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"AUGURO A TUTTI UN BUONARROTI E FELICE ANDREASI"
(Scritta con pennarello nero su un muro della Stazione Lotto della Metropolitana Milanese - 1981)
di Giovanni Martini
(Ricevo da Massimiliano Governi e pubblico questo racconto. Buona lettura. M.U.)
Il fatto che in mio padre esistesse una straordinaria tendenza al fanatismo, a me non preoccupava affatto: mia madre era donna umile e lettrice di libri molto validi - direi classici francesi russi e norvegesi - e non fanatica; con lei stavo bene, cioè accanto a lei, perché utilizzava espressioni sottili e acute nei miei confronti, raramente metaforiche. Con mio padre stavo ancora meglio, in effe
tti, perché questo fanatismo lo rendeva molto allusivo. Di mia nonna non vorrei parlare, perché donna cattiva. Questa era la mia famiglia nel 1964. Devo dire che su un piano strettamente formale, li amavo tutti in proporzioni simili.
Dal punto di vista funzionale, mia madre mi portava dal dentista, dal pediatra, dal barbiere e dall'oculista; mia nonna, ricordo, mi portava a messa e mi suggeriva preghiere specifiche in relazione ai miei vizi. Allo stesso modo, ma al contrario, mio padre mi portava in luoghi brillanti per soggetto metaforico.
“Occhio Giò! Guarda là, ci capisci niente, Giò?” per esempio una volta m'indicò un tizio che correva: correva sul prato dello stadio Olimpico, su quel prato là. Era d'ottobre ricordo, la giornata era magnifica. “Allora Giò, lo vedi quel tizio lì “ mio padre a voce alta ripete. Poi slungò un dito sul prato. “Giò, ma perché guardi per aria? Guarda giù. Guarda il campo. Va bene?” con la mano libera orientò la mia nuca, in basso sul prato. “Lo vedi quel tizio che corre? È un bell'uomo, guardalo.
Lo vidi. “Si papà, chi è quel signore?” domandai.
“Un calciatore della Lazio. Ti piace?”
“Oh, papà” risposi. “È un uomo bellissimo!” In effetti era carino. Aveva una maglietta azzurra luccicante, col numero otto tra le scapole. Gli dava sotto, correva, saltava; lo seguii un altro po' correre, dopodiché dissi: “Senti papà. Ma quando l'uccidono?”
“L'uccidono? Oh, no. Non l'uccidono. Tranquillo Giò.”
Era tutto molto strano. Sentivo suoni e voci in circolo, urla su urla, spari e lampi e luci e colori... “FARABUTTO SCHIFOSO!” venne poi dall'alto, dalla gradinata “VERRÀ IL GIORNO CHE MORIREMO TUTTI E DUE ! ASPETTO QUEL GIORNO PER PRENDERTI A CALCI !”
“Non ti agitare, che cadi dal seggiolino...” sentii.
Mi voltai per guardare. Gente era seduta e tifava nella tribuna alta, agitando solo le braccia; voltandomi dalla parte opposta scrutai altra gente che tifava nella tribuna bassa senza muovere le braccia; mi grattai la testa e tornai a sedere anch'io.
Di nuovo fissai il prato; era bizzarro, il numero otto era ancora lì, con la maglietta azzurra. Correva, saltava, danzava...
“Papà” chiesi. “Ma perché non colpisce l'alberello?”
“Ascolta Giò” mio padre raddrizzò la schiena; sotto al sedere teneva un cuscino turchese e l'assestò sulla sponda contro la gradinata. Spiegò: “Quella è la bandierina del calcio d'angolo, capisci? Non è un albero. I giocatori devono infilare la palla dentro quel rettangolo di legno sul prato, lo vedi quel rettangolo?” e indicò la porta e la rete morbida agganciata ai pali. “Capito? Ora lasciami vedere la partita in pace”.
“Papà “ dissi. “Hai visto quel signore senza naso?”
“Giò, lasciami vedere la partita. E molto bella”.
“Dove l'ha messo il naso, quel signore?”
“La partita è molto bella, non scocciare”.
Davvero non capivo; così tirai il bavero del cappotto oltre le orecchie, scesi giù tra le pieghe, e fra i bordi socchiusi scrutai dritto lo scorcio in tribuna. Davanti a noi un tizio si era appena alzato lento dalla gradinata; sembrava sospinto da una carrucola, cigolava. Cominciò a urlare.
“DISGRAZIATO FARABUTTO ! MANGERO’ LA TUA CARNE SCHIFOSA FINO AL MIDOLLO!"
“Papà” dissi e tirai mio padre per la manica del cappotto. “Perché quel signore ha un braccio di legno in mano?”
Mio padre non rispose, fissava intenso il campo. Poi accese una sigaretta. “Giò, perché non mi lasci vedere la partita in pace?” ripeté soffiando una boccata di fumo nell'aria. Vidi la piuma dissolvere contro i tabelloni nel settore nord, oltre la collina di Monte Mario. “Giò, mancano cinque minuti. Ti prego”.
“Va bene papà”.
All'uscita c'incamminammo verso casa. Tenevo la mano di mio padre, era calda ed era grande. La strinsi un altro po'. “Scusa babbo” dissi cupo “quanti ne sono morti oggi?”
“Oh che scatole Giò, lì non muore nessuno. Attento!”
Fermammo al margine dell'area spartitraffico sul corso; una Lambretta scivolò leggera oltre la curva scomparendo veloce.
“Eh papà? Chi era quel signore senza mignoli?”
“Ma dove l'hai visto ?” mio padre controllò a destra; poi a sinistra. “Io non l'ho visto Giò. Avanti, stringi forte”.
Per mano attraversammo veloci oltre le strisce, dopodiché svoltammo l'angolo di via San Filippo e ci trovammo al di qua del cortile sul viale di casa. Vidi e riconobbi le serrande alzate sulla sponda sinistra del palazzo, dalla cucina intravidi chiaro il faro luminoso dalla finestra tra i rami degli alberi.
Mio padre apri il cancello con le chiavi, ne scostò la base con un piede spingendolo avanti, fece poi cenno di passare nell'intervallo della basculazione. “Vola Giò! Vola!”
Filai dentro. Un fulmine davvero.
“Ah ah ah!” era uno spasso.”Facciamolo ancora papà!”
“Ora basta Giò. Andiamo su dalla mamma. Dai, vola!”
Ubbidii, salimmo le scale, ed entrammo in casa.
Mio padre andò subito in bagno. Io rimasi nel corridoio e tolsi il cappotto con calma, poggiandolo sulla panca. Poi mi guardai intorno senza muovermi. Beh, era sempre bello tornare a casa. Specie di sera, davvero, era molto bello. Lentamente raggiunsi la porta in fondo all'ingresso; girai la maniglia, e scorrendo un fianco sull'anta entrai nella stanza dei miei.
La mamma era sdraiata sul letto. Riposava col giornale sul seno scrutando oltre il margine alto della finestra.
Era carina, con gli occhi neri.
“Ciao mamma” dissi. “Lo sai? Non è morto nessuno”.
Lei sollevò la testa, appena; mi fissò di profilo.
“E chi doveva morire?”
“Non lo so mamma” risposi e iniziai a spingermi l'indice sulla cima del naso. “Ma c'era un signore senza piedi, un signore cieco, un signore con un uncino sul polso...”
“Oh, Giovanni. Ma lì sono tutti così. Vieni qui, su...” distese le braccia verso di me. “Ti sei messo paura... “
“Sì,” dissi tuffandomi sulla mamma.”Erano orribili!”
Lei era calda e non mi mossi.
“Ascolta Giò” mia madre apprensiva e affettuosa disse: “Quella è la tribuna degli invalidi di guerra. Papà è un Grande Invalido di Guerra. Non lo sapevi ?”
“No” risposi udendo forte lo scroscio del water.
“Adesso è guarito. D'accordo?” mia madre cercò poi di scostarmi da sé. Era molto gentile, ma era molto decisa. “E’ tardi adesso, devi andare a letto. Avanti Giò”.
Chiusi gli occhi. Sembrava scendesse dai muri nella stanza, lo scroscio. Sembrava un ciclone. Mio padre era uscito dal bagno. Mio padre appena tornava a casa, di solito, orinava.
2
Se proprio doveva raccontare questa storia della Tbc, diceva e ripeteva che aveva avuto fortuna. Io lo scrutavo con attenzione, seduto in terra dal tappeto. Mi piaceva ascoltarlo: fumava Marlboro rosse, sputava il fumo nell'aria, e poi strizzava un occhio contro le zie. “La guerra? Sciocchezze,” diceva “Ero sergente, tutto qua. Non ricordo altro” poi distendeva la schiena sulla poltrona. “Beh, c'erano trenta gradi sotto zero: quello sì; eravamo senza scarpe, senza calzini e senza mutande.
“Ooohhh...” le zie sussurravano fra loro, raggruppate sul divano; vedevo le teste oscillare nel centro, fra i cuscini.
“Con quelle cannonate. Chissà che paura”.
“Niente affatto. Non c'era nessun cannone” una volta mio padre informò tranquillo.”L'unico problema è che ogni tanto ci arrestavano per fucilarci. Ma noi scappavamo subito, capite?” quindi incrociò i piedi sul bracciolo di una sedia. Di profilo strizzò un occhio alle zie. “Io ero il più veloce. Un fulmine.”
Poi rise; io mi spostai col secchiello fra le gambe. Tolsi la paletta dall'interno del secchiello e alzai lo sguardo: vedevo strisce di fumo salire nitide dall'alto, dal divano.
“Mmmmhhh...” la zia Mara dava sottili boccate alla Multifilter, a testa china; la guardai: sfiorò con i polpastrelli il tacco della scarpa. “Dimmi Marcello” sussurrò poi, alzando appena gli occhi dal tacco. “Come facevate, con quei pistoloni?”
“Cosi duri” la zia Gemma sospirò.
“Beretta 38” mio padre annuì. “Al contrario. Erano leggerissime, piume!” poi si grattò sotto un calzino. Tornò di profilo. “Sapete? lo non sparavo quasi mai. Non mi andava”.
Ci furono altri sospiri lievi; di nuovo alzai gli occhi.
“Anche disarmato” la zia Gemma commentò. Era appoggiata con la schiena contro la libreria. Nulla aggiunse; si voltò silenziosa, tolse un libro dallo scaffale e ne sfogliò qualche pagina; dopodiché fece un altro lungo sospiro, richiuse il libro, e lo strinse forte al petto. “Che notti rischiose” ci ripensò.
“Niente di tutto questo. Sbagli” mio padre corresse. “Faceva solo molto freddo, quello sì. E il freddo non mi piaceva affatto. Affatto,” ripeté alzandosi dalla poltrona.
Vidi le zie seguirlo dal divano, con lo sguardo. “Ooohhh Marcello... Senza scarpe, senza calzini. E senza mutande.”
“Avevo il pigiama sotto i calzoni. Me l'aveva dato la vecchia prima di partire, povera vecchia...” concluse poi a testa china raggiungendo l'impianto stereo. “Inverno del quarantatré”.
Dalla bacheca estrasse un settantotto giri, lo roteò fra gli indici, quindi l'infilò nel perno del giradischi. Con cura depositò la puntina sulla lacca smaltata. “Avanti ragazze, non pensiamoci più!” aggiunse alzando il volume; poi si voltò scuotendo un pugno nell'aria, esultante. “Sentite il fox trot che ritmo? Avanti! Non perdiamo altro tempo! Diamoci da fare!” quindi fece scorrere palmi delle mani sulle ginocchia fissando le zie, incrociò i palmi sulle ginocchia, distanziò i palmi.
“Oh si, balliamo anche noi!” la zia Mara si alzò veloce in piedi. “Avanti, un bel charleston! Così!” mosse le anche, le ondeggiò avanzando sul parquet, e fu nel centro della stanza.
La musica era forte adesso, dalle casse. Scintillava.
“Si, anch'io lo voglio” la zia Gemma disse; poi accennò un passo sui tacchi sottili, alzò le braccia equilibrando i fianchi, girò su se stessa. “Oh, il charleston, com'è liberatorio”.
“Il charleston?” arrivò anche mia madre. Anche lei cominciò a ballare nel centro della stanza. Vedevo gambe e caviglie danzarmi sugli occhi. Le vedevo, ballavano tutti...
Io ero ancora seduto in terra. Alzai la paletta in aria. “Papà,” urlai “Sei un fantastico uomo!”
La musica era molto forte, non sentirono...
3
Dovetti fare una domanda specifica in relazione a questo, credo, anche se ora ne ignoro il contenuto nei dettagli e ricordo la sostanza, solo lei; so che un giorno mi portarono al CONI, questo è limpido nei dettagli, era passato qualche tempo.
Fummo così una dozzina, in fila indiana sul prato. Sul fondo del prato c'era un birillo diritto contro la porta. A turno si doveva tirare il pallone contro il birillo, dissero - mandarlo giù centrandolo sulla bombatura, - ed era l'ammissione alla scuola calcio. L’idea non era male, era possibile. Ma gli altri bambini tiravano con la punta. Niente birillo, non lo colpivano.
Io lo volevo colpire. Mi piaceva quel nastro rosso che gli girava attorno come un foulard. Me l'immaginavo che profumava, quel birillo. Era svenevole nella sua verticalità. Sembrava nato dritto per cadere in terra; dritto, in terra, all'infinito.
“A chi tocca?” disse a un certo punto l'istruttore. Era dicembre, ricordo, e il sole batteva forte sull'erba del prato. “Che palle. Ma a chi tocca?” ripeteva lui, avanzando. Lo guardai raggiungerci: era in tuta, il cavallo gli dondolava basso.
“Buonasera” dissi “Tocca a Molina”.
“E chi è Molina?” l'istruttore chiese.
Mi voltai a guardare indietro. Mi grattai la testa.
“Sono io” confessai dopo un po'.
“Allora muoviti Molina,” andava di fretta, “Su!”
Ubbidii. Raggiunsi il pallone. Poi guardai l'uomo: era grasso e bruttino. Aveva un bozzetto che gli sporgeva da sotto la tuta, nella V dell'inguine. Premeva in fuori verso l'esterno.
“Scusi signore” domandai curioso. “Che cos'ha lì sotto?”
L’uomo guardò l'inguine. Poi mi scrutò perplesso, alzando la testa di nuovo. Era davvero bruttino, calvo e basso.
“Colpisci il birillo, bambino. Non ti preoccupare.”
“Va bene signore”.
Collocai il pallone sul dischetto bianco. Poi misi il piede a spatola, avanzai con lentezza, e toc. Mandai giù il birillo.
“Avanti il prossimo!” il tizio disse e aggiustò la tuta, per l'elastico. L’alzò. “Molina? puoi andare”.
“Senta signore. Le è piaciuto il mio tiro?”
Non rispose. Mi diede le spalle. “Occhio begalino! Muoviti begalino!” riprese a urlare verso il gruppo.
Nessuno rispose. Guardavano in terra, tutti.
“Tocca a te ragazzino! Esci fuori da lì !”
Dal gruppo sbucò una testa frangiata. “Dice a me?” avanzando un ragazzino si batteva il pollice sul petto, indicandoselo. Era tutto frangia. “Tocca davvero a me?”
Poi si bloccò a metà strada, chinò la nuca.
“Voglio mamma...”
“Non piangere begalino! Muoviti con quel birillo!”
Lo dovette fare. Tirò piangendo. Ma lisciò il birillo. Non capivo. Ero l'unico che aveva mandato giù quel birillo...
La mamma scintillava. Teneva la schiena dritta. Le altre mamme la fissavano silenziose. “Gli altri bambini hanno poca mira Giovannino. Te ce l'hai, altroché. Da grande farai grandi cose Giovannino, la mamma non dice bugie...” sussurrando mi accompagnò lungo un corridoio. Poi ci fermammo. Era una stanza bianca. Mia madre indicò un lettino. “Ora spogliati” disse e sorrise.
Mi spogliai, con calma. Poi nudo, inarcando appena un sopracciglio, dissi: “Ho capito mamma. Sono entrato nella Lazio” e accavallai le gambe. Non era male. Avrei giocato in serie A, in attacco: Chinaglia, Morrone, MOLINA…
Iniziai a guardarmi attorno. L'ambiente non era male. Freddo, ordinato, anonimo. C'era un silenzio accogliente. C'erano foto di uomini, muscoli e ossa di uomini agganciati sui muri, organi luccicanti in brocche trasparenti, fialette, flaconi...
“Bambino, su, alza il gomito” subito dopo sentii; un palmo mi spinse sul petto, era caldo dal collo all'ombelico, e m'adagiò sul lettino stendendomi. La stessa mano poi m'allacciò una fascia al braccio e strinse. Vidi una pompetta, innocua. Poi un ago che saliva e scendeva. Batteva sul margine basso, poi toccava il margine alto dello strumento, poi tornava giù. “Tutto bene?” la mamma chiese dopo un po' dalla sedia, allegra.
“Niente affatto” il medico scostò gli occhi dall'ago. “Ha qualcosa al cuore” disse e raddrizzò la schiena; lo stetoscopio riprese a dondolare sul camice. “Dovrà fare degli esami.”
“Oddio, che cos'ha?” mia madre si alzò in piedi, di scatto.
“Qualcosa al ventricolo destro. Sta male. Mi spiace.”
“Gesù! Che cos'è il ventricolo destro? Cosa devo fare?”
“Non lo so signora. Non sono un cardiologo.”
“Come non lo sa?” mia madre strinse per un gomito il medico, lo scosse energica. “Che malattia ha? Lo devo sapere! “
“Una costrizione vascolare?” il medico storse perplesso la bocca. “ Angina pectoris? Chissà, io non lo so proprio. Ho sentito qualcosa al ventricolo destro, dovrà fare degli esami.”
“Santodio, dovrà essere operato? “
“Forse sì. Non lo so signora” dicendo questo il medico raggiunse la porta dello studio. Controllò nel corridoio, sporgendo il collo oltre l'anta. “Buonasera signora. Tocca a voi?”
Entrò una donna. Era una donna con un bambino.
“Si accomodi signora. Per di là.”
Il bambino era grasso. Sembrava tranquillo. Anche la madre era grassa. Anche lei sembrava tranquilla.
Era sera. Dal lettino sentii le voci degli altri bambini, nel corridoio. Ridevano, correvano. Ma sembrava che le madri volessero che i loro bambini non ridessero, non corressero...
Uscimmo veloci dall'impianto sportivo. Raggiungemmo la macchina. Mi mancava l'aria. Cinquanta metri e avevo la lingua appollaiata sul labbro inferiore.
Mi sdraiai sul sedile. Guardai la mamma agitata.
“Ascolta mamma” iniziai a dire, “Devo farti una confessione molto lucida” non sapevo bene che dire, ma proseguii. “Allora, tutti i pettini hanno i nodi. Giusto? È orribile da dire. MA IO FUMO. Non ne posso fare a meno. Mi piace troppo.”
“Che cosa?” lei si voltò di scatto. “E quanto fumi?”
Ci pensai. “Una sigaretta al mese.”
Scalò marcia. Non rispose. Poi innestò la terza.
“Ascolta mamma. C'è quella bambina là, Annarita. Pare che se non fumi nemmeno ti rivolge la parola. L'ho dovuto fare.”
“Cerca di smettere. Sei troppo piccolo.”
Scossi le spalle. Poi alzai per la cinghia la sua borsa, e frugai nel fondo della sacca. Estrassi una Philip Morris.
L'accesi. “Ormai, mamma” dissi dando la prima boccata, “Ormai sono spacciato. Buone queste sigarette...”
Soffiai una piuma di fumo nell'abitacolo.
“Ooohhh... una delizia.”
“MA CHE COSA FAI?” urlò. “Ti vedono da fuori...”
Mi sfilò la sigaretta dalla bocca. La gettò dal finestrino.
“Imbecille! A casa ti gonfio la faccia!”
Il giorno dopo mi fecero l'elettrocardiogramma. Poi non so che altro mi fecero. Al cuore non avevo nulla. Ne soffio né altro. Ma quella sera, ricordo, mi chiusi in bagno. Fumai un paio di sigarette davanti allo specchio. “Sei un duro, Molina” dissi a voce alta, fissandomi negli occhi. Mi puntai un dito contro. “Annarita vorrà scopare solo con te. Perché sei il più duro!”
Poi uscii dal bagno grattandomi un orecchio, mi spogliai, calzai il pigiama a fiorellini, andai a letto...
4
Forse per il fatto che le visite mediche mi avevano messo l'agitazione addosso, cominciai a orinare molto. Proprio per questo, credo, capitò che a scuola conobbi un tizio. Orinavamo tutti e due ogni cambio d'ora. Si chiamava Castelli. Mi era rimasto impresso perché aveva la cravatta della Lazio. Doveva essere un po' matto. La teneva sotto al banco, la cravatta, e l'annodava a ricreazione. Passeggiava nel corridoio con le mani in tasca finché qualche professore non gliela faceva togliere. Lui la toglieva.
Un giorno gli feci l'occhiolino. Si preoccupò molto. Di solito girava sempre da solo; infatti calò gli occhi in terra e accelerò il passo; ma io feci dietro front, lo seguii lungo il corridoio, e l'accostai. “La vita è molto dura” gli sussurrai all'orecchio, passandolo veloce. “Io sono vivo per miracolo.”
Di scatto diede un morso alla pizza. Vidi la mezzaluna e la sagoma degli incisivi nel centro. “E’ orribile, anch'io sono vivo per sbaglio” deglutendo rispose. “Corangeli mi vuole uccidere senza motivo. Forse ci riuscirà, non c'è dubbio.”
Iniziò a oscillare triste la bocca, sulla mezzaluna della pizza. Gli diedi una pacca sulla scapola, affettuoso.
“Corangeli ti vuole uccidere? Sciocchezze, io ho avuto la Tbc. Una forma acuta” dissi battendomi col pugno sul petto. Poi feci un respiro profondo. “Mi hanno dovuto operare d'urgenza. Mi hanno tolto il polmone sinistro” gli soffiai sul naso “senti? Questo è il polmone destro. Ascolta, di che squadra sei?”
“Di che squadra sono?”
Non rispose. Abbassò gli occhi, verso la cravatta...
Era una magia. Castelli abitava a cinquanta metri da dove abitavo io; abitavamo ai Parioli. Ogni sabato pomeriggio ci si vedeva da me alle due in punto, a casa mia, e insieme si parlava di tattica fino alle otto di sera. Comprammo due libri di Ghezzi e Brera, Castelli e io - uno per uno - sul calcio e la teoria sul calcio. A voce alta ne leggevamo qualche pagina, la ripetevamo fra noi.
“La mezzala fa un colpo di tacco e smarca t'ala. L'ala vola verso la porta e sigla!” Castelli chiudeva il libro.
“Bene. Farò il tacco!” io ero la mezzala. “Batteremo la TTK. Non c'è dubbio.”
“Guarda qui!” mi alzavo in piedi, toccandomi quasi la nuca col tacco della scarpa. “Vedi? Basterà un colpetto così!”
“E gol sarà!” Castelli alzava le braccia (lui era l'ala).
Esultavamo sui divani, ci si abbracciava commossi all'idea di poter fare una cosa del genere in campo, bastava un batter d'occhio contro la bandiera, ricordo, e ci veniva da piangere. E con l'inno accadeva. Dovevamo voltarci, per una forma di discrezione reciproca. Piangevamo per l'intera durata del quarantacinque giri.
“Finiremo in nazionale...” dicevo poi io, e scuotevo i pugni al soffitto. “I nostri piedi finiranno in tivù!”
“Scoperemo fino a sbucciarci l'uccello!”
Era come fare gol. In circolo correvamo sul tappeto, nel centro della stanza. Un pomeriggio ci trovammo l'uno faccia all'altro; strinsi Castelli agli avambracci bloccandolo energico. Poi lo scossi. “Ma non hai capito?” urlai fissandolo negli occhi. “Tutte le ragazzine ce lo vorranno succhiare!”
Annuì sereno, Castelli; beh, pensai, se questa è la vita, voglio vivere duecento anni; il calcio, la Lazio, gli onori.
Se ne andava che era buio; io esponevo la bandiera sul davanzale, ricordo, e cominciavo a contemplarne le oscillazioni. Era un miracolo. Sembrava una vela. Andava, veniva, copriva gli alberi, li scopriva. Verde, azzurro, ancora verde. Tutto il viale le era intorno, e lei sventolava.
5
Così c'iscrivemmo a quel torneo, “II Picchio verde”. Doveva essere maggio o giù di lì. Castelli un pomeriggio mi venne a citofonare; scesi con la tabella della tattica sotto l'ascella sinistra. Era la prima partita in calendario. Oggi, contro la TTK.
Castelli era curvo. Passeggiava avanti e indietro al di là dell'inferriata. “E’ morto Maestrelli, Giò. Una disgrazia orribile” disse e non mi guardò. L'aveva letto sul Momento Sera. Maestrelli era l'allenatore della Lazio. “Gesù! Proprio oggi! Che iella!”
“Ritiriamoci…” Castelli era depresso parecchio. “È un brutto segno del destino. Moriremo anche noi.”
“Ne sono convinto anch'io” pensavo, e lo dissi. “Mi hanno detto che un tizio ha battuto la testa sul palo. Morto.”
Ci avviammo verso il campo con lentezza. Poi svoltammo oltre gli alberi della pineta sullo sfondo, oltre le staccionate alte sul bordo del viale. Il tempo non era granché.
“Non voglio morire” Castelli sussurrò a testa china. “Neanch'io. Sono troppo piccolo.”
Ma noi eravamo diciotto, riserve comprese. Gli altri della squadra non sembravano così afflitti dalla scomparsa. “È morto Maestrelli?” Bellasora sgranò gli occhi. Poi alzò le braccia. “Forza Inter!” urlò allontanandosi di corsa.
Castelli gli saltò addosso, rincorrendolo.
“Bastardo schifoso!” e lo afferrò alla schiena.
“Uccidilo!” Io dissi. “Uccidilo...”
Niente, fra di noi non ci fu rissa o altro, era troppo tardi. L'arbitro fischiò l'inizio, la partita cominciò...
