Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
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di Lorenzo Galbiati
(Ecco la seconda puntata della serie su Darwin. La prima è andata in rete giovedì 20 gennaio. Buona lettura. M.U.)
Seconda parte
Una testa che scoppia
Già nel 1832, quando era sul Beagle, Charles Darwin conosceva come le sue tasche i due volumi del libro Principi di geologia di Charles Lyell, la Bibbia dell’attualismo (o uniformismo). Secondo questa scuola di pensiero la Terra, creata da Dio all’inizio dei tempi (quando? nessuno si azzardò a dirlo) era cambiata grazie all’intervento di cause fisiche presenti tutt’ora, le quali mantengono intensità costante in ogni epoca geologica. La Terra, quindi, non può che mutare gradualmente; anche gli eventi più drastici non si configurano come catastrofi in grado di cambiare considerevolmente la vita sul pianeta. Questa teoria (non corretta) si opponeva al catastrofismo, concezione (ancora più scorretta) che postulava il cambiamento repentino della Terra attraverso grandi catastrofi, come il diluvio universale.
Lyell era l’interprete più illustre dell’attualismo e fu amico anzi maestro di Darwin. Nella sua visione il mondo, sebbene statico, attraversa dei cicli eterni e nel passaggio da un ciclo all’altro si verifica l’estinzione di molte specie (come documenterebbero gli strati presenti in molte rocce con i rispettivi fossili). Poiché le specie sono immutabili, e quindi non evolvono, in corrispondenza di ogni grande estinzione si verifica la creazione di nuove specie che rimpiazzano le defunte. In pratica, secondo Lyell il buon Dio in cielo è un gran giocherellone che continua a distruggere specie e a costruirne altre: modella l’argilla, la mette sulla Terra, le insuffla il soffio vitale e voilà: una nuova specie!
Vi chiederete come sia possibile che Lyell sia stato un maestro di Darwin. Me lo chiedo anch’io! Lyell non fu neanche un precursore delle idee di Darwin, tuttavia la sua insistenza sul gradualismo delle trasformazioni della natura penetrò per bene nella mente di Charles; inoltre, Lyell si poneva le domande in modo corretto: moltissime specie si sono estinte e altre sono comparse dopo sulla Terra: come? È stato sempre il Gran Giocherellone a crearle? Possibile che non stia fermo un attimo? Darwin non era convinto dell’idea di una creazione perpetua e quindi seguì la pista di Lyell cercando di risolvere l’enigma. E cominciò ad avere i primi mal di testa.
Come già detto, fu la visita alle Galapagos che instillò i primi dubbi a Darwin. Quando tornò in Inghilterra, Charles diede al famoso ornitologo John Gould gli uccelli che aveva raccolto su quelle isole e attese con ansia che li classificasse. Quando seppe che i tordi raccolti su tre differenti isole delle Galapagos appartenevano a tre specie diverse, Darwin concluse che queste dovevano essere derivate da un’unica specie progenitrice appartenente al Sud America. Aveva infatti già notato che “la maggior parte delle specie dell’arcipelago Galapagos hanno caratteri nettamente sudamericani e soprattutto in ogni isola del gruppo esse si presentano con piccole differenze caratteristiche” (Autobiografia).
Era diventato un evoluzionista. Evviva! Già, ma come spiegare i meccanismi dell’evoluzione? La testa di Darwin era in fermento. Problemi di ogni tipo affioravano nella sua mente e lo misero a dura prova. Basti dire che la teoria che stava formulando gli fece perdere la fede in Dio, e dal 1838 si proclamò agnostico.
Tra il 1837 e il 1838 lesse moltissimi libri, non solo saggi scientifici ma anche filosofici e teologici. E incappò nell’opera di un filantropo: il Saggio sul principio di popolazione (1798) del pastore anglicano Thomas Robert Malthus. In quest’opera di demografia si postula che le popolazioni aumentano in progressione geometrica (1-2-4-8-16 ecc.), mentre le disponibilità alimentari si accrescono solo in progressione aritmetica (1-2-3-4-5 ecc.). Di conseguenza gli individui di una specie sono in competizione tra loro per accaparrarsi le risorse: è questa la struggle for life. “Affermiamo,” scriveva Malthus, “che la popolazione quando non venga frenata, si raddoppia ogni venticinque anni.” Malthus sosteneva che, se non si fosse intervenuto con mezzi artificiali, le popolazioni sarebbero andate inevitabilmente incontro a gravissime crisi alimentari periodiche, che ne avrebbero determinato la decimazione per fame e malattie. Per evitare queste disgrazie Malthus, ispirato dalla carità cristiana, proponeva ai poveri di evitare di sposarsi e quindi di astenersi dalle pratiche sessuali, che dovevano essere riservate ai ricchi, ossia a coloro che avevano naturalmente i mezzi per allevare i figli. Era assolutamente contrario allo stato sociale, all’assistenza sanitaria gratuita, a ogni “sperpero” di soldi per individui che non avevano i mezzi necessari per la sopravvivenza. Quando un fedele, fuori dalla chiesa, gli chiedeva: “ma nel Vangelo non c’è scritto: ‘dai da mangiare agli affamati’?”, il reverendo Malthus aveva una crisi di nervi, quindi esclamava: “la natura non distribuisce pasti gratis!”
Charles Darwin quando lesse Malthus, nel 1838, era già convinto dell’esistenza della lotta per la vita e il saggio sulla popolazione costituì un punto di appoggio decisivo per la teoria della selezione naturale, che aveva già maturato. Malthus colpì Darwin per il suo approccio quantitativo, per la sua aritmetica popolazionale: il Nostro si convinse che alcuni individui dovevano per forza essere “eliminati” mentre potevano sopravvivere e avere discendenti solo quelli in possesso di “variazioni individuali vantaggiose”.
Evito di entrare nel merito delle controversie sulla veridicità o meno delle affermazioni di Malthus, e su quanto le sue idee di economia politica abbiano influenzato il pensiero di Darwin. Mi limito a dire che molto di ciò che viene imputato a Darwin (e che ha portato al cosiddetto darwinismo sociale) è invece da attribuire all’opera di un suo contemporaneo, Herbert Spencer, il quale non diede alcun contributo positivo alla biologia.
Nel 1839, all’età di trent’anni, Charles Darwin aveva nella testa, aggrovigliata come un gomitolo di lana, una delle teorie più complesse e rivoluzionarie della storia delle scienze. Per evitare di impazzire del tutto iniziò a srotolare il gomitolo scrivendo un importante manoscritto, l’Essay, che completò nel 1844. Questo documento sovversivo rimase però nel cassetto, poiché quel fifone di Charles credeva che la comunità scientifica non fosse ancora pronta per una teoria evoluzionistica come la sua. Darwin era talmente consapevole dell’importanza dell’Essay che diede istruzione alla moglie Emma di pubblicarlo in caso di sua morte.
Charles ed Emma
Non appena videro loro fratello sbarcare dal Beagle, le sorelle di Charles si accorsero con preoccupazione di quanto fosse cambiato: aveva l’aspetto di un uomo di 40 anni, parlava tra sé e sé e quando gli fu di fronte le riconobbe a stento. Una sola cosa le rassicurò: puzzava ancora, se possibile più di prima. Ma questo non bastò a rasserenarle. Bisognava fare qualcosa prima che Charles diventasse uno zombie. Una donna: ecco la soluzione! Già, ma dove trovarla? L’unica possibilità era combinare un matrimonio al buio… oppure convincere una persona di famiglia, una ragazza non troppo bella, con spirito di sacrificio, senza tante pretese e amante della vita di campagna. Una sfigata, insomma. La trovarono: la cugina Emma Wedgwood.
Quando la presentarono a Charles, il loro beneamato fratello la squadrò da capo a piedi, soffermandosi sui fianchi, quindi disse: “brava Emma, sei cresciuta bene e ora sei proprio una bella manza, quei fianchi sono adatti a sfornare dei bei cuccioli! Sì, tu sarai la mia femmina!”
Ed Emma grugnì di felicità.
La vita con Charles non fu facile per Emma, che dovette fargli da madre, amante, amica e, soprattutto, infermiera. La salute di Darwin, infatti, iniziò a deperire non appena si trasferì a Down House con la moglie, a causa di una serie di gravi disturbi psicosomatici. La teoria dell’origine delle specie che rimbalzava nella sua testa lo metteva di fronte a insostenibili conflitti interiori, che sfociarono in patologie funzionali del sistema nervoso autonomo: era soggetto a forti cefalee, attacchi quasi quotidiani di nausea uniti a disfunzioni dell’apparato gastroenterico, aritmie cardiache e crisi respiratorie alternate a periodi di grande affaticamento e prostrazione.
È quasi incredibile che, nonostante questo costante stato di malessere, Darwin sia riuscito a espletare in modo egregio quelle che si rivelarono le sue attività preferite della maturità: il sesso e la scrittura di opere scientifiche.
Darwin aveva mutuato le sue idee su come far l’amore dall’osservazione degli insetti. I concetti base erano piuttosto semplici: il maschio doveva tendere un agguato alla femmina sorprendendola alle spalle, quindi doveva violent… pardon, possederla violentemente e rapidamente. Come sempre, Darwin cercò di mettere in pratica ciò che aveva imparato. Di solito avveniva che, finita la cena, Emma sparecchiava e si sedeva su una sedia della cucina; allora Charles le si avvicinava furtivamente, la prendeva sotto le ascelle, la sollevava, la stendeva sul tavolo, la spogliava brutalmente, si apriva la patta e la prendeva da dietro. La copula durava dai 2 ai 4 minuti (preliminari, si fa per dire, compresi). Al termine dell’operazione, Charles le dava una pacca sul culo dicendole: “sei proprio una bella manza”, si chiudeva la patta e andava in bagno a cacare. Inutile dire che questa tecnica sessuale si rivelò alquanto efficace: i coniugi Darwin ebbero dieci figli.
Dicevamo che l’altra attività a cui Darwin si dedicò fu la stesura di opere scientifiche. Un bel giorno Charles disse a Lyell che aveva in mente di scrivere dei piccoli lavori di geologia, tanto per ammazzare il tempo; fu così che scrisse due saggi: Struttura e distribuzione delle barriere coralline (1842) e Osservazioni geologiche sul Sud America (1846) con i quali entrò nella storia delle scienze della Terra. Nel primo saggio fornì una teoria sulla formazione degli atolli che stupì Lyell e che è tutt’ora valida e confermata dalle ricerche più recenti; nel secondo la sua teoria sul sollevamento della catena delle Ande risulta a tutt’oggi compatibile con la moderna teoria della Tettonica a Placche, fondamento della geologia attuale.
Terminata la fase “geologica”, un bel giorno del 1846 Emma vide Charles intento a osservare degli strani animali; gli chiese: “cosa sono quelle bestie, Charlie?” “Sono dei cirripedi, crostacei che ho raccolto lungo le coste del Cile. Sono animali molto interessanti e ho intenzione di studiarli per scriverci un saggio breve, tanto per ammazzare il tempo… Emma, perché non vai in cucina?” Fu così che Darwin trovò un altro passatempo da alternare a quello dell’impollinazione della moglie: lo studio dei cirripedi, a cui dedicò ben otto anni della sua vita, al termine dei quali scrisse una dettagliatissima monografia su questi animali che nessuno aveva mai degnato di tanta attenzione.
Nel 1855 Darwin lesse un saggio del naturalista Alfred Russel Wallace sull’origine delle specie e rimase sconcertato: “c’è in giro un altro pazzo come me!” disse a Emma, che non capì: “Charlie, che dici?” “Niente Emma, dico che forse è ora di rivoluzionare la biologia, ma al solo pensiero mi vengono delle allucinazioni e vedo il vescovo Samuel Wilberforce che inizia ad accendere il rogo…”
“Forse era questo, pensavo. Forse stavo diventando troppo vecchio per quel genere di seigiorni che stavo facendo, fratelli. Ormai avevo diciotto anni compiuti. A diciotto anni non si è più tanto giovani. A diciotto anni Wolfgang Amadeus aveva scritto concerti e sinfonie e opere e oratori e tutta quella sguana, no, non sguana, musica celestiale. E poi c’era il vecchio Felix M. con la sua ouverture di un Sogno di una notte di mezza estate. E poi c’erano tutti gli altri. E c’era questo poeta francese messo in musica dal vecchio Benjy Britt, che aveva scritto tutte le sue poesie migliori all’età di quindici anni, O fratelli miei. Arthur, si chiamava di nome. Quindi a diciotto anni non si era poi così giovani. Ma che dovevo fare?
Camminando per le strade buie in quel freddo inverno bastardo dopo aver pistonato fuori da questo sosto per il cià e caffè, continuavo a locchiare delle specie di visioni, tipo queste vignette nella gazzetta. C’era il Vostro Umile Narratore Alex che tornava a casa dal lavoro e si metteva davanti a una buona cenetta calda, e c’era questa quaglia tutta sorrisi di benvenuto e saluti tipo amorosi. Ma lei non la vedevo affatto cinebrivido, fratelli, e non sapevo chi potesse essere. Ma ebbi l’idea improvvisa che se andavo nella stanza accanto a questa stanza dove c’era il caminetto e dove c’era il tavolo con la mia cena calda, avrei trovato quello che veramente volevo, e ora tutto si collegava, quella foto ritagliata dalla gazzetta e questo incontro con Pete. Perché nell’altra stanza c’era una culla con un bambino che gorgogliava gu gu gu. Sì sì sì, fratelli, era mio figlio. E ora sentivo questo gran tamagno vuoto dentro le macerie, ed ero molto sorpreso. Sapevo quello che mi stava accadendo, O fratelli miei. Io stavo tipo maturando.
Sì sì sì, proprio così. La giovinezza deve andarsene, oh sì. Ma la giovinezza è un po’ come essere un animale. No, non proprio come un animale ma come uno di quei migni giocattoli che vendono per le strade, tipo dei piccoli martini fatti di latta e con una molla dentro e una chiavetta fuori e tu lo carichi trrr trrr trrr e quello pistona via, tipo camminando, O fratelli miei. Ma cammina in linea retta e va a sbattere contro le cose, sbam, e non può farne a meno. Essere giovani è come essere una di queste migne macchinette.
Mio figlio, mio figlio. Avrei spiegato tutto questo a mio figlio quando fosse stato abbastanza bigio da capire. Ma d’altra parte sapevo che non avrebbe capito o non avrebbe voluto capire e avrebbe fatto tutte le trucche che avevo fatto io, sì, forse avrebbe persino ammazzato qualche povera pulcella bigia circondata da ràttoli e ràttole miagolanti, e io non sarei stato capace di fermarlo. Né lui sarebbe stato capace di fermare il figlio suo, fratelli. E sarebbe andata avanti così fino alla fine del mondo, gira e rigira, come un tamagno martino gigantesco tipo Zio in Persona (per gentile concessione del Korova Milkbar) che girava e rigirava tra le grinfie gigantesche una lezzosa arancia saloppa.
Ma prima di tutto, fratelli, c’era questa trucca di trovare qualche mammola che volesse fare da madre a questo figlio. Avrei dovuto cominciare a cercare da domani, pensavo. Era tipo aver qualcosa di nuovo da fare. Era qualcosa in cui dovevo mettermi subito, un nuovo capitolo che cominciava.
Allora ecco che si fa, fratelli, ora che sono arrivato alla fine di questa storia. Siete stati dappertutto col vostro piccolo soma Alex, avete sofferto con lui e avete locchiato qualcuno dei più lezzosi buggaroni che il vecchio Zio abbia mai creato, tutti addosso al vostro vecchio soma Alex. E tutto per via che ero giovane. Ma ora che sto finendo questa storia, fratelli, non sono giovane, non più, oh no . Alex tipo maturando sta, oh sì.
Ma dove pistono adesso, O fratelli miei, solo solicello, voi non ci potete venire. Il domani è tutto tipo fiori profumati e la lezzosa terra continuerà a girare con le stelle e con la vecchia Luna lassù e col vostro vecchio soma Alex tutto solicello che si cerca tipo una compagna. E tutta quella sguana. Un terribile mondo lezzoso e buggarone per davvero, O fratelli miei. E così adieu dal vostro piccolo soma. E a tutti gli altri personaggi di questa storia profondi sguerzi di musica labiale prrrrrr. E possono baciarmi le bacche. Ma voi, O fratelli miei, ricordatevi qualche volta di me che fui il piccolo Alex vostro. Amen. E tutta quella sguana”.
