di esaminare il problema del conflitto e se sia possibile esserne liberi, dobbiamo credo, comprendere la struttura delle parole, il senso che diamo ad una determinata parola e, attraverso la consapevolezza delle parole, capire come la mente resti intrappolata nella loro rete. La maggior parte di noi vive infatti di formule, di concetti creati da noi o tramandati dalla società, che chiamiamo ideali, insomma vive della necessità di avere determinati modelli in base ai quali comportarsi. Se esaminate queste formule, idee, concetti e modelli vedrete che sono parole e che queste controllano le nostre azioni, modellano i nostri pensieri e ci fanno sentire in un certo modo.
Una mente intrappolata nelle parole non può essere libera. Una mente che funziona entro lo schema di una formula è ovviamente una mente condizionata, schiava. Non sa prendere in modo nuovo, fresco, e la maggior parte del nostro pensare, delle nostre azioni, del nostro pensiero, è dentro i confini delle parole e formule. Prendete parole come “Dio” o “amore”. Che immagini, che formule straordinarie nascono nella vostra mente! Una persona che voglia scoprire se esiste Dio, che voglia scoprire il significato dell’amore, deve ovviamente essere libera da tutti i concetti, da tutte le formule. Ma la mente rifiuta di sfondare tutto ciò ed essere libera dalla formula, dal concetto perché ha paura. La paura si annida nelle parole, e ci scontriamo sulle parole. Quindi, la prima cosa da fare per una persona che voglia indagare per scoprire seriamente se c’è o non c’è una realtà, qualcosa al di là della portata delle parole, è capire e a fondo e liberarsi dalle formule.
*
Ora vorrei discutere il conflitto interno ed esterno, e se sia possibile, continuando a vivere nel mondo, essere totalmente, e non solo parzialmente, liberi dal conflitto. È possibile essere liberi da qualunque conflitto? Non rispondete “sì” o “no”. Una mente seria non prende posizione in questo modo, indaga, e per indagare deve essere libera dal conflitto che crea confusione, contraddizione, e varie forme di nevrosi. Se non è libera dalla confusione, come potrà vedere, osservare, capire? Potrà soltanto tessere una montagna di parole sulla verità, la non violenza, Dio, il nirvana, parole che non hanno nessun senso.
Una mente che voglia scoprire la realtà dev’essere libera dal conflitto a tutti i livelli di coscienza, il ché non significa cercare la pace, ritirarsi dal mondo, entrare in un monastero o meditare sotto un albero; queste sono tutte fughe. Deve essere completamente libera, a tutti i livelli di coscienza, da qualunque conflitto: essere sgombra. Solo una mente sgombra può essere libera, e solo nella totale libertà potrete scoprire che cos’è vero.
Perciò dobbiamo esaminare l’anatomia, la struttura del conflitto. Non ascoltate me, ascoltate la vostra coscienza. Ascoltate, osservate, guardate il conflitto nella vostra vita: in ufficio, con vostra moglie o marito, i vostri vicini, i vostri figli, i vostri ideali: osservate il vostro stesso conflitto. Ciò di cui infatti ci stiamo occupando è la rivoluzione dentro di voi, non dentro di me; una rivoluzione radicale dentro ciascuno di noi, alle radici stesse del nostro essere. Altrimenti è un cambiamento superficiale, un aggiustamento privo di ogni valore. Il mondo sta attraversando enormi cambiamenti, non solo tecnologici ma morali, etici, e adattarsi semplicemente a un cambiamento non reca lucidità di visione, chiarità di mente. Ciò che porta straordinaria lucidità è una mente che abbia compreso fino in fondo il conflitto interno ed esterno, perché questa stessa comprensione produce libertà. Una tale mente è chiara, e in tale chiarità c’è bellezza. Questa mente è la mente religiosa, non la mente fasulla che va al tempio, che ripete continuamente parole, che celebra cerimonie decine di migliaia di volte. Tutto ciò non ha nessun senso.
Ciò che ci interessa è la comprensione del conflitto, non come sbarazzarci del conflitto, non come sostituire al conflitto una serie di formule chiamate pace, e neppure opporci o evitare il conflitto, ma comprenderlo. Spero di essere chiaro quando uso la parola comprendere. Comprendere una cosa significa convivere con essa, e non possiamo convivere con qualcosa se la respingiamo, se dissimuliamo per paura quello che è un fatto, se scappiamo o se, trovandoci in conflitto con noi stessi, cerchiamo la pace che è un’altra via di fuga. Uso la parola comprendere in un senso speciale, cioè affrontare il fatto che siamo in conflitto e convivere totalmente con esso senza evitarlo, senza fuggirlo. Osservate se potete vivere con esso, senza tradurlo, senza applicarvi l’opinione di qualcun altro, ma vivere con esso.