Andò tutto liscio. Vincemmo 3 a 1, vincemmo le prime tre partite del torneo. Per completezza tattica, se qualcosa ci sfuggiva in campo giocando, sedevamo in terra sotto la tribuna, e prendevamo appunti sulla tabella; durante la compilazione sentivamo urla e gridolini dagli spalti alle nostre spalle: andavano, venivano, si sovrapponevano. “GUARDATE I FINOCCHI DELL'ELEONORA!” sentivamo anche, oltre ai gridolini.
“Eleonora?” chiedevo a Castelli. “Senti. Chi è Eleonora?”
“Giò, siamo noi” Castelli informava. “Ci sfottono.”
In effetti ci chiamavano Duse Junior: abitavamo quasi tutti in via Eleonora Duse. Nove su diciotto totali in rosa.
“Fai finta di niente Giò” Castelli tremava. “È Corarangeli, quello che mi vuole uccidere. Sta con gli altri della TTK.”
“Ok. Non rispondiamo.”
Sembrava impossibile. Beh, ci giravano attorno come temperamatite. A noi ronzavano i nervi dalla paura. Non sapevamo se scappare per i campi o restare bloccati in terra. “Ooohh, adesso si baciano sulle labbra! Sono molto carini. Non è vero Annarita?”
“Ohi Giò” Castelli confessava, accucciato con la testa tra le gambe. “Io a quelli non gli ho fatto niente.”
“Cristosanto, nemmeno io.”
Vedevo una pupilla sgranata, la sua, sotto la curva del ginocchio. “Hanno tutti la donna. Noi non l'abbiamo.”
“Siamo troppo timidi.”
Le ragazze ridevano. A noi ci veniva da piangere, era una doppia vergogna. “Ascolta Castelli,” un pomeriggio dissi, “quella ragazza, Annarita. lo me la vorrei scopare.”
Castelli non rispose. “Stammi a sentire,” aggiunsi, “credo di avere qualche possibilità. Solo che c'è un problema: sono ancora vergine. Non so qual è il foro dove bisogna infilare l'uccello. Non vorrei sbagliare foro e cadere nel ridicolo. Capisci?”
“Se vuoi parlare ancora,” Castelli consigliò “parla pure. Ma se hai intenzione di parlare ancora, non muovere la testa.”
“Va bene” dissi “Muoverò solo le labbra.”
“Nemmeno. Parla con lo stomaco. È molto facile,” Castelli suggerì esperto. Poi la sua testa balzò in avanti come una molla che tornava al suo posto. Ma ancora oscillava. Davvero non capivo. Capii quando quel pugno arrivò anche a me. Sulla nuca.
“Non ti muovere. Guarda la partita, è molto bella.”
“Bella? Santiddio...” mi piegai in due, con la testa negli inguini. Provai l'odore dell'erba umida sulla terra. “Mi ha forato il cervelletto. Sto perdendo sangue...”
“Non perdi sangue. La partita è molto bella.”
Mezz'ora dopo il dolore decrebbe. Ma ci venne un prurito insopportabile fra i capelli. Forse psicologico, psicosomatico. Una colonia di formiche rosse ci passeggiava sulla nuca...
“Se ne sono andati. Ora possiamo grattarci” Castelli utilizzò la coda dell'occhio. Controllò per bene.
“Ooohhh.... aaahhh” lui già godeva, sfregando la nuca.
Ci dimenammo sul prato, grattandoci ancora; anche io godevo.
“Aaahhh, ooohhh” dissi “E meglio di una sega!”
“Altroché. Non c’è paragone…”
Scappavamo veloci, era inevitabile. Dovevamo controllare tutto, inezie comprese. Lungo la strada del ritorno, verso casa, ogni angolo sembrava una spada verticale, scintillante e affilata sotto i lampioni della sera, lungo i viali silenziosi…
6
L'anno dopo Castelli cominciò a uscire un po' meno. In effetti a scuola era molto bravo, quasi un talento, e fra compilazione di tabelle e libri tattici da studiare - disse - sprecava troppe energie al pomeriggio. Nient'altro aggiunse. Così in quel periodo strinsi con Bellasora. Ci si vedeva puntuali tutti i giorni. L'andavo a prendere fuori dalla tintoria della madre alle quattro spaccate, ogni pomeriggio. Di solito facevamo qualche consegna in zona, poi con calma ce ne andavamo al campo.
Anche Bellasora era un po' matto. Quando segnava un gol, per esempio, chinava sempre la testa correndo sotto la tribuna. Poi tirava la maglia al naso per due cime e l'odorava. Sembrava molto tranquillo. Andava a poggiare la spalla sul palo interno della porta, rifletteva. “Non capisco come sia possibile perdere” diceva a Carani, al portiere. “Segnare è facilissimo. Non trovi?”
Carani annuiva. “Parare è facilissimo. Basta non muoversi troppo, capisci? Il pallone arriva da sé. Con lentezza.”
“Segnare è facilissimo” Bellasora ripeteva e odorava ancora la maglia. “Mia madre è una brava donna. La tua?”
“Perdere è indifferente. O perdo o vinco,” Carani concordava, “mia madre lava la maglia e la stira. Non cambia.”
Eravamo sul finire del torneo. Quel pomeriggio Carani parò un rigore. Poi rinviò lungo di collo, oltre l'area.
“Molina è un buon capitano” disse tranquillo, indicandomi: io avevo raccolto la palla dal suo lancio, ripartendo nell'azione. “Volonteroso e attivo. Anche devoto. Giusto?”
Bellasora non rispose; sporse veloce un occhio oltre il palo e spiò cauto la tribuna. Poi tornò a nascondersi dietro al palo.
“Le ragazze sviluppate sono molto carine” annunciò.
Carani tolse il cappello; sfregò le dita sulla testa.
“In effetti dovremmo scoparne qualcuna” ammise e calzò di nuovo il cappello. Quindi sistemò la mano a tavoletta sui sopraccigli. “Quando le zinne si appuntiscono in cima,” aggiunse fissando la tribuna “significa che sono eccitate. Di solito gli uomini succhiano le cime con gusto: alla fine godono entrambi.”
“Sarebbe bello” Bellasora disse. “Segnare è molto facile.”
“Anche parare è molto facile” Carani rispose. “Le donne sviluppate sono molto carine nude. Dovremmo scoparne alcune.”
Poi Bellasora interruppe il dialogo. Indicò me.
“Occhio. Molina ha fatto gol di tacco. Hai visto?”
Giunsi correndo. Era bello segnare in quel modo. Non ci pensavi ed era, andava da sé. Correndo passai sotto le tribune.
“Molina, Molina” sentii, e allora mi voltai.
Annarita tifava dalla tribuna. Erano una dozzina di ragazze in tribuna. Feci finta di niente, avanzai verso la porta.
“Avete visto che finezza?” dissi appena fermo. Strinsi affettuoso Bellasora, lo distaccai dal palo. “Aspetta. Guarda qua,” gli feci cenno di guardare in basso. “Guarda bene,” poi sfregai uno scarpino sul terreno, col tallone, e fu una retta nella polvere. “L'ha fatto il piede: il tacco. Non l'ho fatto io.”
Sorrisi rilassato e strinsi Bellasora, al petto.
“Vinceremo il torneo anche quest'anno.”
Bellasora non si mosse. vidi l'intero suo profilo adagiato al mio petto. Così sollevai le braccia per liberarmi, ma lui rimase stretto a me, cingendomi i fianchi. “Senti Molina” disse senza alzare gli occhi. “Tu hai mai scopato? “
Sentivo solo la voce, non vedevo la bocca. Così indicai la fascia da capitano e annuii paterno, a Carani. Bellasora infilò il naso sotto la mia ascella, sembrava commosso.
“Io sono ancora vergine” confessò da sotto l'ascella.
Fissai la collina sullo sfondo.
“Verrà il momento” dissi calmo. “Ora devi vincere la classifica cannonieri. Poi scoperai. Sarà molto bello.”
Carani sfilò un guanto. “Secondo me dovremmo scopare subito” disse ondeggiando la mano nell'aria. l'asciugò, la strinse e l'apri. Di nuovo calzò il guanto. “Non trovi Molina?”
“O giochiamo o scopate” dissi. “Io sono il capitano.”
“Che c’entra?” Carani chiese.
“Ho una dignità da difendere. La vedi questa fascia?” dissi, e ancora l'indicai con la cima del naso. Poi aggiunsi. “Per me ogni momento è giusto. Ogni momento è sbagliato.”
“Ascolta Molina. Mi sono cresciuti un mucchio di peli sull'uccello” Bellasora disse, “dicono sia indicativo.”
“È un fatto ormonale” spiegai. “Infatti segni molto.”
Ci fu una lunga pausa. Ci guardammo in silenzio. Poi Carani disse: “Senti Molina, dimmi. Ma perché Castelli corre sempre?” grattò ancora la testa. Non capiva. “Va sempre di corsa...”
Castelli non sentì. Era troppo agitato. Scivolò in terra rialzandosi subito, e trottava veloce. Gli scarpini erano simili al suono del trotto, a quel ritmo là. Si sbracciava. “Occhio Giò!” urlava disegnando curve nell'aria, semicerchi. Era davvero agitato. “Occhio Giò! Corangeli ti vuole ammazzare! Non gli è piaciuto quel tacco. L'ha trovato eccessivo.”
Poi si bloccò, con la lingua quasi al mento, ansimò. “Ti consiglio di fuggire” disse.
“C'è Annarita. È per lei. L'ho umiliato col tacco” dissi senza voltarmi. Indicai poi con la nuca la tribuna bassa. “Ma va bene cosi. La vita è questa. Mi spiace per lui.”
“La vita è questa? Giò, quello ti uccide!”
“Oh no” dissi. “Stai tranquillo, non mi uccide.”
“Ci ucciderà tutti” Bellasora disse e andò a sedere in terra. Distese la schiena sul palo. “È molto cattivo.”
“Ne ha già scopate tre” Carani aggiunse. “Ci sa fare.”
Non risposi. Era inutile parlare con loro; cosi mi alzai e me ne andai. Traversai il margine del campo con lentezza, al di qua di Annarita nella tribuna bassa. Non la guardai passando: mi sembrava eccessivo, dopo quella finezza di tacco...
7
In primavera decidemmo di allenarci da un'altra parte. L'affitto era diventato troppo alto, per questo motivo, sembrava, ma anche per il fatto che gli altri non volevano scocciature. Erano lamentele dall'autunno. Carani di ruolo era costretto a stare fermo dentro la porta, disse, senza potersi muovere. Si offese molto. Noi si era sempre in velocità, una volta spiegò, e quindi tranquilli. Ma lui no, era al margine del campo, immobile sulla riga bianca. Cambiamo campo? Iniziò a ripetere fisso. Vorrei cambiare campo. In effetti aveva ragione. Così cambiammo campo.
A colpo d'occhio, rispetto a quello regolamentare, il campo dei preti non era granché. Era asfaltato, le porte erano piccole e le traverse pendevano, alberi al margine - quattro o cinque tristissimi eucalipti spogli - interrompevano la fascia sinistra quando scorrevi verso l'area, cosicché noi dovevamo dribblare anche gli alberi per fare un gol. Tra l'altro non c'erano reti ai pali, ma in fondo, pensai, noi dovevamo solo allenare i muscoli. Andava bene.
Parecchio tempo trascorse senza novità. Solo una sera, ricordo, ero uscito - non so perché - un po' prima dal campo. Avevo un certo languore allo stomaco. Aprii il portoncino metallico, la maniglia di zinco, e imboccai il viale. La serata era fresca, lieve; cosi, mentre respiravo profondo, alle mie spalle udii una voce. “Sei dimagrito” la voce disse. “Sembri un uccello.”
Di scatto mi voltai. Era Annarita. Teneva due buste di plastica agganciate ai polsi. Non la vedevo da chissà quanto.
“Dove stai andando?” chiese. “Io mi alleno qua.”
“Io vado lì” disse e indicò la sagrestia, il vestibolo sgombro e silenzioso. Sollevò poi una mano, appena; la busta segui verticale la mano. “Vado lì per la carità. Non lo sapevi?”
“Oh, no” risposi. “È molto bello. Davvero.”
“Lo faccio da sempre. Per devozione” sospirò poggiando in terra una busta. “Devota a San Giovanni” aggiunse, scostando poi gli occhi dai manici ripiegati ai bordi. Tornò a rizzare la schiena. “Che fatica. Oggi ho preparato la torta ai pinoli.”
“Senti” domandai curioso, “Chi aiuti? Gente di che tipo?”
“Beh, dipende...” sospirò ancora, aggiustando dalla frangia una ciocca pendente. Dondolava sul naso. L'orientò verso la nuca, ma la ciocca ricadde bassa oscillando. Di nuovo la raccolse fissandola dietro l'orecchio. “Gente bisognosa, poveri, senzatetto” spiegò recuperando poi la busta, floscia dal marciapiede. “Deboli, soli, senza nessuno. Gente così, capisci?”
Ondulava umile il naso, adesso, verso terra.
“Santodio, poveracci” dissi cercando con un dito di sollevarle il mento. “Quanti poveracci ci sono al mondo.”
Ci scrutammo leggeri, nelle pupille. Le aveva nere.
“Oh, si. Il mondo è pieno di poveracci” sussurrò lei.
Non ricordo bene come andò. Ma forse fu quel contatto sulla pelle calda nella congestione, o quell'aria nuova dagli alti eucalipti spogli sul viale, sentivo le foglie degli alberi ventilarmi le guance. E poi quelle due bustine agganciate ai polsi.
Mi avvicinai per darle un bacio.
“Vaffanculo!” urlò. “VATTENE VIA!” veloce attraversò il vestibolo, senza voltarsi. Spinse l'anta della sagrestia premendo col fianco; rimase una cigolante, triste oscillazione...
Nemmeno ebbi tempo di ragionare o altro - devo dire - perché subito da lontano udii qualcuno correre. Così tolsi gli occhi dal vestibolo e controllai, ma già sapevo tutto. Era Castelli, ne riconobbi il ritmo veloce al trotto. “Molina, è successo un guaio!” urlava. Lo vidi trafelato e rosso, Castelli, che sventolava qualcosa nell'aria. Aveva occhiali da vista quando non giocava, tondi e simili a mirini. Sventolava un foglio a quadretti. Mi passò il foglio tremante, glielo sfilai dalle dita, e ne stesi la superficie sul palmo della mia mano. Quindi lessi.
Dall'una (I) fino alle tre (3). MENO: lunedì martedì (a meno che è morto o sta per morire gravemente) SENNO' tutti i GIORNI!
“Bellasora ha avuto un malore...” Castelli balbettava. “L'hanno trovato dentro un cespuglio con le mani intrecciate sulla bocca. Giò, così....” Castelli inserì il mignolo e l'anulare fra le labbra. Ne succhiò le cime. “Oh, ha vomitato bile.”
“Senti” dissi “Dimmelo se è morto. Sono pronto.”
“No Giò, non è morto” Castelli spiegò. “E’ al Regina Elena. È scritto tutto sul biglietto. Lo andrai a trovare?”
“Senti. Che tipo di malattia gli è venuta?” chiesi. “Malattia? Si droga Giò. Non lo sapevi?”
Annuii. “Tira solo l'eroina col naso. Sciocchezze.”
“Beh, insomma” Castelli si distese sulla lastra di marmo. “Io ho anche smesso di fumare. Niente più birra, nemmeno.”
Era svenevole e adagiato sul marmo, adesso. Tranquillo.
“Ecco,” dissi “sei finito. Ora puoi anche impiccarti!”
“Ah ah ah ah...” Castelli rise dalla lastra di marmo, alzandosi lento. Si avviò calmo, lungo il viale, e ancora rideva. “Ah ah ah ah, ci vediamo domani Giò. Ah ah ah ah...”
Citofonò infatti puntuale, alle tre e quindici. Si doveva giocare contro gli ultimi in classifica, oggi. Io ero già pronto in tuta e scarpini, saltellavo sul tappeto riscaldandomi. Al suono del citofono tirai da terra la borsa per i manici e raggiunsi veloce la finestra: spalancai le ante. “Viva l'Eleonora!” dal davanzale urlai. Ma venne silenzio; Castelli aveva la faccia china sul citofono, poco allegra. Così mi sporsi ancora, in bilico sulla sponda. “È morto?” chiesi. “Lo voglio sapere. Dimmelo.”
“Macché morto” Castelli iniziò a parlare verso la griglia. Disse. “Ascolta Giò. Oggi non posso venire. Devo studiare.”
“Guarda che non sto al citofono! Sto qui sul davanzale!” a voce alta l'interruppi, sbracciandomi. “Oh, guarda su!”
Castelli fissava la griglia. Parlava da lì, col naso poggiato sul ferro. “Oggi non posso venire. I miei non vogliono.”
“I tuoi non vogliono? Oh,” dissi “non verrai più?”
“Giò, oggi non posso venire. Tutto qua.”
“Ok, fa niente” salutandolo dissi: “Pensavo peggio.”
Richiusi la finestra. Poi andai in bagno, ma uscii subito dal bagno. Tornai alla finestra, la riaprii, e seguii Castelli allontanarsi sul viale e scomparire oltre la curva. Prima controllò. Poi svoltò cauto, oltre la curva...
8
In effetti il campo d'asfalto aveva indebolito un po' tutti. Specie tendini e giunture s'infiammavano spesso. Carani non poteva tuffarsi parando, disse: batteva la schiena al suolo soffrendo troppo. Quando l'andavo a prendere il pomeriggio alle quattro – ricordo - dovevo arrivare puntuale alle quattro meno cinque, cioè poco prima che suo padre aprisse lo studio medico. Se arrivavo in ritardo, il padre mi visitava. Con un martelletto mi batteva sulla cima del ginocchio finché non rizzavo la gamba. Visto che alcune volte a me non veniva di rizzarla, fingevo stirandola a molla per dritto. Allora lui mi strizzava l'occhio. Anche io gli strizzavo l'occhio. Poi con Carani, col figlio, andavamo al campo.
Asfalto dei preti a parte, sta di fatto che Bellasora correva il doppio. Un fulmine sulla destra. La stranezza era che fermava all'improvviso. Usciva alla fine del primo tempo zoppicando sulla riga bianca del campo. Nessuno gli diceva niente, di come stava la sua caviglia. Era bizzarro. Sedeva dietro la porta e chiamava Carani. “Questa maledetta caviglia mi porterà al cimitero!” urlava palpandosela. “Guarda com'è ridotta!”
“Cos'hai alla caviglia!” Carani sfilava i guanti.
“Si gonfia appena la muovo!” srotolava il calzettone azzurro, toglieva lo scarpino. “Guarda qua! Sta scoppiando!”
Carani controllava la caviglia, strizzava gli occhi. “Non hai niente Sora, non è gonfia” gli diceva “Stai tranquillo.”
“Cristosanto, ma sei cieco!” Bellasora ancora urlava, iniziando a saltare su una gamba. “Ma non vedi come è ridotta! è una palla di pus e sangue! Mi dà delle punture orribili!”
Arrivavo anch'io. Vedevo la faccia di Carani. Più che altro vedevo il braccio, di Carani: si puntellava l'interno del gomito con il dito indice, e annuiva serio indicando Bellasora.
lo scuotevo le spalle. “Ma non c'è niente,” dicevo “te lo giuro Sora. Non hai niente alla caviglia. Non è gonfia.”
“Sei un pezzo di merda Molina!” Bellasora imprecava recuperando la borsa. Poi si voltava contro noi. “Vi facevo comodo quando avevo le gambe sane, è vero Molina? Adesso nessuno mi dà una mano, giusto? Adesso vi fate tutti i cazzi vostri!”
“Lascia stare, ti porto al pronto soccorso” una volta dissi. Era di sabato sera, ricordo. Una semifinale secca.
“No, grazie Molina. Non c'è bisogno…” Bellasora rispose. Si avviò lento verso gli spogliatoi, zoppicando. Di fatto eravamo undici precisi, quella volta, e niente sostituzioni. Così avvicinai Carani. “Ok. Cerco di avanzare io” dissi “Copro la fascia destra di Sora, ci provo. Faccio da tornante. Va bene?”
Carani deterse la fronte con il palmo della mano. Seguì Bellasora avviarsi negli spogliatoi. “Ok Molina. D'accordo” rispose calzando la mano nel guanto; quindi pressò gli incavi delle dita, assestandone l'impugnatura. “Vediamo che succede. Ok.”
“Mancano venticinque minuti” conclusi allontanandomi. “Il pallone trattienilo più che puoi, rilancia lungo. Perdi tempo.”
“Proverò Molina” Carani annuì. “Proverò, va bene.”
Infatti andò bene. Vincemmo uno a zero...
La settimana dopo, quando citofonai a Carani, lui non apri. Venne ad aprire il padre. Non mi salutò affatto: vedendomi compose un gancio col dito indice. Voleva lo seguissi. Dopodiché stese l'indice lungo il corridoio, e indicò lo studio.
In effetti avevo fatto un po' tardi. Cosi andai a sedere direttamente sul lettino e attesi dondolando le gambe, ma niente martelletto. Sentii invece sollevarsi la maglietta; qualcosa di freddo toccò la mia schiena. Come una moneta fissa. La moneta poi mosse a croce. “Sei debole Molina. Come mai?” annunciò l'uomo dopo un po', riportando lo stetoscopio al camice. Curvandosi appena avvicinò le labbra al mio orecchio sinistro. “Smetti di giocare” sussurrò apprensivo. “Sei troppo fragile. Intesi?”
“Va bene signor Carani” risposi. “Non giocherò più.”
“Pensa a studiare. Me lo giuri? Giuralo Molina.”
“Lo giuro” dissi baciandomi la cima degli indici. “Senta signor Carani. Ascolti” domandai poi riportando giù la maglia, in basso ai fianchi. “Potrei salutare un momento suo figlio?”
“Certo Molina. Poi corri a riposare. È di là.”
Ringraziando m'alzai dal lettino. Uscii da lì nel corridoio traversando di nuovo la sala d'attesa, riconobbi una porta socchiusa e senza bussare l'aprii: Carani era sdraiato sul letto in calzoncini da portiere. Sul petto teneva un libro, lo leggeva.
“Senti” dissi “io vado al campo. Non vieni?”
“Che cosa?” vidi due piccoli occhi sporgere da dietro il manuale di fisica, oltre il margine alto della copertina. “Giò Bellasora è morto. Non te l'ha detto mio padre?” Carani disse. Riportò quindi gli occhi dietro la copertina. “Epatite” udii soffuso. “Oggi io non vengo, non posso. Devo finire questo.”
“Ok, fa niente. Andrò da solo” risposi salutandolo. Ma per via di quel manuale sul petto, finii per salutargli le gambe. Vedevo solo loro: erano cerotti e bende dalle caviglie agli inguini notai. Tintura di iodio spandeva rosso colante ai bordi...
9
Quanto a me, se proprio mi veniva l'impulso, ruotavo la testa in circolo sul campo, volteggiavo con i tacchi sul terriccio come un perno; se non era al primo giro, ne facevo due, e subito appariva. Mio padre era sull'alto dosso, fisso ogni gara, al di là della recinzione del campo. Di solito si metteva lì, con la cartellina dell'ufficio in mezzo alle gambe. Fumava una mezza dozzina di sigarette contro lo sfondo. Se segnavo un gol, scuoteva le spalle. Se sbagliavo un gol, scuoteva le spalle.
Venne primavera e ci fu la premiazione. Al di qua del dosso dov'era lui, quel pomeriggio avevano sistemato un tavolo da ping pong. Una pezza era stesa in superficie e la coppa scintillava adagiata verticale per la base. Era d'argento smaltato, la coppa, con la targa azzurra e il nome inciso sull’ azzurro.
“Molina. Aspetta un momento” udii mentre slungavo le dita contro l’orlo. Mi voltai. Era l'organizzatore. Mi prese sottobraccio. “Occhio...” sottovoce disse, allontanandomi dal tavolo da ping pong. “Adesso non ti montare la testa. Va bene?” Poi mi strinse il gomito a sé; raggiungemmo così il limitare del campo. Fermammo sulla riga bianca. “Fa' attenzione. Guarda là” con il braccio libero indicò quindi mio padre, in piedi sul dosso. “Ascolta Molina. Vedi quel tizio lì? Dev'essere un maniaco sessuale. Nella cartellina avrà di sicuro qualche giornaletto pomo. Non ti far prendere dall' euforia. Intesi?”
“Va bene. Lo eviterò” dissi “Stia tranquillo.”
“È sempre là. Credo t'abbia adocchiato” suggerì esperto. “Non accettare offerte di nessun genere. Va bene Molina?”
Mi scostai da lui. Tolsi il braccio dal suo.
“Senta,” dissi “mi dia questa coppa. Ho fretta.”
Infatti, subito ci fu la premiazione. Quando alzai gli occhi per ritirare la coppa di capocannoniere, però, mio padre non c'era più. L'alto dosso era silenzioso, sullo sfondo...
Credo passò mezz'ora da quel momento. Ricordo citofonai tre o quattro volte giù dal cancello, quando fui lì, ma niente. Nessuna risposta. Le luci nel corridoio erano accese, notai, anche il faro in cucina era acceso, giallo sul vialetto. Ma dal citofono niente. Silenzio ronzante. Così attesi un altro po'. Forse dieci minuti. Dopodiché udii qualcosa giungere dalla griglia spenta. Cigolii salivosi. “Buonasera signora,” dissi e m'avvicinai al suono, con le labbra. “C'è Annarita per favore?”
“Sta male. Riposa” era la nonna che parlava. Proseguì. “Ha subito un piccolo incidente. Con chi parlo, scusi?”
“Molina” dissi. “Ascolti signora, potrei salutarla lo stesso? Non la vedo da un mucchio di tempo. Se non disturbo.”
“Certo Molina, salga pure” la nonna disse facendo scattare l'interruttore del cancello. Scostai la base con l'incavo del tacco. “Terzo piano. Interno cinque” udii alle mie spalle avanzando nel cortile. Quindi scalai veloce le rampe, imboccai il corridoio (una volta superato il vestibolo al piano), salutai la nonna all'entrata, e m'avviai verso la stanza di Annarita. “Non vedo niente. Dove sei?” entrando nella stanza dissi. “Dove sei?”