(Anthony Burgess - Arancia Meccanica)
Alla fine non ci sono riuscito. Avevo sintonizzato la radio sulle frequenze milanesi di Fahrenheit per ascoltare il dibattito tra Carla Benedetti, Loredana Lipperini e Benedetta Centovalli. Poco dopo le 15 un'incombenza urgente mi ha costretto a uscire di casa. Mi sono perso la trasmissione, ecco. Certo, il dibattito era nato su Nazione Indiana ed era proseguito nei giorni scorsi a reti unificate, per così dire, con Lipperatura. Per cui a me, come ad altri, è capitato di fare lo stesso commento sui due blog. Le mie idee, devo dire la verità, sono sempre più confuse. Intendiamoci: dai commenti ho appreso alcune cose importanti, le questioni sono state sviscerate a volte visceralmente, spesso con viscerale cognizione di causa. Hanno commentato critici, giornalisti, scrittori, blogger (cioè scrittori della rete in odore o addirittura in procinto di passare alla carta stampata o della carta stampata che si cimentano anche nell'etere di queste nostre pioneristiche "radio da leggere"). A me personalmente manca l'ultimo pezzo, il finale radiofonico. Se qualcuno che ha ascoltato la trasmissione volesse dire la sua anche in questo spazio ne sarei felice. Ancora oggi, su Lipperatura, il dibattito continua. Ci sono degli interventi davvero degni di nota, come quello di Maurizio Becker, per esempio. Ma, come dicevo, le mie idee rimangono lo stesso confuse. Avrei voglia di dire -forse cinicamente - che le storie, tutte le storie, anche quelle vere, non fanno che ripetersi ossessivamente. Ma è ovvio che tra la società letteraria di un secolo fa e quella attuale molte cose sono cambiate. Ma l'essenza? Io cerco l'essenza, e non la trovo. Credo di aver capito - e qui smentisco il mio abituale cinismo- che tutti hanno le loro ragioni, direi sacrosante. Mi è sembrato, per una volta, di aver assistito e partecipato a uno scambio di idee che andava ad afferrare il nocciolo del "problema letteratura". Mi è sembrato di assistere a un salto di qualità eseguito da questo nostro mezzo di comunicazione - parlo dell'uso che si fa comunemente dei blog. Vedete, io qui faccio ormai l'editore. Non ridete. O meglio, ridete pure, ma fino ad un certo punto... Insomma, qui ho messo in piedi (non so nemmeno come) una specie di rivistina sprint &spray. Un contenitore, anche se non pippobaudesco diomenescampieliberi. Cerco di alternare pezzi acutamente gravi e pezzi acuti con minor forza di gravità, diavolo in me e acquasanta per tutti, alto q.b. (quanto basta) e moderatamente basso. Dite che il moderatamente basso prepondera? Puo' darsi, anche se ho i miei dubbi. Ma insomma, su NI e dalla Lipperini mi è sembrato che questo nostro strumento di conoscenza e comunicazione così nuovo e ancora a parer mio inesporato - il blog - nella fattispecie di questa discussione sui massimi sistemi editoriali abbia fatto un salto di qualità. La partecipazione di alcuni esponenti delle interconnesse categorie, scrittori critici e lettori (che poi, a ben guardare, queste tre figure le incarniamo tutti a seconda della situazione) ha liberato dalle arse gole di molti alcuni rospi che andavano evidentemente sputati. Dite che sono troppo generico? Può darsi, ma non sono qui per fare il riassunto di una convention. La letteratura, questo è quello che penso perlomeno con una certa chiarezza, non è popolare. Si, esiste la letteratura popolare, ma all'interno del "mondo letteratura" questa, spesso, risulta impopolare. Gli editori macinano titoli a raffica a fronte di una domanda (so che la parola non è quella esatta, perchè non parliamo di generi di prima necessità, nonostante tutto) tutto sommato esigua. Non c'è contraddizione, a mio parere, tra ricerca del profitto e ricerca della qualità. E non è vero, sempre a mio sommesso parere, che la letteratura di progetto non ha spazio. La letteratura cosiddetta di progetto ha pochi lettori, tutto qui. Vedo sui giornali e sulle riviste libri di piccoli editori opportunamente recensiti, oltretutto. Le recensioni fanno poco, ha scritto più o meno Loredana Lipperini in suo commento di qualche giorno fa. E dunque? Se la televisione mostra altro (la televisione ha la sua fiction, che è quella dei telegiornali, e dalle sue fiction cinematografiche - vedi Buzzanca ultimo atto- provvede ad aprire dibattiti su temi come l'omosessualità vista da destra), i libri possono farsi vedere (per dire che esistono) solo sui giornali, in settori e spazi sempre più ristretti. E possono farsi sentire alla radio, nelle splendide nicchie come quella di Fahrenheit. La letteratura, in sostanza, è genere per pochi. E' un genere. Un genere borghese concepito e consumato da borghesi. Oggi è così. Perlomeno, io la faccenda la vedo così.
di Ennio Veruziis
(Ecco un pezzo di Ennio- il suo blog tra i miei link- su un provino immaginato?. Ogni riferimento ecc.ecc.è puramente casuale ecc.ecc. Buona lettura. M.U.)
I provini sono finiti e Pippo, stanco di tutto o quasi, si guarda intorno circospetto. Nessun’altra piccola nessuna gli andrà davanti saltellando e fingendo di ballare. Nessun’altra sciacquettata si leccherà le labbra inumidita dal misero desiderio di beccarsi il posto nel corpo di ballo della sua trasmissione. Pippo ha pensato alla fine dell’ultimo provino che tutte le ragazze che si erano presentate erano buone solo per essere infilzate e poi ributtate giù per la strada da sole e con una spallina calata. Se le immaginava tutte così, con la spalla destra nuda, il rossetto sbafato e la bocca un po’ impastata. Umiliate ma zitte. Piagnucolanti e remissive.
Quando Pippo si è alzato dalla sedia con le zampe di metallo e ha sentito il sangue riprendere a scorrergli nelle chiappe non si aspettava di vedere la porta aprirsi di nuovo, con quel cigolio umile che sottolineava la disposizione al sopruso delle ragazze che l’attraversavano. Uno avrebbe detto che l’ambizione portava sacrificio e il sacrificio porta umiltà, ma lui se era dov’era c’era perché all’umiltà aveva preferito la determinazione, e perché i ruoli che gli uomini ricoprono nello spettacolo non richiedono quasi mai prestanza o disponibilità sessuale. Richiedono semmai una simpatia generica da dopo pranzo di Ferragosto. Una chiacchiera stopposa da ammazzacaffè, quando lo stomaco è troppo pieno perché lo spettatore si chieda qualsiasi cosa e al massimo si fa una finta risata anche a voce alta se è in compagnia. Quindi, con la porta che si è aperta nuovamente e i primi squarci di gambe che si sono insinuati nella stanza, e Pippo è là che guarda giù dalla finestra le ragazze provinate che si confrontano e raccontano cosa avevano dovuto fare, si è riaperta anche se solo per un attimo la sequenza di estenuanti evoluzioni cui tutti dovevano assistere. Un ultimo provino.
Pippo si è voltato verso la ragazza abbandonando le chiacchiere delle piccole sfigate ignare di essere state escluse già prima di aver sostenuto le prove e l'ha squadrata come si squadra un ciauscolo prima di sceglierlo. L'annusata con gli occhi, l'ha tastata con gli occhi, la soppesata con gli occhi, l'ha già umiliata sforzandosi di fare una smorfia di indisposizione.
Alla ragazza Pippo ha subito e seccamente chiesto il nome. Ha scartabellato tra i fogli sul tavolo senza leggerli e dando a vedere che si stava chiedendo chi cazzo fosse questa qua ora. Lei gli ha risposto che era Melinda Marlowe e era la numero centoquarantanove. Era stata saltata perché a causa di un problema alle pareti dell'utero era dovuta correre al pronto soccorso per farsi installare un tampone che ne bloccasse le continue e copiose e inspiegate perdite. Pippo l'ha squadrata di nuovo e col sopracciglio più alto che poteva le ha detto "Quindi lei non può ballare", e ha raccolto i suoi fogli per comunicare alla ragazza precarietà e imminenza di fine. Lei gli ha detto "Sì, volendo posso anche ballare. Spero solo che regga il tampone". Così gli ha detto e Pippo il boss ha sorriso ai suoi collaboratori come a dire "Facciamoglielo pure il provino, ma tanto...". La ragazza se n'è accorta e un po', c'è da dire, si è scomposta. Ma tant'è.
Pippo dopo qualche istante silenzioso passato senza alcun motivo a spostare i fogli fino a disegnare una grossa T le cui estremità indicavano le due possibili vie d'uscita dalla stanza (cioè le finestre e la porta) ha detto alla ragazza "Sicuramente lei, Melinda, sa suonare il pianoforte", sferrando il primo colpo all'autostima della vuota. La ragazza ha detto "Sicuramente" e Pippo ha alzato di colpo la testa dalla T sul tavolo e l'ha guardata. I collaboratori di Pippo hanno fatto un "oooo". Pippo, colpito ma non in positivo dal fatto che l'oggetto femmina sapesse suonare il piano, si è alzato di nuovo e è andato verso il suo cappotto verde scuro. Si è aggiustato gli occhiali bene sul naso e ha estratto uno spartito scritto a penna tutto mezzo scarabocchiato. È andato vicino alla tipa, l'ha presa per mano e dicendole "Venga venga. Vieni, su" l'ha trascinata fino al pianoforte a mezza coda piazzato in fondo alla sala, qualche metro dietro le schiene degli esaminatori. Melinda si è seduta, ha srotolato lo spartito e si è messa in quattro e quattr'otto a suonare. A qualche incertezza causata dalle cancellature e riscritture sullo spartito ha reagito accelerando sulle battute seguenti, cinguettando spedita sulle semibiscrome che, sadicamente, erano state seminate sul pentagramma a semi-casaccio. Inutili orpelli, ha pensato Melinda. Inutili e kitsch ha detto Melinda a Pippo una volta terminata l'esecuzione del brano. "A cosa ti riferisci ragazza?" le ha chiesto Pippo. "A tutte queste notarelle che appesantiscono la melodia qua e là" gli ha risposto Melinda con una voce improvvisamente tre toni e mezzo più bassa. "Sai chi è l'autore di questo brano?" ha detto Pippo con la gola che gli tremava per la rabbia e l'onta. "No" gli ha detto subito subito Melinda, con grande sicumera, "ma lo immagino" ha aggiunto poi. "E chi dunque?" l'ha incalzata Pippo. "Lei?" gli ha detto Melinda con un sorrisino forzato e ebete. "Brava cara" ha ripreso il conduttore, "e non è carino che tu ne parli così". "Massì massì" ha replicato Melinda, "il brano è discreto ma è un po' ovvio e soprattutto è baroccamente barocco" ha concluso, poi. Pippo a questo punto si è indispettito. Ha strappato lo spartito dal leggio e se l'è messo in tasca alla bell'e meglio. Ha fatto qualche passo verso la finestra, poi è tornato verso Melinda. Si è fermato davanti a lei che è rimasta là con le mani tra le gambe poggiate sulla pelle marrone dello sgabelletto e le ha detto "Può andare Melinda, vada pure". "Ok" ha detto lei alzandosi con un balzello e trovandosi in un attimo già alla porta con la borsa in spalla e il cappotto appeso a un braccio. "Allora arrivederci" ha detto poi facendo capolino dalla porta. Nessuno le ha risposto. Pippo intanto è già tornato alla finestra e sta cercando le ragazze di prima, quelle che parlavano di come era andato il provino per il posto da ballerina. Non c'era più nessuno nel cortile. Solo qualche attimo dopo però comparve Melinda, col cappotto ancora appeso al braccio, che parlava al cellulare e rideva forte.
Aveva un nonsoché di giulivo che ha irritato ancora di più Pippo, era troppo sicura di sé. Pippo è tornato dai suoi collaboratori che erano rimasti assolutamente immobili sulle loro sedie con le zampe di metallo. Guardavano tutti ancora negli stessi identici punti di poco prima. Pippo gli ha detto "Questa Melinda Marlowe sicuramente no direi". Uno dei collaboratori, Giuliano Veruziis, gli ha detto "Signor Pippo, non abbiamo scelta. La Marlowe è la figlia del migliore amico del direttore Agostino. Lei è dentro comunque". Allora Pippo è andato su tutte le furie e per qualche istante, lo hanno sentito tutti, la voce gli si è strozzata e ha imprecato in falsetto.
di sEp
(Ecco un nuovo episodio della serie grosso modo mensile della come non mai ellittica sEp. Buona lettura. M.U.)
Certe volte ci vuole proprio e perché negarselo. Dopo una giornata magari faticosa, stressante, dopo avere chiesto tanto al proprio fisico e alla propria mente perché negarsi un buon massaggio. 45 minuti di leggere pressioni su diversi punti del corpo per riattivare la circolazione. Perché no? In fondo non è un trattamento estetico. Sono 45 minuti di semplice pressione ritmata calcolata e calibrata, dalla punta dei piedi alle scapole, davanti e dietro, imbustata in una tuta blu che si gonfia e si sgonfia. Solo 45 minuti. Ogni tanto ci vuole. Specialmente dopo una giornata passata per le stradine che a raggiera circondano, partono da, arrivano a, dietro a, all’incrocio di, passando per Piazza Vittorio. Piazza Vittorio è una Piazza risalente al periodo Umbertino nel mezzo del quartiere Esquilino e sembra un pezzo di Torino a Roma. C’è una leggenda metropolitana: si dice che da dieci anni il numero dei cinesi in città sia rimasto invariato non ostante le continue migrazioni dalla Cina verso l’Italia, questo perché per ogni cinese morto ammazzato dalla mafia cinese, e quindi non denunciato, si sostituisce un altro cinese clandestino, che tanto sono tutti uguali, passandogli il passaporto. Io non lo so se è veramente così, però Piazza Vittorio, ve l’assicuro, è piena di cinesi e di negozi cinesi, e ogni tanto si trova anche qualcuno che parla musulmano, ma per lo più lavora per i cinesi. Perché una signora di Prati si deve spingere fino ai confini etnici della città per ritrovarsi in un posto sovrappopolato di cinesi? Per fare spese. Lì l’argento costa dai 0,50 all’1 € al grammo e sotto natale anche una signora ha delle regole: vietato superare i 700 € di spesa per i regali. Solo che neanche una signora colma di spirito d’avventura si spingerebbe all’interno dell’Esquilino, dietro piazza Vittorio, tra le stradine che vanno da Piazza di Porta Maggiore a Piazza Vittorio, da sola. E la domanda a questo punto è la seguente: perché un fidanzato dovrebbe seguire la signora di Prati all’interno dell’Esquilino, tra Porta Maggiore e Piazza Vittorio, per permetterle di spendere non più di 700 € in regali d’argento da 0,50 fino 1 1€ al grammo? Perché lei ha assistito ad una riunione di movimento pur avendo l’alluce valgo? No. Perché lei, la signora, il giorno precedente, aveva ricevuto una laconico sms: “Mi piace il tatuaggio che hai sul seno”. La firma del messaggio era quella di un collega di lavoro. La signora, come ogni signora di Prati che si rispetti è fedele al suo compagno come una cagna: stupidamente, ed è anche feribile nella sua intimità come solo una signora di Prati può essere: stupidamente. Telefona al suo compagno ed in preda ad una crisi di sudore gli dice “lo sai che mi è arrivato questo messaggio? Che devo fare?” Il compagno che è compagno in tutti i sensi, ma che non è scemo, fa solo una domanda: “C’è qualcosa che devo sapere?” E scoppia l’inferno.
