Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG

Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)

30/11/2004
AUTOSEGNALAZIONE

E' online da oggi pomeriggio il sito Krauspenhaar/Carta- tra i miei link. Un sito "sidecar". Cioè a due posti. C'è posto per l'amico Vito Carta fotografo, che l'ha messo in piedi, e per il sottoscritto. Se non siete già stufi di questa blogzine ('azzo come suona bene, però, la parola blogzine, o no?) potete andare a darci un'occhiata.

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UN CAPOLAVORO. QUASI

di Elio Paoloni

 

(Se avessi fatto in tempo, questo sarebbe stato tra i commenti all’intervista di Tiziano Scarpa a Nicola Lagioia qualche tempo fa su Nazione Indiana).

Il primo libro, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, non mi sembrava granché. Non dovrei parlarne perché non l’ho letto ma non l’ho letto perché quando l’ho avuto per le mani ho deciso che non valeva la pena di comprarlo, il che, pur non costituendo prova, è un indizio. Pesante perché raccolto da un segugio di libreria. Perciò quando Tiziano Scarpa su Nazione Indiana se n’è uscito, come niente fosse, a dire che Occidente per principianti è un Capolavoro, la mia risposta è stata: bum. Mentre sbuffavo ho anche ruotato la testa e sollevato le sopracciglia fino al soffitto. Ma Scarpa non è D’Orrico, così quando anche un altro critico mi ha detto che l’aveva trovato ottimo, ho capito che non potevo ignorarlo. Anche perché Nicola è nu paesano.

E appena ho cominciato a leggere ho capito che Tiziano non scherzava: stavo sbattendo contro una cosa che non ti si para davanti tutti i giorni, compatta come un container ma con strati a vista come una torta millefoglie. Pagine ferme, sapienti, una locomotiva che non può deragliare, un’ironia leggera che ondula all’occorrenza la superficie satinata. La certezza che questo qui sa esattamente dove vuole andare a parare, che ha già tutta la visione ben chiara in mente e che questa visione è chiara proprio perché è sfumata. Che faccio, gioco agli ossimori, come un critico ben temperato? Beh, è così. Guai se una visione del mondo non è ambigua. Ambiguità non è l’incertezza dell’autore, è la sostanza del reale che si dispiega prepotentemente.

Che fa, in questi casi, un grande amatore come me? Esclama cazzocazzocazzo, come nei film americani, e si lecca i baffi scavandosi più profondamente la cuccia nella poltroncina, sforzandosi di ottemperare alle condizioni richieste da Calvino per la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Tutto si tiene, come in ogni romanzo che si rispetti, come in quelli, sempre additati, d’oltreoceano. Nelle prime venti pagine profondità e leggerezza, recitazione e torture, eroi e sanguisughe, si incastrano e si potenziano. C’è la visione. E’ nata una stella (che restiamo anche in tema).

Dopo, però, pian piano, le cose smettono di tenersi. Il Tema che mi appassionava viene buttato via, le ruote perdono denti, le stelle si allontanano, poi scompaiono e vengono sostituite da altre, sempre magnificamente fotografate e sempre meno necessarie. Quando finisco il libro non avverto la sensazione di dispiacere che l’abbandono di un capolavoro comporta.

Mentre cerco di raccogliere le idee mi imbatto nella recensione di Alfonso Berardinelli. Godo, mi inchino e decido che non c'è nessun bisogno di parafrasare male quello che lui ha colto ed espresso in modo eccellente: "Lagioia è uno dei talenti letterari più brillanti oggi in attività… possiede in alto grado la DENSITA' PERCETTIVA, l'originalità ritmica, la tecnica straniante che fa vedere tutto come per la prima (o l'ultima) volta. Interi micro e macrocosmi vengono stipati dentro un breve capitolo o in mezza pagina". Berardinelli cita il passo sulla prospettiva, uno di quelli che mi hanno lasciato a bocca aperta, soffermandosi sul “passaggio dal rallentamento mentale all'accelerazione cinetica: la sintassi ora si dilata e ora si spezza. I piani temporali scivolano l'uno sull'altro, dall'avvicendarsi delle epoche storiche alla fretta di uscire".