Era penombra. Appena graduai gli occhi strizzandoli, vidi una macchia scura ruotare per tre quarti sul cuscino. “Sono caduta dalla scala. Dall'ultimo piolo” Annarita spiegò sottovoce sporgendo un braccio dal lenzuolo. La sosteneva appena per la cima del gomito. “Mi sono rovinata. Guarda qua la mano.”
La stanza odorava di iodio. Annusai l'aria.
“Ho fatto ventotto gol” dissi, poggiando la coppa sulla scrivania. “Povero Bellasora. È morto. Lo sapevi?”
“Sì. Povero Bellasora” Annarita ripeté. “È morto.”
“Allora. Vediamo un po'...” dissi, andando a sedere sul ciglio del materasso. Accavallai una gamba all'inguine, quindi rovesciai la sua mano nella mia. L'esaminai. I palmi erano tagliuzzati a zig zag - subito notai - una serie di trattini scomposti in tutte le direzioni. “Come diavolo hai fatto?” chiesi.
“Mi è rimasto un decoro in mano” spiegò lei. “Dovevo attaccarlo al filo sul soffitto, martedì. Per il compleanno. Ahi!” sussurrò cercando poi - senza riuscirci - di articolare le dita. “È scoppiato mentre cadevo giù dal piolo. Vedi i punti?”
“Li vedo” risposi trattenendole il palmo. Le massaggiai un po' le nocche. “Aspetta” dissi calmo. “Non ti muovere.”
“Che c'è? Mia nonna è di là” sussurrò lei riportando a sé la mano ferita, la sinistra. L'adagiò sul cuscino. Debolmente scostò anche l'altra mano, l'aprì, e la portò contro l'orlo destro dell'orecchio. Senza muovere gli occhi indicò quindi la porta, dirigendoci le pupille. “Mia nonna sente. Chiudi la porta” concluse poi voltandosi lenta tra le lenzuola, verso la finestra. Cominciò a scrutare l'esterno. “Chiudi la porta. Dai.”
“Va bene” risposi alzandomi, e raggiunsi la porta.
Una volta giunto lì, però, puntai le natiche sul muro, e non mi mossi più. La finestra era aperta sul viale, questo ricordo, e in città era sera e le luci scintillavano contro i vetri riflettendomi sul viso. Chiusi gli occhi e li riaprii e sospirai guardando il letto. E lo feci senza motivo. Se abbassavo gli occhi vedevo lei, vedevo le piccole scapole chiuse e la curva alta del seno sotto l'ascella, vedevo un gluteo sporgere dal lenzuolo contro lo spiraglio della finestra illuminata, vedevo la duna silenziosa del fianco, i capelli le scendevano come pioggia calda sulla schiena, una montagna di capelli e di luce scendeva.
E io non volevo scendere.
di Elio Paoloni
Lui non voleva. Non si era mai cimentato, non si riconosceva la necessaria spiritualità. Forse non gli andava di cercare sintonie con plebi superstiziose. Perché, con tanti bravi architetti in giro per il mondo, i pii monaci si erano incaponiti con lui? Dal giorno del cortese rifiuto, però, Renzo Piano ricevette ogni mattina un fax con la benedizione personale dell’economo provinciale dei frati minori cappuccini.
Ma che gentile. Che benevolo pensiero. Dopo quanto tempo cominciò a trovare che forse quei fax erano un po’ persecutori - o almeno iettatori? Che un’insistenza di quel genere assomigliava – divinamente – a quegli abbracci mafiosi che sottintendono la sempre presente eventualità di un ritiro della benevola protezione?
Era da un po’ che mi ripromettevo di andare a verificare l’esito di questa benedicente insistenza ma guidare non mi garba, son sempre duecentoottanta chilometri (mi sarebbe più leggero affrontare ginocchioni un chilometro di scalinate sante). Perciò mi sono imbucato in un pullman. Non si tratta di pellegrini ma di gitanti, pensionati della Guardia di Finanza (molto giovani alcuni, che i militari fino a poco fa potevano congedarsi presto). Oggi San Giovanni Rotondo, domani la Foresta Umbra, dopodomani costiera amalfitana. Meglio loro: con un prete per tour operator finirei rintronato da un loop di rosari.
Quando il pullman, dopo una prima fermata per il pedaggio (non autostradale ma doganale: balzelli soppressi ai confini nazionali e resuscitati nei paeselli, come nel medioevo) si arresta definitivamente, guardo su e intuisco forme verdastre da pressostatico. Disgustoso. Uno stadio del famoso architetto già lo conoscevo e l’ho rivisto poco fa, passando da Bari. Queste architetture moderne, bah, avrà ragione Carlo d’Inghilterra. Chi me l’ha fatta fare di venire in questo paesone orrendo in un giorno umido e grigio, che non può piovere solo perché dalle nuvole siamo già avvolti? E che idiozia inserirsi in una comitiva dopo averle evitate per decenni: non posso neppure tornare indietro, dirottare su un agriturismo o optare per un paesino sul mare. Vabbe’, sarà la penitenza che tocca a chi si è arruolato tra gli atei devoti, quelli che non potendo non dirsi cristiani ma non riuscendo a credere si ritrovano ad auspicare il rifiorire della fede – negli altri – per arrestare il declino dell’Occidente. E che intendono vigilare perché i preti – e gli architetti – facciano le cose a puntino.
Lungo la rampa del colonnato comincio a riconciliarmi con l’architetto, anche se la mancanza di un robusto campanile scontenterebbe chi vuol contrastare i minareti a suon di più svettanti falli. La croce in pietra, però, costituisce una snella quanto possente supplenza. E la potenza di fuoco delle campane non viene meno sol perché si offrono in orizzontale al livello del sagrato, cioè del fedele, molto semplicemente accostate in otto multipli di campanile a vela. Sono ben alte, del resto, su paese e piana sottostanti.
Anche gli archi della facciata visti dal sagrato mi rincuorano. E mi piace che al posto delle stucchevoli colombe Mario Rossello abbia scolpito dei nervosi aquilotti. Questo sagrato è immenso, un mare di pietra che tocca il cielo (oggi i vapori) senza dover passare per l’orizzonte. Costeggiando l’esterno della chiesa continuo a essere disturbato dall’effetto palazzetto dello sport: verdastre pareti curve (si tratta del nobilissimo, tradizionale rame, in versione preossidata brevettata, ma in questa sistemazione sembra plasticume) e legno listellare in alto (come un parquet da campo di basket ribaltato). Però, siccome il percorso semicircolare è abbastanza lungo, faccio in tempo a rimbeccarmi: cosa c’è di più giusto? Cosa rappresenta la gloria, oggi? Una reggia? No di certo: la gloria è negli stadi. E’ in mezzo agli stadi, sul podio, che si consacra la regalità, non in quel cornutaio di Buckingham Palace. Dov’è che raccoglie la gente il Papa in trasferta? E cos’era Padre Pio, se non un idolo delle folle?
Giungo alla vasca del battistero, che i gitanti, butterandola di monetine (unico collegamento col mercimonio che dilaga tutto intorno) sono riusciti a trasformare in una Fontana di Trevi. Di fianco, una porta stretta (allungato in verticale l’ingresso liturgico sembra più stretto di quanto non sia). Ma è l’ultima cosa stretta che trovi. Dopo ti si allarga la prospettiva. E l’animo (apprezzate la desinenza maschile, che mi permette di escludermi dai credenti). Questo posto desta meraviglia (il termine permette di tenere insieme lo stupore goloso dell’esteta e il moto di reverenza del devoto). Inchioda senza opprimere, spinge a inoltrarsi senza costringere. Gli archi sono maestosi però zampillano leggeri e festanti dal pilone centrale. Sei in un hangar ma come in un cantuccio, sei raccolto in te stesso e in comunione con gli altri, sei dentro la chiesa e fuori, sul sagrato, sei libero e protetto, sospeso e radicato come la croce di Pomodoro che veleggia violenta. Non si sfugge all’ossimoro quando un posto è come deve essere. Preferirei non eccedere in tanto prevedibile figura retorica ma è meglio perdere punti con i critici e guadagnarli in verità (che il proto non si azzardi a postare maiuscole).
Le silhouette dei fedeli contro la luminosità della vetrata sembrano di spettatori davanti al telone del cinema ma questo non toglie atmosfera (anche quella dei cinefili è una comunità di fedeli, raccolti e compenetrati, che si comunica con ostie di celluloide). Riposizionandomi sul pavimento in pendenza mi sento “a posto” in ogni zona: non ci sono angoli morti. Ovunque, da uno spicchio di vetrata, da un concio svettante, da un’ostia Guzzini, dalle ali di un puntone d’acciaio, sembra offrirtisi la grazia (non mi coglierete in fallo: tengo il dito ben lontano dal tasto maiuscole). Avanzo per godermi i particolari dell'ambone di Vangi ma quel concentrarmi sul singolo dettaglio artistico, così naturale in altre chiese, qui mi costa quasi uno sforzo. Tutto ciò che lo sguardo vuole è galleggiare in modo indefinito. Questo sito si dimostra a misura dell’uomo, nonché dell’Eventuale. Perdono importanza i dettagli tecnici che in altre circostanze mi avrebbero entusiasmato (la precisione di planarità delle facce dei blocchi con tolleranza 0,5 mm per campate fino a 50 metri con i blocchi della base grandi quanto una stanza, la necessità di un apposito parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici essendo la tipologia non contempolata dalle normativa tecnica italiana, record, singolarità e innovazioni d’ogni genere).
A volersi estraniare, a fare i criticoni, i filistei affezionati ai costruttori delle antiche cattedrali, quelli che “dopo il Bernini niente”, si può sostenere che sembra un aeroporto (l’impressione è acuita da un ininterrotto flusso turistico che dall’ingresso del sagrato sciama verso un varco laterale all'ingresso liturgico, passando dietro ai fedeli che assistono alla funzione). Sì, questa chiesa è un luogo di transito, per Padre Pio le masse si scomodano. Del resto, cos’è un aeroporto se non porta coeli (come ogni chiesa che si rispetti)? Ma se un aeroporto è l’apoteosi del non luogo, questa è apoteosi del Luogo (questa maiuscola si può far passare, non appare troppo impegnativa).
Mentre abbandono il mirabile edificio, mi imbatto in una porta, nel corridoio antistante un ascensore. Silenzio. Adorazione Eucaristia. Spingo la porta e mi trovo davanti a una botta di sacro. Un nucleo inquietante, un monito che ti riduce al silenzio ben più di qualsiasi cartello. Un monolito kubrickiano, un meteorite da kaaba. E' il silenzio fatto corpo, solidificato. Un blocco nero di etnea pietra lavica che incastona un abbagliante tabernacolo d'argento. La piccola cappella è strutturata in modo tale che l'occhio e il pensiero non possano posarsi altrove. L'aria intorno vibra e non c'è foto che possa renderla. Sul lato opposto, a schermare la vetrata che dà su un corridoietto cieco, una sciatta tenda arricciata sull’esistenza della quale Renzo Piano dev'essere stato tenuto rigorosamente all'oscuro.
A questo punto posso stilare il certificato di collaudo: avendo risvegliato l’eccezionalmente pigra spiritualità dell’estensore, il conglomerato etereo della nuova chiesa risulta a norma. Risulta tuttavia anche sospetto, lontano com'è dalla spiritualità claustrofobica, sudata, labirintica, del vicino convento. Non sarà che questa incantevole astronave si limita a rappresentare l’idea di spiritualità di Renzo Piano, light, cosmopolita ed estranea al luogo, adatta a laici di buone letture e ricorrenti visitazioni artistiche? La fede qua è d'altro genere. Genere tosto. Non è un santo esemplare Padre Pio (no, non chiedeteci di chiamarlo San Pio, non ci viene naturale, al massimo ci intorciniamo in un San Padre Pio, via, ci penseranno le prossime generazioni. E poi un padre è molto più vicino e benefico di un santo ormai distratto dall'eccessivo fulgore dei cieli). No, anche se l'agiografia galoppa e i santini si ingentiliscono, le foto sono inequivocabili: nessuno riuscirà a liftare quello sguardo fosco che ha messo a disagio tante anime belle, quasi maligno sotto le sopracciglia alla Enrico Maria Salerno ultimo look. Non riusciranno a fare di quell'uomo (nella cui figura De Martino avrebbe rintracciato di sicuro tracce di culti pagani precristiani) un'ameba rassicurante con l'occhio rivoltato in su tipo macchietta di Verdone. Resterà sempre un Mistero la decisione di farlo interpretare in TV da Castellitto. Un giorno per i responsabili del cast degli sceneggiati italiani dovrà essere creato un Oscar apposito, quello del miglior ruolo sbagliato.
A me P.P. sta simpatico da quando una coppia di baciapile di paese se ne tornò indignata da un pellegrinaggio: “Ma non sono modi!”. Che il frate sgamasse da lontano i frivoli e gli ipocriti, che molte fedeli uscissero piangenti e insultate, mi sembra un gran titolo di merito. Quando un militare che si è sempre vantato di non aver paura di niente e di nessuno ti confessa che è rimasto terrorizzato dal Suo sguardo, sei costretto ad ammettere che, santità o no, quel magnetico frate disponeva di un ecoscandaglio infallibile, tarato in micron, a cui mancava solo la stampante a colori. Un uomo rude, che c’aveva i guai suoi ogni notte (fossero anche solo i morsi dell’acido fenico o i rimorsi per l’impostura, come sostengono gli increduli). Un uomo sofferente, come i poveracci, come tutti.
Ma quello era il frate. Ora abbiamo il Santo. Ora contrizione e costrizione devono sfociare in spazi per la gloria. Vai, Renzo.
Avevo intenzione di ritornare qui dopo pranzo, ma nella comitiva si forma un partito pro Monte Sant'Angelo e ci tocca sottoporci a parecchi chilometri di tornanti secchi. Dopo di che l’autista ci dà meno di un’ora. Poco male: il paese l'avevo visitato anni fa, quando davanti al santuario c'era soltanto un vecchio guardiano rimbambito che, essendosi fatto mezzogiorno, ci aveva chiuso il cancello in faccia. Riprendiamo da quel mezzogiorno. Non è agevole visitare la cripta dell’Arcangelo Michele, si tratta pur sempre di una Porta Stretta. Non è questione di dimensioni. E neanche della calca dei fedeli incolonnati da addetti con gilè da protezione civile. Questo percorso, le rampe che ti portano giù e poi di lato e poi in un incredibile atrio napoletano con piante sul ballatoio e poi su verso il luogo terribilis, non ha nulla di casuale. Incombono secoli di devozione, anche pagana ed esoterica, si indovinano anomali fenomeni magnetici, alle spinte dei contrafforti gotici corrispondono controspinte psichiche. Appena dentro il cuore del Santuario, tenue impressione di consuetudine: l'altare barocco di fronte. Ma subito ti rendi conto dell'incongruità. Siamo fuori zona qui, fuori tempo, non c'è ibridazione che tenga. E non solo per la maestosità delle volte gotiche: a destra ti attende l'arcaico cuore del sacro. La grotta non si presta a indagini paleologiche, né d'altro genere. Sta. Se la nuova chiesa di San Pio è un aeroporto, questa grotta è lo stargate. Qui la spiritualità la tagli a fette, e non è una battuta riferita all'Arcangelo spadaccino (terribilis non è un aggettivo come tanti: a essere portata in processione è la spada, non il portatore, quel San Michele boccoluto del Sansovino che l'armatura non riuscirebbe a rendere marziale - ci riesce, invece, la spigolosa e fiammeggiante urna d'argento e cristallo di Boemia).
Il buttadentro mi invita a spegnere la macchina fotografica. Di solito me ne fotto ma adesso non ho nessuna voglia di trasgredire, anche perché non credo che riuscirei a catturare niente, e se invece ci riuscissi mi sembrerebbe di rubare. Difficile fare il visitatore, anche per uno abituato ad aggirarsi nei luoghi di culto con le mani in tasca e l'aria "fate largo, bizzoche, che mi precludete l'affresco".
Non è solo la pressione fisica delle comitive, l'insistenza dei vigili-sacristi che ti chiudono in un angolo. E' che nessuno riesce ad assumere l'aria svagata comune altrove tra pellegrini-gitanti. Per descrivere la sosta in questo sito necessita il ricorso a un verbo in disuso: ristare.
Se oltre che per le Feste in corso d'opera avete voglia di deprimervi con qualcosa d'altro, potete andare su Nazione Indiana, ancora senza possibilità di commenti, dove da stasera c'è un mio pezzullo edificante dal titolo "I nuovissimi mostri". Vi si parla di televisione, e senza pietà contro lo sporco più sporco, come recitava una non recentissima pubblicità di prodotti detergenti per la casa di cui al momento non ricordo la marca.
di Annalisa Busato
(Prendo di peso e pubblico con la sua autorizzazione questa poesia di Annalisa già apparsa sul suo blog "Quasi Adatti" - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
Aspetto la domenica
come il settimo giorno,
quello che ripaga
della fatica di vivere.
Poi la passo a curare il trascurabile
a terminare l'interminabile
a tappare falle, a fallare tappe.
Mortifero
questo voler rifinire l'infinito,
affinché tutto sia compiuto.
Intoniamo un canto
al nuovo culto..
Detersivo, eterna giovinezza,
immortalità,
pietra filosofale che tutto rigeneri
piatti lampade lenzuola.
Il cristallo del corpo insultato
per te torna vergine.
Necesse est spolverare
per negare il tempo.
Oportet lavare semper
et denegare
rimuovere, cancellare
la polvere, il tempo
i periodi, i cicli del corpo
come degli astri.
Proserpina
(Cenerentola )
rinasce
si nasconde
nel ventre della terra
e poi torna fuori
detersa, luminosa,
ma di Domenica.
di Riccardo Ferrazzi
Nelle Memorie di Giacomo Casanova si legge una illuminante riflessione: la maledizione della vecchiaia consiste nell’essere ancora capace di godere ma non più in grado di far godere, e siccome il piacere di un uomo deriva per tre quarti dal vedere sul volto dell’amata il piacere che le hai dato, ciò che rimane si riduce a ben poca cosa.
Fin qui il Giacomo nazionale, orgoglio e vanto del gallismo italico. Ma chi ha imparato a conoscerlo un po’ sa che Casanova bara. È vero che una buona parte del piacere di un uomo dipende dalla conferma della propria virilità (e se una donna dal parrucchiere vuol fare sghignazzare le amiche racconta che Tizio, dopo aver fatto sesso, le ha chiesto: “Ti è piaciuto ?”). Ma il Nostro confonde le carte quando si dipinge preoccupato di far godere la compagna e si dispiace di non poterlo più fare: in realtà gli rincresce di non godere più come una volta, e arzigogola per cercare scuse (altro esercizio in cui è maestro).
Perché sono così severo con il nostro latin lover ? Perché, si sa, le donne fingono. Cosa direbbe Casanova davanti alla performance di Meg Ryan in “Harry, ti presento Sally” ? Forse proverebbe a vantarsi: lui, con la sua lunga pratica di attrici, non ci cascherebbe mai. Ma la realtà è un’altra. Come ogni uomo sa, è assolutamente impossibile sapere se una donna ha goduto o ha finto. E non valgono neanche le prove a posteriori: il fatto che una donna, dopo aver fatto sesso con te, voglia farlo ancora significa solo che ha in mente qualcosa. Qualcosa che non c’entra con le tue illusioni da gallo.
A nessuno dei lettori, beninteso, è mai successo niente di ciò che sto per dire (vero ?). Non mi sognerei mai neppure di pensarlo ! Ma per puro esercizio retorico proviamo a immaginare una cosa così. (Ripeto: a voi non è mai successo !) Abbiamo fatto faticosamente del nostro meglio. Apparentemente, lei ha collaborato con scarso entusiasmo. Nel momento culminante del finale travolgente (?) c’è stato un sospiro, un “ooh” fioco e roco, una lievissima contrazione. Occhi chiusi, naturalmente. Espressione imperscrutabile. Siete rotolati di fianco e avete fissato il soffitto cercando di trattenere il fiatone. Lei ha fatto passare venti secondi, poi si è rannicchiata contro la vostra spalla.
E adesso ? Poche storie: se le credete, o le volete credere, lasciamo perdere. Siete dei filosofi. Ma se non le credete, dovete domandarvi perché fingeva.
In effetti, non c’è neanche bisogno di non crederle: basta il dubbio. I suoni erano forzati, i movimenti non erano spontanei, quel rannicchiarsi contro la spalla aveva l’aria di un mezzo rimprovero, come se avesse detto: non importa se non sei stato Escamillo, fammi le coccole come il mio papà. (Non so a voi, ma a me niente mi fa andare in bestia come una che mi si struscia addosso vagheggiando il padre). Insomma: fingeva. Ma perché ?
Forse qualcuno (o qualcuna) istruisce le donne e spiega che un commento sarcastico sarebbe deleterio per i futuri rapporti. Ma quando avviene questa occulta iniziazione alla psicologia del sesso ? E perché a noi maschietti nessuno dice niente ?
Parliamoci chiaro: questa spiegazione non mi convince. Anche perché (non proprio spesso, ma qualche volta càpita) esistono anche le avventure, le “cose da una botta e via”. Possibile che quelle si concludano sempre necessariamente con un orgasmo ? E se non è così (e non lo è), perché una donna dovrebbe fingere quando sa benissimo che non ti vedrà mai più ?
Una vecchia leggenda dice che Tiresia trovò due serpenti che si accoppiavano, li percosse con il bastone e per incantesimo fu tramutato in donna. Nove anni dopo si trovò di fronte alla stessa scena, percosse ancora i serpenti col bastone e tornò uomo. Qualcuno gli domandò se, avendoli provati tutti e due, era maggiore il piacere sessuale dell’uomo o della donna. Tiresia rispose che il piacere della donna sta a quello dell’uomo come dieci a uno. (La traduzione dal greco è controversa quanto alle cifre, ma la sostanza è che il piacere della donna è molto superiore a quello dell’uomo).
Avanzo un’ipotesi. La donna fa sesso solo con se stessa. (Ripeto: è soltanto un’ipotesi). Ciò che le provoca l’orgasmo è un fatto puramente mentale, che si ingigantisce se, per pura casualità, l’uomo si comporta esattamente nel modo che ha in mente lei. Per questo finge. Per se stessa. Perché per lei l’illusione conta più della realtà.
Questo blog l’ho messo in piedi il 25 agosto da un momento all’altro senza nessuna idea precisa. Una specie di raptus. Mi sono innamorato di un blog perché non avevo niente da fare, più o meno. Avevo appena finito il mio prossimo romanzo ed ero ancora “caldo”, come si suol dire. La mia odioamata città era ancora a misura d’uomo, metà degli psicopatici di tutte le classi sociali residenti qui, nella capitale mai stata morale del Paese, erano ancora a godersi i loro cartolinacei mariemonti. Sono andato su Splinder perché mi piaceva il nome. Clarence non mi piaceva, mi sembrava il goffo nome di battesimo del personaggio maschile di un romanzo ben harmonizzato. Excite? Per niente eccitante. Splinder invece mi suonò subito bene: mi venne in mente un personaggio nuovo, il Comandante Splinder, da non confondersi però col Comandante Straker, quello della base SHADO della serie televisiva UFO (vedi foto). Ad ogni modo ho scelto il provider (o il server?...) a orecchio, si può proprio dire. Fui su Splinder in pochi secondi passando da Google, e nonostante la mia conclamata tecnoimbranatudine misi in piedi il blog in 5 minuti. Presi dal cilindro neuronico del mio cervello in quel momento ben sintonizzato il nome di Markelo Uffenwanken altrettanto al volo. Dovete sapere (per chi ancora non lo sapesse, dato che l’ho detto a tutti quelli che conosco, e tutti quelli che conosco prima o poi sono venuti a sfruculiare qui…) che questo è il nome di un finto regista porno di un finto film porno che si trova all’inizio del – vero, almeno lui - videoclip del brano “Outside” di George Michael, uscito un paio d’anni fa o forse più. All’inizio di quel bellissimo video, prima ancora che parta il pezzo, scorrono i titoli di testa in rosso fuoco; e intanto una biondona da urlo tarzanico si sta lentamente spogliando davanti a un biondo seduto di fronte a lei, preso da evidenti scalmane arrapatorie. Alla fine di questa simpatica introduzione ecco la famigerata scritta: “Regie (o qualcosa del genere in una lingua comunque nordica, non ricordo) Markelo Uffenwanken”. Da cinefilo corazzato e da mezzo crucco quale sono non potevo farmi sfuggire questo nick, onestamente. I sottotitoli di questo “fabbricone” li scrissi sul tag (o come diavolo si chiama) inventandomeli in quei 5 minuti primi. Ho cominciato senza dir nulla a nessuno. Di blogosfera sapevo quello che avevo imparato, se così si può dire, in meno di un anno di frequentazione come articolista e commentatore di Nazione Indiana, che io amo definire la “mamma di tutti i blog pensanti del Paese”. Insomma, buttavo giù due o tre pezzi al giorno che restavano spesso senza commenti. Ma ero in vena. Sperimentavo. Facevo del protopostdadaismo. Poi alcuni miei cari amici di penna, a settembre, mi sgamarono: davanti a una Guinness giunta al suo epilogo confessai dopo un quasi pressante interrogatorio che si, Markelo Uffenwanken ero io, Franz Eccetera Eccetera.
Da qualche tempo, come ben sapete e soprattutto vedete, nel fabbricone virtuale riesco a postare anche le foto. Questa è diventata una blogzine illustrata. Mi piace da matti accostare testo e immagine, per me è una cosa nuova, aggiunge atto creativo ad atto creativo. Devo ringraziare il poeta dall’interfaccia pulita superesperto di computer Giovanni Monasteri, per questo: con un paio di mail mi ha chiarito come acchiappare le foto da Google in pochi secondi. E’ bella questa cosa: si prende e basta. Si espropria proletariamente senza commettere reato. Essi (tutti) lo fanno, e qui come spesso altrove, sul web, nessuno prende viceversa una lira per quello che fa, qui tutti scriviamo gratis, per pura passione, per esibizionismo, per quel diavolo che ci pare, a ciascuno la sua motivazione. Forse siamo- chi più chi meno e sotto sotto- dei sognatori. E in un certo senso ci troviamo come ai vecchi tempi delle radio libere, siamo in un nuovo Far West, e questa – come tante altre- è una specie di radio libera da leggere da qui fino a El Paso e anche oltre. Siamo capaci di arrivare fino in Australia, tecnicamente parlando…
Comunque volevo anche dirvi che sono davvero tanto affezionato a Splinder, almeno per ora. Perché funziona e mi suona bene, appunto. Ci sono affezionato soprattutto a orecchio.