A chi non è capitato di ricevere delle avances, sottintesi commenti sul corpo, su un particolare aspetto o su una particolare zona del corpo. Frasi buttate lì con ingenua indiscrezione. Riflessioni voyeristiche di chi è riuscito a vedere il colore delle calze sotto i pantaloni indossanti con degli stivali, tatuaggi nascosti da reggiseni, piercing celati sotto vestiti ¾. Ci sono situazioni in cui, se non aiuta la natura, dovrebbe aiutare l’esperienza. Ma cosa succede quando è una signora di Prati a ricevere delle avances? Come reagisce quando, camminando per i negozi di Via Cola di Rienzo riceve un sms di un conoscente che le comunica di avere sognato il suo orecchino nascosto da fluenti capelli lunghi; quando riceve una e-mail in cui un collega le comunica di gradire particolarmente il tatuaggio che ha alla fine della schiena? Semplicemente questo non avviene. Le signore di Prati si tengono lontane da un certo tipo di commenti, un certo tipo di ambienti, e, soprattutto, da un certo tipo di sottintesi. Perché i ragazzi di Prati non agiscono così. I ragazzi di Prati li conosci a scuola, al liceo, ci cresci insieme, ti invitano a mangiare una crêpes a via Fabio Massimo, ti portano dei regali all’interno dei quali nascondono bigliettini d’amore che trovi solo dopo anni e allora passi il pomeriggio con l’amica anche lei di Prati a dirle quanto era stato cretino il tale ragazzo che tre anni prima ti aveva scritto ti amo in un bigliettino che non hai mai letto prima di allora. Ma non vanno per sottintesi. Magari se li conosci in terza liceo ti portano a cena fuori, e poi diventano avvocati e allora li incontri durante le file al tribunale che sono amici di amici, ci esci in gruppo, poi lui ti manda un sms sul tempo, tu gli rispondi, poi un altro e poi la cena. Ma se la signora di Prati esce da Prati? Poniamo appunto che si sia “imbastardita” e che non sia un avvocato. Cosa succede quando si spezza una catena di tradizioni codificate e conosciute sin da piccoli? Che si ricevono avances. E a quel punto una si trova a trent’anni a dovere fronteggiare una situazione di emergenza che la spinge quasi a lasciare il lavoro, passando per diversi stadi di angoscia. Ma il mondo le cade veramente addosso quando sente quella domanda: “C’è qualcosa che devo sapere?” Una donna nel panico potrebbe rispondere in molti modi, ma una signora di Prati in preda al panico ha un solo modo: “Sei un’egoista!” La catena di telefonate arriva fino a Londra dove amiche con più esperienza sono in vacanza. Le soluzioni autoprodotte vanno dal “faccio finta di niente” al “ è meglio fare finta di niente”, mentre il fidanzato continua a dare consigli poco praticabili come “manda l’e-mail a tutto l’ufficio” e la sorella ricorda che forse è il caso di parlare al collega della sua splendida luna di miele appena conclusa con la moglie nuova di zecca. Nella sua testa c’è solo una frase terrorizzata: “ma quando mi sono fatta vedere il seno?” e 3 anni di psicoanalisi le rispondono: “un girocollo è un tuo diritto! Questa è molestia sul lavoro!” E la nonna le ricorda a 12 anni che dallo specchio esce il diavolo, mentre il fidanzato domanda se questo tipo è fico e l’amica a Londra non risponde anche quando la signora le manda un sms “Ti prego ti devo parlare! Contattami appena puoi”. Ma l’amore trionfa: “Se non gli rispondi e fai finta di niente lui è legittimato a riprovarci e magari poi tu ti ritrovi in una situazione ben peggiore: a scostarti da un bacio o ti ritrovi una mano sul sedere, e allora sì che è imbarazzante…” All’idea della mano sul sedere che lei non saprebbe togliere prima di essersi domandata: “Sarò scortese?”, decide di trovare una soluzione: in fondo al liceo era brava nei temi e nell’estate tra prima e seconda liceo aveva letto D’Annunzio e risponde: “Grazie, ma non è un argomento di conversazione.” Incerta chiede conferma alla sorella che approva, sempre precisando che secondo lei dovrebbe ricordargli della luna di miele alla quale lei ha contribuito con un beauty case di Oliviero Martini, e al fidanzato che sentenzia “Io non sarei stato così accondiscendente, ma va bene.” Quello che rientra nella normalità dei rapporti quotidiani tra uomo e donna, quello cioè che per chiunque è routine, si trasforma in tragedia e, si sa, nei momenti di tragedia ci sono dei caratteri che si erigono forti e vigorosi, che affrontano il dramma, il problema, senza abbassare lo sguardo e senza cercare il fard nella borsetta; ma poi, superata la tragedia con successi inaspettati, eccolo lì: il crollo. Il passaggio è molto semplice: una signora per reagire ad un evento decide di utilizzare schemi diversi da quelli eteroposti, da quelli cioè con i quali è cresciuta, e la risposta non può che essere quella di chiudersi nel tradizionalismo più assoluto, di rifugiarsi nell’unico comportamento che accomuna tutte le donne in una situazione disperata, in quell’atto che i maschi, non ostante tutto, ancora non riescono ad ignorare: il capriccio. Ebbene sì, spesso, quando si trasgredisce in maniera così evidente alle regole, quando ci si spinge più il là, molto più in là, si sente il desiderio di accoccolarsi per un po’, di rintanarsi, cioè restare nella tana. La tana della tradizione. La tana delle cose che si conoscono. Sotto Natale. Così, come due più due fa quattro ed il sole sorge ad oriente, a Natale il capriccio “non mi fare comprare da sola tutti i regaliiiiiiiiiiiiiiiiii” scalfisce anche il no global più agguerrito (anche perché, diciamola tutta, il “mi nascondi qualcosa?” ancora brucia sotto forma di senso di colpa). Ma la signora di Prati, che comunque è uscita da Prati e ha superato così brillantemente una prova di vita lo sa, sa perfettamente che un così colossale passo indietro non sarebbe ammissibile: e allora al bando via Cola di Rienzo! via Condotti! corso Vittorio! Campo de Fiori! No! I regali di Natale si fanno nei negozi all’ingrosso dei cinesi: spesa minima, spreco pari a zero, fantasia cavalcante e soddisfazione incontenibile. Fino alla prossima amica che dice “I cinesi ci mangeranno vivi. Hanno comprato la De Longhi, 670 dipendenti verranno licenziati.”
(Ricevo dall’ amico Stefano Sanfilippo e pubblico un paio di brevissimi “pezzi” di Russell Edson, scrittore nato nel Connecticut nel 1935 e autore di 11 libri di prose poetiche, nessuno dei quali, a quanto pare, è stato tradotto in italiano. M.U.).
1.Soffriggere
Un uomo stava facendo soffriggere il proprio cappello, e nel frattempo pensava a come sua madre aveva fatto soffriggere il cappello di suo padre, e come sua nonna aveva fatto soffriggere il cappello di suo nonno.
Un po’ d’aglio, un po’ di vino, il cappello non sa assolutamente più di cappello, sa di mutande…
E facendo soffriggere il cappello pensava a come sua madre aveva fatto soffriggere il cappello di suo padre, e come sua nonna aveva fatto soffriggere il cappello di suo nonno, e pensò che gli sarebbe piaciuto in qualche modo trovar moglie, in modo da avere qualcuno che gli facesse soffriggere il cappello; a far soffriggere i cappelli ci si sente così soli…
2.Ci ricresce sinceramente
Come un lumacone bianco, la tazza del gabinetto scivola nel soggiorno, ed esige di essere amata.Ci rincresce sinceramente, ma non è assolutamente possibile.
Nel libro del cuore non si accenna agli articoli da bagno.
E sebbene molte volte ci si sia intimamente intrattenuti con te, tu appartieni a una stirpe disgraziata, a cui preferiremmo non unirci…
La tazza del gabinetto scivola fuori dal soggiorno come un lumacone bianco, gorgogliando* di dolore…
(* Difficile rendere il gioco di parole basato sul doppio significato del verbo flush, che vuol dire sia “arrossire, sia “far scorrere l’acqua”.)
"Il problema essenziale lo si puo' esprimere molto semplicemente. E' stato l'impulso evolutivo a indurre l'uomo a creare la civiltà. Ma ora si è arenato in una civiltà che gli blocca l'impulso creativo. Del tutto inconsciamente la nostra civiltà ha fatto suo il principio secondo cui non si vive per altro scopo che quello di restare in vita, con tutte le comodità possibili. Chi nel recarsi al lavoro passa davanti alle fabbriche enormi, agli immensi isolati d'uffici non vede in tutto quell'immane macchinario altro fine che di versargli una goccia di latte nel caffè e di permettergli di comprarsi un televisore a colori."
(Colin Wilson, La filosofia degli assassini)
(Riprendo da Nazione Indiana questo comunicato dell'amico Jacopo Guerriero.M.U.)
Dal 25 al 30 di gennaio, presso il Teatro Verdi di Via Pastrengo 16, a Milano, andrà in scena Kamikaze , lo spettacolo di Teatro Aperto tratto dai Canti del Caos di Antonio Moresco.
E' il risultato di un incontro importante, tra teatro e testo, tra gesto e parola.
Vi aspettiamo tutti!
Per informazioni è possibile rivolgersi ai seguenti numeri telefonici: 02/8323156 oppure 02.6880038 - 02.27002476
Mercoledi 26 gennaio, inoltre, sempre al Teatro Verdi, alle 18.30 è previsto un incontro con Antonio Moresco
ingresso libero
Torna il Biscela. Un sessantenne sprint nato e cresciuto al Giambellino, uno dei quartieri più popolari di Milano. Un milanese doc. Uno che sa parlare il dialetto. Protagonista di alcune mie interviste apparse qui nei mesi scorsi sulla vecchia mala milanese. Un uomo onesto cresciuto in un quartiere difficile. Un uomo di una simpatia prorompente. Alla faccia di quelli che dicono che i milanesi sono tutti stronzi e non hanno senso dell’umorismo. Si, al 90%, forse. Forse addirittura meno. Ma poi, comunque, ci sono sempre delle magnifiche eccezioni.
Incontro il mio amico Biscela al solito bar. La cinese porta un caffè a lui e un marocchino a me. “Caffè/ malochino/ plego…” “Glazie”, dico io come al solito. Il Biscela è in gran forma, col suo dolcevita rosso granata. Dimostra non più di 50 anni. E’ anche questione di spirito. (In quello a dire il vero ne dimostra 16…) E’ da un bel pezzo che dobbiamo parlare delle sue vecchie frequentazioni musicali ma non si trova mai il tempo, per un verso o per l’altro. Si parte dai Camaleonti, un complesso (come si diceva 30 anni fa) in voga appunto nei 60/70. Quelli di “L’ora dell’amore” , “Applausi”, “Perché ti amo”, “Io per lei”.
M.U. Allora Biscela, diamoci sotto: dimmi un po’ come sei arrivato ai Camaleonti.
B.Beh, la cosa era così: io frequentavo i vari locali di Milano, tra i quali il famoso Santa Tecla…
M.U. Frena, frena. Quando? In che periodo?
B. Eh, si parla dal 63 in poi… Insomma, non mi interrompere, dai… Ti dicevo che il Santa Tecla in particolare era la pista di lancio di tutti i gruppi nascenti in quell’epoca. Poi c’era anche il Parco delle Rose, però ci si andava d’estate. Insomma, i Camaleonti non erano nessuno, tutti ragazzi della mia età eccetera.
M.U. Vabè… Senti, vai un po’ a fondo, descrivimi il gruppo a quei tempi.
B. Niente; c’era il Ricky Maiocchi, quello che è morto l’anno scorso, ne abbiamo parlato, ricordi? Lui era il cantante. Poi c’era Tonino Crepezzi, tastiere e cantante anche lui, il Jerry, Paolo il batterista e Livio il chitarrista. Il fratello del Livio era il ragioniere del gruppo. Ho simpatizzato con loro alla grande lì al Parco delle Rose, sono diventato amico, giravo con loro nei locali, dal 64. Finivo di lavorare in tipografia e via nei locali, lo sai come facevo, te l’ho raccontato, no?
M.U. Si, e m’hai fatto una testa così… Senti, dov’è che andavi più spesso col gruppo?
B. Eh lì, alla trattoria Il Casotello, in via Fabio Massimo, prima del Parco delle Rose. In quella trattoria c’era il passaggio di tutti i gruppi nascenti, tutti squattrinati. Mangiavano lì prima di esibirsi.
M.U. Chi hai visto al Casotello?
B. E beh, c’era Fausto Leali, i Profeti… Prima ancora c’erano i Trappers, hai presente?
M.U. No. Chi erano?
B. Cazzo, nei Trappers c’era il Tonino Crepezzi prima che andasse nei Camaleonti. Quello era un gruppo della madonna anche se durò pochissimo; ci suonavano anche Mario Lavezzi, Alberto Radius e Chicco, il batterista della Formula 3.
M.U. Grandissimo Radius… E no, io non ci sto/ e no io non ci sto/ lasciatemi nel ghetto ancora un poooo’… “Nel ghetto”, grandissimo pezzo!
B. Si, fortissimo. E poi c’erano anche i Casuals, hai presente?...
M.U. Veramente no. I Casuals mi mancano…
B. Beh, erano quelli che si vestivano da nordisti… Poi c’era Teo Teocoli e altri, però ora non me li ricordo tutti, dai che ho fatto la notte… E lì al Casotello ho conosciuto la mia prima morosa, che si chiamava Luisetta. Ci sono stato assieme fino al 79, mi pare…
M.U. Cosa facevi coi Camaleonti?
B. Beh, ci vedevamo spesso in un negozio che loro avevano in Piazza Beccaria dove vendevano jeans. Questo nei primi anni 70. Io al pomeriggio quando potevo andavo lì al negozio a rompere le palle. E ci veniva parecchia gente per vedere se c’erano.
M.U. Era il loro periodo di maggior successo, quello.
B. Eh si. Ma erano bravi ragazzi, simpaticissimi, non se la tiravano per niente.
M.U. Adesso Biscela raccontami un aneddoto su te e i Camaleonti. Qualcosa di gustoso, dai!
B. Mi ricordo che una volta ero a Loano, dove andavo in ferie, era il 75 o giù di lì, insomma una sera sono andato ai Pozzi di Loano e lì ci siamo rivisti, saranno stati un paio d’anni che non ci vedevamo. Cioè, io ero andato ai Pozzi perché avevo visto fuori le locandine; sono andato ai camerini e lì mi hanno fatto una festa pazzesca. Poi dopo siamo andati al ristorante tutti assieme. Comunque, prima dello spettacolo, quando eravamo nei camerini a parlare dei vecchi tempi, a un certo punto siamo andati sul terrazzo, sopra i camerini c’era un terrazzo, te capì? E il Livio, il più spiritoso, mi fa’: Tè, Biscela, metti la giacca dei Camaleonti e saluta il pubblico là sotto’. E così ho fatto; ho alzato il braccio per salutare i fans che stavano sotto. I riflettori erano puntati verso di loro, cioè il pubblico, mentre io ero in penombra; e così mi presero per uno del gruppo e mi beccai un sacco di applausi. Le risate! Troppo divertente!
M.U. Ti ci vedo, lì che saluti il pubblico con la giacca dei Camaleonti!
B. Si. Ah, e mi ricordo che il Livio era goloso di olive, lì al Casotello era capace di mangiarsene anche due piatti una dietro l’altra… E sempre lì al Casotello li sentii dire con le mie orecchie: ‘ Quando saremo famosi torneremo sempre qui!’… Ecco si, questa cosa qui la disse proprio il Livio, me lo ricordo bene. Stavamo mangiando gli spaghetti alle vongole, mi ricordo. Era pure la sera che con la Luisetta decidemmo di metterci assieme, è stata una serata importante, quella. Insomma Markelo, con loro c’avevo proprio un bel rapporto di amicizia, e il gruppo era unito, mai una discussione, sempre allegria, niente invidia. Erano amici dall’infanzia, cresciuti praticamente assieme, te capì?
M.U. Ho capito Biscela. Grazie. E ora intoniamo: “Applaaaausi/per gente come noi/ applausi/ tatatatata… E poi come faceva?
B. Canta ancora/ canta ancora/…
M.U. Si, si. E poi ?... Boh?
B. Boh? Bella canzone, però. Vabè, io vado a giocare la tris, tu che fai?
M.U. Ho da fare, vacci da solo. Grazie mille Biscela, caffè pagato.
B. E vorrei anche vedere… Quando va in onda il pezzo?
M.U. Ancora non lo so. Qua c’ho un palinsesto come la radio, te capì Biscela? Anzi, sai che ti dico, pagami tu il marocchino, fa il bravo…
(Segue, da parte del Biscela, il classico gesto dell'ombrello...)
di Franco Arminio
(Pubblico per puro piacere personale questa poesia già pubblicata da Roberto Saviano su Nazione Indiana tempo fa, quando erano ancora impossibili i commenti. Segnalo che Arminio è anche autore del libro "Viaggio nel cratere", edito da Sironi. Buona lettura. M.U.)
era una telefonata che non doveva servire a niente
e invece mi sono lentamente sgretolato
sotto le tue sillabe
e l’isola in cui ero rinchiuso si è dissolta
sotto le onde della voce.
Adesso non posso scrivere, adesso aspetto
che mi chiami:
ho la punta del cuore
che mi trema come una lama
ho la punta delle mani
senza sangue,
chiamami, sfiorami
sul ventre nudo,
ho buttato i pantaloni per terra
come si butta per terra un giornale,
resterò nudo fino a quando non vieni a baciarmi
con la tua voce, resto qui, ti aspetto,
voglio che mi vedi così, inerme,
scomposto, sconsolato,
voglio che mi lecchi la punta del cuore come si lecca
un capezzolo, voglio sentirti con la mano che gira
sul ventre, prendi la mano
che non ha mai toccato nulla
prendila senza sapere se è la mia o la tua
vieni a prendermi senza indugi,
vieni a prenderti, sei qui
tra le mie braccia.
di Piero Sorrentino
(Ricevo da Piero Sorrentino e pubblico questa sua intervista allo scrittore Emanuele Trevi. Buona lettura. M.U.)
In uno dei suoi saggi più malinconici, nutrito da quel disincanto lucido che sempre l’ha contraddistinto e scritto con lo stesso andamento corto e denso che aveva il suo respiro quando parlava, Giuseppe Pontiggia fotografava uno degli elementi che più di ogni altro accomuna da sempre gli scrittori: “C’è una paura che segue il letterato come la sua ombra: quella di non esistere (…) L’attributo dell’inesistenza è però l’unico che i letterati concedono di buon grado ai loro simili. Il mondo dei letterati è popolato da uomini che non esistono, almeno per i loro concorrenti”. Lo scritto si concludeva con una frase altrettanto affilata: “Esistere per i posteri. Ma poi li si confonde sempre con i contemporanei”. Di primo acchito non è facile non dargli ragione. Allo stesso tempo, tuttavia, trovare degli esempi che dimostrino l’esatto contrario non è un’impresa impossibile, soprattutto se l’inesistenza di cui parla Pontiggia è, purtroppo, da intendersi letteralmente. A leggere e ascoltare in questi anni i ricordi dolorosi, le commemorazioni sincere, gli aneddoti raccontati a proposito di Grazia Cherchi, Maurizio Salabelle, Antonio Porta, Sandro Onofri, oltre che di Pontiggia stesso, si ha la percezione di un sentimento onesto e straziante - nei confronti di scrittori morti più o meno prematuramente - che esula dai rovelli invidiosi e dai crucci vendicativi che pure fanno parte del dna dei letterati: e non perché de mortuis nihil nisi bonum.