Prima di tutto il conflitto non è solo a livello conscio della mente, ma anche inconscio, nel profondo. Siamo una massa di contraddizioni non solo a livello del pensiero, ma anche al livello che il pensiero conscio non raggiunge. Ciò richiede totale attenzione da parte vostra. Che lo vogliate o no siete in conflitto; la vostra vita è confusione, sofferenza, una serie di contraddizioni, violenza e non violenza. I santi vi hanno rovinato con le loro particolari idiosincrasie, particolari modelli di violenza e non violenza. Infrangere tutto ciò, scoprire da soli, richiede attenzione la sincerità di indagare il problema fino in fondo.
Tutto ciò che facciamo provoca conflitto. Non abbiamo passato un solo momento, dai giorni della scuola a ora, in cui non siamo stati in conflitto.andare in ufficio, che è una noia terribile, pregare, la ricerca di Dio, le discipline, i rapporti: tutto ha in sé un seme di conflitto. È evidente a chiunque voglia conoscere se stesso: quando si guarda allo specchio, vede di essere in conflitto. Allora, che cosa fa?cerca immediatamente di fuggire o di trovare una formula che assorba il conflitto. Ma ciò che noi cerchiamo di fare è osservare il conflitto, non fuggirlo.
Il conflitto nasce quando c’è contraddizione nella nostra attività, nel nostro pensiero e nel nostro essere, esteriormente e interiormente.accettiamo il conflitto come un mezzo per progredire. Prendiamo il conflitto come una lotta. I compromessi, le repressioni, gli innumerevoli desideri contraddittori, le varie pulsioni contraddittorie, le sollecitazioni, tutto questo crea conflitto dentro noi. Veniamo educati ad essere ambiziosi, ad avere successo nella vita. Dove c’è ambizione c’è conflitto, ma ciò non significa che dobbiamo metterci a dormire o meditare. Quando comprendete la vera natura del conflitto sgorga una nuova energia, un’energia che non è contaminata dallo sforzo, ed è questa che esamineremo.
Quindi per prima cosa, essere consapevoli di essere in conflitto; non cercare di capire come trascenderlo, che cosa fare al proposito o come reprimerlo, ma esserne consapevoli e non fare niente: questa è la cosa necessaria. Faremo qualcosa più tardi, ma per prima cosa non intervenite su ciò che avete scoperto, sul fatto di essere in conflitto, sul fatto che cercate di fuggire dal conflitto in molti modi diversi. Il fatto è questo, e rimanendo sul fatto anche per pochi minuti, vedrete come la mente si rifiuta di rimanere con esso. Vuole fuggire, intervenire, fare qualcosa. Non riesce mai a convivere con il fatto. Per comprendere qualcosa dovete vivere con esso, e per conviverci dovete essere estremamente sensibili. Vivere con un bellissimo albero, un dipinto o una persona, vivere con esso significa non abituarsi ad esso. Nel momento in cui vi abituate perdete la sensibilità. Questo è un fatto. Se mi abituo alla montagna su cui vivo tutta la mia vita, non sono più sensibile alla bellezza del suo profilo, alla luce, alla forma, al suo straordinario splendore al mattino e alla sera. Mi sono abituato, il che significa che sono diventato insensibile. Anche convivere con una cosa brutta richiede la stessa sensibilità. Se mi abituo alle strade sporche, ai pensieri sporchi, alle situazioni brutte, a tollerare le cose, divento di nuovo insensibile. Vivere con qualcosa, che sia bello o brutto o doloroso, vivere con esso significa essere sensibili ad esso, non abituarsi. Questa è la prima cosa.
Il conflitto esiste non solo perché abbiamo pensieri contraddittori, ma perché tutta l’educazione, la pressione psicologica sociale, crea in noi questa divisione, crea questa spaccatura tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, tra il reale e l’ideale. Siamo dominati dagli ideali. Una mente chiara non ha ideali. Funziona passando da un fatto all’altro, non da un’idea all’altra. Il conflitto non è solo a livello conscio, ma anche a quello inconscio. Ma ne parlerò un’altra volta. Adesso ci interessa il conflitto, in tutto il nostro essere, a livello conscio e inconscio. Il conflitto esiste. Qualunque sforzo per liberarsene crea a sua volta conflitto. Questo è evidente, perfettamente logico. Quindi la mente deve trovare un modo per essere libera dal conflitto senza bisogno di sforzo. Se mi oppongo al conflitto, se mi oppongo agli schemi e alle intimazioni comprese nel conflitto, questa mia stessa opposizione è un’altra contraddizione, e cioè conflitto.