Un abbraccievole grazie a tutti voi, intanto, per il fatto che condividete con me questo intrattenevole spazio. Non vi regalo il solito panettone farcito del vero capitalista, anche perché immagino ne avrete già fin sopra i capelli dell’esofago; però vi regalo il mio affetto, e scusate se è poco... Sono passati esattamente 4 mesi e a scriverci qui siete soprattutto voi, perlomeno un buon numero. Non lo sospettavo minimamente, questo, quel 25 agosto, quando mi vennero quei “5 minuti”, anche perché non sapevo proprio dove sarei andato a parare, come sempre. Augurwanken.
di Mario Bianco
Modestamente in una precedente vita ero il re mago o magio, chenneso, Baldassarre, il quale, cioè io, essendo suo avatar, me ne venivo in Palestina scopo partecipare a Fiera astronomica e tenere bancolotto con responsi cabbalistici per raggranellare qualche denario o talento, magari, vuoi dracma, quando incontro sulla stessa via due sciammannati coronati,( per finta) mezzi 'mbriachi, che andavano cantando singolari litanie o peani, nonsisabene, nomati Gaspare e Melchiorre, a quanto pare evasi di lavoro forzato babilonese.
Questi birbanti s'erano furati un cammello enorme a viaggiatori mongoli, comprese vettovaglie, bevande, finimenti, pane e salame( non essendo semiti).
Insomma mi fanno: se vieni con noi andiamo a fare i musicanti di Brema.
Ah - dico io - se mi date 'o turbantone pure a me, e mangerie, seguovi immantinente.
Fatto sta ed è che invece che a Brema ci siamo fermati a Betelemme che c'era il cartello sbagliato, allora, scopo riposo.
Ci rifuggiammo in stamberga ove trovammo poveri cristi, di cui una femmina da poco sgravata, che a noi fetenti tuttavia fece pena, non certo suo marito Giuseppe, scansafatiche cronico e falegname disoccupato organizzato che portava disgraziata famiglia sua a scroccare dies Natalis Solis presso parenti di moglie.
Il figliolino era carino, però.
Tirammo fuori allora dai sacchi dei mongoli bastoncini di incenso, scopo togliere puzza sterco animale che aleggiava pregnante in detta stamberga o stalla.
Indi una collana di tolla lustra scopo omaggio a madre e birra, barillotto uno, per festeggiare.
Poi demmo a madre, di nascosto al falegname, trenta denari scopo acquisto primo corredo a piccino nato.
Ma fu cattivo auspicio e profezia: 'sti trenta denari.
Poi ce ne andammo definitivamente a Brema dove trovammo un asino, un cane, un gatto e un gallo con cui fondammo Orchestra Filarmonica.
di Cristiano Prakash
Qualche anno fa, pochi anni, scrissi questo per gli amici. Il periodo, come si evince dalla stessa, è lo stesso di ora: fine dicembre, fine anno, come ogni anno, pressappoco ogni anno.
Corrisponde al tentativo di fare gli auguri a persone che conoscevo. Qualcuno più caro di altri, ma tutti importanti.
Ora, grazie al blog, non sono più io a propormi a qualcuno; ora qualcuno sceglie di passare di qua e, visto che c’è, farsi fare gli auguri da me.
Ed è perciò che ribadisco il concetto: auguri, veri e sinceri.
Sono gratis.
Ma per me valgono.
Pensieri per il presente prossimo
Fuori, oltre la finestra accanto al computer acceso, un cielo bianco confetto coperto di nuvole sembra indifferente al tempo.
Testimone e interprete diretto di quello atmosferico, rimane comunque impassibile anche quando si scatena investendo delle proprie esigenze il pianeta terra, puntino al quale riserva la stessa attenzione di quegli altri che lo abitano; un neo nel suo immenso corpo inconsistente e concreto.
Preso da questi pensieri vacanzieri di fine dicembre, penso all’enorme sproporzione dei nostri affanni terreni e a quale valore attribuiamo al tempo, nell’accezione moderna: quello che passa veloce, che rincorriamo e contrastiamo sperando, piccoli come siamo, di poterlo condizionare. Il tempo che ci contiene da quando veniamo a quando lasciamo, con un corpo-custodia, questa bellissima e saporita esistenza terrena.
Così la linea della vita, con agli estremi i grandi misteri su cui ci interroghiamo, spesso sbattendo il grugno sul nulla, territorio estraneo alle dinamiche della mente razionale, scorre placida: semplicemente iniziando quando può e finendo quando deve; senza fretta, senz’astio; scivolando fluida ed eterea.
Ma un piccolo essere di passaggio su un mondo immenso per lui, anche se, come si diceva poche righe fa, relativamente piccolo nell’universo, a fine dicembre pensa all’anno nuovo.
E il piccoletto, che sarei io, ci pensa in termini inflazionati e tipicamente umani: cosa farò nell’anno nuovo; come sarò/à; quali meraviglie e /o tragedie mi riserverà; riuscirò a stillare, almeno una, perla di saggezza, un intento degno di essere ricordato ogni giorno?
Metaforicamente lacerato dai dubbi circa la possibilità di riuscire in almeno uno dei bei propositi cui sopra, mi prometto, spergiuro e imperfetto quale sono, almeno di tentare questo:
visto e considerato che il tempo è un’invenzione, lo spazio è un concetto, le fedi sono un’armatura con la quale ripararsi dalle incertezze, dovrei progettare qualcosa che dipenda solo da me, dalla mia consapevolezza, dalla mia capacità di essere presente a me stesso;
ergo: vivere ogni momento come fosse il più importante di tutti, sì da trasformare passato e presente soltanto in verbi; sì da rimanere il più possibile in compagnia della mia solitudine che è l’unica certezza che ho, senza isolarmi; sì da essere generoso e disponibile con gli altri perché fa bene a me e non perché ne sarei ripagato; sì da non perdere tempo ( ecco che torna) a preoccuparmi di cose inutili.
Ecco, questo ho pensato in questa giornata fredda ma non troppo, triste ma forse no, in fin dei conti bella a saperla guardare con lo sguardo innocente di chi se ne frega di considerarla e catalogarla.
Un augurio a tutti di saper vivere il più intensamente possibile ogni momento che ci è concesso in questa inebriante vita: questo è il mio augurio, non tanto per l’anno nuovo, ma per l’attimo che inizierà subito dopo questo appena passato.
Un abbraccio a tutti.
Cristiano Prakash.
Immagino tu stia bene
lassù dove ti trovi
(assistenza gratuita, pasti caldi, amore, libri belli da leggere, sole imperituro).
Mi parlavi, da vivo, di colline pietose
bombardate, e di fossati rosasangue
e parlavi parlavi parlavi
fino ad ammutolire (io sbadigliavo).
Negli ultimi tempi
ci passavamo le sigarette come in cella;
ti riportai al vecchio vizio, io, giovane bastardo, giovane infingardo.
Il morbido sorriso, l’età affrettata
sul tuo viso scuro di non ancora vecchio
di divenuto stancamente solo…
Venni a riprenderti lontano, dopo la fine
ti appoggiai una mano sulla nuca col pensiero nero
e ti lasciai andare per sempre
tra quelle colline lucide di veli d’erba
nell’estate dei cardi e dei vecchi ricordi.
Non piango più da un pezzo, su di te.
E sono contento che tu non esista
qui, in questo mondo porco
in questo mondo fottuto
e ubriaco fradicio, e vivo per miracolo.
Ti amo.
Non so cosa regalarmi per Natale. Un libro, direte voi. E che me ne faccio? Ne ho fin troppi, soprattutto da leggere. Un bel cappotto da gangster? Non è una cattiva idea, magari con quello indosso vado a farci una rapina in un supermercato stracolmo di primizie della Bauli. Un lettore DVD me lo compro di sicuro. Ma si, ci sono sempre i libri, comunque. A pensarci bene, anzi benissimo. Li compro a Natale e magari li leggo a Pasqua. O addirittura sotto l’ombrellone. Vediamo, cosa potrei acquistare in libreria? Un nuovo romanzo di Lidia Ravera, per esempio. E se avesse scritto e pubblicato “Porci con le ali 30 anni dopo”? O magari il seguito di quel suo romanzo – di cui non mi ricordo il titolo anche perché non l’ho letto – ispirato alla storiaccia, diciamo così, di Novi Ligure? Perdio, perché perdere tempo a scrivere raccontini pulpici per internet come faccio io – con 10 anni di ritardo, si, ma io sono uno sperimentatore protopostdadaista, questo bisogna dirlo- quando il pulp lo si può comodamente pompare dalla cronaca nera? Qualcuno ha idea di scrivere un romanzo ispirato all’affaire Cogne? Oddio, rischio di fare la figura del disinformato, magari un epigono della Ravera s’è già attivato in tal senso e io non l’ho ancora saputo. Se no, a parte il libro di Sergio Endrigo abbondantemente pubblicizzato anche su queste colonne, si potrebbe pescare nella narrativa sanremese più in voga. No, non sto parlando di Italo Calvino, sanremese di origini. Sto parlando dei sanremesi dell’ugola. Possibile che ViniCIUS Capossela non abbia pronto un nuovo pastiche – accio? Lui non è uno da Festival, dite? Gia, è vero, lui è uno da Premio Tenco, scusate tanto e noblesse oblige. Scrive proprio con una gran bella voce. Una voce roca che scorre scatarrando sulla pagina. Vediamo ancora: Gino Paoli potrebbe uscire con una strenna. O l’ha già fatto? “Sapore di rane”, un romanzo ambientato tra le risaie del Pavese? Oppure… Ah si, che fine ha fatto l’eterno giovanotto Iovanotti? Non aveva scritto un libro anche lui, tempo fa? Dov’è l’opera seconda? O eventualmente terza? Dov’è la Pivano? Hem si rivolta nella tomba? E Faulkner che fa? Quello, se lo viene a sapere, nella tomba si spara direttamente con un Winchester 73. Anzi no, dati i precedenti in vita, a spararsi nella tomba ci vedo viceversa l’uomo di “Addio alle armi”… Forse Ferlinghetti no, lui uno come Iovanotti l’avrebbe pubblicato in ciclostile. Dall’urlo di protesta di quell’altro, come si chiamava?, Ginsberg?, all’urlo positivo di Iovanotti. Basta la protesta: come una volta, nei vecchi Carosello- grazie all’attore Tino Scotti- bastava la parola. La parola Falqui. Il confetto per andare di corpo.
Insomma, a Natale vorrei tanto leggere il romanzo di un cantante. Ligabue a che punto è? Lui scrive solo in certe notti, mi sa. Quando non canta e non suona. Ma è un’ottima persona, questo si, un bravo cantautore. Certo, anche mia zia è un’ottima persona, però non pubblica libri. Mah, in effetti dovrei chiederle perché non lo fa, una volta. Magari scrive un paio di libri epocali e poi si ritira come Salinger. Oltretutto non canta nemmeno, mia zia. E’ strana, questa cosa, veramente. Comunque c’è sempre Vasco. Lui è un uomo di pensiero, ha già esordito nelle Patrie Lettere. E si mette la bandana come Berlusconi. D’altra parte i trasgressivi si bandano… A parte quell’altro scrittore di vita vissuta, come si chiama? , ah si, Franco Califano. E ad attori come stiamo messi? Beh, Faletti l’attore non lo fa più, e poi le copie sono copie, carta stampata canta. Lui fa lo scrittore molto sul serio e anche abbastanza bene, cioè con ironia. Certo, l’ironia lui ce l’ha sempre avuta, soprattutto ai tempi di Vito Catozzo. Ma Faletti è un’eccezione. O no? Ma si, gli altri, tutti quanti, sono veri artisti a trecentosessanta gradi, l’importante è esprimersi. Perché c’è tutta questa urgenza di dire. E dico io, a proposito: Peter Falk dipinge ottimi quadri, perché in America non gli fanno scrivere un bel giallo? Con l’esperienza che deve essersi fatto in 30 anni di “Tenente Colombo” lui un giallo lo scrive ad occhi chiusi. Cioè, volevo dire ad occhio chiuso. Magari poi vai a scoprire che i gialli li scrive davvero. Come George Kennedy, vecchio attore hollywoodiano, uno dei migliori vilain del cinema classico, c’era anche in “Quella sporca dozzina”. Lui partorì alcuni gialli abbastanza decenti, dico davvero, li lessi pure. Collana Giallo Mondadori. Secoli fa. Insomma, c’è spazio per tutti, siamo decisamente al venghino siori VIP. Vi prego, aiutatemi a trovare una strenna libraria scritta da uno che non è uno scrittore mentre sto pensando a quale cappotto comprarmi. O a quale lettore DVD. Natale è terribilmente vicino e ho bisogno di consigli di lettura di un certo peso, non voglio arrivare in libreria all’ultimo momento e trovarmi di fronte, dentro scaffali semivuoti, ai soliti libri di letteratura dei soliti scrittori che, poveri scemi, nella letteratura ancora ci credono.
di Pamela Canali
(Torna Pamela Canali con una poesia sulla grande diva hollywoodiana. Con l'occasione segnalo che il libriccino di Pamela "Storie e segreti" - questo è anche il nome del suo blog- è in vendita da pochissimo su www.jumper.it, assieme a quelli di altri bravi scrittori della rete. Buona lettura. M.U.)
Nell’infanzia oscura era il segreto
del tuo desiderio. Nel tuo desiderio era il segreto
del destino. E’ il mio sogno, e forse di tutte essere amata
come tu desideravi essere amata e non basta mai l’amore
e non basta mai il segreto apprendimento
della seduzione. Non è del corpo, è dell’anima
il segreto, è di movenze morbide, illanguidite
dalle carezze che non bastano mai.
Tutto l’amore e l’ammirazione
del mondo non bastano a schiarire
le tenebre dell’infanzia.
di Ipno
(Ipno- tra i miei link- è un amico e a mio parere scrive davvero bene. Ripropongo qui - con la sua autorizzazione- un suo recente post. Buona lettura. M.U.)
"Per alcuni anni, da ragazzino, pensai stoltamente che fosse giusto e onorevole essere ben disposti verso il prossimo.
Bastò poco, per fortuna, perché mi convincessi che essere ben disposti fosse più utile che giusto. Così mi applicai, severamente.
Al punto che ora, oggi, tocca agli altri essere ben disposti verso di me.
Sono ricco e giovane. Ho macinato chilometri in silenzio, ascoltato le confidenze dei miei clienti, abbassato il capo dove andava fatto e sono stato spietato quando ho agito da esecutore. In meno di dieci anni ho polverizzato tutte le posizioni intermedie. Non ho mai guardato in faccia a nessuno e ho usato tutto il mio potere per non arretrare di fronte a nulla, nemmeno alla vergogna, l’ostacolo degli stupidi, dei molli. La forza si misura dai risultati. Io sono passato attraverso le cose senza alcuno scrupolo, alcun rimorso: pensieri che rallentano, che minano le possibilità di riuscita. Ne ho avuti sempre pochi.
No, non è vero: ne avevo, ma ho imparato presto a soffocarli.
Non mi servivano. No, non è vero neanche questo: mi facevano male.
Ma chi soffre è un idiota. Soprattutto se persevera.
Tra qualche giorno sarà Natale. Mi godrò tutto: le mie figlie, mia moglie.
Ricordo quando ci siamo sposati, quella giornata perfetta. La rivedo entrare in chiesa. Era mai stata così bella? Pensai a quelli che tra le navate della chiesa mi invidiavano. Ce n’erano, di sicuro, e l’invidia degli altri mi ha sempre nutrito. Mi ha aiutato a farmi largo tra gli uomini. E a fare di me un vincente."
Quest’uomo, un giorno, mi ha sconfitto.
di sEp
(Eccovi due esempi di "Spontaneous Poetry" di sEp. Buona lettura. M.U.)
RICHIESTA RIDICOLA
nel senso che quella ridicola sono io
si perché, ecco
come dire
da un po'
così, no
il mio computer,
questo in ufficio, eh
fa così
i cosi
i capricci, ecco
e non ridere
non apre ellittico
ed è, insomma
il colmo, no?
il colmo di qualsiasi cosa, direi,
il colmo più di tutto
del tipo "sai qual'è il colmo per?"
ecco, questo è di più
anche perché è in questi uffici che è nato ellittico
però ora no
non apre e cose così
però qui stampo
e leggo solo se stampo
e poi ecco
insomma, si
c'è anche che quindi
la cosa, lì
la pagina di markelo, ecco, si
me la visualizza male
e il link boh,
non li mette e quindi
io ti volevo dire, no
che per altri 30 minuti sono qui, ecco
e se tu,
proprio se così, insomma
ce l'hai lì
proprio a portata di mano
che proprio neanche, insomma
non è che, ecco,
mi va di disturbarti proprio,
si ecco
quindi
che mi mandi i racconti?
AUTOBIOGRAFIA IN UNA PAROLA
pelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapeland
ronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronape
landronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandro
napelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapela
ndronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandrona
pelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapeland
ronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronape
landronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandro
napelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapela
ndronapelandronapelandronapelandronapelandrona
come l'hai scopertooooooooooooooooooo?!?!
Mi piacciono certe sparate di Genna. Come quell’ultima sui Miserabili, quella su Sergio Endrigo. Un grande. C’è anche una petizione da firmare via internet. Perché l’hombre de Pola possa veder ristampati tutti i sui numerosi LP. Io ho firmato, Endrigo mi è simpatico e ha scritto alcuni ottimi pezzi, di sicuro una canzone molto bella, Io che amo solo te. Il suo libro in uscita dal titolo splendido (Quanto mi dai se mi sparo?) fu ampiamente pubblicizzato quando uscì una prima volta 10 anni fa. Se non ricordo male, Endrigo dovette andare fino in Svizzera per farselo pubblicare, ma le tivu ne parlarono a profusione. Non so se Endrigo sia la letteratura, anzi lo so. Non lo è. Magari, nonostante questo, il suo libro è un capolavoro, d’altronde i capolavori in Italia fioccano come la neve in Siberia. Certo, il titolo è incoraggiante. Ed Endrigo è uno che non si rassegna. In questo fa bene. Nonostante una fortunata carriera (non tutti hanno avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto con la gente giusta, vedi Casa Ricordi 1960) Sergione non ha voglia di mollare la presa. La letteratura in questo paese la fanno tutti. Perché lui no, in nome di Dio?
(riflessioni autunnali dopo un convegno sull’identità di genere)
Vengono in soccorso a questa mia rêverie pre-natalizia, in fuga dal festone obbligatorio e dal kitsch kundera-avvertito, alcune reminiscenze scolastiche.
Come facevamo a scuola a "semplificare" ?
Elidere è più facile, mi ricordo la soddisfazione di mirare, e poi tirare, lanciando quelle due sbarrette "eliminatorie" e perentorie... Ma per semplificare adagio e correttamente una complicata espressione?
E' questione non da poco, perfino esistenziale.
Imperativo categorico era quello di "mettere insieme" frazioni diverse e cifre, in quelle lunghe e labirintiche maratone di calcolo minuto, dense di passaggi, dove in ogni riga era fitta di trabocchetti (prima moltiplico? prima sommo?). E si arrancava attentissimi ad un risultato finale sempre miracolosamente pulito (un piccolo numero intero, di solito...).
Che tormenti pomeridiani, sopra quelle espressioni. Si riscriveva ogni riga mirando costantemente e virtuosamente ad una progressiva riduzione “ad unum” di affastellate costruzioni a due o a volte anche a quattro piani… Una ricerca dell'essenziale, del pulito.... Sì, era un assillo ad alto valore simbolico. E cosa cercavamo?
Cercavamo il denominatore comune!
Ma quale? Il minimo? Il massimo?
Ecco rispuntare, ripensando ai discorsi fatti nel convegno sull'identità di genere, un piccolo e sofferto paradosso: il mcm (minimo comune multiplo) è un numero niente affatto minimo e invece il Mcd (massimo comune denominatore), pur con tutto il suo altisonante appellativo di “massimo”, finisce con il consistere quasi sempre in un 2, un 3, un 5 o poco più. Come si trova, dove si trova un denominatore comune: nel massimo o nel minimo?
Quali operazioni avvengono negli incontri tra persone, quando più individui si affiancano ciascuno con la sua particolare “cifra”, con il proprio quoziente specifico?
Quali operazioni avvengono tra le differenti individualità, tra le culture personali di cui tutti sono portatori, tra le rispettive “sfere” emotive? Quale nuovo e complesso territorio comune dovrebbe formarsi? C’è un contatto moltiplicativo o riduttivo?
E nel caso che nell'incontro di mezzo ci sia anche la diversità di genere, c’è qualcosa di ulteriormente specifico che accade? Avvengono forse in modo implicito delle preliminari “operazioni”, dato che l’identità è contraddistinta, fin dal nostro primo comparire al mondo, dalla appartenenza ad un genere?
Riflettiamo: abbiamo visto questi meccanismi in azione quando abbiamo partecipato, nelle istituzioni di cui facciamo parte, di
Gruppi solo “maschili”
Gruppi solo “femminili”
Gruppi misti paritetici rispetto ai generi
Gruppi in cui un genere prevale?
Era diverso il clima, e il tono?
Esiste una “cultura” maschile, come esiste una “cultura” femminile. Non ne faccio una questione di valore o di lotta, constato l'esistenza di differenze da non ignorare. Alle due situazioni corrispondono caratteristiche differenti di educazione, di etica, di senso del proprio valore personale, di assertività, ecc. Alla prima differenza, di genere, spesso si affianca quella culturale in senso etnico. Davvero, all’interno di ciascuna cultura/etnia, ci sono due mondi che vivono a fianco e non si fondono. Nell’incontro (se si vuole evitare il confronto e lo scontro) ciascuno tiene per sé parecchie consapevolezze e porta a confronto solo parti del proprio “territorio…”. Se non vogliono scontri, i due generi inscenano incontri ritualizzati, nel territorio limitato dell’intersezione tra le rispettive sfere.
INCONTRI PARZIALI… che restano nella zona ristretta del Massimo comune denominatore. E con le culture, non accade spessissimo altrettanto?
Ma proviamo a passare all'altra posizione, per ragionare lucidamente nell'altro modo.
Quando si incontrano più frazioni diverse (possiamo rappresentare ciò che portiamo ad un incontro come una frazione di ciò che siamo, no?), si può decidere di raccogliere i diversi valori sotto un minimo denominatore comune. Trovare una base comune, fondando una nuova e ampia “cultura” di gruppo, con un orizzonte non riduttivo ma generoso, senza restrizioni. Non è cosa da poco. Tutti si devono "ri-moltiplicare" e cambiare, in funzione del nuovo denominatore.
Proviamo a pensare alla costruzione di un terreno comune, passando per il minimo comune multiplo.
Sono in rete, se ve ne puo' fregare qualcosa, un paio di brevi racconti dell'Uffenwanken. Due recentissimi prodotti "pulpici" della mia officina. Uno è su Ellittico, s'intitola "Un discorso molto serio" e parla, diciamo così, di problemi di coppia. L' altro è su Paroledisicilia (vedi tra i miei link- da poco la webzine ha una nuova veste grafica secondo me molto bella) della banda Mirci und Monasteri, s'intola "Serata in famiglia" e lì si spara proprio senza esclusione di colpi, è il caso di dirlo. Grazie per l'attenzione.
Se non l'avete ancora fatto, andate a leggere su Carmillaonline o su Kinglear dell'amico Iannozzi il pezzo di Valerio Evangelisti "La forza del niente: il caso Fallaci". Pezzo straordinario. L'orgogliosa pasionaria del nullasfaccimme, la Céline da pappacolpomodoro dei poveri coglioni, la rabbiosa consumatrice di razzistico livore all'europea in diretta da New York ha ricevuto dall'Evangelisti la stoccata che aspettavamo da tempo. E' una vergogna che in questo Paese Senza (una delle poche espressioni testosteroniche coniate da Arbasino) libercoli come quelli siano stati acquistati in così grande quantità, in quantità industriale. C'è del marcio anche in Italia, la verità è questa.
di Elio Paoloni
(Recentemente, su queste colonne, si è dibattuto anche di colonialismo. Eccovi dunque un elettrico pezzo di E.P. sull'argomento. Buona lettura. M.U.)
Esilarante. Sì, sto parlando della lettura di seri lavori scientifici, e affermo che non mi sono mai divertito tanto in vita mia. La comicità non è involontaria ma non c’è stata neanche premeditata ricerca di accostamenti: è la Storia a essere comica. Deliro? Qualcuno pensa ancora che la storia sia rigoroso, geometrico, dispiegarsi di un disegno? Henri Wesseling mette in guardia dall’attribuire un senso che non sia circoscritto alla ricerca di un inizio o di una causa (non possiamo parlare di un unico evento né di un’unica motivazione… la società non agisce secondo le leggi della meccanica… taluni atti possono essere definiti reazioni ad altri atti ma non in senso meccanico). La mentalità di un’epoca influenza le decisioni ma certi ordini di idee pur non mancando di logica non sono ovvii. Certe deduzioni (occorre dominare il Nilo per difendere l’Egitto) sono ovvie ma non ineluttabili. E se, coinvolti nell’orrore, quasi tutti concordiamo con Shakespeare nel considerare la storia "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla", tuttavia, guardando un’epoca lontana, senza coinvolgimento emotivo o ideologico, succede che il prevalere della casualità e la bizzarria di alcuni attori trasformano i più drammatici degli eventi in una pochade.
La lettura di libri come "La spartizione dell'Africa, 1880-1914" ha scardinato tutte le mie solide – ancorché vaghe – certezze. E immagino che molti tra i non specialisti, anche quelli più acculturati e accorti, forse proprio coloro che usano fondare le proprie analisi geopolitiche sul colonialismo (per essere più precisi sui nefasti effetti del colonialismo) condividano il mio stesso bagaglio di luoghi comuni. Passerebbero pure loro di sorpresa in sorpresa.