Nella sua poeticissima sostanza Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza “Contromano”, pp. 124 con 14 pp. di illustrazioni fuori testo, € 9) si nutre fortemente, sia nel ricordo del poeta Pietro Tripodo che nell’esplorazione delle viscere di Roma nel corso della caldissima estate del 2003, proprio di questo sentimento. Apparentemente svagato e casuale, il titolo racchiude in modo molto efficace le anime del libro. Senza verso (intese come senza direzione) sono le passeggiate romane del flaneur Trevi, esploratore di sotterranei e musei, chiostri e strade, palazzi e appartamenti; ma senza verso sono anche le poesie di Pietro Tripodo (scomparso nel ’99 a cinquantuno anni), “brevi prose che avevano tutte le caratteristiche ritmiche, musicali, visionarie delle sue poesie precedenti, tranne la scansione in versi”; e senza verso, infine, è la forma stessa del libro, che come il precedente I cani del nulla è impossibile da incasellare in un genere codificato e riconoscibile. In questo senso l’onestà della quarta di copertina – che con la formula “Roma, veduta dal basso, luglio-agosto” si limita a suggerire l’idea di una lunga cartolina – si intreccia meravigliosamente con la scrittura di Trevi (col suo passo narrativo breve, in cui raramente le scene superano la lunghezza di tre o quattro pagine) e con l’uso che lo scrittore fa delle fotografie. Nell’apparato di immagini in fondo al libro (intitolato “Colpi d’occhio”) le mappe della Roma antica, le statue, gli affreschi e le incisioni conducono senza soluzione di continuità alla Roma del dopoguerra, per concludersi con gli scatti del luglio 2003 e con un’unica fotografia di Pietro Tripodo. Una scelta stilistica che potrebbe far pensare a W.G. Sebald, uno scrittore molto amato da Trevi, se non fosse per l’uso empatico e emotivamente struggente (piuttosto lontano dalla funzione razionalizzante e ordinatrice assunta dalle immagini nei libri di Sebald) delle fotografie in bianco e nero di Senza verso. Se un senso ha da consegnare al lettore, questo libro, al di là dei motivi che spingono un uomo a ricordare un altro uomo che non c’è più, vissuto in una città che per antonomasia è considerata eterna, è che in fondo un senso vero – alla morte, alla vita, alle estati roventi, alle coincidenze, alle atrocità della Storia - non c’è, o magari c’è ma non riusciamo a trovarlo, e quello che conta sta nell’aver vissuto, e nel ricordare, con le parole, le fotografie, anche, e soprattutto, dopo le parole e le fotografie, i silenzi: “In realtà, se uno potesse capire una storia qualunque, e ricavarne un qualunque tipo di utilità, come si ricava il succo dal frutto, nel mondo non ci sarebbero così tante storie e così poche illuminazioni (…) Non nel suo significato, insomma, ma nel puro fatto della trasmissione è possibile riconoscere un residuo calore umano, la vibrazione di un’intimità reale che è passata tra due persone, che si sono incontrate e sono state amiche”.
Per rendere un po’ più facile la vita ai librai partirei con una domanda “di servizio”: In quale scaffale va collocato il tuo libro? In quello dei romanzi, delle biografie, delle guide turistiche…?
Mettiamola così: la parola “libreria” non ha più senso, perché tra grandi e piccole c’è ormai un abisso, è una filosofia del tutto diversa. Io ovviamente vado bene e vendo in quel tipo di libreria piccola e molto curata nelle scelte, quelle librerie sempre dall’aria “di sinistra”, per capirci, dove tengono i libri di poesia e i saggi d’arte. Vendo anche nelle altre, qualche copia, ma lì sono soggetto a leggi impietose di mercato, fondate sul meccanismo delle rese. Adesso che nelle grandi si è affermato il sistema francese dell’ordine alfabetico, mi fa piacere essere capitato vicino al mio amico Vitaliano Trevisan, ecco tutto!
Ora proviamo a fare felici anche i promotori della casa editrice, che devono raccontare i testi di cui si occupano ai librai: vista l’assoluta laconicità dei paratesti, vuoi provare tu a raccontare Senza verso?
Insisterei sulla trama, sul semplice riassunto degli eventi: un uomo di quarant’anni che si ritrova al punto di partenza, come spesso purtroppo accade, non ha più una casa e un amore e nella sua città inizia una canicola soffocante, che dura settimane e settimane e assottiglia lo spirito, toglie le forze…e in questa situazione ai limiti della disperazione, cerca degli appigli, passeggia in un quartiere dove si sente, chissà perché, più al sicuro che altrove, va a trovare un suo amico edicolante, si ricorda di un altro suo amico, che adesso è morto, che abitava proprio lì, ma questo non è un ricordo triste, perché l’amico era una persona bizzarra e simpatica, per non dire decisamente buffa e comunque molto originale, un vero poeta “all’antica”, insomma, e questi luoghi, e il ricordo della forza di carattere dell’amico, confortano quest’uomo disperato nella calura estiva…
Quanto hanno influito i libri di Sebald sulla scelta dei “Colpi d’occhio” fotografici in fondo al libro?
Sebald è uno scrittore che mi ha influenzato in maniera addirittura imbarazzante, potrei dire che mi ha liberato, insegnandomi molte cose sulla rappresentazione di sé, del proprio mondo interiore e dei propri movimenti nello spazio. Il suo capolavoro, secondo me, è “Gli anelli di Saturno”. Detto questo, che ammetto a denti stretti perché si vorrebbe avere fatto tutto di testa propria, cosa che in letteratura è impossibile, devo però aggiungere che l’uso che fa Sebald delle immagini è suggestivo a prima vista, ma poco ragionato, e finisce, con il piazzarle sempre lì in mezzo al testo, per togliere forza alle sue stesse parole. Adesso sto pensando a delle nuove soluzioni per delle cose che voglio scrivere, vorrei usare alcune foto sui riti degli indiani Pueblos scattate alla fine dell’Ottocento da Aby Warburg, il grande studioso di Botticelli e del Rinascimento.
Sempre che si possa dare per scontata l’assoluta equivalenza biografica e esistenziale tra il personaggio che dice io e l’autore Emanuele Trevi, mi ha molto colpito la radicale solitudine del protagonista: gira da solo per la città, visita i musei e i sotterranei guardandosi bene dall’intrupparsi nei gruppi in visita guidata, si infila in chiostri silenziosi, dorme in grandi stanze vuote, passa il tempo osservando il salvaschermo del suo telefonino nuovo… è stato davvero un periodo così malinconico, quello di cui racconti? E se è così, quanto peso ha avuto questa solitudine sulla decisione di scrivere il libro? È come se avessi richiamato Pietro per tenerti un po’ di compagnia…
Beh, come negarlo, la mia prima persona è abbastanza “doc”, nel senso che a me interessa scrivere quello che vivo, anche a costo di esporre lati di sé non esaltanti come, in questo libro, la mia tendenza periodica a lasciarmi andare a stati di depressione e disordine esistenziale. Ma la solitudine non è solo un argomento, è una tecnica, un principio di messa a fuoco narrativa fondata su un certo uso della prima persona nella quale sono maestri scrittori contemporanei come Houellebecq e W.G.Sebald, che ammiro molto. Ma lo “stile della solitudine” è difficile da descrivere e poi…ci sono dei trucchi del mestiere che mi tengo per me !
A proposito di “stile della solitudine”: ne L’invenzione della solitudine, Paul Auster a un certo punto scrive “Cominciare dalla morte. Procedere a ritroso nella vita per poi, infine, ritornare alla morte. O invece: la vanità del tentativo di dire qualcosa su qualcuno”. Assumeresti questa frase come scheggia di poetica del libro?
Beh, appartiene all’ “Invenzione della solitudine” di Auster, quindi non so se può trapiantare nel mio. Il libro di Auster, senza dubbio il suo capolavoro e in assoluto un libro bellissimo, è centrato sulla relazione padre-figlio, mentre la mia è la storia di un’amicizia. L’amicizia, se posso esprimermi così, è atea, manca di verticalità. La vanità di cui parla Auster è, nella sua essenza profonda, una vanità tragica, che minaccia alle radici l’identità stessa di chi scrive, lo costringe fuori dalla vita, in quella solitudine che dà il titolo al libro. Anche il mio libro parla della “vanità di dire qualcosa su qualcuno”, certamente, ma all’interno di una relazione di amicizia libera e felice, non vincolata dai legami del sangue, esente da violenza e da dolore. Senza che per questo non si tratti di un affetto profondo e coinvolgente. Dunque il risultato di questa impossibilità di dire qualcosa su qualcuno, nel mio caso, è comico, o perlomeno tragicomico. C’è una terza forma di impossibilità di dire qualcosa su qualcuno, e riguarda la persona che amiamo. Qui forse tocchiamo con mano, per rimanere al vocabolario di Auster, la vanità della vanità. Trovo che la letteratura contemporanea sia molto carente di un grande romanzo d’amore, qualcosa al livello della “Principessa di Clèves” o del “Diavolo in corpo”. E’ un terreno per me molto interessante.
Escludendo Musica distante, i tuoi libri sono sempre comparsi presso editori di “rottura”, dai cataloghi sfrontati e diretti (Castelvecchi) o in collane (“Stile libero”, “Contromano”) che raccolgono testi veloci, spesso di esordienti, dall’alto tasso di sperimentalismo linguistico e strutturale. A leggerli, però, si resta sempre colpiti dalla scrittura estremamente sorvegliata, quasi ricercata, con quelle lunghe frasi bellissime… È come se riuscissi sempre a tirare fuori libri che si vanno a installare di soppiatto in territori che non gli spetterebbero, dotati di una green card posticcia costruita dal migliore dei falsari su piazza…
E’ una domanda o un’affermazione ? Comunque sì, non ci avevo pensato molto ma è così in fondo, e questo sai perché succede ? Perché il pubblico è vario, e ce n’è una fettina anche per questo tipo di prosa divagante, come la mia, è un genere letterario indefinibile eppure è sempre esistito. Per carità, io che sono l’ultimo degli scribacchini non voglio paragonarmi a Montaigne, a De Quincey, a Henry Miller, ma insomma, la mia filosofia almeno è la stessa, e questa letteratura “divagante”, chiamiamola così, è sempre esistita e secondo me in qualche forma esisterà sempre, e quindi capisco che a un certo punto un editore alla moda o di tendenza mi chiami, come è sempre successo, e mi chieda un libro, Mondadori non fa eccezione perché Andrea Cane lavorava con la stessa filosofia, curava anche Ammaniti per Mondadori, insomma era un “modaiolo” pure lui, perché pensano che anche io, nella mia maniera assurda, posso andare un po’ di “moda” o perché comunque i miei libri hanno un po’ di recensioni ecc ecc. Però, se guardi i libri che ho fatto, ti rendi conto che ogni volta ho cambiato editore: vuol dire che non sono tanto un buon affare da chiedermi anche un secondo libro!
di Lorenzo Galbiati
(Comincia oggi una nuova serie in 3 puntate. Di Galbiati. Su Darwin. A scadenza settimanale. Buona lettura e… stay with us! M.U.)
NOTA: L’autore dell’articolo avverte che tutte le informazioni di rilevanza storica e/o scientifica ivi riportate sono attendibili; non altrettanto si può dire delle informazioni riguardanti la vita privata di C. R. Darwin e delle altre persone menzionate. L’autore inoltre si dichiara disponibile a fornire chiarimenti a eventuali domande dei gentili lettori nello spazio dei commenti.
Prima parte
Quant’è bella giovinezza…
Charles Robert Darwin nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury, quinto dei sei figli del medico Robert Darwin. La madre, Susannah Wedgwood, morì quando Charles aveva solo otto anni, ed egli fu allevato dalle sorelle maggiori.
Da piccolo Charles era un bambino come tutti gli altri, ma ciò che lo caratterizzava era una forte attrazione per il mondo naturale e una altrettanto forte repulsione per l’acqua. Non si trattava solo della resistenza che molti bambini manifestano quando si devono lavare, no, era una sorta di allergia che gli provocava vertigini, eritemi, gastroenteriti, sciatalgia e crisi di identità al solo contatto e, a volte, alla sola vista dell’acqua. Per questo motivo Charles iniziò ben presto a bere vino, e sviluppò una forte tolleranza all’alcol che lo immunizzò dalle sbronze. Darwin, insomma, bevve come una spugna per tutta la vita, ma rimase sempre sobrio, dannatamente sobrio e lucido.
Il ragazzo amava pescare, cacciare, andare a cavallo e raccogliere campioni di piante e insetti. Più che uno sportivo, era un animale alla stato brado: non vi sarà quindi difficile immaginare quanto la scuola fosse per lui un pesante fardello di insegnamenti teorici e noiosi. A 16 anni il padre lo iscrisse a medicina, ma quando vide che Charles non riusciva a sopportare la vista del sangue e i metodi usati nelle sale operatorie, decise di spedirlo a Cambridge e di indirizzarlo alla carriera ecclesiastica. Ancora una volta Charles deluse i desideri paterni e a Cambridge si distinse per la sua capacità di raccogliere e classificare animali di ogni tipo. A quel tempo, inoltre, erano numerosi i teologi esperti di zoologia, botanica e geologia, cosicché Darwin nei suoi anni universitari ebbe modo di acquisire un bagaglio di conoscenze naturalistiche fuori dal comune. Scrisse: “a Cambridge nessuna occupazione mi interessò tanto e mi dette tanto piacere quanto la raccolta degli insetti”: Charles li osservava, li toccava, ci giocava e infine li infilzava per avere una collezione con ogni specie che vedeva. E non c’è da stupirsi, cos’altro ha di meglio da fare un giovane di vent’anni se non raccogliere insetti?
Darwin aveva molti amici a cui spiegava la sua passione per gli scarafaggi e la sua visione della vita: “negli stadi giovanili il nostro compito è quello di nutrirci, mantenerci sani e attivi, nella vita adulta il nostro scopo è trovare la femmina, sedurla e farle sfornare tanti cuccioli. Il resto è un dettaglio.” Intorno al 1830 Darwin ritenne di essere diventato adulto e cercò di passare dalle parole ai fatti. E così a Cambridge quasi tutte le ragazze ventenni venivano fermate da un giovane che le ricopriva di complimenti: “quando corri hai la grazia di una cavalletta che salta”, “hai un fondoschiena più bello di quello di una cimice” eccetera; dopo il complimento seguiva invariabilmente la frase: “non credi sia ora di dare il tuo contributo alla specie facendoti montare da una giovane maschio sano e di buona famiglia?” Purtroppo questo approccio, che oggi sarebbe oltremodo gradito da molte ragazze ventenni, allora risultava troppo ardito e non portò fortuna al Nostro.
Nel 1831 Charles Darwin terminò i suoi studi e, pur non avendo un curriculum studiorum brillante, conseguì il baccalaureato in lettere. Era ancora alla disperata ricerca di una femmina (le sue tecniche seduttive andavano perfezionandosi, ma il fatto che non si lavasse non lo aiutava) quando il suo professore di botanica, il teologo Henslow, lo raccomandò come naturalista al capitano Fitz-Roy del brigantino Beagle (in italiano “bracchetto”, un cane da caccia), una nave che stava partendo per un viaggio intorno al mondo. Darwin tremava alla sola idea di imbarcarsi (“io muovermi sull’acqua? Mai!”) ma non ebbe il coraggio di opporsi al suo professore e accettò l’incarico. Fu l’evento che gli cambiò la vita. A ben pensare, cambiò anche la storia.
Darwin e Fitz-Roy
Il comandante del Beagle Robert Fitz-Roy era letteralmente in preda al panico nel periodo antecedente alla partenza, e ne aveva ben donde: veniva da una famiglia che annoverava molti casi di malattie mentali e il suo predecessore sul Beagle, il comandante Pringle Stokes, si era suicidato a bordo. Per scacciare presagi maligni - sognava ogni notte la sua testa dentro a un cappio che pendeva dall’albero maestro - considerò opportuno avere a bordo un suo pari, un uomo che fosse di buona famiglia e interessato alla scienza, esattamente come lui, e quest’uomo non poteva essere altri che il giovane Charles Darwin. Fitz-Roy decise di concedergli l’onore di averlo come ospite nella sua cabina, convinto che Darwin non aspettasse altro che dialogare con lui a proposito di zoologia, medicina, filosofia e quant’altro, come conveniva a un buon gentiluomo.
Non sapeva ancora cosa lo attendesse.
Charles era di umore umbratile e di carattere introverso, e le cose cui più teneva erano cacciare animali da riportare in patria e scrivere il suo diario. Va aggiunto che la sua più grande occupazione a bordo del Beagle fu un’attività corporale che non abbandonò più per il resto della sua vita: il vomito. Vomitava in modo sistematico, mattina, pomeriggio e sera; prima, dopo e durante i pasti. E soprattutto vomitava nella cabina che condivideva con Fitz-Roy. Ma questo non limitò in alcun modo Charles nelle sue attività, era un giovane alto, nerboruto e di bell’aspetto che sprizzava energia da ogni poro, un lavoratore infaticabile che si prodigava senza sosta nella sua doppia veste di medico e naturalista. Aveva imparato anche a scrivere il suo diario tenendolo di lato, e non di fronte a sé, in modo da non sporcarlo mentre vomitava. L’unica cosa che non faceva era parlare con Fitz-Roy: non lo sopportava! Per la sua arroganza con l’equipaggio, per la sua presunzione di naturalista da quattro soldi, per le sue ossessioni mentali: “il temperamento di Fitz-Roy è dei più sfortunati. Ciò per via non solo della sua passionalità, ma anche di attacchi di prolungata stizza verso coloro che, a suo giudizio, lo avrebbero offeso, […] sembra incapace di dare giudizi profondi e privo di senso comune”, così Darwin lo ricorda nell’Autobiografia.