Mettiamola in termini molto semplici. Capisco di essere in conflitto, sono violento, tutti i santi e i libri dicono che non devo esserlo. In me ci sono due cose in contraddizione: la violenza, il non dover essere violento. È una contraddizione, che mi sono imposto da solo o che mi è stata imposta da altri. In questa contraddizione c’è conflitto. Se mi oppongo ad essa, sia per comprendere il conflitto, sia per evitarlo, sono comunque in conflitto. È evidente. Per comprendere il conflitto ed essere libero, non devo oppormi ad esso, non devo scappare. Devo osservarlo, ascoltarlo nella sua globalità: con mia moglie, i miei figli, la società, con le mie stesse idee. Se affermate che in questa vita non sia possibile liberarsi dal conflitto, il rapporto tra me e voi è finito. È finito anche se affermate che è possibile. Ma se dite: “ voglio scoprire, voglio indagare, voglio sviscerare la natura del conflitto che è stato creato in me e di cui io sono parte”, allora siamo in rapporto e possiamo procedere insieme.
Qualunque forma di fuga, esitamento, resistenza al conflitto non fa che accrescerlo, e il conflitto implica confusione, brutalità, durezza. Una mente in conflitto non può esser compassionevole, non può avere la lucidità della compassione. Perciò la mente deve essere consapevole del conflitto senza opporsi, senza evitarlo, e senza formarsi opinioni. In questo stesso atto nasce una disciplina, flessibile, che non si basa su alcuna formula, modello o repressione. Si osserva cioè l’intero contenuto del conflitto interiore, e questa stessa osservazione porta con sé, naturalmente, senza sforzo, una disciplina. Tale disciplina è necessaria. Uso la parola disciplina nel senso di lucidità , nel senso di una mente che pensa con precisione, in modo sano; non potete avere una mente così se c’è conflitto.
Quindi, l’essenziale, è in primo luogo comprendere il conflitto. Potreste dire: “non sono libero dal conflitto, dimmi cosa fare per liberarmene”. Questo è il modello che vi hanno insegnato. Volete vi si dica come essere liberi dal conflitto, ma seguendo questo modello per liberarvi dal conflitto continuerete a essere in conflitto. È abbastanza semplice. Non c’è nessun “ come”. Cercate di capirlo. Non c’è nessun metodo nella vita. Dovete viverla. Una persona che disponga di un metodo per raggiungere la non violenza, o qualche stato straordinario, è semplicemente imprigionata in un modello; il modello può produrre dei risultati, ma non condurrà mai alla realtà. Perciò, quando chiedete: “ come posso fare per esser libero dal conflitto? “, state ricadendo nel vecchio modello, il che indica che siete ancora in conflitto, che non avete compreso. E questo significa che ancora una volta non avete vissuto con chiarezza il fatto.
Esser in conflitto implica una mente confusa, cosa che potete notare in tutto il mondo. Tutti gli uomini politici del mondo sono confusi e hanno creato sofferenza al mondo. Anche i santi hanno creato sofferenza al mondo. Se quindi siete sinceri e volete essere liberi dal conflitto, dovete abolire completamente qualunque autorità dentro di voi, perché per chi vuole la verità non c’è alcuna autorità, né la Gita, né i vostri capi, nessuno. Ciò significa essere completamente soli. E si può essere soli quando la mente è libera dal conflitto.
La maggior parte di noi vuole evitare la vita, e abbiamo trovato modi e metodi per farlo. La vita è qualcosa di totale, non una cosa parziale. La vita include la bellezza, la religione, la politica, l’economia, i rapporti, le dispute, la sofferenza, il tormento, l’angoscia dell’esistenza, la disperazione. Tutto ciò è la vita, e non solo un pezzo, un frammento; perciò dovete comprenderla nella sua globalità. Ciò richiede una mente sana, assennata, chiara. Perciò dovete avere una mente priva di conflitto, una mente che non ha nessuna traccia di conflitto, che non è stata scalfita. Ecco il motivo per cui il conflitto, in qualunque sua forma, può esser compreso solo essendone consapevoli.