Cominciamo dal titolo: spartizione. Non invasione, conquista, sfruttamento, men che meno colonialismo. Inizialmente (e per lungo tempo: a volte non ci fu altro) di questo in effetti si trattò: giochini geometrici condotti con incredibile spensieratezza su carte che definire geografiche sarebbe ridicolo. Matite e righelli si spostavano su candide superfici appena sporcate dal ghirigoro dei tratti finali dei fiumi, da indicazioni su montagne ipotetiche e su laghi dati per certi. Si era ancora all’hic sunt leones: questo Monopoli diplomatico fu giocato molto prima che si sapesse cosa si andava barattando, se in questi territori fossero presenti vegetazione o deserto, anime o solo bestie. Non ci furono vere conquiste, tranne in alcuni casi. Quelli che si ottenevano erano diritti di commercio: io navigo sul Niger e tu traffichi sullo Zambesi, l’Alto Nilo non si tocca se no mi inquinate quello Basso. Il fatto è che di quest’Africa lontana e costosissima (molti “possedimenti” restarono fuor di possesso perché non c’era alcuna convenienza a impossessarsene) popoli e governanti non volevano sentir parlare.
Lord Salisbury, alla guida della politica inglese dal 1885 al 1902, non aveva interesse per l’Africa (è stata creata per divenire una piaga del Ministero degli Esteri) ed era ben consapevole della casualità delle annessioni: “lo studio assiduo delle carte geografiche è in grado di invalidare le capacità di raziocinio di un uomo”. L’Inghilterra, del resto aveva troppi antichi domini a cui badare. Molti ministri inglesi – che non avevano la possibilità di mandare soldati a garantire la sicurezza nelle “colonie” - finirono tuttavia per avallare le acquisizioni e difenderle nei congressi. Noblesse oblige (e poi non si potevano lasciare troppe aree di influenza ai francesi). E’ vero che si preoccupò di tenere sgombra (non si sa mai) una linea ipotetica quanto inutile tra il Cairo e Città del Capo (e, sempre perché non si sa mai, una in croce tra est e ovest) ma ci fu tirata per i capelli perché la rovina finanziaria dell’Egitto (che minacciava i crediti di tutta Europa) la costrinse ad amministrarlo direttamente. Tutto appare più subito che premeditato.
In quanto alla Germania, aveva un’Europa a cui badare. La Francia post Sedan, perdute l’Alsazia-Lorena e l’iniziativa industriale e commerciale, aveva più necessità di sfogo ma furono la marina e i geografi a inventarsi una vocazione coloniale che i capitalisti avversarono sempre (ancora nel 1914, solo un quarto degli investimenti nei domini subsahariani erano privati e tutti insieme non ammontavano che al 4% degli investimenti esteri francesi). Tranne alcuni governanti, nessuno voleva cacciar fuori un quattrino per queste imprese in perdita.
L’intero evento, dunque, fu affare di medi imprenditori e ufficialetti in cerca di gloria. Questa gente andava in giro a raccattare firme – si fa per dire – su concessioni di navigazione e commercio da quanti più capi tribù possibile. Si trattava di tribù stanziate lungo i fiumi ma si dava per scontato che gli accordi riguardassero il territorio sconfinato tutto intorno, sul quale nessuno dei firmatari aveva in pratica alcuna autorità, e a volte neppure conoscenze. Dopo di che, gli avventurieri giravano la cartaccia ai governi perché la sbattessero sui tavoli diplomatici. A volte andava bene, altre no. Cameron nel 1857 “annettè” una parte del Congo ma il governo inglese, ringraziando, rifiutò. Brazza nel 1880 fece altrettanto ma il governo francese rispettò la sua decisione e la fece propria. Il parlamento avrebbe anche potuto non ratificare il trattato ma lo fece. Le potenze avrebbero potuto rifiutarne il riconoscimento, come avrebbero fatto nel 1884 con il trattato anglo-portoghese, ma questa volta venne accolto. Così andavano le cose.
Altra sorpresa: la guerra più cruenta, la più terribile per i civili, fu una guerra tra bianchi, quella tra inglesi e boeri, sostanzialmente una guerra civile, perché le colonie olandesi erano in realtà popolate da moltissimi inglesi. Il lato comico della situazione, infatti, era che il governo inglese lottava per far perdere la cittadinanza ai propri sudditi (nella speranza che poi capovolgessero la politica delle repubbliche boere). Il casus belli non era solo futile, ma aberrante.
Verso gli indigeni, al contrario, si cercava di evitare le brutalità, dato che le motivazioni addotte per finanziare le missioni erano di tipo umanitario e le opinioni pubbliche non tolleravano notizie di eccidi (quando in Francia giunsero notizie sulla spietatezza della missione Voulet-Chanoin il governo fu salvato solo dal provvidenziale decesso dei due comandanti, dati per impazziti). I massacri, insomma, riguardarono più spesso gli invasori (investiti, volenti o nolenti, della “missione civilizzatrice”) che gli invasi (con l’eccezione dei metodi barbari e brutali che resero tristemente celebre l’operato tedesco in Africa Orientale). Le “conquiste” erano in prevalenza incruente e spesso fonte di ricchezza per le popolazioni locali.
Ma il capitolo più esilarante è quello dell’invenzione del Congo, ovvero del modo in cui un sovrano da operetta inventato qualche anno prima dalle potenze europee, privo di qualsiasi peso politico, finanziario, militare, riuscì a impadronirsi di un territorio grande due volte e mezzo l’Europa.
Non perdetevi per nulla al mondo l’intreccio di sospetti, gelosie, calcoli precisi e strampalati, visioni cortissime e lungimiranti che permisero non – si badi bene – l’annessione al Belgio, bensì l’acquisizione personale – tramite associazioni umanitarie che divennero poi imprese commerciali – da parte di Leopoldo II.
Il sovrano, dunque, ha voglia di un dominio, uno a caso. Solo dopo aver scartato Nuova Guinea, Formosa, Tonchino, Sumatra e persino l’America Latina si concentra sul Congo, organizzando una prestigiosa conferenza geografica a Bruxelles, per allestire basi alla foce del Congo, ovviamente allo scopo di organizzare opere filantropiche.
Ma un ufficiale francese in congedo straordinario, incaricato da un associazione privata di istituire postazioni atte “ad approfondire le cognizioni scientifiche, diffondere il cristianesimo e combattere lo schiavismo”, pianta la bandiera francese da quelle parti e comincia a stilare trattati con i capi tribù. Ah, sì? Leopoldo fa preparare pacchi di formulari standard per i trattati e li affida al celeberrimo esploratore Stanley, che riesce a farne firmare centinaia. Sorge però l’ostacolo Portogallo, che vanta antichi diritti di scoperta. Gli inglesi aborrono il Portogallo, schiavista e monopolista, ma i diplomatici, di fronte al procedere dei trattati francesi, sono intenzionati a favorire il Portogallo (meglio un minuscolo Belzebù del diavolo potente che è la Francia). Che ti combina allora Leopoldo? Dichiara che nel SUO Stato Libero del Congo avrebbe imperato la libertà di commercio TOTALE. Per smerdarlo i portoghesi sbandierano i trattati di Stanley, grondanti clausole sui diritti esclusivi. E il sovrano, serafico: ho dovuto appunto esigere i diritti esclusivi per farne dono all’umanità intera. Ma proprio adesso la Germania comincia a metter becco nella spartizione: Bismarck ha dovuto ammettere che se nessuno può provare che le colonie siano utili all’impero, non si può nemmeno provare che siano dannose. In conclusione, però, anche ai tedeschi importa soprattutto che l’area non venga dominata da vere potenze. Perciò, anche se le pretese del belga erano fantasmagoriche (come se un’associazione con un paio di postazioni lungo il Reno tra Basilea e Rotterdam pretendesse la sovranità su tutta l’Europa Occidentale) le accettò.
Tocca convincere i francesi, che non temono certo lui (senza una marina, senza fondi, non sarebbe riuscito a mantenere il Congo) ma gli Inglesi, che avrebbero finito per impossessarsene. “E io vi do il diritto di prelazione”! (il lato sbalorditivo: questo trattato non fu firmato con il Belgio, ma con il segretario di un’associazione che faceva capo al re. Il lato tragicomico: nel 1960, quando i belgi smobilitarono, De Gaulle fece presente la validità legale di quel diritto di prelazione). Ai francesi Leopoldo presenta una carta più grande di quella originariamente discussa a Berlino (comprendente il Katanga, che gli avrebbe regalato ricchezze minerarie enormi) ma quelli non fiatano: avendo il diritto di prelazione hanno interesse a che lo Stato sia il più grande possibile.
L’Inghilterra deve ancora approvare ma il trattato arriva al Foreign Office in agosto, con gli esperti di faccende africane in ferie (sì, sembra proprio una storia da ministeri romani). I funzionari presenti ritengono che la carta sia sempre quella del trattato di Berlino (nel frattempo di erano accumulati tanti di quei trattati, tanti di quei Congo, tanti di quei bacini del Congo e di quella associazioni del Congo che non si capiva più quale fosse la carta originaria) e ratificano.
“E fu possibile aggiungere un altro evento storico nei manuali di storia”.
di Riccardo Ferrazzi
(Poco tempo fa su queste colonne si è dibattuto sulla questione israelo-palestinese. Eccovi un pezzo di R.F., chirurgico come sempre, che rilancia il dibattito. Buona lettura. M.U.)
In tutta l’area geografica popolata dagli arabi le regioni fertili sono tre: la Mesopotamia, la valle del Nilo e la valle del Giordano. In queste tre regioni sono stanziate le popolazioni arabe più numerose, più antiche, più cariche di storia e di cultura. Non c’è da meravigliarsi se gli arabi vivono la perdita della Palestina come una tragedia. Non c’è da illudersi che si rassegnino a dividerla con altri.
Arabi ed ebrei dicono di discendere da Abramo, il quale ebbe Isacco da Sara (e da lui vengono gli ebrei), e Ismaele da Agar (e da lui vengono gli arabi). Questo precursore della “famiglia allargata” non si sa bene dove abitasse: era nomade e andava un po’ di qua e un po’ di là. Gli ebrei occuparono la Palestina molti secoli dopo, togliendola ai Cananei (nessuno sa chi cazzo fossero: si sa solo che erano lì e gli ebrei li hanno cacciati via). Gli ebrei provenivano dall’ Egitto, dove erano schiavi, ed è curioso notare come la storia si ripeta anche a distanza di millenni. Non si sa per quanto tempo gli ebrei rimasero in Palestina. Certo, non ci rimasero mai in pace. Una volta furono anche deportati dai babilonesi. Poi arrivò Pompeo che, con fine intuito, diede battaglia di sabato e sottomise la regione. Gli ebrei ci rimasero male e ruppero tanto i coglioni ai romani che nel 71 d.c. un imperatore incazzato li cacciò via dalla Palestina e li sparpagliò per l’impero.
A questo punto Markelo alza gli occhi e mi dice: “Fratello, perché mi scassi i marroni con le storie di quando Berta filava ?” E io rispondo: “Abbi pazienza, tovarich. Tu non ci crederai, ma c’è in giro gente crede che gli ebrei siano sempre stati in Israele, oppure che non ci siano stati mai, e ce ne sono anche di quelli che non ne sanno una beata fava. Comunque, per riguardo a te, vedo di stringere.”
Le tribù arabe, ancora nomadi e politeiste, ripopolarono la regione. A partire dal settimo secolo, organizzati da Maometto, gli arabi contesero la Palestina all’impero romano d’oriente con le armi e con la demografia. Gerusalemme era ormai una città araba: di ebrei ne erano rimasti pochi e le crociate non si portarono al seguito movimenti migratori. Nel quindicesimo secolo i turchi entrarono a Costantinopoli. Gli arabi (tutti quanti, dal Marocco all’Eufrate) furono sottomessi ai turchi per quasi cinquecento anni. A Gerusalemme c’era un governatore turco che non rompeva più di tanto, poche centinaia di soldati turchi e quaranta o cinquantamila cittadini arabi. Fino alla prima guerra mondiale Inghilterra e Francia non colonizzarono il Medio Oriente.
Intanto gli ebrei erano sparsi in Europa un po’ dappertutto, periodicamente perseguitati e mai visti di buon occhio. I re di Spagna li espulsero. L’imperatore d’Austria li confinò nelle zone di frontiera con la Russia, e altrettanto fece lo zar. Solo alla fine del diciannovesimo secolo un certo Herzl cominciò a propagandare il sionismo, cioè il ritorno degli ebrei nella terra promessa. Sembrava un povero illuso. Ma quando finì la seconda guerra mondiale e si scoprì la vergogna dei campi di concentramento, il sionismo diventò una cosa seria. Gli ebrei non volevano più saperne di stare in Europa e cominciarono a emigrare con ogni mezzo. Per convincere gli inglesi a mollare la Palestina ci vollero un paio d’anni di guerriglia combattuta INSIEME da arabi ed ebrei. Però gli ebrei erano ben messi dal punto di vista diplomatico e si sentivano moralmente in credito nei confronti del mondo intero; gli arabi invece non se li filava nessuno. Nel 1948 l’ONU sancì la nascita dello stato di Israele. Subito dopo la dichiarazione, i proprietari terrieri arabi furono sloggiati con le buone o con le cattive. Trent’anni fa un medico originario della zona di Haifa mi raccontò che la sua famiglia aveva dovuto lasciare casa e terre sotto la minaccia dei cannoni. Vero o falso, non lo so. Ma queste sono le versioni che circolano.
Da allora, tutti gli stati arabi circostanti hanno strumentalizzato la causa palestinese con l’idea di far fuori Israele e spartirsi il bottino. Questo era il piano di Nasser e di Assad. Non ebbero fortuna. Anzi, ne presero tante, ma tante, che ancora adesso gli scricchiolano le ossa. E dissero ai palestinesi: vedetevela un po’ voi. Il terrorismo nasce di qui.
Onestamente, Markelo, mettiti nei panni di un rais palestinese nel 1967 (dopo la batosta della guerra dei Sei Giorni), senza esercito, senza territorio, senza riconoscimento diplomatico. Cosa avresti potuto tentare di diverso ?
Come vedi, siamo ancora al dannato problema della somma zero: in politica la somma zero non funziona. Tanto Israele che i palestinesi hanno ottime ragioni per reclamare la stessa terra. Ciascuno ha validissimi motivi per lamentarsi dell’altro. Intanto il problema resta lì, incancrenisce, e il terrorismo dilaga.
Ora, con l’occhio dell’europeo che guarda dall’alto credendosi al riparo, si può anche dire che arabi ed ebrei non la raccontano giusta.
A cominciare dalla balla che gli ebrei avrebbero “trasformato il deserto in un giardino”. Intanto, il deserto non c’era: la valle del Giordano è coltivata da sempre. Poi, quando vai in Israele, vedi le campagne peggio coltivate del mondo. Se lo fai notare, ti rispondono: “Eh, cosa vuoi, noi ebrei siamo commercianti, non siamo mai stati agricoltori”. Invece i fellah egiziani sono agricoltori in gamba: lungo la desert road tra Cairo e Alessandria ogni anno c’è meno deserto e più terra coltivata, con filari di piante frondose a difenderla dalle tempeste di sabbia.
Ma queste sono quisquilie. Il guaio grosso è che Israele e Palestina sono e rimangono stati etnici nei quali non è neanche concepibile una convivenza su basi paritarie. Markelo, prova a immaginare una Knesset con un 50% di deputati arabi o un parlamento di Hebron con un 50% di deputati ebrei rappresentanti dei coloni. Non se ne parla nemmeno.
Ogni tanto qualcuno salta su a sostenere la vecchia favola che “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Sì, ma soltanto per gli ebrei. Milioni di arabi vivono in Israele, e non solo nei territori occupati, ma i loro diritti civili esistono solo sulla carta. Di fatto sono meteci, gastarbeiter, quarto stato. La vita democratica in Israele è segregazionista. Tanto per fare un esempio: la maggior parte degli uomini politici israeliani non si chiamano così come sono conosciuti. Portano nomi che si sono scelti al momento dell’elezione a deputato. I loro padri si chiamavano magari Goldsmith o Maier o Ferrara. Non so se è una legge scritta o una tradizione, ma dura dal 1948 e ormai è un obbligo. Ebbene: se Bar Ghouti o Abu Mazen si presentassero alle elezioni in Israele (e i palestinesi andassero a votare), per entrare alla Knesset dovrebbero cambiare nome ? Farsi chiamare Ytzak Coen ?
Ogni tanto qualcuno si indigna per la condizione dei campi-profughi a Gaza. Ha ragione. Ma è anche vero che i capi tribù palestinesi obbligano tutti gli appartenenti alle loro clientele a rifiutare gli indennizzi offerti da Israele per le case e i terreni confiscati. Ed è pure vero che i palestinesi hanno rifiutato di entrare nel sistema democratico di Israele (dove nel giro di trent’anni sarebbero diventati maggioranza) perché la loro dirigenza, cieca e imbecille, ha inseguito il sogno di “ricacciare gli ebrei in mare”. Chi è causa del suo male, verrebbe da dire, pianga se stesso.
Ora la (auspicata) ripresa della road map dovrebbe condurre alla creazione di uno stato palestinese confinante con Israele. Qualcuno si illude che questo significhi la pace, la fine del terrorismo ? Certo non Israele, che sta costruendo un muro (ti ricorda qualcosa, vero, Markelo ?) e sta “convincendo” i coloni a sbaraccare gli insediamenti. Non ci vuole molta fantasia per capire che i palestinesi useranno lo stato per organizzare meglio gli attacchi a Israele con tutti i mezzi, terroristici e non. Ma anche Israele non può pensare di vivere a lungo dietro un muro. Quello di Berlino aveva alle spalle una superpotenza ed è caduto ugualmente.
E allora ?
In realtà, l’unico modo per far convivere popoli diversi è l’integrazione. Ma il presupposto dell’integrazione è la tolleranza, una merce che in Medio Oriente è drammaticamente scarsa. Per quel poco che conosco arabi e israeliani, non posso essere ottimista. Finché vivrò, e ancora per chissà quanto tempo dopo la mia morte, non ci sarà pace in Medio Oriente. Potranno esserci tregue, ma la pace no. Tanto vale saperlo e attrezzarsi.
35 anni da Piazza Fontana. Mercoledì 15 dicembre, al Leoncavallo di Milano, il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa ha organizzato una serata ‘per non dimenticare e per desiderare il futuro’. Prima, alle 20,30, la presentazione del libro ‘Pinelli, una finestra sulla strage’ di Camilla Cederna. A seguire, performance di Dario Fo, Franca Rame e la Compagnia degli Stracci. Alle 23, concerto de Les Anarchistes.
Di questi ultimi, vi presentiamo qui l’anteprima di uno stralcio dal libretto (scritto da Marco Rovelli, prodotto da StampAlternativa) che accompagnerà il prossimo cd – il quale sarà centrato attorno al tema dei luoghi di reclusione e di esclusione nella modernità biopolitica (e in questo rientrano le collaborazioni con Moni Ovadia, Giovanna Marini, la Compagnia teatrale della Fortezza diretta da Armando Punzo).
"Costellazione di passaggi, abitudini brevi, senso precario che fa fronte alla storia. In un galeone che ha mollato per sempre gli ormeggi dai porti sicuri, l’anarchia trova la sua voce nel canto popolare.
Anarchia è esilio ed esodo, e il canto traccia la sua via di fuga. I canti degli anarchici sono briciole che non indicano un senso, ma fanno spazio ai sensi. Sono cristalli di neve pronti a dissolversi appena apparsi. An-architetture. De-costruzioni. Martelli.
L’anarchia è ciò di cui non si può dire, e che occorre mostrare. Come? Attraverso figure. Figure del silenzio. Soggetti al silenzio.
E la prima figura, non può essere che quella di Sante Caserio.
Fornaio. Nomade in terra di Francia, offrì un mazzo di fiori al presidente della repubblica Sadi Carnot. Erano fiori a doppio taglio, il pugnale infilò il cuore di Carnot. Il 16 di agosto del 1894 una lama di ghigliottina mise fine ai vent’anni di Sante Jeronimo Caserio.
(Questo canto è stato salvato dalla grande maestra amica e compagna Caterina Bueno – che, successivamente ne ha approvato l’esecuzione…)"
Entra la corte
Esamina il Caserio
E gli domanda se si era pentito
Cinque minuti m’avessero dato
Un altro presidente avrei ammazzato
Lo conoscete voi vostro pugnale
Sì, io lo conosco
C’ha il manico arrotondo
Nel cuore di Carnet l’ho penetrato a fondo
Li conoscete voi vostri compagni
Sì, io li conosco
Io son dell’anarchia
Caserio fa il fornaio
E non la spia
di Gabriella Fuschini
( Ricevo e pubblico questa poesia di Gabriella scritta di getto il 12 dicembre, cioè ieri. Siamo fuori tempo massimo? Non credo proprio. Si parla di ricordare. E noi abbiamo buona memoria. Buona lettura. M.U.)
Ricordare, non dimenticare
e fu strage tempo fa
si aggiunsero morti a morti
qualcuno volò da una finestra
qualcun’ altro morì senza sapere
e fu strage tempo fa
nella piazza la banca saltò
lacrime dolore
accuse mai risolte
ora non ricorda più nessuno
trentacinque anni sono tanti
troppi per ricordare
come andò veramente
in questo paese ove tristemente
a tarallucci e vino si ottenebra la mente
forse nella testa di bambina l’orrore
volle un posto fisso da cui non poter
scappare
forse per questo mi è difficile dimenticare
e io desidero ostinatamente ricordare
quel dodici dicembre di tanti anni fa

Galbiati. Da oggi trentaquattrenne. Per il nome di battesimo vedi foto. No, niente paura: quella è una "proiezione" in un futuro molto remoto. Non avevo una foto attuale del nostro amico. Trattasi in verità di bel giovane di sana e robusta costituzione, 183 cm x 78 kg. Signore care, soprattutto voi, fate passare un bel compleanno al nostro amico!

"Non chiedetemi se credo in Dio. Chiedetemi piuttosto se ci non ci credo. Se lo farete, vi risponderò di no..."
(Padre Ernesto Tersilli)
"Conservatore: un uomo politico affezionato ai mali esistenti, da non confondere con il progressista che invece aspira a rimpiazzarli con mali nuovi."
(Ambrose Bierce)
di Kanji
(Eccovi un reportage di Kanji sugli amici ellittici, da lei incontrati a Roma qualche settimana fa. Buona lettura. M.U.)
Ormai sono tre volte che percorriamo il vicolo avanti e indietro.
"Ma dov'è, sta Taberna?"
Sono quasi le dieci (p.m.), il reading iniziava alle nove! Controllo per l'ennesima volta le indicazioni. Siamo nel vicolo giusto.
Torniamo indietro e ripassiamo la civica numerazione, ma i conti non tornano. Snocciolando empiamente un blasfemo rosario, mi accorgo che il vicolo si snoda a T. Imbocchiamo la laterale, ed ecco l'agognato n.5.
"Ma sarà qui?"
"Per forza!"
"Ma così, scusa. Niente insegna, niente campanello, la porta tutta nera e la fiaccola accesa. Ma dove cazzo siamo finiti, in un covo di vampiri?"
"Che t'importa? Proviamo a bussare!"
Apre Jonathan, il proprietario. E' gioviale, e privo di canini appuntiti.
Mi basta!
"Buonasera, è qui il reading di Ellittico?"
"Si, si. Prego, lasciatemi le giacche. I ragazzi sono di sotto."
Già m'immagino le occhiate truci, di questo collettivo dalla grafica in bianco e nero. Tutti seduti, l'oratore serio in piedi concentrato, e io fresca fresca a passarci in mezzo. Perché figurati, se gli unici posti rimasti liberi non sono quelli in prima fila!
Ho un po’ d'agitazione che mi sguazza nella pancia. Chissà come sono questi Ellittici. E' da qualche mese che li leggo, nel loro sito e da Markelo. Con sEp ci siamo scambiate un paio di battute via e-mail, è socievole, però non è detto che l'apparenza combaci con la sostanza virtuale. Vabbè, ormai ci siamo. Discesa la prima rampa, già sento vociare in accento e alto tono romano. In fondo alle scale mi trovo davanti un bancone enogastronomico gremito di gente.
"Non hanno ancora iniziato!"
"Grandi!"
Sono in ritardo mostruoso e non farò nemmeno la figura della ritardataria ritardata. Tanto per cominciare, mi ordino un bel bicchiere di rosso corposo da una lista niente male, che funziona anche come scappatoia, al primo imbarazzo mi sparo un goccetto!
Aguzzo i padiglioni auricolari nella speranza di riconoscere le ellittiche forme. Ho letto dal loro sito l'articolo che "Repubblica" gli ha dedicato, cercavo gli identikit, ma le foto sono talmente sgranate che per quanto mi risulta potrebbero aver immortalato i "Sette nani" o la "Banda bassotti".
"sEp sta per see Emily play......"
Eccoci! Localizzo la vocina ma non la proprietaria, che è evidentemente più bassa dei suoi interlocutori. Non è detto che sia sEp in persona, ma comunque ci provo. Mi avvicino. La conversazione del gruppetto rallenta e si blocca, i tre mi guardano, io mi schiodo.
"Scusate l'interruzione. Suppongo tu sia sEp."
"Si."
Mi guarda con gli occhioni interrogativi, ma è una perfetta padrona di casa e non mi mette a disagio, se gli dicessi "sono Caronte e vengo dal regno dei morti", non farebbe una piega e mi chiederebbe com'è andato il viaggio.
"Piacere, io sono Kanji."
S'assetta e distende la faccia per far posto al sorriso che mi vuole regalare.
"Kanji, benvenuta, ti aspettavamo!"
Ha una bella voce. Mi presenta Tommaso alla sua sinistra, e Tullia alla sua destra, poi parte al volo denudandomi l'effetto dell'incontro.
"Che strano, sei così diversa da come t'immaginavo! Credevo portassi i dread e fossi più...ragazzina, credevo tu fossi...insomma, avevo l'impressione che tu...vivessi un pò tra le farfalle!"