Fitz-Roy avrebbe voluto rendere gloria al progetto divino della creazione attraverso le scoperte a cui lui e Darwin sarebbero giunti nel loro viaggio con il Beagle. Quel che accadde, invece, fu che per via delle scoperte che fece, Darwin cominciò a dubitare non solo delle teorie creazioniste ma addirittura dell’esistenza stessa di Dio. Fitz-Roy ne risentì a tal punto che cadde in preda all’angoscia. Ad ogni modo, era un uomo di buona tempra e riuscì ad arrivare alla fine del viaggio senza suicidarsi. “Ho superato la prova Darwin, la più dura che possa capitare sulla strada di un uomo”, disse fra sé e sé quando il Beagle tornò in acque britanniche. Fitz-Roy ce l’aveva fatta, non si può dargli torto, tant’è vero che si suicidò solo molto tempo dopo, nel 1865.
Il viaggio sul Beagle
Il Beagle lasciò Plymouth il 27 dicembre 1831, quando Darwin aveva 22 anni, e rientrò in Inghilterra il 2 ottobre 1836. Cinque anni passati a fare il giro del mondo. Volete sapere il percorso? Dunque, il Beagle attraversò in mezzo a grandi tempeste la baia di Biscay (dove Charles vomitò l’anima, e la perse del tutto) e arrivò alla sua prima tappa, le Canarie, ma gli abitanti delle isole impedirono al brigantino di attraccare per paura che si diffondessero malattie dell’Inghilterra. Allora, avanti Savoia! fino alle isole di Capo Verde e allo sbarco in Brasile, dove Darwin vide per la prima volta gli schiavi. Quando sentì Fitz-Roy tessere le lodi della schiavitù e sostenere di aver sentito dagli schiavi stessi quanto essi siano soddisfatti della loro condizione, lo lasciò esterrefatto contraddicendolo davanti ai sottoposti: “e così lei crede che, in presenza del padrone, le risposte di uno schiavo abbiano qualche attendibilità?” Fitz-Roy schiumò di rabbia: “lei è un maleducato, mi perseguita, vuole la mia morte!” e così Darwin scappò impaurito e andò a vomitare sul ponte.
Le prime settimane furono talmente dure per Darwin, sia per la presenza di Fitz-Roy sia per il suo continuo mal di mare, che pensò di abbandonare la spedizione in Brasile. Tuttavia le ricerche che condusse in Sud America lo riempirono di entusiasmo e gli diedero la forza di proseguire. A Rio de Janeiro rimase per due mesi a terra per studiare la flora e la fauna del posto, soprattutto i suoi adorati scarafaggi, che raccolse a migliaia (in un solo giorno arrivò a classificarne 68 specie diverse). Ogni sera scriveva il suo diario di bordo (che pubblicò al suo ritorno) e spediva lettere agli amici, nelle quali descriveva le sue scoperte.
Nel giugno del 1834 il Beagle oltrepassò lo stretto di Magellano e si diresse a nord costeggiando il Cile; Darwin ebbe modo di osservare eventi sismici ed eruzioni vulcaniche lungo la Cordigliera delle Ande. Uno dei luoghi fondamentali per la formulazione delle sue teorie furono le isole Galapagos, nelle quali Darwin raccolse varie specie di uccelli che si assomigliavano tanto da sfumare le une nelle altre; nella sua testa cominciò a far capolino il dubbio: “ma sarà poi vero che le specie sono costanti e immutabili?” Nel 1836 il Beagle arrivò in Australia, quindi attraversò l’Oceano Indiano, dove Darwin studiò le barriere coralline e cominciò a riflettere su come potessero formarsi gli atolli. Poi la spedizione toccò l’estremo sud dell’Africa, fece di nuovo tappa in Brasile e risalì l’Atlantico per tornare in Inghilterra, a Falmouth, per la precisione. Mentre poggiava il piede sulla terra natia, Darwin mormorò: “con l’acqua ho chiuso”. E infatti, da allora, il Nostro non attraversò più neanche la Manica. Anzi, non attraversò più neanche un ponte. In compenso continuò a vomitare, ma con minor frequenza.
Nel 1836 Darwin si stabilì a Cambridge per classificare le sue collezioni di animali, ma il 7 marzo del 1837 si trasferì a Londra. Nel 1839 avvenne un fatto singolare: Charles Darwin si sposò. Vi chiederete come ciò sia possibile. Abbiate ancora un po’ di pazienza e ve lo spiegherò. Sappiate però fin d’ora che nel 1842 Darwin e consorte andarono ad abitare nel villaggio di Down nel Kent, in campagna, poco lontano da Londra. A parte qualche spostamento per andare in stabilimenti termali, o per sbrigare delle faccende a Londra, Darwin non si mosse da Down per il resto della sua vita. E forse fece male, perché si sentiva spesso down…
di Filmiko Henricoghezzis
(Ricevo (?) e pubblico il testo per un prossimo Fuori Orario in data da destinarsi che avrà come tema Pippo Baudo e come titolo "Orrende Inquietudini". M.U).
Fuori orario. Fuori e dentro l'orario. L'orario delle ferrovie dello stato. Questa macchina da cinema che si scontra somaticamente con il treno per Yuma, Yuma Thurman, la crisalide spaziale tarantiniana, che svolge la sua pellicola domopack nel pack di una kubrickiana odissea, fin dove Elliott Gould ed Elliott Ness non riescono a spingersi. FBI, CIA, il pericolo giallo, Apocalypse 2001 Space Oddity Bowie, ancora una volta Furyo, Furio Focolari, il Furio verdoniano che chiede di Magda, Magda Schreckenstein in Frankenstein, l'urlo di Tarzan e di Funari, la Mortazzatuavitamea, la carne a grigliata mista castellittico-francescadellerianamisura9 come il Ghiaccio di Vonnegut Jr., la semantica cinematografica rovesciata di Aldo Giovanni e Giacomo Casanova, il Don Giovanni di Crepet "montato" nel 1960 da Eraldo da Roma, Titanus Produzioni, Bernabei Story, Costantino e il porno sofisma di Wenders, chi ucciderà Baby Jane, chi ucciderà l'arrendevole Bette Davis dagli occhi di ghiaccio di un texano di nome Kim Carnes, incarnatasi in un manga po' o cazzo guapponese quindi napoletano, Napoletan Graffiti, Razdeganmatazz israelopaolocontiano da serata con Vito, ne parleremo nella notte di Fuori Orario, con Pippo Baudo finalmente, con, senza, in, con, su, per, tra, fra, Tazio Nuvolari da Velletri, Baudo Springsteen, JFK di un bisiachiano bisogno d'immagini a bruciapelo e a sangue freddo alla Oswald in Black & White,whisky a catinelle, esce il sole e prendi le ombrelle, le Ombrelle Colli della tv del dolore in b/n, un Gaber Nino Cerruti Gino, Bramieri e le barzellette di Totti, come in Tracy Lords "montata" da Eraldo da Roma e da Ruggero Mastroianni in doppia penetrazione, double identity, double indemnity, body double di De Palma Jula con Sharon Stone da pippa à la Baudo, Katia e i kili di singulti minogue del piacere, Adua e le compagne, Sandra Milo e il finto colonnello cubano su Oggi estate 1983, mimetica in stadio avanzato di decomposizione, Piedone l'Africano e Pippo Baudo sempiterno come un sempreverde Arbre Magique, ne parleremo nella notte di Fuori Orario, qui, ora, Orrende Inquietudini, documentari su e per Pippo Baudo, adesso, nella notte, scorrendo una pellicola spuntata come una pallottola di sebo post-trapianto senza soluzioni di discontinuità, senza soluzionishoum, senza shalom, per Pippo, con Pippo, in Pippo, amen, buona visione...
di Elio Paoloni
L'altra sera sono andato a vedere La bottiglia vuota di Moni Ovadia. Contentissimo della banda di zingari e dei suoi canti con la chitarra (certe modulazioni mi ricordavano curiosamente vecchie canzoni di Domenico Modugno, quelle più "siciliane"), incantato dalla sua finta filologia (la chiamo finta perché il racconto che fa delle "Letture" non ha nulla di specialistico e pignolo ma è funzionale alla dichiarazione d'amore per il canto) e dalla sua costante attenzione per l'uomo, per i mistici, per il divino.
Ho dovuto chiedermi però perché mai senta il bisogno, in apertura, di dichiararsi ateo e di riportare la battuta di un cabarettista (credere in Dio è una parola troppo grossa: diciamo che lo stimo). Ha paura di venir tacciato di spiritualismo, o ancor peggio di proselitismo? Ovadia è impregnato di religiosità, o almeno di un senso del sacro, che cerca di trasmettere per quasi tutto lo spettacolo. Ma sente il bisogno di rammentarci, spesso con barzellette da bar, che "sono solo canzonette". Essere spirituali è politicamente scorretto? O non consentirebbe di catturare una quantità sufficiente di spettatori? Se lo scopo è quello di mettere insieme uno spettacolo che vada bene per diverse fasce di pubblico, il risultato non viene raggiunto: ho parlato, dopo lo spettacolo, con due signore. Una era stata respinta dagli abbassamenti di tono e l'altra non era stata strappata alla noia indotta dalla colta spiritualità neppure dall'aneddoto del "Giulietta è 'na zoccola" della sorniona tifoseria napoletana.
Come scontentare tutti, insomma.
Credo alla necessità dell’ironia, ma l’ironia è freddezza, distanza, riflessione. Non è ammiccamento, complicità. Anche la freddura fa riflettere, certo, ma non la puoi infilare dove capita. Nessuno si sogna più, Bloom a parte forse, di separare nettamente l’alto dal basso, però bisogna comprendere cosa si vuole esattamente ottenere: uscire dal teatro senza aver capito bene a cosa abbiamo assistito potrebbe essere l’effetto di uno spettacolo nuovo e sorprendente, il segno di un’ambiguità che è componente necessaria di ogni opera d’arte, ma in questo caso mi è sembrato il risultato di una vigliaccheria.
di Vins Gallico
Il 27 dicembre dell’anno scorso Laya-Alam C. ha trentacinque anni, si trova a Brema, viene dalla Sierra Leone: è un negro. Con ogni probabilità è questo il motivo per cui un paio di poliziotti in borghese gli si avvicinano a fare un controllo. Prima che quelli lo fermino, Laya-Alam butta giù rapidamente un paio di capsule. I poliziotti s’insospettiscono, lo bloccano, gli chiedono (con le buone e con le cattive) che razza di schifezza ti sei calato, negro schifoso. Laya-Alam non reagisce. I poliziotti lo sbattono a terra, stato di fermo, trasporto in caserma, dove si decide per una “Exkorporation bei dem Verdächtigen zum Zweck der Gefahrenabwehr und Beweismittelsicherung„ – ovvero lavanda gastrica da eseguirsi attraverso l’ingestione di due cucchiai di Ipecacuana, un medicinale che provoca conati di vomito. Prima usavano l’Apomorfina, ma a causa dei danni che persistevano nei soggetti sottoposti al trattamento, hanno deciso di sostituirlo con l’Ipecacuana, che ha una base vegetale e pare sia meno nocivo. Soltanto a Brema negli ultimi dieci anni sono stati accertati però più di 400 episodi (si può parlare davvero di episodi quanto il metodo diventa routine?), dove i sospetti sono stati obbligati ad ingerire l’Apomorfina o l’Ipecacuana. In molti casi, anche con l’Ipecacuana, si sono riscontrate difficoltà gastrointestinali perdurate per settimane.
Laya-Alam C. comunque non vuol prendere lo “sciroppo del vomito”, i poliziotti provano a costringerlo, Laya-Alam si ribella, si dimena, si sbraccia per liberarsi. Le forze dell’ordine hanno la meglio su di lui, lo legano ad una sedia e gli ficcano un tubo in bocca e un sondino nel naso per consentire l’immissione dell’Ipecacuana. Laya-Alam sviene. Il medico, controllando le condizioni del sospetto, dichiara che i valori sono normali. I poliziotti ritengono allora che Laya-Alam stia simulando, continuano a pompargli acqua nello stomaco attraverso il tubo, affinché l’Ipecacuana abbia un effetto immediato. Laya-Alam vomita. Vengono ritrovate le capsule contenenti la droga: cocaina per un valore totale di 60 euro. I poliziotti ci avevano visto giusto: era un fottuto criminale!
Solo che adesso Laya-Alam sta male, non riesce più a respirare. La sera entra in coma.
Il 4 gennaio Thomas Röwekamp, senatore del dipartimento di Brema, intervistato sull’argomento nel corso di una trasmissione radiofonica, dichiara che chi è causa del suo male, pianga se stesso.
Il 6 gennaio Laya-Alam C. muore.
Il dottor Jörn Günther, medico del pronto soccorso, diagnostica come causa del decesso l’eccessiva presenza di acqua nello stomaco di Laya-Alam. E’ morto dunque affogato, a causa della condotta di merda del suo collega, l'altro medico, e dei poliziotti. Annegando all’asciutto (come titola il Jungle World del 12 gennaio). Ma è contro il dottor Günther che si è aperto un procedimento disciplinare; nell’ambiente della polizia è ormai considerato un traditore per aver diffuso la notizia.
Ieri, 15 gennaio, si è svolta a Brema una manifestazione in ricordo di Laya-Alam C. e contro la brutalità dei metodi polizieschi (Già nel dicembre 2001 il diciannovenne Michael Nwabuisis era deceduto ad Amburgo in seguito alle conseguenze di un’ingestione forzata di “sciroppo del vomito”).
E’ una notizia triste. Però ho creduto opportuna diffonderla anche in Italia.

di Gabriella Fuschini

di Fabio Rampoldi
(Ricevo e pubblico questa lettera dell'amico Fabio Rampoldi indirizzata al Corriere della Sera e non pubblicata. Buona lettura. M.U.)
di Riccardo Ferrazzi
Gli storici che si affannano a suddividere la storia in periodi sono condannati a riconoscere che gli avvenimenti ai quali assegnano la funzione di spartiacque sono privi di significato. È poi così importante la deposizione di Romolo Augustolo ? Il viaggio di Cristoforo Colombo avrà pure portato cacao, tabacco e pomodori, ma ha cambiato la nostra civiltà ?
Su Mamma Nazione Indiana sono riapparsi i commenti dopo circa due mesi. Io forse so chi è stato, a riattivare la macchina. Ve lo dico subito: è stato Superman (vedi foto). O no?...;-)
di William T. Whitby
Da ieri è su Nazione Indiana - ancora incommentabile- un mio vecchio ed efferato racconto. La prima vittima del mostro di turno somiglia molto a un incommensurabile presentatore televisivo di origine profondosudica. Se avete bisogno di tirarvi su il morale tra una tirata ormai clandestina di Marlboro e l'altra potete andare a darci un'occhiata, pensando anche, magari, ad un noto ministro di origine polentonica... In più, segnalo un interessante pezzo dell'amico Gianni Biondillo su Carlo Levi pubblicato oggi.
di Kanji
di Mario Bianco
Dal fondo compaio
e di me non ho memoria
né di questo buio spazio
che in torno si tende lento
pian piano
man mano
che inizio a riconoscere un arto mio
ed a muoverlo
e questa estremità nuova
un piede
tastando nel vuoto
luogo diventa che inizia a pulsare
e ad espandersi
con sottile suono e poi vibra
di urti di particelle palpitanti
risonanti in un flusso alternato
di soffio e riposo
non ho vista
ma scorgo sentendo la luce
che forma i miei occhi ed i raggi
che danzano intorno
come i miei piedi
che lenti si posano a osare
creare un basso
ed un alto
ove la mia mano si manifesta
e
questo ritmo che balla di luce e di ombre
mio diventa
di cuore e confini
di oscuri nembi
remote spiagge
di acque frangenti
che senza posa si dilatano
in forme di vuoti e di pieni
e lunghezze di onde
che danno finalmente colori
a queste sfumate figure
che quasi indistinte sul fondo ho partorito
e
le nostre membra
si conoscono allacciano e slacciano
ed entrano muovono e pulsano
in questo lungo danzare
che sfugge il conosciuto
per l'altrove futuro
ove immagini siamo nuove
e corpi di sentire senso
e passioni patire
all'improvviso ricordo ed affetto
mentre
un immenso mutare
già ci porta a dissolverci
in nuove onde lunghe
che vanno a lambire la porta
il varco già intuito nei nervi
segno per gli occhi
di luoghi remoti o vicini
ove
ci riconosciamo
ed abbiamo coscienza
della nostra consistenza
e dell'angolo di vita
di cui abbiamo nozione
segno del tutto
che in sfere coi sensi oltre
miriamo e sentiamo
rotolare in distese
dal ventre stesso promanate
così del mio
ho fatto e disfatto
danzato e mi sono riconosciuto
nell'interezza
(26.9.2001)
Secondo appuntamento di Nazione Indiana al Teatro i
MACELLO
Lettura scenica della raccolta di poesie di Ivano Ferrari (pubblicata nella Collezione di poesia Einaudi, 2004)
Voce dell'autore e dell'attrice Federica Fracassi
17 gennaio 2005 0re 21 - Teatro i - via Gaudenzio Ferrari, 11 - Milano.
Per informazioni e prenotazioni: 02.8323156 - info@teatroi.org.
Nello spazio chiuso di un mattatoio, "la grande sala dove si esibisce la morte", Ivano Ferrari mette in scena uno spietato e cruento interregno uomo-animale determinato da una schiacciante sopraffazione. Un Macello che rimanda ad altri macelli che continuano ad attraversare la nostra vita di specie e che è campo di battaglia, lager, laboratorio, chiesa, teatro e dove i macellatori sono carnefici, tecnici, sacerdoti, registi.