Per “esserne consapevoli” intendo osservarlo. Osservare vuol dire guardare senza opinioni. Dovete guardare, ma senza le vostre idee, i vostri giudizi, paragoni e condanne. Se c’è condanna, opposizione, non state osservando, e quindi il vostro interesse non è il conflitto. Non potete osservare niente senza avere già un’idea, e questo diventa il vostro problema. Volete osservare il conflitto, ma non potete farlo se vi sovrapponete un’opinione, un’idea o un giudizio circa il conflitto, oppure se fate resistenza. Allora il vostro interesse sarà scoprire perché fate resistenza, non comprendere il conflitto, ma perché vi opponete. Vi siete spostati dal conflitto, e diventate consapevoli della vostra resistenza. Perché resistere? Scopritelo da soli. Per la maggior parte di noi, il conflitto è diventata un’abitudine. Ci ha resi così ottusi che non ne siamo più nemmeno consapevoli. L’abbiamo accettato come parte della vita, e quando lo incontriamo, quando lo vediamo come un fatto, allora cerchiamo di evitarlo o di fare opposizione, di trovare una via d’uscita. Così, osservare il fatto della vostra resistenza, diventa molto più importante che comprendere il conflitto. Quindi come fate ad evitarlo, la formula che vi evitate così iniziate a osservare le vostre formule, opinioni e resistenze.. diventandone consapevoli spezzate il vostro condizionamento, e siete in grado di affrontare il conflitto.
Dunque, capire il conflitto e perciò esserne liberi, non in seguito, non alla fine della vita, non dopodomani, ma immediatamente e totalmente ( si può fare), richiede una straordinaria capacità di osservazione, che non è qualcosa da coltivare perché nel momento in cui la coltivate siete ricaduti nel conflitto.ciò che occorre è la percezione immediata del processo globale, del contenuto totale della coscienza; l’osservazione immediata che ne vede la verità. Nel momento in cui ne vedete la verità, ne siete fuori. Non potete vederne la verità, in qualunque forma, a nessun livello, se cercate di opporvi, di fuggire o di sovrapporvi determinate formule che avete appreso.
Ciò solleva un problema molto importante: non c’è tempo per il cambiamento. O cambiate adesso o mai più. Non intendo “mai più” nel senso tradizionale o nel senso cristiano di “ dannati in eterno”. Intendo che il cambiamento avviene ora, nell’attivo presente. L’attivo presente può essere domani, ma è sempre l’attivo presente; e solo nell’attivo presente c’è il cambiamento, non dopodomani. È molto importante capirlo. Siamo abituati ad avere un’idea, e a tradurre l’idea in atto. Prima formuliamo, in modo logico o illogico, ma il più delle volte illogico, un’idea o un ideale, e poi cerchiamo di metterla in atto. Così c’è una frattura tra l’azione e l’idea, una contraddizione. L’azione è il vivo presente, non l’idea. La formula è solo un’idea fissa; l’attivo presente è l’azione. Dire: “ devo essere libero dal conflitto”, diventa un’idea. C’è un intervallo di tempo tra l’idea e l’azione, e voi sperate che in questo intervallo di tempo avvenga qualche speciale, misterioso evento che porti con sé un cambiamento.
Se chiamate in causa il tempo, non ci sarà mutamento. La comprensione è immediata, e potete comprendere solo se osservate totalmente, con tutto il vostro essere. Come ascoltare questo aereo, il suo rombo con tutto il vostro essere, senza interpretarlo, senza dire: “ è un aereo”, “ che fracasso”, “ voglio ascoltare, ma sta passando un aereo”. Così diventa una distrazione, una contraddizione, e vi siete persi. Ascoltare quell’aereo con tutto il vostro essere è ascoltare chi vi parla con tutto il vostro essere. Non c’è divisione tra i due ascolti. C’è divisione solo quando volete concentrarvi su ciò che viene detto, e allora diventa una resistenza. Se siete totalmente attenti, potete ascoltare l’aereo e chi vi parla.
Allo stesso modo vedrete che, se siete totalmente consapevoli dell’intera struttura, dell’anatomia del conflitto, avverrà un cambiamento immediato. Allora sarete completamente fuori del conflitto. Ma se dite: “ sarà sempre così, sarò sempre libero dal conflitto?”, state ponendo una domanda stupida. Indica che non siete liberi dal conflitto, che non ne avete compreso la natura. Volete soltanto vincerlo e stare in pace.
Una mente che non ha compreso il conflitto non può mai essere in pace. Può rifugiarsi in un’idea, in una parola che dice “ pace”, ma che non è la pace. Esser in pace richiede lucidità, e la lucidità viene soltanto quando non c’è conflitto di nessun tipo, il che non è un processo di autoipnosi. Solo la mente che ha compreso il conflitto, con tutta la sua violenza, la sua follia ( e la non violenza è una forma di follia perché la mente non ha ancora compreso la violenza), può spingersi molto più lontano. Una mente che si costringe ad essere non violenta è una mente violenta. La maggior parte dei vostri santi e maestri è tutta presa dalla violenza, essi non conoscono la chiarezza della compassione. E solo la mente compassionevole può comprendere ciò che va al di là delle parole”.
(J Krishnamurti, New Delhi 27 ottobre 1963)
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