E' andata, mi ha conquistata! Farei carte false, per vivere tra le farfalle! Scoppio a ridere e s'imbarazza un pò. Mi piace quest'atmosfera, spontanea da "Tana libera tutti". sEp mi presenta il Viola (Fabio), me lo immaginavo basso e magrolino, influenzata dall'aspetto del Volo (Fabio). Invece scopro quest'omaccione armadiuleo, munito di occhiali in versione Clark Kent con una bottiglia di birra in mano. Dopo due minuti ci convoglia serio in una saletta stretta e lunga, una cantina dal soffitto a volte, con i tavoli occupati da ellittici e spettatori intenti a mangiare, il palco sullo sfondo è guarnito da una grata portabottiglie e un paio di pouf. A malapena riusciamo a sederci, il locale è gremito, ma vi assicuro che ci si sta da dio, si può anche fumare! Il reading lo apre il Viola, estemporaneo e conciso giustifica la mancanza della presentatrice abituale. Attacca leggendo "Liberty". L'avevo già assaggiato da Markelo, così sorrido in anticipo sulle battute. Nell'esibizione riconosco altri ellittici, li associo a pezzi letti nel sito, che ripropongono, e agli indizi corrispondenti al "Chi siamo". Insomma, mi faccio un quadro sull'onda del "più o meno, all'incirca", visto che durante il reading si presentano a mozzichi, qualcuno si, qualcuno no. Hanno un'ottima scaletta, piacevolmente varia sia per oratoria che per contenuti. Il pubblico partecipe considera un delitto muoversi, e io m'ingoio l'insalata una foglia per volta stando attenta a non far tintinnare la forchetta e a non sviscerare rumorismi masticatori. sEp legge un pezzo di Gianluca Colloca, l'esibizione della signorina meritava, da sola, questa mia trasferta capitolina. Attacca ridendo, e la sindrome si diffonde regredendo dal palco alle ultime file. Il Viola spapparanzato su un pouf che gli aggrada solo la zona lombare, viste le dimensioni dell'umano, la beffeggia bisbigliando, innescando uno scanzonato delirio cabarettistico. La signorina non resiste.
"Scusate!"
S'arrossa giustificandosi mentre sussulta, ma non riesce a trattenersi. L'ilarità calza perfettamente al pezzo, e il tutto fila liscio incatenandoci l'attenzione.
Sul finale legge Pincio, dal suo ultimo pargolo cartaceo underconstruction. Mi si svela sfavillante, manovrando un personaggio che non usa vocali nel dialogo. Mi avvinghia gli entusiasmi infantili, e m'immagino a canticchiare o a contorcermi il fiato in scioglilingua con le consonanti come unico ingrediente.
Il Viola chiude il tutto con un impeccabile grazie.
E cazzo, mi dispiace per davvero che sia già finita.
E' una settimana che dormo in media quattro ore per notte, sono entrata alla "Taberna" che era ieri, sapendo che ne sarei uscita domani, eppure ve lo giuro, non mi è mai scappato uno sbadiglio. Piano, piano, incontro tutti gli ellittici presenti. Qualcuno si ferma, come Flavia dai capelli color carota, la pelle porcellanata e la voce profonda, che questa sera ci ha condotti due volte, in tono mistico, scandendo bene le parole, attraverso le sue visioni, surreali, per poi riporci ai nostri posti ancora trasognati. Qualcuno scappa, come Daniela la signora del gruppo, e Claudia, ma entrambe non scordano di ringraziare gli ospiti. Insomma, mi piacciono questi ellittici! Sono molto diversi tra loro, sia in apparenza che in sostanza, e ho l'impressione si debbano mettere continuamente in discussione, valorizzando il lavoro del collettivo.
Mi faccio un ultima birretta con sEp e Tommaso, in piedi ci raccontiamo i fatti nostri, siamo i rimasugli di questa serata informale. Alle due di mattina ci salutiamo, io e sEp, in tono un po’ alticcio, ci diamo appuntamento ai prossimi reading (Pordenone il 18/12, Roma il 22/12). Tommaso dice che mi stupirà con uno scioglilingua privo di vocali. Ridendo usciamo dal locale, mentre Jonathan il non vampiro, avvita la serratura alle nostre spalle. Roma è benigna, e ci accoglie all'aperto, o almeno questa è la mia nordica impressione, con una notte dalle temperature primaverili e serene.
di Charles Bukowski
(Continua il "Bukowski Day". Pubblico con grande piacere, quindi, una delle poesie più toccanti del grande scrittore e poeta americano. M.U.)
il mio amico William è un uomo fortunato:
non ha abbastanza immaginazione per soffrire
ha conservato il suo primo impiego
la sua prima moglie
è capace di guidare per 50.000 miglia
senza una frenata
balla come un cigno
e ha gli occhi più belli e inespressivi
che ci siano da El Paso fino a qui
il suo giardino è un paradiso
i tacchi delle sue scarpe sono sempre allo stesso livello
e la sua stretta di mano è vigorosa
la gente gli vuol bene
quando il mio amico William morirà
non sarà certo di cancro o di pazzia
passerà davanti al diavolo
per andare in paradiso
stasera lo vedrete alla festa
sorridere
davanti al suo martini
beato e contento
mentre qualcuno
gli chiava la moglie
nel bagno.

"Viaggiare non è altro che una seccatura: di problemi ce ne sono sempre più che a sufficienza dove sei".
(Charles Bukowski)
Anni fa andò in onda su Mamma Puttana RAI un programma che si chiamava "Il Rododentro". Lo conduceva il bravissimo regista cinematografico e attore Nanni Loy. Loy (da non confondersi con Ubaldo Lai - cioè col Tenente Sheridan di Casacci & Ciambricco) è stato un personaggio assolutamente singolare dello spettacolo italiano. Un po' come Ugo Gregoretti, alternava la sua attività di uomo di spettacolo tra cinema e televisione. Memorabile il suo "Specchio segreto", versione italianissima della Candid Camera americana. Fece anche una bella versione di "Marcovaldo", tratta da Calvino, anche come attore. Un attore non attore, svagato, con una recitazione sotto le righe e per questo (ma non solo) di ottimo livello. Il suo film migliore come regista è stato forse "Le quattro giornate di Napoli", del 62. Ma torniamo a "Il Rododentro". In quella trasmissione, Loy chiedeva alla gente comune di sfogarsi, di dire, appunto, cosa gli "rodeva dentro". In un clima di simpatica e acuta ironia. Antesignano in qualche modo, quel programma, dei raid di quel matto secondo me quasi geniale che è Gianni Ippoliti. Ora, faccio questa modesta proposta sulla scorta di quella vecchia trasmissione: se qualcuno di voi ha qualcosa che gli "rode dentro" (immagino tutti quanti...) perchè non me la mandate e io la pubblico qui? Non voglio per forza sapere i vostri rosicamenti privati. Meglio quelli pubblici; ma insomma, fate vobis. Qualcosa che proprio non riuscite a mandare giù. Insomma: ve rode? Ditelo all'Uffenwanken.
di Gianni Biondillo
(Prendo di peso - col consenso dell'autore - questa poesia postata qualche tempo fa su Nazione Indiana, ancora senza possibilità di commenti. Buona lettura. M.U.)
Popolo disperso, devastato, dislessico,
Popolo perduto, ignorante, immorale,
trangugiatore obeso, vitello d’oro,
traboccante, straripante,
tracannatore di vini contraffatti,
impellicciato, ingrassato, opulento,
razzista immondo, tifoso,
ululatore vigliacco, pronto alla delazione,
alla squadraccia, al pestaggio catartico...
Popolo bigotto e pornografico,
orda televisiva luccicante,
dissoluto, vizioso, questo sei,
colata di bitume, di asfalto, Sodoma e Gomorra:
Mostro. Borghese da operetta,
copia squallida, ridicola,
patetico riflesso del tuo eterno padrone.
Padre corrotto di corrotti figli,
Popolo spogliato, non più Popolo,
gentaglia, massa, marasma,
branco supino senza insolenza,
ghigno senza sorriso, senza espressione,
folla senza memoria, torma di non morti,
schiera abulica.
Padre mio, sangue del mio sangue,
lacrime delle mie lacrime,
ecco il mio corpo, ecco la mia carne,
ecco il mio dolore inutile,
il mio pianto dirotto, sommerso, sommesso,
ecco le mie ferite, il mio costato,
padre crudele eccomi, bevi il mio sangue,
mangia le mie membra
tu che mi hai diseredato,
sono io che ti prego,
io, il tuo figlio disconosciuto
io, il tuo figlio rinnegato
io, infetto del tuo sangue,
tuo specchio, tuo sembiante,
sbranami Padre, devastami.
Eternamente, dannatamente tuo:
ora e sempre e nell'ora della nostra morte.
Amen.

"Ha visto dei buoni film ultimamente?" "No. Però rivedo spesso i film di Sam Peckinpah. Il mucchio selvaggio, Voglio la testa di Alfredo Garcia, Getaway. Quelli si che sono film con le palle, altro che la roba di oggi. Sa, ho conosciuto Peckinpah a Hollywood una volta. Un vecchio ubriacone, ma con me fu gentile. Non lo era con tutti, pare". "Cosa ricorda di quell'incontro?" "Gli confessai che avevo scopiazzato a man bassa dai suoi film. Lui mi guardò e rispose: ' Lo avevo notato anch'io'. Fine del discorso".
(Da un' intervista allo scrittore americano James Crumley)
di A.S.
La stanza dai divani verdi è piena di fumo, i bicchieri di plastica sono pieni anch'essi, un liquido gasato d'un giallo torbido poco invitante all'apparenza. Birra, la chiamano. Otto mani stringono quattro joypad collegati a un multiplayer a sua volta collegato a una scatola nera, molto minimalchic. Playstation2, la chiamano. Quattro paia d'occhi seguono, su un vecchio televisore, i movimenti di ventidue piccole sagome che corrono dietro un pallone su un prato verde d'un verde brillante. Verde che nella realtà non esiste, le ventidue sagome non esistono, il pallone è frutto di qualche combinazione elettronica. L'urlo che lanciamo tutti e quattro quando il pallone che non esiste entra in una porta che non esiste è reale. Un sorriso, una sorsata di birra, una battuta, un tiro di sigaretta.
Succede proprio mentre appoggio il bicchiere di plastica sul tavolino di legno basso in mezzo alla stanza. Succede e dura tanti di quei secondi che sembrano quattro-cinque vite. Vivere quattro-cinque vite in pochi secondi è un'esperienza devastante. Quello che accade in quei secondi è devastante. Trema tutto d'un tremore irreale come il pallone appena entrato nella porta che non esiste. Nessuno dei quattro parla né pensa, nessuno dei quattro si rende conto di ciò che realmente sta accadendo benché tutti e quattro si sappia che è tutto maledettamente vero.
Buio, sospensione del corpo su un tagada di tessuto verde, rumori assordanti, di un’assordanza impensabile. Passati quei secondi che sembrano quattro-cinque vite ci rendiamo assurdamente conto di essere ancora assurdamente vivi. Quattro accendini illuminano i divani verdi e polverosi mentre una mano cerca a tastoni una torcia. La torcia fa una luce quasi bianca, così diversa da quella giallo-arancione degli accendini, la torcia dalla luce bianca diventa il nostro occhio. Quattro sguardi che diventano un unico occhio che tenta di squarciare un buio totale. I telefonini non funzionano e il buio assurdamente enorme è squarciato di tanto in tanto da boiati che fanno tremare il nostro sguardo di luce bianca. Non ci guardiamo negli occhi, non possiamo e non avrebbe senso farlo. Non avrebbe senso nemmeno parlare, tant'è vero che non lo facciamo.
Il nostro occhio di luce bianca si alza e fa una panoramica della stanza, tutto ha cambiato posizione, ogni cosa è stata spostata, la stanza dai divani verdi non è più lei, anche i divani si sono mossi. E noi con loro.
Siamo in una taverna separata dal resto del mondo da una porta di legno scuro con appiccicato su lo stemma della scuderia Ferrari, una piccola anticamera, una bianca porta di metallo pesante, un garage all'interno del quale riposano una Ferrari 512 TR, una Mitsubishi Evo VII, una vecchia 500 blu, uno scooter, una bicicletta, una catasta di legna, alcune foto appese alle pareti. Il mondo, quello vero, sta poi oltre la porta telecomandata di questo garage. Aprire la porta telecomandata e bloccata di un garage, con un solo occhio di luce bianca, può apparire un'impresa titanica, soprattutto per quattro sfaccendati come noi. La disperazione, però, è un sentimento umano che può spingere anche quattro sfaccendati a compiere imprese titaniche.
Fuori, il mondo o, per meglio dire, il mondo che conoscevamo, non c'è più. Difficile spiegare qualcosa di assurdamente reale ma che non esiste. Come nella stanza dai divani verdi, tutto ha cambiato posizione. Le case non sono più case, crateri, fiamme, smottamenti, fili elettrici che vibrano come serpenti emettendo sibili e scintille, scoppi in lontananza. Le macchine fuori dal garage sparite, saltate come cavvallette chissà dove, al loro posto carcasse semicarbonizzate di altre auto, parcheggiate anch’esse chissà dove e finite davanti ai nostri occhi inconsapevoli. Il buio non è più totale, scariche di scintille come lampi illuminano quella surrealtà condita dalle fiammelle arancioni di diversi incendi piccoli e grandi. Il nostro occhio di luce bianca si spegne. Lo smarrimento è totale, non c'è anima viva che popoli quel vuoto, quel mondo che mondo più non è, quella realtà assurda non può essere condivisa con noi da alcuno.
Improvviso, come uno strato di panna aggiunto da mano sapiente sopra il pan di spagna di una torta fin lì poco allettante, ci invade una sensazione di estrema libertà, tutto ciò che avevamo sino ad allora sognato è diventato realtà: la distruzione di quel mondo assurdamente tanto odiato era avvenuta in pochi secondi. Potevamo godere di quella gioia in assoluta tranquillità, senza timore di essere disturbati, tacciati di mancanza di umanità, di logica, di cuore, di sentimento. Solo noi e il mondo, finalmente depurato da tutte le brutture che lo avevano sin lì popolato. Non era stata la guerra a ripulirlo come speravano i futuristi, un terremoto devastante, pochi secondi e una scura era calata su qualsiasi essere, animato e non, riducendolo a polvere, brandello, scintilla, materia carbonizzata. Tutti tranne noi, quattro fortunati. Un sorriso beffardo si dipinge sui nostri volti sempre più consci del privilegio che ci è stato accordato. Quasi automaticamente, senza parlare, iniziamo a camminare tra le macerie, i crateri e gli orridi creati dallo sconvolgimento totale della terra.
Siamo diretti verso un grande negozio poco distante, un grande negozio che affaccia su un piazzale dove, ogni sabato sera, consumavamo una piadina e una birra battendo a terra i piedi per il freddo, un freddo strano, polare, penetrante, che ogni sabato sera invadeva il piazzale su cui si affacciava il grande negozio. Sappiamo cosa c'è nel negozio, per questo non parliamo ma camminiamo, saltiamo, ci sosteniamo per superare gli ostacoli. Nel breve tragitto, la prima impressione avuta, si conferma ancor di più: niente ha resistito alla devastazione. Una volta arrivati al piazzale ci rendiamo conto che l'asfalto che abbiamo calpestato tante volte per cercare di mettere in circolo il sangue e difenderci dal gelo non c'è più. C’erano solo pezzi di cemento arrivati da lontano, scagliati lì da una forza sovrumana che aveva nel contempo sostituito la superficie della terra con le sue viscere più profonde.
Arrivati davanti al grande negozio scaviamo ferendoci le mani, due auto in fiamme alle nostre spalle facilitano il nostro compito. Il sudore cola abbondantemente, il freddo non esiste più, i nostri maglioni si inzuppano della nostra fatica, scaviamo per chissà quanto tempo fino a che io, privilegiato tra i privilegiati, vedo un riflesso blu. È quello che stiamo cercando. Urlo eccitato come un bambino davanti all'albero la notte di natale e gli altri tre sono al mio fianco cercando di aiutarmi a raggiungere il nostro sogno, il nostro riflesso blu.
Un nuovo urlo, disumano, riempie il silenzio di quel mondo che mondo più non è quando è tra le nostre mani. Lo accarezziamo come fosse un figlio, lo ripuliamo dalla polvere, io mi chinò per depositargli un bacio tenero, come mai avevo fatto. Il viaggio di ritorno è fulmineo. I serpenti di scintille si sono chetati, torrenti di acque di fogna solcano le tracce di quelle che sino a poche ore prima erano strade. Le nostre gambe si muovono veloci, già pienamente adattate a quella nuova condizione, a questo nuovo mondo incredibile fatto di distruzione e di felicità, la nostra.
Ritornati nel garage la luce bianca della torcia diventa nuovamente il nostro unico occhio, "finalmente" sospirano le nostre anime provate.
Un orgasmo, il primo orgasmo di adamo, la gioia della scoperta della ruota, il primo fuoco acceso da un protoumano, il primo passo di un figlio, la vittoria di uno scudetto dell’Inter, sensazioni indescrivibili. Tutto questo ci attraversa insieme ad una scarica di adrenalina quando ci rendiamo conto che tutto funziona alla perfezione: il generatore blu gira a pieno règime, la tv e la playstation sono accese, i joypad funzionano.
Ebbri di una felicità senza fine, ci lasciamo cadere stravolti sui divani verdi e riprendiamo a giocare, aspettando di morire.
Se volete farvi qualche risata "pensante" (?) perchè non andate su www.ellittico.org? C'è in rete da pochissimo una IGM (Intervista Geneticamente Modificata) di Fabio Viola al sottoscritto, calda calda. Ciao.
Intervista a Nicola Lagioia raccolta da Sergio Rotino
(Ricevo da Elio Paoloni e pubblico questa intervista a Nicola Lagioia fatta da Sergio Rotino, che tra le altre cose è stato curatore della rivista "Versodove", definita la "corazzata delle riviste anni 90". Questo post si aggancia al pezzo di Elio "Un capolavoro. Quasi" postato martedi 30 Novembre. Buona lettura. M.U.)
Ti abbiamo conosciuto nel 2001 col bruciante Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, pura esplosione della forma-romanzo. Tre anni dopo ecco Occidente per principianti, che mi piacerebbe definire come “forma implosa” del romanzo, se non fosse per la sua compostezza – al di là della grande capacità lessicale e del potente dispiegamento di immagini e concetti – nella costruzione della storia. È bastato un lasso di tempo così risibile per un salto che scollega il tuo esordio narrativo dal tuo essere narratore oggi?
Ma guarda che in questi tre anni mi sono successe un mucchio di cose: ho fatto tre traslochi, letto qualche libro, scritto un romanzo che poi ho buttato, chiuso un paio di storie d’amore, ho iniziato a curare “nichel” per minimum fax e me ne sono andato (quando potevo, o quando venivo temporanemente scaraventato fuori dal grande ventre di Roma) un po’ alla deriva per le citta europee. Insomma, Occidente per principianti è venuto fuori da un’incubatrice che ha contenuto un po’ di tutto, un manicomio interessante al quale mi sono poi sforzato di dare una dignità letteraria. Per Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj volevi dire “forma esplosa”, vero?
Sì, per me è la frantumazione della forma romanzo, la sua estrema parcellizzazione.
Vedi, per come la vedo io, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj era un romanzo imploso, quasi aforismatico, più vicino a un haiku che a un quarto di bue. Occidente per principianti è un quarto di bue a cui spero che gli strumenti dello stile non abbiano tolto un po’ di bella sanguinolenza.
Bene, a quanto vedo ho inteso in modo diametralmente opposto i tuoi due romanzi. Ma a parte questo, è possibile ascrivere un simile salto nella scrittura al tuo lavoro in casa editrice, quindi al tuo contatto con l’establishment culturale (autori, editori, critici)? Oppure è dettato da un ripensamento?
Non il contatto con l’establishment culturale (frequento di solito personaggi abbastanza scassati che solo accidentalmente, e solo in certi casi, hanno la sventura supplementare di essere uno scrittore o un critico), e nemmeno il frutto di un serio e meditato ripensamento. Piuttosto una cosa spontanea nel suo sorgere, un movimento liberatorio che nasce dall’intestino e poi, quando la frittata è fatta, viene raccolto e messo in piedi con la tecnica narrativa, il mestiere e tutto quanto il resto.
Era comunque una trasformazione annunciata. Al “Ricercare” reggiano del 2001 avevi letto l’inizio di quel romanzo poi abbandonato, e già la tua scrittura si spostava su altri fronti. La stessa cosa si percepiva dai racconti pubblicati su giornali e antologie, dal “Corriere di Puglia” a Patrie impure a La qualità dell’aria. Eppure, ancora non riesco a capire il perché questa conversione a “U” stilistica, a parte la naturale evoluzione di ogni scrittore ecc.
Nemmeno io. Ma all’epoca del mio primo romanzo non avevo probabilmente ancora gli strumenti per mettermi a scrivere una cosa come Occidente per principianti. Ed è importante che io non li abbia acquisiti del tutto neanche oggi. Il fatto è questo: ogni volta che provo a scrivere un romanzo, non devo sapere di essere in grado di portarlo a termine. Devo provare a spingermi per territori mai frequentati prima, con la possibilità del fallimento che mi alita sul collo promettendomi, a capitolo chiuso, che con il prossimo capitolo tutto crollerà, la lingua non terrà, la struttura salterà, tutto il romanzo se ne andrà a puttane. Ci deve stare questo continuo conto aperto, tra me e il Fallimento. Un’apertura di credito reciproca. Scrivere Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj parte II, insomma, mi avrebbe annoiato parecchio.
Il 2001 è stato per te, in quanto persona e in quanto autore, un anno mirabile. Da quello che posso capire, ti ha portato all’abbandono del lavoro sommerso, alla pubblicazione del primo romanzo, alla cura di “nichel”, la collana di minimum fax rivolta agli autori italiani. Sei partito da questi elementi autobiografici per organizzare il materiale che sta alla base di Opp?
Guarda che nonostante il “Supercorallo” e la cura di una collana letteraria, la mia continua a essere la vita di un precario. È solo finito (grazie a Dio) il lavoro sommerso. Ma per il resto continuo a coltivare, di tanto in tanto, la nobile arte di farmi invitare a cena a spese altrui. Comunque, sì, una parte degli elementi utilizzati per Occidente per principianti è stato preso dalla mia esperienza di precario intellettuale e dalla frequentazione di precari che stavano peggio di me: registi itineranti senza soldi per comprarsi la pellicola, reduci di Castelporziano con le transaminasi alle stelle, grafici col vizio dello spaccio, intellettuali per scelta che però erano anche truffatori per necessità. Il libro è dedicato a loro.
Quando hai iniziato a scrivere Opp e quanto ci hai messo per completare la prima stesura? La leggibilità delle pagine – logico sia un fattore personale –farebbe pensare a qualcosa di vicino a un “buona la prima”. Ma non è così, vero?
Diciamo “buona la centodiciottesima”. La cartella Occidente per principianti presente ancora sul desktop del mio pc contiene centodiciotto file, tra appunti, scritture, riscritture, capitoli tagliati, aborti di ogni genere. Tra l’altro il buon Fenoglio diceva: «la più limpida e semplice delle mie pagine è il frutto di penosi e lunghissimi tentativi di riscrittura». Ecco.
Sì, ma in quanto tempo realmente hai chiuso la stesura del romanzo? E dopo quanto l’hai consegnato a Einaudi?
Sono stati due anni di lavoro molto duro. Quattro o cinque ore al giorno, inchiodato alla sedia davanti al monitor, saltando pochissimi giorni, e rifugiandomi di tanto in tanto da amici che squattavano in posti molto strani di Siviglia e di Parigi.
Paola Gallo, l’editor di Einaudi che ha lavorato con me, aveva letto le prime cento pagine del romanzo. Sulla base di quelle di mi hanno preparato un contratto. E abbiamo trovato una bella sintonia soprattutto quando da Torino mi hanno detto: “Questo ci sembra un romanzo importante. Non fissiamo una data di consegna. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Sarà finito quando sarà finito”.
Ma lo hai consegnato? Ti faccio questa domanda balzana, perché l’ottica dell’industria culturale non dà più la possibilità (pensa invece all’Arbasino di Fratelli d’Italia) di riscrivere un proprio testo e, quindi, di ripubblicarlo.
Non lo so. Per adesso ho solo voglia di buttarmi su storie e avventure completamente diverse. Spero che l’ideale prosecuzione o l’aggiornamento di Occidente per principianti, se mai ci sarà, vedrà la luce fra molti anni e avrà un titolo diverso. Insomma, un romanzo nuovo.
Fermandosi sulla prima soglia di Opp, al titolo, vengono in mente i manuali della Apogeo, quelli “for dummies”: manuali di consultazione per principianti che vogliono apprendere i rudimenti di una data materia. Come se l’Occidente, soprattutto il nostro Occidente italiano, andasse spiegato per step successivi, perché troppo complesso, impossibile da gestire in un blocco unico…
L’Occidente è un eye wide shut. Nel gioco di parole, “un occhio chiuso completamente spalancato”. Una dilatazione dello sguardo talmente abnorme e mostruosa da non permetterci di vedere più un bel niente. Il nostro approccio al problema, non può non essere quello di una matricola.
Nella prima parte del romanzo sembra di rileggere alcune pagine, per me attualissime, del Diario Notturno di Flaiano o della Vita agra e del Lavoro editoriale di Bianciardi. Ma come stile e come finalità mi sembra che questi due autori ti siano lontanissimi…
La vita agra l’ho amata moltissimo. Luciano Bianciardi l’ho amato moltissimo. Se qualche cosa è passata, ne sono felice. In fondo, col suo romanzo più importante, Bianciardi faceva vedere il “dark side” della Dolce Vita, il risvolto della medaglia. Io ho cercato di fare la stessa cosa in un’epoca che non è più quella della via Veneto sfavillante e delle cantine dei teatri off, ma qualche cosa – nelle apparenze – di molto più mostruoso, più grottesco, più disperato. La diversità di stile, credo, nasce anche da questo.
Proprio nella prima parte di Opp, in quella che titoli “Il contesto”, si ritrovano molte delle indicazioni politiche, e anche sociali e antropoligiche, di questi due scrittori sulla e contro la fauna “artistica” che popolava Roma ai loro tempi e che ancora la popola…
Sì, è vero. Come dicevo prima, Roma è un grande ventre pronto a inghiottire di tutto. Una città meravigliosamente appesantita dall’abbacchio, dal traffico e dal Bernini, il vero simbolo di questo luogo che nei secoli ha macinato e metabolizzato e confuso e conservato (!) di tutto: imperatori e flagellanti, sante e mignotte, miracolati e scalognati, yin e yang. È un maschile che non avrebbe scrupoli a giustiziare il proprio avversario se solo non fosse fiaccato da un femminile ninfomane.