In questa raccolta poetica intensa e perentoria, piena di accensioni, implorazioni, crudeltà, straziante sarcasmo e personaggi animali e umani difficili da dimenticare, ogni verso ha un suo ictus determinato da una provocazione lessicale, tonale e psichica che diventa immediatamente lacerazione visiva. La materia, la carne - come la poesia- vengono messe in totale sofferenza e la vita è registrata nel suo punto limite e anche oltre, nelle sue ulteriori degradazioni istologiche eppure non ancora al termine del suo percorso di profanazione e violenza.
Ivano Ferrari è nato a Mantova nel 1948. Ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio cittadino. Presso Einaudi ha pubblicato Macello e la raccolta di poesie La franca sostanza del degrado.
di Vins Gallico
(Ricevo e pubblico questo racconto dell'amico Vins, del Collettivo "Stern 26" - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
C’è chi dice che la Patria sia dove sei nato, altri dove ti riconoscono e altri ancora quella per cui vorresti morire. Non so cosa fosse per me… so soltanto che adesso era venuto il momento di prendere una decisione.
Magari la Patria, quella colla P maiuscola, non c’entrava granché con quello che stavo per fare, anche se il Riciotti mi ripeteva in continuazione: - Va’ sulle montagne ch’ormai sei grande. Oppure giù con noi nei sotterranei ad aiutare gli altri compagni. Per liberare la Patria c’è bisogno anche di te.
E già: la Patria aveva proprio bisogno di un quattordicenne mezzo rachitico! Anche il Mancini, se ben ricordo, quando era caporione fascista - all’epoca che abitava sotto i portici - m’aveva detto che un giorno la Patria avrebbe avuto bisogno di me. Dio, la Famiglia e la Patria. Avevano tutti bisogno di me! A Dio però non mi sembrava gli servisse parecchio aiuto, quanto alla mia famiglia consisteva in mia zia Giusina che se la cavava benissimo da sé, mentre mia madre buon’anima era morta di parto e di mio padre, spedito a Cefalonia, non s’avevano notizie da mesi. Restava la Patria.
Il posto dov’ero nato però non c’era più, sotterrato dalle bombe, sfigurato, calpestato dagli scarponi militari e io stesso, quando guardavo la mia immagine spezzettata nei frammenti dello specchio che zia Giusina teneva sopra il comò, non riuscivo mica a riconoscermi, figurarsi gli altri. La guerra era iniziata quando ero un bambino e col tempo m’aveva stampato una maschera di paura sugli occhi.
Perché mi succedeva tutto questo? Per la Patria, per cui sarei dovuto morire?
Io non volevo morire, me la fifavo, eppure non potevo continuare a far finta di niente. Da quando avevano fatto il rastrellamento solo al pensiero il cuore mi batteva all’impazzata. La notte sognavo di come avevano caricato su un camion il ragionier Levi, sua moglie e loro figlio Samuele, il mio compagno di giochi, che da allora erano svaniti nel nulla. S’erano sentite delle strane cose in giro: dicevano che i nazisti li avevano ammazzati, perché pianificavano di far fuori tutti gli ebrei. E da allora m’erano venuti gli incubi – tipo una malattia – e mi chiedevo che sarebbe successo se ai nazisti gli fosse preso lo schiribizzo di ammazzare tutti i ragazzi come me?
Se oggi ci penso, davvero non so cosa mi spinse allora a fare quel passo, forse furono gli incubi.
Quando scesi nei sotterranei di San Petronio avevo il cervello fumante. Stavo cambiando la mia vita senza accorgermene.
Bologna nascondeva un labirinto sotto di sé, una trama fitta e tenebrosa di canali che s’intrecciavano in un paio di metri sotto l’asfalto. I partigiani usavano quei cunicoli per muoversi per la città, sotto la pelle di Bologna, per conservare armi e provviste, per preparare le offensive contro i nazisti.
Riciotti quasi non mi riconobbe in mezzo a quel buio, poi con una pacca sulla spalla e la sua voce rude commentò soddisfatto: - Ragazzo, finalmente.
Mi presentò gli altri che ci stavano intorno, il compagno Tizio e il compagno Caio, qualcuno dei compagni fece un discorso sulla Patria. Il freddo mi penetrava sin dentro le ossa, ma intanto gli occhi si stavano lentamente abituando all’oscurità e non facevo più caso all’eco di ogni parola rimbombata.
- Che gli facciamo fare al ragazzo?
- Il fucile no.
- Per i collegamenti su con l’aria aperta va benissimo.
Ognuno progettava il mio ruolo nella resistenza, io facevo finta di niente, poi qualcuno urlò: - Arrivano! - e l’aria si fece pesante.
***
Anche i nazisti avevano capito che per dominare Bologna bisognava prenderla dentro le viscere, dagli intestini, sin da laggiù. Schiacciarla sottosopra.
Avanzavano con due imbarcazioni a remi, noi eravamo già nascosti, tutti colle armi in mano tranne me. L’acqua della cloaca puzzava di piscio e di umidità e quell’odore mi invadeva le narici e la bocca senza saliva.
S’iniziò a sparare, per primi noi (cioè gli altri compagni, che io senz’arma non potevo sparare), i nazisti reagirono al fuoco come potevano. Uno alla volta caddero nell’acqua di fogna con tonfi secchi. Siccome a quattordici anni avevo già visto un sacco di morti ammazzati, non mi facevano impressione: erano lezioni di vita che impartiva la guerra.
Ma il Ricciotti che s’accasciò al mio fianco me lo ricordo ancora. L’avevano beccato alla pancia, a pochi metri da me, lui che continuava a sparare. Quando anche l’ultimo nazista fu colpito e cadde e si lasciò trasportare dalla corrente, i partigiani accesero le fiaccole. Il compagno Tizio s’avvicinò di corsa a Ricciotti ormai esangue. La sua voce rude avrebbe taciuto per sempre.
- E’ per quelli come lui che dobbiamo liberare la Patria – disse con le lacrime agli occhi.
Io pensavo ancora a liberare me stesso dagli incubi.
Fu l’ultimo scontro a fuoco a cui presi parte disarmato.
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(Esordisce oggi una nuova rubrica: le Postpostrecensioni. Recensioni o semplici segnalazioni di opere d'arte pubblicate, viste, udite udite, filmate, replicate per la prima volta 2, 15, 75, 100 anni fa. Dite che sono cose che si fanno già? Si. E allora lo faccio anch'io... Buona lettura).
“Una volta trascorso un certo periodo di tempo, non c’è più nulla che si possa “mettere a posto” tra gli esseri umani; questa verità disperata la compresi allora, mentre sedevamo fianco a fianco sulla panchina di pietra. Si vive, e nel frattempo si ripara, si aggiusta, si edifica e più tardi qualche volta si distrugge la propria esistenza; ma con il passare del tempo ci si accorge che l’insieme, così come si è formato a causa degli errori e grazie all’intervento del caso, non è modificabile. Lajos non poteva più farci niente. Quando qualcuno riemerge dal passato per annunciare con voce commossa di voler mettere a posto ogni cosa, si può soltanto compiangerlo, o sorridere delle sue intenzioni; il tempo ha già messo a posto tutto, a modo suo, nell’unico modo possibile.”
(Sandor Marai, L’eredità di Eszter)
Dovrei leggere l’ultimo Foster Wallace. Ho mancato l’ultimo Palahniuk (il penultimo, “Ninna nanna”, mi ha fatto molto pensare a cose tipo: “come diavolo è possibile che questo signore venga considerato un grande scrittore?”) e ora manco l’ultimo Wallace, lo mando direttamente nell’oblio. Ho tentato con altre sue opere, nel passato, ma non ce l’ho fatta. Una enorme mole di belle parole mi sovrastava dall’alto e io, in basso, nel cono d’incubo, urlavo un angoscioso “fatemi uscire”. “Perché?” di rimando chiedeva in un ottimo inglese un gigante genere Polifemo-da-Peplum. “Perché non trovo il senso” rispondevo io in italiano con un filo ritorto di voce prima di risvegliarmi sudato da capo a piedi e col cuore in preda a un infartuabile tumulto… In realtà, se ultimamente devo proprio leggere qualcosa di cartaceo che un minimo mi appassioni, mi rivolgo direttamente e senza alcun senso di colpa alla Sachertorteliteratur, insomma a quei vecchi prodotti di alta pasticceria letteraria di marca Centroeuropa hergestellt che comunque, caschi il mondo e tutti giù per terra, non vanno mai in scadenza, perlomeno per quanto riguarda il mio apparato intestinale di uomo dallo stomaco d’oro. E dunque mi sono recentemente imbattuto in una delicatissima torta a forma di libro, cioè in un breve romanzo scritto nel lontanissimo ( ma chi se ne frega, in fondo, no?…) 1939 dal grande scrittore ungherese Sandor Marai dal titolo l’Eredità di Eszter, il cui nocciolo d’uranio ho ricopiato qui in testa. Una storia narrata in prima persona proprio da Eszter, una donna non più giovane che dopo vent’anni attende previa telegramma l’inaspettato ritorno del ciclone umano rappresentato da Lajos, il suo unico amore, l’uomo che ne sposò la sorella per puro calcolo. Ma in Lajos, perlomeno per come la donna lo descrive ricordandone le gesta, questo calcolo apparentemente non c’è, il suo profilo psicologico è piuttosto quello di un idealista tardoromantico nel senso comunque negativo del termine. Il romanzo è senza dubbio la confessione di una morta vivente, di una donna che s’è arresa all’ineluttabile. Lajos per lei è l’amore ma è anche il destino. O meglio, è il Destino sotto forma d’amore, sotto forma umana che fu – troppo tempo prima, ormai- amatoria. La grandezza di questo libro breve e intensissimo sta a mio avviso in questa mise en scene dell’ineluttabilità: Lajos è un simpatico sognatore bugiardo, un idealista fanfarone, ma è anche un cinico, un calcolatore, un farabutto. Gli opposti – o presunti tali – non si escludono, la natura umana è spesso contraddittoria fino all’inverosimile e spesso fino alle estreme conseguenze, perché secondo me è vero che ciascuno di noi è il suo carattere. Eszter tutto questo lo sa benissimo, sa benissimo il motivo per cui, dopo vent’anni, Lajos fa ritorno nella sua casa per una breve visita assieme ai figli ormai cresciuti, i figli della sorella di lei che lui ha sposato e che nel frattempo è morta. Eszter è presente a sé stessa e prevede in anticipo lo svolgimento della prossima e definitiva messa in scena (della messa in scena nella messa in scena, in realtà); e proprio per questo, forse, non fa quasi nulla per combattere, per districarsi – ancora dopo 20 anni – dal groviglio di romanticismo insano che quell’uomo per lei rappresenta. Lajos è un fantasma d’amore che sta per riapparire in carne ed ossa. Sa quasi tutto, Eszter, prevede e ciononostante si rischiara di vita nell’attesa. Un libro dolcissimo e disperato, questo, dallo stile lieve, leggerissimo ma come una piuma di crine - nonostante ciò che quello stile contiene come in una morsa leggera ma persistente. Quel brano che ho citato in apertura sta quasi a metà del libro: Eszter scrive a metà della sua confessione la propria definitiva sentenza prima ancora che il boia sia giunto sul patibolo, prima ancora, anzi, che una qualsiasi condanna sia stata pronunciata. La donna sa già quello che grosso modo l’aspetta, e ciononostante spera in qualcosa che, lei stessa per prima, sa impossibile. La speranza di questa vittima di sé stessa è proprio l’ultima a morire anche se – è lei stessa a dirlo- “una volta trascorso un certo periodo di tempo, non c’è più nulla che si possa ‘mettere a posto’ tra gli esseri umani”. Ma dopo vent’anni può accadere anche di molto peggio: in un finale che naturalmente non svelo.
di Elio Paoloni
Si discuteva post fa della Fallaci. Più che discuterne la si lapidava. Raccolgo ora le mie idee sulla faccenda.
Comincio col citare:
”Di recente, padre Piero Gheddo ha risposto ad una provocazione di un sociologo americano (R. Scott Appleby, “Il Papa fra tre fuochi”, in Global Foreign Policy, marzo-aprile 2004, pp.28-34), il quale ha addirittura proposto una alleanza tra cristianesimo e Islam contro l’Occidente. Ha ricordato padre Gheddo: “in nessun paese islamico i cristiani sono totalmente liberi, come i musulmani lo sono in Occidente… I musulmani dovrebbero fare un bell’esame di coscienza sui loro comportamenti collettivi: la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, il terrorismo, le pratiche oppressive contro le donne e i bambini, la mancanza di democrazia, il formalismo religioso e sociale che schiaccia la persona".
È così, se si vuole dire ciò che si vede. Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa. Peggio, mentre i musulmani non consentono la reciprocità dei nostri principi e valori, noi ci concediamo la decostruzione relativistica di quegli stessi princìpi e valori e teorizziamo il dialogo, anche quando – come scrive ancora padre Gheddo – “occorre riconoscere che il dialogo come lo concepivano i padri del Concilio ha portato scarsi frutti”. Forse mi sbaglio o mi preoccupo inutilmente. Ma vedo un rischio: che il timore delle scelte induca i cristiani a pensare che, se il cristianesimo comporta oneri gravosi, allora è meglio affievolire la fede, indulgere al dialogo a qualunque costo o abbassare la voce piuttosto che rischiare un conflitto. Ma il cristiano debole, come il pensatore debole, alla fine diventa un cristiano arrendevole.
Perché i popoli cristiani dell’Europa non si sono mobilitati per innalzare la loro bandiera, mentre a milioni si sono messi in marcia per la pace e il dialogo anche con coloro che attaccano espressamente i valori fondanti dell’Occidente? La mia risposta è: perché – nell’era del relativismo trionfante – il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori. Forse si sta avverando la profezia negativa della Veritatis splendor (n.101), l’“alleanza fra democrazia e relativismo etico”.
Il relativismo – e questa è la vera ragione morale della mia critica ad esso – affievolisce le nostre difese culturali e ci prepara o rende inclini alla resa. Perché ci fa credere che non c’è niente per cui valga combattere e rischiare. Perché non ci dà più argomenti o ce ne dà di sbagliati persino quando altri volesse toglierci il Crocifisso dalle scuole. O perché, mentre vuol farci credere di essere alla base dello Stato laico, liberale e democratico, alla fine, messo alle strette, si converte in quel dogmatismo laicista di Stato che vieta alle ragazze di fede islamica di indossare lo hijab a scuola.
Sono alla conclusione. Mi si potrà chiedere: ma perché combattere e rischiare? C’è forse una guerra? La mia risposta è: dall’Afghanistan al Kashmir alla Cecenia alle Filippine all’Arabia Saudita al Sudan alla Bosnia al Kosovo alla Palestina alla Turchia all’Egitto all’Algeria al Marocco, e altrove, in gran parte del mondo islamico e arabo gruppi consistenti di fondamentalisti, radicali, estremisti – Talebani, al Qaeda, Hezbollah, Hamas, Fratelli musulmani, Jihad islamica, Gruppo armato islamico, e molti altri ancora – hanno dichiarato guerra all’Occidente, la jihad. Lo hanno detto, scritto, diffuso a chiare lettere. Perché non prenderne atto?
Si dirà: sono atti di terrorismo da parte di gruppi di fanatici. Rispondo: temo di no, il terrorismo è lo strumento di una guerra culturale e armata. Si dirà ancora: non si può a nostra volta combattere con le armi. Rispondo: spero sinceramente che non si debba, ma se, come già accade, l’Occidente fosse costretto ad usare la forza, perché escluderla? Se la forza giusta e di difesa, lo stesso cristianesimo non ammette forse una forza giusta e per difesa?
Non mi si fraintenda, per disattenzione o magari deliberatamente. Non si speculi sotto o dietro le mie parole. Non sto perorando una dichiarazione di guerra dell’Occidente. Sto perorando un’altra cosa, che a me sembra anche più importante: sto perorando la consapevolezza che esiste un conflitto di cultura e in armi che alcuni – molti, troppi – hanno dichiarato all’Occidente. Non sto chiedendo il rifiuto del dialogo. Sto chiedendo un’altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza che il dialogo non serve a niente se, in anticipo, uno dei dialoganti dichiara che una tesi vale l’altra. Questa duplice consapevolezza la vedo poco presente in Occidente, soprattutto in Europa. E non la trovo diffusa nello stesso cristianesimo europeo, che a me oggi appare timido, sconcertato, angosciato. C’è una ragione profonda di questa scarsa consapevolezza, che capisco e rispetto. L’idea stessa di una guerra di civiltà o di religione fa paura. Accanto a questa che capisco, c’è una ragione che invece non capisco: si tratta dell’idea della “colpa dell’Occidente”.
Ora, l’Occidente è costato al mondo colonialismo, imperialismo, nazionalismo, antisemitismo, nazismo, fascismo, comunismo. Avendo mangiato i frutti avvelenati dell’albero della conoscenza, non è un paradiso terrestre. E però non possiamo fermarci agli errori e anche orrori dell’Occidente. Se si deve fare un bilancio corretto, occorre mettere i meriti accanto ai torti, e se si vuole celebrare un processo equo, occorre contrapporre la difesa all’accusa. “La civiltà occidentale – ha affermato un penetrante scrittore, Pietro Citati – ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere… tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani” (P. Citati, “L’Occidente senza forza e l’esercito del terrore”, Repubblica, 31 marzo 2004). E un altro grande scrittore, Mario Vargas Llosa, ha detto della civiltà occidentale: “il suo merito più significativo, quello che, forse, costituisce un ‘unicum’ nell’ampio ventaglio delle culture mondiali… è stata la capacità di fare autocritica” (M. Vargas Llosa, “Occidente. L’agonia del paradiso”, La Stampa, 18 aprile 2004).