Ma la critica alla spettacolarizzazione della Storia e dell’informazione, che è alla base di Opp, ti è venuta dalle tesi di Debord sulla società dello spettacolo, da un loro scavalcamento?
Più che le tesi (confesso di non aver mai letto neanche una pagina della Società dello spettacolo) mi ha influenzato l’inveramento delle tesi stesse: il mondo che abitiamo.
Nel libro di Alain Joxe, L’impero del caos, si citano le parole del generale Peters sulla Storia che non è più ricerca di informazioni, ma gestione dell’informazione. Il protagonista del tuo romanzo sembra ancora poggiarsi sulla ricerca, anche se involontariamente, mentre Michela Renzi della Lucilla, sua “datrice di lavoro”, è platealmente tutta spostata sulla gestione…
Al protagonista rimane ancora qualche traccia di umanità, che prova a difendere attraverso una ricerca che, purtroppo per lui, non sfocia né su epifanie né su crescite interiori à la Renzo Tramaglino e nemmeno su vere occasioni di fuga. Ma è ancora vivo, e vivo resterà fino alla fine del libro. È già qualcosa, perché Michela Renzi della Lucilla invece, “tutta spostata sulla gestione” come dici tu, non è quasi più un essere umano: è una macchina celibe.
Perciò il personaggio senza nome del giornalista ghost writer racchiude, ancora più di Zelda, l’aspetto romantico e “positivo” del romanzo, la possibilità di un riscatto e di un ravvedimento?
Sì. La mancanza del nome del protagonista testimonia la sua attuale impotenza, ma apre anche spiragli per un riscatto futuro. Riscatto che esiste a livello potenziale (è nello spirito più intimo del protagonista, secondo me) ma nel romanzo non c’è. Esiste nelle pagine non scritte. Forse esiste nelle pagine di un romanzo futuro.
Però nel “Contesto”, quando descrive la società culturale romana e quel che ne deriva, il ghost writer non sembra particolarmente arrabbiato, piuttosto ironicamente schifato. Ancora meglio: catatonicamente adagiato sull’orrore di quella società. Che poi è, compiacentemente, non solo la società della comunicazione, ma anche e soprattutto la società nel suo complesso. Non è una forte indicazione di complicità e di accettazione da parte sua? Passi l’eroe non proprio positivo, ma qui sembra una aperta dichiarazione di spalleggiamento.
Volevo un personaggio quasi completamente schiacciato dal mondo in cui aveva avuto la ventura di nascere e crescere: il mondo in cui esistiamo ci schiaccia e ci comprime con guanti di velluto che però sempre appartengono alle mani dei carcerieri. L’eroe del romanzo non è il protagonista, ma quella piccola sacca di umanità che nel protagonista riesce a salvarsi. Il mio giudizio su di lui è più che altro, come dicevo, un giudizio sospeso perché è la nostra generazione – a cui il ghost writer appartiene – a non essersi ancora riscattata. Voglio verificare, su di me e su chi mi circonda, se abbiamo veramente i numeri (e le occasioni) per farlo.
Curioso il passaggio in cui descrivi la riunione di responsabili ufficio stampa, capaci di farsi venire degli scrupoli sulla veridicità di alcuni documenti. Curioso perché l’ufficio stampa di solito non ha queste remore. In Opp, invece, è la macchina informativa a non farsi scrupoli, a pompare con tutti i mezzi, a montare l’albume dello scoop. Hai scelto un ribaltamento come questo per spingere sul grottesco la critica all’informazione?
Sì, credo ci sia molto di grottesco: una versione allucinata del futuro prossimo, forse. Gli uffici stampa di Opp sono l’upgrading dell’ufficio stampa come lo conosciamo noi. Hanno capito, definitivamente, che si può veicolare qualunque cazzata, la verità, il suo contrario, quello che si vuole. L’importante è come lo si fa. L’importante è veicolare una notizia (qualunque essa sia), vederla gonfiarsi e poi esplodere nel firmamento mediatico. È un amore (perverso) che investe la dinamica più che la notizia in sé. Insomma, è un po’ la degenerazione estrema della vecchia faccenda del mezzo che è il messaggio.
All’interno di Opp, la Storia riprende a correre, e a ritorcere la spettacolarizzazione dell’informazione contro chi l’ha assunta come valore assoluto. Ecco allora scorrere i fatti dell’estate 2001 (che sembrano descrivere anche la parte per te patita come orribile di quell’anno): da Genova G8 all’11/09 di NY DC. Però sembrano accadimenti marginali per i protagonisti, come se le loro percezioni del reale fossero oramai talmente distorte, con pochissime possibilità di recupero…
Questa cosa degli eventi storici importanti (il G8, le Torri Gemelle) sepolti in un mare di frivolezza nasce però anche da un’esigenza poetica. La frivolezza sull’orlo del collasso, insomma, mi ha sempre affascinato (le serate danzanti sul Titanic; i pigionanti della Montagna incantata che continuano a mangiare torte Sacher a quattromila metri di altitudine mentre ai loro piedi si sta per scatenare la Prima Guerra Mondiale; Liza Minelli che balla nei locali di Cabaret mentre il nazismo si sta per impadronire di mezza Europa).
Vanno letti in questa direzione i riferimenti diretti e indiretti (comprese le citazioni da Noi non ci saremo e da Cronache marziane), ma sempre pessimistici, alla bomba sganciata su Hiroshima?
Hiroshima è la maledizione che il mondo libero si è portato dietro per cinquant’anni di relativa pace e resta il mito fondante della nostra epoca. I miti fondanti sono quasi sempre eventi traumatici, cataclismi che arrivano a stabilire un ordine o a creare una civiltà. Spesso sono anche azioni infami, vergognose (come nel caso di Hiroshima) che però proprio per questo vengono a dirci che il nuovo ordine non sarà retto da creature angeliche ma da uomini, esseri fallaci, armati contemporaneamente di infamia e di begli ideali. I paesi anglosassoni hanno come mito fondante l’assassinio/tradimento del re, l’uccisione del Padre (pensa a Shakespeare). Il nostro mito fondante (e questo viene a dirci molto sul carattere degli italiani) è imperniato invece sulla lotta fratricida tra Romolo e Remo.
L’Occidente novecentesco si fonda sul cataclisma atomico, una situazione in cui i “buoni” sono costretti a macchiarsi di un crimine orrendo. Questo perché, evidentemente, anche i “buoni” covano in sé un qualche tipo di male, di malattia. Pensa alle ultime, splendide pagine della Coscienza di Zeno.
Questa risorgenza della Storia non più come branca dello showbiz, ma come vero collante di quanto avviene nelle nostre vite, è la tua controtesi in Opp? È questo identificarla come possibile àncora di salvezza la chiave di volta di tutto il romanzo?
Sì, credo di sì. La Storia, per quanto traumatica, ci rimette di fronte a noi stessi, alle nostre debolezze, alle nostre responsabilità.
I personaggi che hai tratteggiato in Opp sembrano le versioni inconcludenti (viste oggi) di quelle già proposte da Bianciardi, e scusa se ricito questo autore. Lo spaccato che dai della precariarizzazione a vita di una fascia di popolazione “intellettuale” (ma è giusta questa definizione? non ti sembra troppo restrittiva?) che si posiziona anagraficamente fra i trenta e i quarant’anni è più o meno la stessa. Quindi i personaggi, se trasportati nella realtà, sono anche figure sclerotizzate all’interno di una macchina perfettamente collaudata, e che gattopardescamente cambia per non cambiare mai? Voglio dire, di questo stato nessuno ha colpe: i figli ripercorrono le orme dei padri, e così i figli dei figli… Una cancrena inarrestabile…
Purtroppo c’è una differenza, e non va a lustro dei miei personaggi. Il protagonista della Vitta agra va a Milano perlomeno con l’idea di fare la rivoluzione anche se poi rimane invischiato – e poi sconfitto – dalla macchina del “lavoro culturale” e del conformismo, dai rigurgiti del boom economico insomma. I protagonisti di Opp nascono già in un mondo apparentemente immodificabile. Ma, dal punto di vista squisitamente letterario, la catena inarrestabile di cui tu parli scorre in parallelo con l’esigenza dei romanzi scritti negli ultimi due secoli che più ho amato. Questi romanzi si domandano: come reagisce l’uomo calato in un determinato contesto storico e sociale? Come difende la propria umanità e la propria dignità? Che chances ha un curato dal cuore pavido nella Milano del XVII secolo? E la moglie velleitaria di un medico nella provincia francese dell’Ottocento? Abbiamo la rara capacità, decennio dopo decennio, di costruirci intorno un modo che di per sé è repressivo e castrante. Questa cosa (questa catena inarrestabile) deve essere indagata dalla letteratura. Il vero epicentro di una simile situazione, a mio parere resta però il dottor Bardamu. Il protagonista del Viaggio al termine della notte, sballottato da una parte all’altra del mondo senza capire perché, da una guerra a una catena di montaggio ai sobborghi di Parigi, preso in qualche cosa di mostruoso molto più grande di lui.
Passando alla struttura, Opp sembra ripercorrere la Leggenda del Graal: una preparazione al mistero e poi una cerca “epica” del sangue di Cristo, rivisitate in chiave moderna. Ovvero mettendo una delle icone moderne per eccellenza, Rodolfo Valentino, al posto dell’icona religiosa, e la sua presunta prima amante al posto della coppa contenente il sangue di Cristo…
Sì, una versione un po’ eretica della Leggenda del Graal, se si vuole, ma probabilmente adatta ai nostri tempi. Siamo passati negli ultimi secoli attraverso varie forme di trascendenza: l’ordo ad unum medioevale, la gnosi, lo spirito mercantile settecentesco, le ideologie del XX secolo. Adesso sembra arrivato il turno della “Teocrazia audiovisiva”.
La seconda parte del romanzo, “Il viaggio”, più che ai vari “viaggi in Italia”, sembra il necessario sviluppo della tesi proposta nel “Contesto”: non è più solo Roma a essere allo sfascio morale e culturale, ma tutto il Paese. E chi vi abita non se ne accorge, oppure ne va fiero…
Torniamo alla faccenda dell’eye wide shut. Se sei al centro del ciclone è difficile riuscire a capire anche di che sostanza sei fatto.
Andiamo marzullescamente sul personale. Perché da Bari, dopo vari giri per il Nord dell’Italia, decidere di stabilirsi a Roma? Cosa ti ha fatto propendere per la capitale (immorale) d’Italia e cosa ti ha portato a lavorare come ghost writer, a parte il semplice guadagnarsi la quotidiana sussistenza? In altre parole, scrivevi prima di laurearti in giurisprudenza, quindi hai soltanto scelto di appendere la laurea al chiodo e una città valeva un’altra?
Boh, questioni di semplice sussistenza per quanto riguarda il ghost writing. E sempre questioni di lavoro per ciò che riguarda Roma: a una fiera del libro di Torino di otto anni fa, incontrai l’editore Castelvecchi che mi disse: “abbiamo bisogno di un redattore. Perché non ti trasferisci a Roma?” Fatto. Entrato nel gran bordello. Ma un bordello offre parecchi spunti e suggestioni, no? Ho iniziato a scrivere mentre facevo l’università, e non ho mai pensato di intraprendere la carriera forense. Anche se studiare le materie giuridiche mi piaceva molto. Tutte quelle ore passate sui manuali. Un po’ mi mancano. Era quasi una condizione monastica.
Marzullo bis. Vedendo la linea editoriale di minimum fax e della collana che dirigi, non riesco a capire perché Opp sia stato pubblicato altrove. È un fatto di correttezza morale? Di “non si può fare, perché scorretto”?
No, no, nessuna correttezza morale. In queste cose la concepisco poco, la correttezza morale. Tanto è vero che il prossimo romanzo uscirà per minimum fax, e il prossimo ancora magari per Einaudi, chi lo sa? All’Einaudi ho trovato una editor meravigliosa (Paola Gallo, appunto) che credeva moltissimo in questo progetto, e con minimum fax la storia d’amore continua. Il fatto è che, da scrittore, mi sento libero di fare un po’ come mi pare, tenendo conto delle proposte che volta per volta mi vengono fatte. Sono tutti fidanzamenti, però. Sono tresche. Amour fou. Nessun matrimonio. In un matrimonio di questo tipo, l’editore dovrebbe fare la parte del maschio (offrirti una vera sistemazione) e lo scrittore portare in dote le sue opere d’ingegno. Vedi, quello tra D’Arrigo e la Mondadori fu un matrimonio serio (ti passiamo un mensile finché morte non ci separi, e tu nel frattempo scrivi quello che ti pare). A me, una proposta del genere non me l’ha fatta mai nessuno né probabilmente accadrà mai. Quindi, da questo punto di vista resto una simpatica cocotte perennemente sulla piazza, molto tollerante nei confronti di chi saltuariamente mi mantiere a patto però che la tolleranza sia reciproca. Speriamo solo di non trasformarci in vecchie zitelle acide.
(Sergio Rotino)

"Il talento è come la marmellata: meno ce n'é, e più lo devi spalmare".
(Paolo Crepet)
di Fabio Viola
( Qui a Milano oggi è Sant'Ambrogio. Non lavora nessuno. A parte me, ovviamente. Essendo festa patronale di Milano, pubblico un racconto del romano Viola, già apparso su Ellittico mesi e mesi fa. Il discorso su Beautiful e i suoi protagonisti, insomma, continua. Buona lettura e buon Sant'Ambrogio a tutti... M.U.)
Mentre lei parla dormo.
“Tu, come fai a farti un’idea, con tanto sovraccarico, tutto questo non detto… per capire le cose ti serve una capacità di astrazione inverosimile. Non lo so, mi sembra di essermi persa dei passaggi, un volantino in una pozzanghera, è un po’ così che mi sento, tu no?, mi vengono i brividi di freddo solo a pensare a un telegiornale, tutte quelle stupidità, te no?, non lo so cioè…”
Abbasso la gamba e sposto un braccio sopra la faccia, grugnisco.
“A esempio – ha la mania di non usare la d eufonica se le vocali da congiungere non sono uguali, nemmeno quando parla – ieri guardavo Centovetrine no: Vivere, era Vivere ed ero tutta là, proprio al completo, che mi chiedevo che senso avesse nelle soap rappresentare ogni volta suicidi fallimentari, mai uno che riesca ad ammazzarsi per bene, oh, arriva uno all’ultimo secondo che lo tira fuori, oppure si spara ma al massimo buca le mattonelle del bagno perché senza volerlo ha spostato la mano mentre premeva il grilletto, o la scusa è che il suo corpo ha lottato al posto suo per la vita, e ce l’ha fatta, la sua volontà non conta: se vuoi morire in una soap semplicemente non puoi farlo – molto spesso, parlando con me, è ossessionata, meglio: infastidita, urtata, dai divieti, reagisce intridendo i suoi discorsi di stizza – ma se vuoi farti saltare in aria in un mercato o su un treno non dico che hai un incentivo statale ma ci manca poco eh”.
Sto sognando qualcosa di molto statico ma anche violento, sono schiacciato bidimensionalmente su una striscia colorata, è un sogno-fumetto pieno di sangue. Lei parla e interagisce.
“Infatti! Ma come si aspettano che noi si creda – trovo dolce quel suo voler suonare arcaica, moderatamente – alle storie delle rivendicazioni degli attentati se arriva sempre e solo ciò che uno si aspetterebbe dalla complessità di desunto di una fiction?, dico: dov’è l’antagonismo dialettico, l’argomentazione, di bush e dei terroristi?, sono uguali!, oh, ma sono pazza io?, cioè: quello fa i discorsi e dice di essere il bene che lotta contro il male che manco, davvero manco Mister Fantastic del Dottor Destino l’ha detto (lì perlomeno c’erano in ballo traumi infantili, vissuti tragici) – vorrei dirle che un tale, in italia, afferma di essere l’amore che si oppone all’odio – e quelli stanno al gioco, fanno fuori duecento persone e poi ti lasciano un bigliettino con su scritto che noi vogliamo la vita, loro la morte, cioè: oh, io dovrei credere che mi si vuole legittimare nel mio vittimismo?, che il mio antagonista è un villain in piena regola, vuole la morte, non rivendica nulla a parte la goduria di aver massacrato gente innocente anzi no!: colpevole di esistere nel corrotto mondo occidentale, boh, a questo punto il nesso c’è, lo capisci?”
Ho un brivido di freddo, mezza coperta è sotto la pancia, con un balzetto di reni lamentoso mi copro meglio. Piacevole, il tepore.
“Sì, cioè, è ridicolo che esista questa discrasia di contenuti, io mi sento un’afasica eppure so che non sono scema, sarò faziosa sarò cinica sarò diffidente ma non la bevo. Tutti quei morti, dio, tutti quei morti, per un cattivo dei fumetti che in Unbreakable è più credibile. Oh aspetta un secondo che Fabio si è svegliato”.
“Non sono sicuro che stavo dormendo”, le dico con la bocca attufata, mi tiro su sui gomiti guardandomi intorno.
“Sono al telefono con Dani, scusa, ora chiudo”.
“Ah, salutamela, però senti, ti dico una cosa: per me è stato Ridge. A questo punto madrid l’ha fatto Ridge Forrester. Mi sembra plausibile”, dico frusciando la guancia sul cuscino, e chiudo gli occhi.
“Dice che è stato Ridge. A Ridge gli manca solo la madre, poi se l’è fatte tutte. Ma ti rendi conto che è più credibile questo di ciò che dicono al telegiornale? Veramente, il giorno che un personaggio di una soap si ammazza ed è morto davvero, nel senso che poi non torna, non resuscita, ti dico: quello è il giorno che la finzione ha superato la realtà, che poi la realtà è una fiction sceneggiata male”.
Negli istanti di passaggio tra il dormiveglia e il sonno mi capita di trovarmi in luoghi familiari e alieni, un salone vittoriano con le pareti gialle, l’Eur completamente deserto, in un bosco davanti all’incisione sulla corteccia di un pino, il cielo di una nuvolosità piatta e luminosa. Mi arrivano i suoni e le voci, ma sono esterni, si rifrangono, si perdono con il vento tra gli alberi.
Per non darmi fastidio Flavia si mette a sussurrare.
“Alla lunga ti senti impotente, sai che non potrai mai avere alcun peso. Quei beccamorti che fingono di credere al complotto arabo mi fanno pena, le facce seriose, la voce contrita, gli inni alla pace. Ma almeno Batman è un uomo che ha assistito alla morte dei suoi genitori, e il Joker è lo psicopatico che l’ha causata. Psicopatico, capisci? Si trucca come un clown e veste Jean-Paul Gaultier, capisci? Noi vogliamo la vita, loro vogliono la morte, tout court. Bene: allora mettiamoci a cercare i terroristi a Gotham City”.
Cammino tra gli alberi, sui fiori lilla acceso, seguendo un fruscio tra le foglie. Che sia un cervo?
“Dai ora ti saluto o Fabio si sveglia di nuovo, ‘notte Dani”.
Sento dei tuoni in lontananza, il cielo è filtrato da rami e fronde. Il buio si addensa come nebbia secca. Respiro profondamente e mi addentro nel bosco, calpestando le viole.
O preferite lei?
Potremmo spostare Ridge Forrester alla Difesa. E mettere Sally Spectra alla destra di Danny De Vito President. Fabio Viola ha fatto questa proposta, mi sembra sensata.(?) Una donna di peso per il futuro dell'America. Ma lascio a voi la decisione. Io, pilatescamente, me ne lavo le mani. Siate voi i giudici. Preferite Ridge o Sally come Segretario/a di Stato del futuro Presidente degli Stati Uniti d'America Danny De Vito? Io sono qui, disponibile a qualunque suggerimento...
E' un dato di fatto incontrovertibile che Ridge Forrester potrebbe servire alla nostra causa. Ad appoggiare Prodi nella lotta elettorale che si scatenerà nel nostro Paese nel 2006. Siamo amici fidati dell'America ma teniamo molto anche a noi stessi. Non possiamo abbandonare Prodi e la sua Corazzata Brankaleonkin al suo destino, con Rutelli, con Fassino, con tutti gli altri. Senza, un'altra volta, Bertinotti... O no? Dall'altra parte spettacolarizzano la Politica? Dobbiamo combattere il nemico con le sue stesse armi. Dal ventre molle e marcio di Mediaset nascerà, forse, il leader che la Sinistra attende da anni, Ridge Forrester. E Sally Spectra, così avida di potere, fama e gloria, sarà sicuramente la donna giusta per Danny De Vito. Una Sally finalmente democratica, una Sally che abbandonerà i lustrini e le paillettes dell'alta moda americana per gettarsi a corpo morto (diciamo così) nella partita a scacchi della politica mondiale.
Eccolo, un altro uomo nuovo per l’America. Accanto al possibile presidente Danny De Vito. Per la nostra campagna "Danny De Vito for President" iniziata martedì 16 novembre. Quest’uomo, dicevo, il virtuoso dell’incesto destrutturato Ridge Forrester, beautiful per antonomasia. Il Segretario di Stato ideale. Un uomo dalla pazienza eccezionale (dimostrata in anni e anni con la sua Signora Madre Terrifikarum, con la gattesca in calore aggiunto Brooke Logan, con Daddy Eric Tartarugone ecc.), dalla tinta d’acciaio nero. Il Big Jim della nuova politica americana. La risposta love me tender a Schwarzenegger, uno tutto chiacchiera e distintivo. E sigaro. Accanto al Piccolo Grande Uomo Danny De Vito noi, una volta terminato il mandato di Bush, vogliamo Ridge. L’ambasciatore dalla mascella assertiva. L’uomo che all’estero rappresenterà l’America. Il Bel volto della stessa. Un bell’uomo al posto di quella bruttona nazistoide di Condoleeza von Rice. Vogliamo un posto al sole per Ridge. Un posto al sole per vivere aspettando il domani, attraversando sentieri diplomatici. Tra un “vuoi bere qualcosa?” e un “mamma: io amo Brooke” e l’altro, Ridge Forrester (è questo il suo vero nome, non Ronn Moss) si muoverà sullo scacchiere internazionale con la sua dinoccolata andatura da post-piscina e pre-sauna o viceversa. Come presidente del Danny De Vito for President Italia vi prego quindi di appoggiarmi fin d’ora anche in questa battaglia. Quattro anni passano presto. Lottiamo fin d'ora per una politica estera americana guidata dal grande Ridge. Il manager dallo sguardo sognante dal quale tutte le segretarie (non di stato) vorrebbero essere “dettate”.
di Mario Bianco
Il mese dei morti è così terminato. Da un po’ di spezzettati giorni. Ci ritroviamo per l’ennesima volta nel tunnel “natalizio”. Siamo-dentro-nel-tunnel-del divertimentoooo... Parafrasi caparezzica. Paralisi dell’intelligenza. Presto faremo fagotto infagottandoci e ci vestiremo da Babbi Natale. Spenderemo le ultime forze, gli ultimi soldi, le ultime gocce di sudore freddo. Ci daremo dentro, le mani ficcate dentro i portafogli-coccodrillo. Uno-due- uno-due. Cassaaa. Pagare, prego. Scontrini con beffardi “Arrivederci e grazie” stampati su per quella carta da pulircisi il culo. O “grazie e arrivederci”. O “grazie arrivederci”. O “arrivederci grazie”. Fanculo comunKue. Bancomat, carte di credito, contanti. Natale ci vedrà ancora una volta attorno a una tavola a sgranocchiare frutta secca, allo stremo delle forze. A strafogarci di carne, prima. A bere a tutta birra, durante. Non c’è salvezza alla festa della salvezza. Potremmo andare a stivarci in un’isola caraibica, nel sud più a sud e dipinto di sud del mondo, nello sfintere anale del fottuto globo pederacqueo, e sarebbe comunque Natale. Anche in Iraq. Anche in Iraq ci sarà un quarto d’ora di celebrità massmediata per festeggiarlo, il Natale. Tra le truppe. Tra una sparatoria e l’altra. Tra le fucking bombe. Tra gli ammazzati ammassati. Tra gli Integralisti Islamici che ci vogliono morti. Il Natale sarà dappertutto, inutile tentare di farvi fronte. Abbandonarsi al Natale e lasciarsi andare è tutto quello che si può. Passivi, in attesa che tutto passi. Ancora una volta, faremo la festa al tacchino. O al cappone. O a quel capitone che ci pare. Tutto per devozione. Ancora una volta, festeggeremo la nascita di Dio. Ma penseremo a tutt’altro. Di Dio non ce ne fregherà che poco, immagino. Io di Dio me ne frego soprattutto a Natale, per esempio. Magari qualcuno pregherà, qualcuno meno smemorato di me. Qualcuno che ci crede ancora, perlomeno a Natale. Io preferisco crederci, in Dio, quando sono veramente, duramente, con le spalle al muro...
Strano: il Natale scorso, dopo tantissimo tempo, sentii qualcosa, proprio la sera della Vigilia, che mi turbò benevolmente. Era la sera dell’attesa. E una pace inattesa mi pervase. Come quand’ero piccolo e attendevo i regali di Gesù Bambino. Mi sentivo dentro di me, al completo, come poche volte mi capita. Non ero ubriaco. Non m’ero fatto una canna. Ero lucidissimo. Mi sedetti al desco familiare, mangiai e bevvi senza esagerare. Sentii uno strano silenzio. Un silenzio lucente. Tutto taceva, splendidamente. Sentivo il silenzio di Dio, quasi. Forse. Chissà. Mi vennero le lacrime agli occhi. Guardai la mia famiglia. Negli occhi. Gli occhi della mia famiglia sono quattro. In tutto, cioè me compreso, sei occhi che si guardavano sorridendo l’uno negli occhi dell’altro. Non mi sentivo così bene da anni e anni e anni.
Durò poco. Fin quando non terminò l’attesa.
di Riccardo Ferrazzi
(Questo post si riallaccia a un precedente pezzo di R.F. apparso qui, "Il gioco a somma zero". Un Ferrazzi ancora più lucido, secondo me. Buona lettura. M.U.)