Fare autocritica, ammettere gli errori, correggerli, punire chi ha sbagliato, è linguaggio e dovere laico. Riconoscere le colpe ed espiarle è espressione ed esperienza cristiana. Si può seguire l’una o l’altra strada, ma non possiamo dimenticarci chi siamo, chi vogliamo essere, chi dobbiamo essere. “La democrazia – ha scritto ancora Vargas Llosa – è un evento che provoca sbadigli nei paesi in cui esiste uno stato di diritto”. Spero che non sia così. Ma se lo è, allora, io credo, dobbiamo cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci.”
Di chi sono questi passi? Non di un giornalista, non di uno storico, non di un politico. Sono brani della Lectio magistralis sulle Radici spirituali dell’Europa
tenuta il 13 maggio 2004 nella Sala capitolare del Chiostro della Minerva dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Perdonate la lunghezza ma neanche questi ampi stralci rendono la complessità e l’acutezza del testo integrale (http://www.korazym.org/news1.asp?Id=7337). Risultano anzi squilibrati. Danno comunque l’idea di una visione del mondo. Questa visione può essere o no condivisa. Non si può dubitare però che appartenga a un uomo di buona volontà, non incline alla sguaiataggine e al solletico di bassi istinti.
Nella sostanza, queste considerazioni non sono per nulla distanti dall’assunto di base della Fallaci. Solo che la Fallaci lo esplicita nel suo modo uterino. Risultato: Ratzinger non l’hanno letto neanche i praticanti. I Senatori, a cui il discorso era diretto, forse non l'hanno recepito. La Fallaci invece è andata in mano a un bel po’ di gente, credente o no, abituata alla lettura o no. Con quale effetto? Sbilanciato, non c’è dubbio. Molte delle persone che l’hanno letto sono incapaci di fare la tara. Di valutare la personalità dell’autrice. Di rendersi conto che un pamphlet non è un saggio. Di goderne la valenza letteraria (pessima letteratura, dite? Può darsi ma uno scritto che ha forza è comunque letteratura). Hanno soprattutto ricevuto conferma dei loro pregiudizi.
A questo punto cito ancora:
“Qual è, secondo questa impostazione, la differenza sostanziale fra i due (…)? Che il primo riesce a essere discretamente analitico come piace all’ISM. Il secondo non ha in sostanza nulla da scoprire, da argomentare, da rivelare, che noi europei intelligenti e avvertiti non sappiamo già; quindi preme alla grande il pedale del patetico, dell’effettistico. E’ inarticolato come un grido, greve come un cazzotto.
Certe parti ultraretoriche di Fahrenheit hanno infastidito anche me, volendo considerare l’opera come prodotto estetico tout court; valutando l’insieme come macchia, come pozzanghera di significato, come gesto estetico-politico, il fastidio l’ho mandato giù ed è rimasta l’ammirazione. Grezzo, potente, diretto, Fahrenheit 9/11 ha le stimmate del capolavoro ed è un film superiore al precedente, per essenzialità narrativa e importanza dei contenuti. Uno spettatore non particolarmente interessato al tema potrebbe perfino perdersi un po’ nel labirinto argomentativo di Bowling; nessuno rimane indifferente a Fahrenheit. Al limite, ti arrabbi”.
Sono parole tratte da questo blog. Non importa chi le ha scritte: molti le hanno condivise. E quelli che le hanno apprezzate dovrebbero ammettere che, per chi abbraccia la visione del mondo che diremo, per comodità, di Ratzinger, i pamphlet fallaciani non hanno fatto che divulgare, in modo scorretto ma efficace, l’idea di questo disamore dell’Occidente per se stesso. In modo "grezzo, potente, diretto"("inarticolato come un grido, greve come un cazzotto"). E' accettabile, questo modo? Possiamo approvarlo?
Condivido parola per parola tutti i passi della Lectio. Non sono d’accordo invece con molte delle opinioni della Fallaci. Ritengo, per esempio, che l’entrata della Turchia in Europa, avversata dalla scrittrice nell’Apocalisse, sia una scommessa da fare, un tentativo che non possiamo permetterci di evitare, foss'anche soltanto per avere la prova provata dell'impossibilità di una convivenza con l'Islam. Ma potrebbe aver ragione lei: se la Turchia si rivelasse un Cavallo di Troia? Apprezzo perciò i suoi tentativi – anche quelli eccessivi – di metterci in guardia. Si può riderne, come sì è sempre riso delle cassandre:
“Una Cassandra, se comparisse - ed esiste tra le donne di qui, a giudicare dall'aspetto - non la riconoscerei… e se lei, come l'antica Cassandra, fosse colta da furore, non riuscirei a essere critica nel caso che uno di questi… rabbonendola ma anche ammonendola, rimproverandola, più o meno a buon diritto, la trattenesse per il braccio e la consegnasse all'ambulanza già in attesa in una delle strade secondarie… La questione del momento in cui andò smarrito il senso della patria (l'attimo che nella vita di Cassandra forse ha significato capire che i suoi ammonimenti erano insensati, perché la Troia che voleva salvare non esisteva affatto. Peggio per lei. Che diavolo poteva farci Troia?)".
(Christa Wolf, Premesse a Cassandra)
Ma non dobbiamo “cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci”?
L'autrice. Livorosa, reclusa, inselvatichita. Il suo narcisismo mi disturbava già parecchio tempo fa. La sua permalosità giunge alla farsa: ha querelato il basito Feltri, che la incensava un giorno sì e uno no, perché a lui o a un collaboratore è scappata, in mezzo alle lodi, non so quale parolina. Non si dimentichi, però, che la donna è giornalista di razza, che ha girato il mondo e spernacchiato i potenti. Geneticamente antifascista, ha attraversato epoche intere. Ha vissuto guerre, rivoluzioni e transizioni in molti paesi. Le sue considerazioni (tolta la cupezza visionaria) non sono affatto infondate. La pericolosità oggettiva della cultura islamica, così come viene vissuta da milioni di persone, cioè supinamente, senza alcuna conoscenza di tesori come la mistica Sufi o le vette di Al Hallawi e senza alcuna possibilità di contestualizzazione (chi ha tentato la storicizzazione del Corano, se ancora non è stato accoppato, è completamente ignorato) è un dato. E’ una minaccia maggiore dello strapotere statunitense mal bilanciato da un’Europa rissosa e inconcludente e da una Russia più asiatica della Cina, tornata ai tempi dei boiardi, anzi a Caterina (non di Russia, ma de’ Medici).
Non amo l’esaltazione della Rabbia (anche se non posso fare a meno di provarla, a volte) ma condivido l’esaltazione dell’Orgoglio. Senza amore di sé non si può migliorare né trattare ma solo arrendersi.
(Un "uno-due" del grande attore e scrittore romano, scomparso nel lontanissimo 1936 ma ancora, secondo me, attuale. Il testo al punto 2 è quello di una canzone che è rinata, arrivando al successo discografico nazionale, moltissimi anni dopo, nell'interpretazione di Nino Manfredi. Io ero un bambino e quella canzone mi ricorda una gita con genitori e zii a Lugano, un cantante da locale e mia zia Giovanna che parte a spron battuto con la richiesta di "Tanto pe' cantà"... Buona lettura. M.U.)
1. (Parlando di un commediografo)
E' modesto, ma se ne vanta.
2. TANTO PE' CANTA'
Parlato...
È 'na canzone senza titolo,
tanto pe' cantà,
pe' fà quarche cosa...
nun è gnente de straordinario
è robba der paese nostro,
che se pò cantà puro senza voce...
basta 'a salute...
quanno c'è 'a salute c'è tutto...
basta 'a salute e 'n par de scarpe nove
pòi girà tutt'er monno...
e m'accompagno da me...
Canto...
Pe' fa la vita meno amara
me so comprato 'sta chitara,
e quann'er sole scende e more
me sento 'n còre cantatore.
La voce è poca ma 'ntonata,
nun serve a fà la serenata,
ma solamente a fà in magnera
de famme un sogno a prima sera.
Tanto pe' cantà,
perché me sento 'n friccico ner còre,
tanto pe' sognà,
perché ner petto me ce naschi 'n fiore.
fiore de lillà
che m'ariporti verso er primo amore,
che sospirava le canzone mie,
e m'arintontoniva de bucìe.
Canzoni belle e appassionate
che Roma mia m'ha ricordate,
cantate solo pe' dispetto,
ma co 'na smania drent'ar petto;
io nun ve canto a voce piena,
ma tutta l'anima è serena;
e quanno er cèlo se scolora
de me nessuna se 'nnamora.
Tanto pe' cantà,
perché me sento 'n friccico ner còre,
tanto pe' sognà,
perché ner petto me ce naschi 'n fiore.
fiore de lillà
che m'ariporti verso er primo amore,
che sospirava le canzone mie,
e m'arintontoniva de bucìe.
di Max Mescia
Quant’è bella
la monnezza
che si butta tuttavia.
Chi vuol esser
lindo sia.
Ché doman
non v'è nettezza.
(1982)
di Anna Setari
Entrò nell'ospizio il giorno dopo Santo Stefano.
Era stata lei a decidere di andarci. I figli avrebbero voluto metterle una badante in casa, ma lei, in casa sua, a contrastarla nelle sue abitudini, a trattarla come una bambina, magari anche frugare tra le sue cose, non voleva nessuno.
"Meglio l'ospizio", aveva detto.
"Sarà come stare in una pensione, dopotutto..."
Fu il figlio ad accompagnarla. Con le labbra strette e la fronte corrugata. Si vedeva che si sforzava d'essere meno impaziente del solito mentre le faceva vedere il letto, il tavolo, l'armadio a lei assegnati nella camera che avrebbe condiviso con altre tre vecchie.
C'era molto più spazio di quanto si fosse figurata. Anche il tavolo era abbastanza grande, dopotutto, anche se sacrificato in un angolo cieco: c'era spazio per farci i solitari e poteva disporci anche con comodo i suoi quaderni. Come a casa. Quasi.
Da quando la memoria aveva cominciato a farle scherzi, aveva preso l'abitudine di scrivere su un quaderno i nomi delle persone - del medico, per esempio, o di certe ragazze che erano venute talvolta a farle alcuni servizi, o il nome di alcune vicine, che conosceva da anni, ma che
inspiegabilmente le svaniva di mente quando doveva nominarlo.
Aveva annotato anche i nomi dei nipoti che tendeva a chiamare con i nomi dei suoi figli o delle sue sorelle, a volte, combinando su in tal modo una gran pasticcio. Li aveva messi su un quaderno a parte. Per mantenere un maggiore ordine. Ma alla fine le capitava sempre di scrivere sul primo quaderno che le veniva sottomano, salvo poi ricopiare a sera, quando si ricordava, in quelli giusti. Così i quaderni si erano moltiplicati, pur contenendo però, in definitiva, più o meno le stesse cose. Fatto, questo, che la irritava, ogni volta che se ne rendeva conto, ma cui non aveva saputo opporre nessuna strategia praticabile.
Tra l'altro, aveva trascritto più volte anche il nome di certi oggetti nuovi, di cui si sforzava di tenere a mente le caratteristiche: il cellulare, per esempio, che non era mai riuscita ad usare - come del resto anche il cordless, che si scaricava sempre e non si capiva di che utilità fosse se poi bisognava tenerlo in carica tanto a lungo, ed era allora come tenere il solito telefono.
Il suo telefono vecchio era ancora appeso alla parete, vicino alla porta della cucina, come sempre era stato da quando l'aveva fatto mettere per la prima volta, negli anni Cinquanta.
Il cordless glielo aveva regalato la figlia, in una di quelle sue rare e chiassose visite che finivano sempre con una sequela di rimproveri. Per sua figlia tutto ciò che lei faceva - i suoi orari, le cose che mangiava, le medicine a cui era affezionata – tutto era sbagliato. La trattava come se avesse l'intenzione di educarla o ri-educarla, forse.
Per il trambusto che le portava in casa nell'animo, la vecchia vedeva andar via la figlia ogni volta con un sollievo pari solo all'allarme che le procurava sentire la violenta scampanellata che ne annunciava l'arrivo.
Capitava raramente, tuttavia. Perché abitava a una certa distanza e anche perché in realtà non si erano mai molto sopportate. Fin dalla nascita quella bambina aveva mostrato nei tratti qualcosa del marito. Anzi, non qualcosa, ma precisamente quegli atteggiamenti e quelle espressioni del marito che più le davano fastidio. Sempre, poi, crescendo, la figlia aveva continuato a somigliare al padre. Pignola e perfezionista, come lui. Esperta sempre di tutto. Infallibile, come lui. Gli stessi gesti. La stessa ruga sulla fronte.
Insopportabile come lui - pace all'anima sua, che se ne era andato ormai da un pezzo. Poveraccio.
Chissà poi perché lei lo aveva sposato? A novanta anni passati ancora non avrebbe saputo rispondere a questa domanda. Che fosse stato un errore, un grande errore, se ne era accorta piuttosto presto. Ma erano arrivati i bambini. Lei non aveva un diploma, un mestiere, nulla: avrebbe potuto solo arrangiarsi con cosette da poco. Sì, certo, non aveva avuto il coraggio di separarsi. Non era tanto comune, allora, farlo. Occorreva sul serio coraggio. Lei non l'aveva avuto. Aveva sbagliato. Era stato il suo secondo errore, forse.
D'altra parte il marito non era cattivo. Era solo petulante, pesante, dispotico.
Donnaiolo, anche. Insopportabile a lei. Non un uomo davvero cattivo. Capace persino di qualche generosità. Comunque, era morto a meno di sessant'anni. Poveraccio. O fortunato, forse. Se ne era andato con una malattia breve, non dolorosa, per la quale si era intestardito a volersi operare, contro il parere del cognato medico. Era morto sotto i ferri. Senza accorgersene, e senza aver avuto il tempo di sapere che la sua idea di svegliarsi guarito in barba ai pronostici del cognato era sbagliata. Era morto senza ricevere smentite, insomma, sicuro fino all'ultimo di aver ragione, reso impermeabile per sempre ad ogni smentita da quell'anestesia destinata a proteggerlo in saecula
saeculorum...
Quando era entrata nella stanza dell'ospizio sulle prime aveva visto solo una delle sue compagne. Una donna all'apparenza più giovane di lei, non paralitica, ma come bloccata nei movimenti, col viso paonazzo affondato nelle spalle, senza collo. Se ne stava seduta sul proprio letto, senza far nulla e l'aveva guardata entrare mantenendo un atteggiamento del tutto impassibile. La vecchia l'aveva salutata, facendo l'atto di presentarsi, le aveva sorriso persino. Ma quella non aveva mutato minimamente la sua positura, né aveva risposto allo sguardo né al saluto. Come se fosse sorda, o muta. Ma non doveva essere sorda, né pareva stordita o attonita: era solo indifferente, di quell'indifferenza che a volte ostentano i parenti, quando sono ostili.
La vecchia aveva guardato il figlio con un mezzo cenno d'intesa, come per dire "Ma guarda che tipo...", e aveva abbozzato anche un sorriso, come per farsi coraggio, e sperando di incoraggiare un sorriso di risposta del figlio. Quando lui era ragazzino, tante volte si erano lanciati simili sorrisi d'intesa. Si capivano al volo. Lei a quel tempo usava dire che non c'era nessuno che la capisse così bene e prontamente, quasi senza parole, o prima delle parole, quanto lui.
Ma questa volta il figlio, evitando il suo sguardo, aveva stretto ancor più le labbra e si era fatto più brusco, come se tutto il suo impegno si fosse all'improvviso concentrato nel vedere come sistemare la roba portata da casa.
Aveva aperto la valigia e ne stava ora estraendo gli oggetti e la biancheria.
"La sveglia, vedi? la metto qui sul comodino. Con la radiolina"
"Sì", rispondeva lei, più con la testa che con la voce. Ubbidiente.
"E qua nel cassettino, metto le pile. Vedi?"
"Qua, nel primo cassetto ci sono le camicie da notte."
Lei annuiva. Ma non stava attenta. Quando il figlio fosse andato via, avrebbe passato in rassegna da sola, a modo suo, le cose che lui aveva sistemato, scrivendosi poi sul quaderno il contenuto dei cassetti. Non poteva fidarsi della memoria. Ora, però, davanti a lui, non osava mettersi a scrivere, per non fargli perdere tempo e pazienza.
S'irritava, il figlio, di questi "riti", come lui li chiamava, quando non diceva direttamente "manie".
Quando tutto fu sistemato, il figlio la accompagnò dal capo reparto.
Fu solo allora, uscendo dalla camera, che la vecchia si accorse dell'altra sua compagna di stanza: stava distesa nel letto più vicino alla porta, tutta nascosta sotto le coperte e ronfava di là una specie di sibilo o lamento.