Sembra ragionevole pensare che, se Tizio vende qualcosa a Caio guadagnandoci sopra, Caio sia stato truffato. In fin dei conti, da dove vengono i soldi di Tizio ? Se Tizio si è arricchito è perché ha preso i soldi di Caio.
Eppure non è così semplice. Basta esaminare dei casi concreti per vedere che ogni situazione fa storia a sé. Ma spesso ci si rifiuta di guardare le cose per ciò che sono e si pretende di farle entrare a forza in uno schema prefissato, fino ad arrivare al paradosso. E davanti al paradosso ci si comporta come gli aristotelici che non volevano guardare nel cannocchiale di Galileo.
La maggior parte dei paesi OPEC estrae il petrolio a quattro dollari al barile e lo vende a cinquantaquattro. Cinquant’anni fa, quando lo vendeva a tre dollari, il costo di estrazione era dieci centesimi. L’Occidente ha pagato senza protestare (tranne nel ’53 in Iran), ha sopportato ripetuti choc petroliferi che hanno portato a riconversioni industriali dolorose anche in termini sociali (in Italia, negli anni ’70, un intero comparto chimico chiuse i battenti: Anic, Snia Viscosa, Montefibre, Sir, Carlo Erba, i nomi più prestigiosi dell’industria nazionale, sparirono o furono riconvertiti. Non si contano i cassintegrati, i licenziati, i disoccupati. All’estero non andò diversamente, salvo in Inghilterra e in Norvegia, dove si trovarono i giacimenti del Mare del Nord.)
Eppure l’opinione corrente non è che l’Occidente abbia sfruttato bene il petrolio comperato a caro prezzo, ma che abbia sfruttato e continui a sfruttare i paesi produttori di petrolio.
In Africa milioni di persone vivono a livelli di povertà indescrivibili, in condizioni subumane. Da sempre, ma soprattutto a partire dal diciassettesimo secolo, gli africani sono stati deportati come schiavi, sfruttati, colonizzati.
Eppure, negli ultimi cento anni di colonizzazione europea, la popolazione africana è più che raddoppiata, malattie come il morbillo, il tifo, la peste e la lebbra sono state combattute con successo, le guerre tribali (finché è durata la colonizzazione) erano quasi sparite, gli stati nei quali si soffre la fame sono quelli subsahariani dove meno è stato presente lo sfruttamento dei colonizzatori. Ancora oggi lo stato più sviluppato del continente è il Sudafrica, dove lo sfruttamento è continuato fino a pochi anni fa.
Nessuna spesa è più improduttiva delle spese militari. Non c’è parlamento al mondo che non digrigni i denti ogni volta che si approva il bilancio della Difesa. Ogni cittadino ha l’impressione di buttare i soldi dalla finestra e invece di far costruire cacciabombardieri o incrociatori perferirebbe mille volte che fosse abolito il bollo auto.
Eppure, all’inizio degli anni ‘30 in Germania, quando l’inflazione arrivò a livelli assurdi e milioni di tedeschi erano disoccupati, andò al potere un tiranno che pretese di riarmare l’esercito. Le commesse statali (finanziate in deficit) fecero ripartire le fabbriche. L’economia tedesca si rimise in moto, la disoccupazione fu riassorbita e l’inflazione finì.
Spero di essere creduto sulla parola se dico che di esempi come questi se ne potrebbero ricavare centinaia leggendo tra le righe dei libri di storia. Gli storici dell’economia sanno che non si tratta di veri e propri paradossi. Ma i nostri pregiudizi li fanno sembrare tali.
La realtà non è mai paradossale. Siamo noi che ci ostiniamo a guardarla attraverso occhiali variamente colorati. Per vedere le cose come stanno veramente bisogna fare lo sforzo di togliere gli occhiali.
di Lorenzo Galbiati
Passano otto anni tra Linea gotica dei CSI e D’anime e d’animali dei PGR, uscito il 2 luglio di quest’anno. Nel frattempo succede un po’ di tutto. Tabula Rasa Elettrificata, il disco dei CSI del 1999, raggiunge la vetta delle classifiche, e rimarrà il loro disco più venduto. Già, perché sulla scia del successo i CSI pensano bene di sciogliersi. Non solo, Ferretti e Zamboni (il chitarrista cofondatore dei CCCP e dei CSI) rompono un’amicizia e un sodalizio artistico ventennali durante la registrazione dell’album Co.dex (che diventerà un lavoro solista di Ferretti) e meditano di abbandonare la musica. Ma gli altri membri del Consorzio convincono il Nostro a cimentarsi con un nuovo progetto, che nasce nel 2001 “per grazia ricevuta”. Il tempo di registrare un disco (il raffinato “PGR”, musica soft etno-elettronica) e il tastierista Magnelli abbandona il gruppo insieme alla vocalist Ginevra di Marco. Ferretti, Canali e Maroccolo raccolgono i cocci e si rimettono al lavoro. O meglio, è Ferretti che scalpita: dopo gli ultimi avvenimenti mondiali l’artista reggiano (di Cerreto, per la precisione) sente l’esigenza di dar sfogo alla sua nuova condizione politica di “orfano di sinistra”.
Nella prefazione ai testi di “D’anime” si legge: “orfano di sinistra vuol dire che una famiglia, genetico-politica, l’avevo. Che non l’abbia più, l’ho vista morire, l’ho sepolta, non significa che sono disponibile al farmi adottare. Ho superato la fase del lutto e del cordoglio, mi tengo disponibile, se il caso, per il pianto rituale.”
Le note sul libretto dei testi chiariscono anche come è stato concepito il disco: “un fervore di pensieri ritmati dallo scrivere continuo, cervello braccia mano, le pause per rileggere, a voce alta, cercando melodie minimali a sostegno delle parole o di toni di voce per farle fiorire.” Dunque è dalla scrittura di Ferretti che nascono le canzoni di questo album, e ciò spiega la maggiore verbosità dei testi, che tendono spesso a essere prese di posizione, dichiarazioni esplicite, piuttosto che versi ermetici ed evocativi, come nell’album. Linea gotica. Per fortuna il talento musicale di Maroccolo e Canali è riuscito nella non facile impresa di dare una forma rock a cotanta strabordanza di parole; mai, infatti, si ha l’impressione che la musica sia un semplice accompagnamento del cantato. Ne risulta così un’opera di valore politico oltreché musicale, dove un intellettuale, più che un cantante, esprime il suo universo di pensieri nella forma di un rock secco e puro, alternato a ballate elettriche di grande atmosfera.
Il contenuto ideologico del disco è racchiuso tra due canzoni quasi autocelebrative.
La prima è Alla Pietra – 9 luglio 2003, con la quale si apre l’album. È una bella ballata che ricorda un concerto epocale dei PGR, svoltosi alla Pietra di Bismantova.
La seconda è P.G.G.G.R, un pezzo musicalmente senza pretese, ma che nel testo ha due versi rivelativi:
“Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono”
quindi i PGR, ribattezzati PG3R per l’iniziale dei loro nomi, sono dei resistenti. E cosa significa resistere? Poco più avanti viene citato De Andrè:
“Non resiste Piero, la guerra non la fa, comunque morirà”
di nuovo Ferretti vuole schierarsi, prendere parte e combattere. Resistere. Ma dietro quale nuova Linea gotica?
Le canzoni che esplicitano il nuovo Ferretti-pensiero sono essenzialmente due. E sono tra le migliori del disco. La prima è Casi difficili, la seconda traccia, che inizia con soli voce e tamorra:
“io nun capisc’e vote ch’succede
ma quell’che s’vede nun se crede, nun se crede
posso essere perplesso se chi fa il bene dell’umanità
mette i propri vecchi all’ospizio
se chi fa il volontario ci guadagna un salario
ingrassa il suo amor proprio e il nostro obbrobrio
un volontario, senza eccesso di zelo,
fa gratis quel che può e gli par zero.
Curare sevizie di schiavi viola l’umanità
se non si fa la guerra a schiavisti e schiavitù
almeno si sostiene chi a proprio rischio la fa
l’abominio fiorisce in pretesa innocenza
che al Bene serve cuore e conoscenza
- sono perplesso, sono depresso
sono incazzato molto moto peggio –”
Ed ecco che esplodono le chitarre:
“vale più un cuore puro e un cazzo dritto
di ogni pensiero debole, piagnone contro
comunque sempre e solo insoddisfatto
- il mondo non vi piace: arruolatevi!”
E il testo prosegue, tra ritmo rock, spirito punk e sussulti di musica popolare: un mix riuscitissimo che fa di questo pezzo, forse, il capolavoro dell’album. La presa di posizione a favore di chi “a proprio rischio” fa la guerra è netta, ed è inevitabile pensare all’Iraq. Netto anche il rifiuto del pensiero “debole, piagnone contro”, ed è inevitabile pensare al pacifismo: i pacifisti sono bellamente invitati ad arruolarsi. Inizia così a delinearsi la nuova Linea Gotica, e la parte che Ferretti sceglie come propria.
Dopo la terza traccia, Divenire, un bel rock melodico, si arriva all'altra canzone-manifesto: Orfani e vedove. Musicalmente è un rock incazzato, con la sezione ritmica che picchia come un martello e continua a stravolgere i tempi, e con un vago sapore orientale dovuto a inserti melodici eseguiti da un quartetto d’archi. Ecco il nucleo ideologico della canzone:
“repubblicano, anticlericale, che da secoli e secoli,
sono cristiano
antifascista per indole, di fatto e partigiano
so che ci ha liberato l’esercito angloamericano
l’esercito angloamericano
orfani vedove monaci guerrieri
ci ha liberato l’esercito angloamericano, angloamericano
ero comunista del PCI emiliano,
il più buon governo cittadino
è per me un dovere amare il popolo ebraico,
lo stato di Israele
è per me un dovere amare il popolo ebraico…
io sto per quel poco che posso e che so,
coi più deboli
ORFANI E VEDOVE, che sto per me, per mia madre
sono una casa, una famiglia, una stalla
so che la geografia è destino
la storia non si fa signorile a tavolino
la libertà, un doveroso pericolo, in verità”
Non sfugge a nessuno, credo, il significato politico che assume il ricordare e il ribadire che “ci ha liberato l’esercito angloamericano” proprio quando questo esercito sta conducendo la guerra all’Iraq. Credo che nella rima partigiano/angloamericano si possa riassumere la posizione di Ferretti dietro la nuova Linea gotica. Tra le molte dichiarazioni politiche del testo, inoltre, va sottolineata quella dell’amore “doveroso” verso lo stato di Israele, che pare un ponte tra l’identità passata di comunista e quella presente di chi sta “coi più deboli” (gli israeliani?!).
Tra Orfani e vedove e PGGGR c’è spazio per cinque ottime canzoni. Tre sono belle ballate d’amore: Io e te, Tu ed io e S’ostina; non si era mai sentito un canto quasi sensuale da parte di Ferretti: questa è l’occasione. Un’altra canzone, la lunga I miei nonni, è un vero capolavoro per il pathos e la religiosità di cui è impregnata. E, infine, ecco l’ultima cavalcata rock, ovvero la guerra dal punto di vista di Cavalli e cavalle:
“il muso a sfiorare la terra
piangono i cavalli e impastano nel fango le criniere
piangono Patroclo amato, piangono per Achille
il suo dolore soffocato dall’ira
piangono il loro auriga
che va incontro alla morte a morirà
di marzo, nelle Idi, non mangiano
non bevono e temono la sera
li dispera che il loro cavaliere non la veda
Cesare va a morire e non lo sa
Cesare va a morire e morirà
assetate sdegnano l’abbeverata
corrono al suo richiamo
tendono alla sua mano
cavalle del Profeta
Profeta, Dio la ha in gloria, Muhammad”
In sintonia con gli ultimi versi, è un quartetto d’archi che conferisce anche a questa canzone un aroma speziato d’oriente. Va sottolineato il riferimento a Maometto, che induce Ferretti a precisare il suo pensiero verso la cultura araba nelle note che introducono il pezzo. Dopo aver tessuto le lodi dell’Islam, che quando è comparso nel Medio Oriente è stato “una boccata d’aria per l’umanità”, Ferretti arriva al suo punto di vista attuale: “oggi il fondamentalismo cattolico e/o protestante è ridicolo, o caricaturale, più preoccupante, a ben vedere, quello laicista ma è il fondamentalismo islamico nella sua deriva eroico-terrorista il problema inevitabile dell’Occidente e nello specifico dell’Europa. È in gioco la nostra esistenza reale, per quanto poco sia il nostro valore.”
Quindi, o noi o il fondamentalismo islamico: ecco la nuova Linea gotica. La Fallaci applaudirebbe. E se è davvero questa, allora è chiaro perché Ferretti è un orfano di sinistra. Mi pare infatti che la sinistra attuale, almeno quella che io intendo come tale, individui la Linea gotica nel confine tra chi vede in atto questo scontro di civiltà tra Occidente e Islam fondamentalista, e che di fatto – vedendolo – lo alimenta, e chi invece considera interni allo stesso sistema di potere economico-politico sia l’Occidente della guerra preventiva (in cui il fondamentalismo protestante è tutt’altro che ridicolo) sia il fondamentalismo islamico. Il capitalismo e il fanatismo si nutrono di guerre, e passeggiano a braccetto.
"Ricordatevi che siamo dei combattenti e non dei criminali. Se qualcuno di voi sarà preso a violentare donne, o maltratterà un vecchio, o ucciderà un bambino, lo faccio legare nudo a un palo nel deserto, fino a che muoia di sete, e che se lo divorino gli insetti e le formiche, che gli iniettino il loro veleno las serpientes de cascabel (serpenti a sonagli). Parola di Emiliano!"
(Emiliano Zapata)
di Piero Sorrentino
(Ricevo e pubblico questo racconto inedito di Piero Sorrentino, scrittore e giornalista e collaboratore di “Stilos”. Buona lettura. M.U.)
Quando le passi vicino la seconda volta la vedi.
Qualche minuto prima, mentre a naso all’aria confrontavi i numeri plastificati incollati sulle porte color crema con le cifre che avevi scarabocchiato su un rettangolo di carta che tenevi in mano come una mappa, l’avevi intercettata con la coda dell’occhio. Magra, piuttosto alta, coi capelli chiari torturati da uno zuccotto di lana rossa intrecciata e un paio di jeans chiarissimi, quasi bianchi. Se ne stava appoggiata a un grosso archivio d’acciaio zeppo di riviste con le coste spaccate e ingiallite. Non faceva nulla di particolare. Stava.
Ti era venuto subito in mente che assomigliava a una giovane attrice italiana, ma il nome proprio non te lo ricordavi. Passandole accanto prima di svoltare per un altro dei corridoi bui dei dipartimenti le avevi guardato le scarpe. La suola di gomma morbida con tre o quattro scanalature sul tacco piatto e alto. La marca, lunghissima, in giallo fosforescente coi caratteri arrotondati da fumetto. Avevi tirato dritto spinto dalla paura di fare tardi, o di trovare il professore assediato dai tuoi colleghi isterici. Invece era solo. Ti aveva fatto accomodare con un sorriso secco, e i tre quarti d’ora successivi nei quali aveva smantellato a colpi di biro e riscritto completamente l’indice e la struttura della tua tesi (Stop Spot. La censura e il boicottaggio in pubblicità) erano passati tra rimpolpamenti bibliografici e scaracchi ispidi che il vecchio professore gutturalizzava ogni tre minuti.
Avevi provato più di una volta a spaccargli il discorso sulle pause che faceva per prendere fiato. Ti era perfino venuto in mente un consiglio che una volta un famoso giornalista dallo spiccato accento romano aveva dato a uno dei suoi collaboratori: “Quanno ‘ntervisti ‘n politico glie devi guarda ‘a bocca, non l’occhi: senò cor cazzo c’o fermi”. Ma non avevi ottenuto granché. Alla fine, salutando e ringraziando, ti eri alzato giustificando sul tavolo sgombro, come un conduttore di telegiornale in chiusura, un mazzetto di 60 fogli A4 sfigurati da rimandi, cerchietti, frecce, sottolineature, interi paragrafi sbarrati con grosse x sbrigative.
Quando hai ripercorso al contrario gli stessi corridoi di quasi un’ora prima la ragazza è ancora lì. Ora si è seduta per terra. Praticamente non è cambiato nulla, a eccezione di un rivolo umido di lacrime che le riga una guancia e si ramifica in invisibili goccioline lungo un tratto di mandibola. La schiena contro il muro, si tiene le gambe abbracciate e strette al petto nell’immagine classica di un famoso incisore tedesco che il tuo manuale di letteratura del liceo usava per spiegare l’idea dell’accidia in Dante. Quello che non conosci ti uccide, pensavi sempre, e se Dio doveva punirti per un peccato capitale eri certo si sarebbe trattato dell’accidia.
Ora non puoi non vederla, e non puoi più fare finta di non averla vista. Ti avvicini sperando di non sembrarle troppo goffo. Un trillo lontano di telefonino ti raggiunge mentre scolli le labbra per chiederle
- Che hai?
Ti cuce addosso un’occhiata livida.
Non sai che fare. Il telefonino continua a suonare, poi smette.
Finalmente la vedi bene in viso. Alza la faccia. Ha gli occhi chiari, azzurri. No, verdi. La fronte piccola, la bocca stretta e carnosa. Un filamento grumoso di mascara sciolto le riga uno zigomo. È bella, pensi. Non sapresti dire quanti anni ha, e per questo decidi che ne ha pochi.
-Se vuoi vado via - dici.
Ha esitato un secondo, ti è parso, prima di scuotere la testa a destra e a sinistra, rapida, come se un’invisibile mosca testarda avesse tentato di planarle sulla punta del naso. Mentre ti frughi nelle tasche alla ricerca di un fazzoletto ti sorprendi ad ascoltare gli strani mugolii che la ragazza modula con la bocca chiusa. Ora ha smesso di piangere, ma continua a fare quei suoni un po’ animaleschi muovendo piano piano le labbra come un ventriloquo di quart’ordine.
- Fumi? - chiedi alla ragazza.
Senza aspettare una risposta hai tirato fuori dal taschino del giubbino di jeans il pacchetto di marlboro che hai comprato stamattina appena uscito. Con un’unghia hai lacerato la pellicola di plastica sottile che lo sigilla, hai scoperchiato la confezione, hai tirato fuori assieme due sigarette e ti sei bloccato proprio quando stavi per portarle alla bocca e accenderle. Lei ha mosso in avanti la testa guardandoti con la bocca semiaperta. Le hai poggiato il cilindro di tabacco giusto al centro delle labbra e hai acceso col tuo bic verde.
Il “grazie” che ti ha soffiato in faccia avvolto in una nuvoletta di fumo leggero è stato così basso e veloce che hai pensato d’essertelo immaginato.
- Non m’ero accorto di te. Quasi tiravo dritto - menti.
Lei si stacca la sigaretta dalla bocca con un gesto lentissimo.
- Cercavo un po’ di silenzio -.
Ti accorgi di essere rimasto in piedi di fronte a lei, e il pensiero che la posa abbia qualcosa di vagamente osceno ti fa le gambe molli. Ti inginocchi, accosciato come nella foto di quando eri terzino nella squadra allenata da un ex calciatore di serie C della tua città.
Ti viene in mente una scena di un film che hai visto di recente. C’è una situazione simile, e a un certo punto la protagonista dice proprio una cosa così. Ti frughi in mente per qualche secondo. Vuoi rintracciare le parole esatte che l’altro personaggio usa per consolare la ragazza, ma non le trovi. Ti aggrappi a un sorriso amaro, una virgola storta che ti piega gli angoli della bocca increspando la linea corta delle labbra.
- Tra un po’ mi passa - fa lei.
- Allora tra un po’ me ne vado - dici.
Restate per qualche minuto a fumare in silenzio. Le mani piccole di lei guidano la brace della sigaretta con movimenti secchi che tracciano volute morbide e senza forma, prima di dissolversi in aria.
Cerchi di capire, di sapere. Nella tua testa intrecci cestini di parole in forme di frasi rassicuranti, poi disfi le composizioni, insoddisfatto, restando con mucchietti di sintassi sfasciata nelle mani a coppa.
Temi per un momento che i tonfi dei tuoi pensieri la assordino.
Quando incontri una ragazza che piange, pensi, hai due sole alternative per scacciare i suoi fantasmi e segnare con le carezze e le parole i contorni del suo dolore.
Uno,
“Uno, Sonia, e non voglio più ripeterlo!, stacchi poco le parole e arroti troppo le consonanti, soprattutto la erre. Ti viene fuori una cosa come grrrrazie.
Due, – e se una buona volta impari il copione lo capisci! – c’è scritto che devi stare con la schiena contro la parete e con le cosce tirate al petto. Leggi, su! “La schiena contro il muro, si tiene le gambe abbracciate e strette al petto nell’immagine classica di un famoso incisore tedesco…” ecc. ecc.
E tu, Sandro, che cazzo!, se nella didascalia relativa al tuo personaggio c’è scritto che il sorriso che le fai vuole essere gentile ma in realtà ti viene fuori amaro, non mettere su una faccia come se tua nonna t’avesse sorpreso chiuso nel cesso con un giornalino porno!
E poi non voglio ripeterlo più: i gesti, anche quelli più impercettibili, devono essere visibili a tutti, plateali, esagerati! Anche chi ha i biglietti per la penultima fila deve vedervi e sentirvi allo stesso modo di chi vi segue in terza fila!
Tutto chiaro? Domande? Dubbi? Bene, ricominciamo. Alle cinque facciamo venti minuti di pausa.
Sandro, quando le passi vicino la seconda volta la vedi”.
Ci sono libri che non si possono non leggere, a mio parere. Per carità: esistono libri capitali, come Il Capitale, guarda caso, che andrebbero letti senz’altro. Io non l’ho fatto e forse ho fatto male, magari sarei diventato comunista. Ho fatto comunque sicuramente benissimo a leggere per la prima volta parecchi anni fa "La promessa" di Duerrenmatt. Definito da più parti un “antiromanzo giallo”. Definito dall’autore stesso, nel sottotitolo, “Requiem per un romanzo giallo”. Nel quale romanzo-requiem del grande svizzero (autore definito dal critico tedesco Reich-Reinicki “la nostra coscienza, una coscienza che non ci lascia mai in pace”) le consuete regole del genere vengono distorte senza però stravolgere o soppiantare lo stesso genere, che in effetti ha continuato a prosperare fino ad oggi con –artisticamente parlando – alterne fortune. La promessa è un giallo perché vi sono gli ingredienti indispensabili per un simile piatto di portata, compresa la svelazione dell’assassino; ma allo stesso tempo è un romanzo mainstream che segue il corso strambo, caotico e a volte perverso della vita; è imprevedibile, beffardo, grottesco, contraddittorio, disonesto. E’ follemente umano. Il giallo canonico è grosso modo onesto: attraverso il ragionamento l’investigatore arriva alla soluzione tacitamente richiesta dal tacito lettore. Il tacito patto tra i due ipocriti baudelairiani (l’autore e il lettore) viene onestamente rispettato. Poirot è onesto nel suo trafficare, Maigret è onesto nel senso borghese del termine e onestamente arriva alla conclusione dei suoi casi umani. Certo Maigret usa la logica, ma da questa non si fa fuorviare, diciamo così: perché per il celeberrimo commissario residente a Parigi in Avenue Richard Lenoir è più che altro il fiuto, l’osservazione psicologica ciò che lo guida e lo sospinge e lo arma. I Maigret sono romanzi psicologici, anzi dei veri e propri psicodrammi gialli. Ma La promessa che libro è? Abbiamo un abominevole assassinio, quello di una bambina. E un commissario svizzero di nome Matthaei, noto per essere un investigatore seminfallibile, che davanti a quel caso praticamente archiviato decide di decollare fin verso –quasi- la follia pur di risolverlo, costi quel che costi: e il prezzo da pagare è, in ultima analisi, sé stesso. L’ostinazione di quest’uomo – che continua ad indagare a modo suo anche dopo essersi ritirato dalla polizia, cioè attendendo e attendendo e attendendo – è qualcosa che lo apparenta alle granitiche montagne alpine di quei posti a noi così vicini ma anche così lontani. E’ qualcosa, quest’ostinazione, che trascende l’umano. Il personaggio Matthaei è l’uomo che non si arrende davanti a nulla, nemmeno davanti al nulla; è una specie di superuomo trasandato, ridotto progressivamente a straccio, a parvenza di sé stesso, che nonostante tutto persegue il dettato della risoluzione del caso soprattutto perché ha promesso ai genitori della bambina di trovare l’assassino. Matthaei è un uomo antico, forse ottocentesco, che crede ancora che certe promesse vadano mantenute. E’ il moralista nel quale Duerrenmatt ha potuto probabilmente identificarsi. E per mantenere la promessa che dà il titolo al libro Matthaei non si muove, resta fermo dov’è, in attesa, diventando una montagna umana disincantata ma appunto inamovibile. Il caso non è più tale, il caso è finito tra le braccia stellari della legge del caso. L’uomo di legge e d’ordine ormai dimissionato diventa una specie di angelo dalla barba incolta, un essere più metafisico che fisico che tra i dirupi e le tortuose strade della Svizzera profonda, tra ombre inesorabili e improvvisi scoppi di sole in cieli lividamente azzurri, attende con mostruosa pazienza che il pesce assassino abbocchi al suo volonteroso amo d’acciaio. Pescatore di torti per destino, Matthaei va contro sé stesso, contro la logica, contro gli elementi non solo del giallo letterario ma anche del giallo reale, vale a dire del giallo a tinte più che altro nere che giornalmente si consuma nelle case e nelle strade e in innumerevoli commissariati, in tutto il mondo reale. Dunque La promessa è un libro che tuttora svetta, credo, su tutti quelli denominati di genere proprio perché è un geniale libro killer, è l’assassino perfetto del genere in forma di libro: uccide il giallo, uccide il genere, dà altissima dignità letteraria, una volta per tutte, a certe storie che hanno nel crimine il proprio indispensabile centro di gravità. La promessa è uno spartiacque: dopo quel libro così smilzo e così splendidamente secco nel suo fraseggiare (pubblicato per la prima volta nel 1958 dalla zurighese Diogenes Verlag) il giallo non è stato più lo stesso. E forse anche la letteratura nel suo complesso.
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