Il capo reparto, un giovanotto dalla faccia di ragioniere, li accolse con un sorriso un po' distaccato, freddo - forse lui lo avrebbe definito professionale, pensò la vecchia, ricordandosi subito, però, che non avrebbe potuto condividere con nessuno quel suo commento. Il figlio sembrava troppo teso per tentare un nuovo scambio di sguardi.
Dopo un po' di informazioni sugli orari e sul resto, il ragioniere le chiese, affettando professionalmente un tono più delicato, se avesse mai usato il pannolone.
"La notte", disse lei. "Perché di notte..." cominciò a spiegare. Ma il ragioniere la interruppe. "Di giorno - chiese - non ritiene di averne bisogno?"
Non sapeva cosa rispondere.
"Finora, no..." disse, già incerta. E aggiunse: "Perché? ...Dovrei... forse?"
"No, signora! cosa dice?" esclamò il capo reparto, come se avesse sentito un vero sproposito. "Voi ospiti qui siete come a casa vostra: noi ci teniamo che ognuno mantenga le sue abitudini. Non ci sono obblighi, qui..."
Sembrava quasi che la volesse rimproverare per quei pregiudizi negativi sulla loro istituzione. "...Signora, gliel'ho chiesto giusto perché il personale, lei capirà, ha bisogno di sapere... In linea generale, noi incoraggiamo, per praticità, gli ospiti ad abituarsi al pannolone. Così poi,"concluse sorridendo, "se ne avranno bisogno, tutto viene più semplice."
Somigliava a una madre badessa. Un ragionier-madrebadessa - si disse la vecchia cercando di sorridere tra sé, ma sentendosi in realtà un po' allarmata. Non tanto dalle cose che quello diceva, ma appunto dal suo tono: da quella maschera di cortesia con cui quell'uomo pallido e ulceroso (tutti i pallidi, secondo lei, soffrivano di ulcera) si difendeva contro il rischio di un rapporto più umanamente amichevole - no, macché amichevole: rispettoso - sì, rispettoso - verso gli ospiti. Di rispetto si trattava,
altroché..
"È già ora di pranzo", disse infine il caporeparto. "Cosa vuole fare? Può mangiare in camera, se preferisce. In questi primi giorni, forse è meglio, non crede?". Di nuovo distese le labbra nel suo freddo sorriso. "C'è anche suo figlio," aggiunse, volgendo a quest'ultimo uno sguardo come di complicità: "Se volete restare da soli, vi portano da mangiare in camera..."
"No, no," si affrettò a rispondere lei, "vado con gli altri. Dovrò pure far conoscenza.
No?"
Il capo reparto rispose con un sorrisino, che a lei parve non privo di commiserazione, forse anche di disprezzo. Un sorrisino degno di suo marito. Come se volesse dirle: "Fa pure di testa tua, ché presto imparerai come funziona. Sei qui perché nessuno più ti può soffrire. E anche gli altri, sono qui per questo. Altro che fare amicizia..."
La sala da pranzo era allegra, con le pareti colorate di giallo, di rosso e di verde. C'erano tanti tavolinetti da quattro o anche da sei, con le loro brave tovaglie candide, ben stirate. Proprio come in quelle pensioncine familiari di montagna dove tante volte era stata d'estate con i bambini.
Anche il figlio poteva sedersi con lei in quel primo giorno, dissero le signorine addette al servizio, indicando un tavolino da quattro proprio accanto alla grande finestra che dava sul giardinetto. Le parve un tavolo carino, lieto, e si avviò verso quell'angolino quasi di buon umore, anche perché intanto le era venuto appetito.
La donna vista prima in camera era già seduta, con le spalle alla finestra e con in faccia la stessa espressione indifferente di prima. Come prima, non rispose al suo saluto quando lei si sedette, giusto di fronte a lei.
L'altro commensale, alla sua destra, era un uomo: vecchissimo, pareva, forse perché irrigidito da un Parkinson avanzatissimo. Forse volle salutare, ma il suo cenno fu infinitesimale e si capiva che non sarebbe comunque riuscito a parlare.
Venne l'inserviente a presentare la scelta del menù. Il figlio intanto cercava di distrarla da quei commensali, che chiaramente gli facevano impressione, e ai quali non sapeva relazionarsi, avrebbe detto la nuora, sua moglie, la psicologa. Ignorantella, dopotutto. Una supeficialona. Buona ragazza le era parsa, all'inizio. Almeno quello. Poi, col tempo, nemmeno più quello. Troppo superficiale per essere buona. Grandi sorrisi, e grande fretta: questa la sua ricetta per evitar conflitti. La psicologa.
Si lasciava distrarre intanto dai laconici discorsi del figlio: voleva distrarsi. Addirittura trovò buona la minestra di fagioli che venne servita. Forse perché si aspettava di peggio.
Sorrideva ogni tanto ai suoi commensali, accennava ancora a qualche tentativo di contatto chiedendo il permesso di prendere l'oliera, o il sale. Ma quelli niente: difendevano gelosamente il loro diritto alla solitudine.
A un certo punto la donna dal viso paonazzo ebbe un attacco di tosse che quasi soffocava. Forse qualcosa le era andato per traverso. Si fece ancora più paonazza, quasi cianotica e sputò in giro, quasi vomitò nel piatto e sul tovagliolo quel po' di minestra o pane masticato che aveva in bocca.
La vecchia si mosse, tentò persino d'alzarsi, per come poteva, per aiutarla. Ma accorsero le inservienti e in breve l'attacco passò. La donna si ricompose tornando alla sua impassibilità.
"Tutto bene, ora?" azzardò lei.
La donna riprese a mangiare, con lentezza e qualche difficoltà nel trangugiare, senza alzare lo sguardo.
Il figlio tornò a trovarla nel pomeriggio e restò con lei fino all'ora di cena, che venne
presto, alle cinque, come negli ospedali. Poi la riaccompagnò nella stanza.
"Ora me ne vado, " disse. "Vedo che tutto è a posto. Hai bisogno di niente? la radiolina è qui. Qui ci sono gli auricolari. Le pile, le ho messe qui nel cassetto. Va bene?"
"Sì, sì. Va' pure. Va tranquillo. Ora io faccio un solitario qui, ascoltando la radio, e poi mi metto a letto." Sorrise: "Vai, vai pure. Grazie, sai?" Lui le diede un bacio sulla fronte e se ne corse via. Con sollievo probabilmente, anche se con qualche peso sul cuore. Chissà?
La vecchia fu sola, con le due impassibili compagne di stanza. Il quarto letto era vuoto.
Accese la radiolina. La vecchia paonazza, girandole la schiena guardava una sua piccola televisioncina. Con gli auricolari, per fortuna.
A casa la vecchia era abituata ad andare a letto tardi la sera. Anche qui cercò di rimandare il momento, anche se le luci si andavano spegnendo, e le infermiere erano già passate a salutare, a dare le ultime medicine.
"Può andare a letto quando vuole" le aveva detto il capo reparto. "Non c'è nessun obbligo di orario".
Però le luci erano basse. Non riusciva a disporsi a fare un solitario mentre in camera una giaceva nel letto semiaddormentata, ronfando il suo lamento, e quell'altra le girava le spalle. Con fatica allora si avviò col suo passo incerto, sostenuta dal bastone, verso il corridoio.
Fuori, eccetto che nella malinconica saletta della TV, dove davanti all'apparecchio acceso su un chiassoso programma c'erano due solitari uomini che parevano appisolati, tutto era deserto. Vuoti i corridoi e le sale. Non un infermiere, non un inserviente, non un ospite.
Ospiti, li chiamavano. Ospiti. Giusto: nell'Ospizio che altro si può essere, del resto? ridacchiò amara, con una smorfia.
Finì con il tornare in camera e stendersi.
Nella stanza ora le pareva che aleggiasse un certo odore d'orina.
Non avrebbe mai voluto sporcarsi nel sonno. Non le era mai successo, ma qui temeva che potesse succederle. Era vero che la notte da un po' di tempo s'era abituata a mettere il pannolone. Ma a casa sua non le era mai davvero capitato di sporcarsi: aveva sempre fatto a tempo a raggiungere il bagno che era proprio attaccato alla sua camera. Qui il bagno era, sì, in camera, ma più distante, e poi soprattutto era diverso, non c'erano i soliti suoi riferimenti di appoggio: avrebbe dovuto imparare a muoversi tra i nuovi. Tra l'altro la sua vista era ormai molto debole. Sempre era stata miope, ma ormai poteva quasi dirsi cieca.
Questo pensiero le impediva di prendere sonno. Così dopo vani tentativi di avviare i pensieri verso immagini più serene - arrivò persino a mormorare qualche avemaria, in memoria di sua madre che le diceva quando da piccola si svegliava la notte: "Di' un'avemaria, girati sull'altro lato, e vedrai che ti addormenti..." - fu presa da un'ansia che non sapeva spiegare e volle alzarsi, per andare a telefonare a suo figlio.
Così, tanto per sentire la sua voce, per salutarlo. "Tutto bene", gli avrebbe detto. "Ora vado a letto: non ti preoccupare per me." Non era tardi, in fondo. Lo avrebbe trovato forse che ancora cenava.
Si avviò verso la porta col suo passo zoppicante e cercò il telefono sul muro.
Ma non c'era nessun telefono.
Si incamminò allora lungo il corridoio, sempre scrutando il muro in vicinanza delle altre
porte.
"Dove avrò messo il cordless?" si chiedeva, sempre più in ansia. "Forse me lo hanno preso..."
Non riusciva a trovare il soggiorno. Si era persa. Non c'era più nessuno dei suoi mobili laggiù dove si era persa.
Fu allora che un uomo, un giovane, le si avvicinò: "Cosa stai cercando?" le chiese.
Non lo riconosceva. Che fosse uno dei suoi nipoti? Tanto cresciuto, troppo cresciuto... Le dava il tu, però. Chi era?
"Vieni, vieni, su. Andiamo in camera. È ora di dormire, questa. È notte, sai?"
Ma sì, certo, era un infermiere dell'ospizio. Certo. Ma perché le dava il tu? La stava trattando come una bambina.
"Cercavo il telefono", disse indicando il muro. " L'hanno portato via..."
"Non c'è, non c'è mai stato qui il telefono", disse lui.
"Ma come?" s'irritò lei. "È sempre stato qui..."
"Dai, dai, che è ora di dormire, questa", disse l'infermiere prendendola per il braccio. "Telefonerai domani. Ora tutti dormono." E intanto la guidava lungo il corridoio verso la camera. Lei protestava. Insisteva che anche il cordless era sparito.
"Su, su! non fare i capricci. È notte: è ora di dormire."
"In cucina..." disse lei. "L'avrò lasciato in cucina..."
"Ora ti porto in cucina, ti bevi un bel bicchiere d'acqua, e poi a letto. Senza capricci. Va bene?"
La cucina era tutta di metallo. Grande. Senza niente, né una tazza, né una pentola, né un pezzo di pane, niente. Vuota. Deserta. Grigia. Come quella dell' ospedale dove si era operato ed era morto il marito.
Piano piano, bevendo il suo bicchiere d'acqua, si rese conto di dove si trovava e smise di protestare. Si sentiva stanca e avvilita. Non disse più nulla e si lasciò condurre dall'infermiere fino alla stanza, fino al letto. Lui l'aiutò a coricarsi.
"Basta andare in giro, adesso" disse prima di allontanarsi. "Ora si dorme. Mi raccomando. Eh?" aggiunse, alzando anche un dito di minaccia. Ed uscì.
Fu allora, nel buio della camera, al suono discorde del lamento ronfato da una vicina e del russare dell'altra, che infine lei si vide come era: una vecchia finita ad aspettare la morte nell'odore di piscio di un ospizio. Una vecchia che aveva fatto l'ultima grande sciocchezza della sua vita.
Mentre l’apocalisse continua a spostarsi da una rete televisiva all’altra, gonfi di panettone e auguri sbocconcellati a destra e a manca (con qualche benedizione al centro) ci apprestiamo a vivere un nuovo anno di morte e devastazione. Quest’anno il tempismo della natura però è stato perfetto: poco prima che il mondo occidentale – qui nell’effettivo occidente e poi nelle isole del paradiso occidentale prefabbricato ad arte nell'altrove- scoccasse i suoi auguri di buon e soprattutto imbecille 2005, la terra ha tremato follemente e la pioggia si è rimessa a piovere come sempre sul bagnato - ma questa volta concentrandosi in maniera alquanto superba. Questi sono gli auguri neri per il Buon Annodelcazzocheglisifrega 2005: migliaia e migliaia di morti.
Qualcuno mi potrebbe dire: e allora? E in Africa? Insomma, Uffenwanken, fancazzista di ritorno, incazzato nero, scrittore, blogger, coglione qualsiasi di 44 anni, bianco occidentale e cristiano soprattutto quando hai la strizza al culo, che cazzo vuoi? Lo sai anche tu che ogni porco anno muoiono milioni e milioni di persone di fame e di malattie. E tu hai mai fatto qualcosa per alleviare le sofferenze di qualcuno di questi predestinati? Guardati nelle palle degli occhi al tuo specchio appannato, ora, dopo esserti fatto la tua maledetta barba con la tua maledetta schiuma comprata al maledetto supermercato dietro al maledetto angolo: hai mai mandato un centesimo all’umanità sofferente, tu? Hai mai prestato soccorso come volontario da qualche parte? No, tu pensi ancora ai cazzi tuoi come quando avevi 14 anni. Ormai non fai più nemmeno l’elemosina, hai anche la faccia tosta di dire ai mendicanti: “Non c’ho una lira” e di sottolineare il concetto muovendo il pollice e l’indice della mano destra nell’italico gesto del “ghe ne minga” o “bambole non c’è una lira”. Tu fai la morale, t’incazzi, credi di essere un tipo intelligente; sotto sotto (o anche sopra sopra) sei un fesso e dunque sei in buona e soprattutto numerosa compagnia. Non hai capito un cazzo. Vivi nel tuo bozzolo di letteratura, di musica ascoltata ossessivamente, di cinema trito e ritrito, di amici che al fondo ti somigliano. Vissi d’arte, vissi d’amore… Ma quale arte? Ma quale amore?
Hai fatto del tuo peggio, questa è la verità. T’indigni con chi s’è messo a brontolare in televisione per aver perso la sua vacanza alle Maldive. E tu chi sei, per fare la morale? Tu in vacanza non ci vuoi proprio andare, tu delle vacanze te ne freghi da anni e anni, sei l’uomo sbagliato per parlare di queste cose, tu credi di essere superiore anche se te ne vai in piscina comunale. Ma superiore non lo sei, stanne certo. E ci mancherebbe altro. Hai solo avuto la grandissima fortuna di poter scegliere, ad un dato punto della tua vita, dove andare a sbattere la testa dopo innumerevoli tentativi fatti per tutt’altre strade, sempre a testa inutilmente bassa e a fronte inutilmente spaziosa.
Te ne freghi di tutto, alla fine è così. Provi a scrivere i tuoi libretti che quasi nessuno conosce e dei quali giustamente a nessuno frega niente mettendoci l’anima, questo te lo concedo. Ma la tua anima non serve a un cazzo. Dovresti trovare dentro di te anche tu il libro che spieghi il momento storico che stai vivendo, dovresti provare anche tu a scrivere un grande affresco sociale che inchiodi la contemporaneità alle sue responsabilità, come viene invocato da tutte le parti dai critici che la sanno lunga. Invece sai solo scrivere delle tue ossessioni. Trasfiguri il tutto, si, a barare sei bravo, sei diventato addirittura un esperto, dai e dai, prova e riprova; ma la tua paura di vivere non sarai mai stanco di sputarla per iscritto fino a quando qualcuno non ti strapperà la penna dalle mani e non ti darà un meritato calcio in culo. Ma si, tanto lo sai anche tu che scrivere non serve a niente. A niente che veramente serva a qualcosa.
Non sei nemmeno uno dei tanti cialtroni e venditori di fumo che ci sono in giro in tutti gli ambienti, non ultimo quello letterario. Sei una specie di uomo onesto. Anche qui, hai avuto fortuna; cioè sei stato allevato da brave persone che ti hanno regalato dei buoni esempi. Non hai mai rubato nulla in vita tua – a parte un po’ di libri anni fa…- e tenti di non prendere in giro il prossimo. Se ti prendono in giro (nel senso cattivo del termine) t’incazzi come una belva, come quando eri un adolescente e facevi a botte con cani e porci. Ma alla fine ciò che t’importa è soddisfare te stesso. Il tuo ego. Qualsiasi tema può andare bene, l’importante è che a venir fuori provvisoriamente dal bozzolo sia tu. Mi fai quasi pena. Sei un uomo fortunato e non lo sai nemmeno. Sei vivo e vegeto e hai persino la libertà di mandare a puttane la tua salute a furia di sigarette aspirate compulsivamente come un cartaio da quattro bische. Sei libero di scegliere, grosso modo, dove andare a parare con la tua vita.
Ecco perché, e te lo dico solennemente, se in quest’anno nuovo proverai a lamentarti più del dovuto giuro che ti prendo a schiaffoni davanti allo specchio del bagno fino a farti sanguinare dalle guance e, perché no, anche dalle orecchie.

“Mi interessa la vita, tutta la vita, in ogni suo aspetto. E la vita che conosco meglio è la mia. Esaminando la mia vita, descrivendola nei dettagli, mettendola spietatamente a nudo, ho la sensazione di rendere la vita, potenziata ed esaltata, a coloro che mi leggono. E questo mi sembra un degno compito per uno scrittore, un compito nel quale ho degli illustri predecessori”.
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