Però Nicola Lagioia "non ha la pazienza del narratore. Il suo sistema nervoso è quello di un poeta. A forza di scariche elettriche e di accelerazioni ritmiche… crea un'eccitazione e un'attesa che poi non riesce a governare e non sa come soddisfare". Appunto.

Nel saggio di Berardinelli c'è poi un passo che mi fa comprendere meglio l'immediata sintonia di Tiziano Scarpa (che nell'intervista su NI utilizzava per lo stile di Lagioia, oltre al bellissimo "mondovoro", un aggettivo usato anche da Berardinelli: prensile): "Lagioia è troppo bravo, troppo informato, troppo intelligente e travolto dal piacere di scrivere e di sorprendere per riuscire a raccontare davvero con convinzione qualcosa". Questa è esattamente la considerazione che mi viene di fare quando leggo i libri di Tiziano. Come nel campo delle arti figurative, gli scrittori non creano più gruppi scultorei ma Installazioni, lucenti vuoti a perdere dentro il quale il fruitore è invitato ad aggirarsi meravigliato per un po'. Padiglioni da smantellare. Suggestioni che non puoi incartare e portare a casa.

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VERONELLI BLUES

Se ne è andato Luigi Veronelli, a 78 anni. Il filosofo. Il gastronomo. Lo scrittore. L'uomo che aveva inventato espressioni come "vino da meditazione". Il primo ad apparire in tivu, negli anni 70, in veste di esperto di cucina ma soprattutto di vini. Assieme alla corpulenta attrice Ave Ninchi, in "A tavola alle sette". La Ninchi, attrice marchigiana di teatro e di cinema fin dagli anni 40, diceva continuamente di essere astemia, Veronelli faceva il "l'intellettuale rompiballe". Un divertente gioco delle parti. "A tavola alle sette" fu, credo, la prima rubrica di cucina della televisione italiana. La grande madre di tutte le rubriche. Se ne è andato un coltissimo "rompiballe" della cucina italiana, uno scrittore raffinatissimo.

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29/11/2004
SIA LODE AL PROFETA

di Raul Montanari

(Questo post si aggancia a quello mio di sabato 20 Nov. intitolato “Su Peter Hammill”, un succinto ritratto del grande ma non famoso cantautore inglese, ex leader dei Van der Graaf Generator. Da informazioni assunte tramite una soffiata di Gianni Biondillo, nel prossimo romanzo di Raul, “La verità bugiarda”, che uscirà in primavera, la presenza dei VdGG - di cui Raul è come me vecchio fan- è addirittura devastante. A un certo punto sarà anche consumato un rapporto sessuale con il pezzo “Killer” e tutto il resto dell’album “H to He Who Am the Only One” come sottofondo… Ecco dunque – soprattutto per i fan del gruppo che a quanto pare albergano anche tra i frequentatori di questo blog- alcuni stralci significativi a questo proposito. I personaggi: Chris Bergmann, 27 anni, protagonista del libro, Gerry, 22, ragazzo molto disturbato e fanatico dell’horror che ascolta solo i VdGG, e Stefania, 18. Buona lettura. M.U.)

 

Chris stava per rispondere, poi sobbalzò perché le pareti della camera si misero a tremare.

All’inizio gli sembrò una tempesta, un uragano, o più precisamente un terremoto. Poi distinse dei tonfi che parevano provocati da quella palla che usano per buttare giù le case, e che invece dovevano essere colpi di batteria, visto che dal marasma sonoro adesso emergevano anche una chitarra e un sassofono.

Stefania scoppiò a ridere e per un attimo fu identica a suo fratello. Rovesciava indietro la testa come Marco, e le pieghe agli angoli della bocca e degli occhi erano uguali.

“Cos’è questa roba?”

“La musica di Gerry. Gerry!” gridò la ragazza, e diede un paio di pugni nel muro. “C’è un ospite, abbassa un po’!”

“Ma è pazzo?”

“Sì, completamente. Gerriii!”

Il frastuono diminuì a due riprese, come se Gerry avesse prima abbassato un pochino e poi ancora un po’, per scrupolo. Adesso sembrava musica, se non altro, e nemmeno brutta.

 

(Poi una conversazione fra Gerry, il protagonista Chris Bergmann e Stefania) :

 

Gerry tornò dalla cucina e fece girare qualche bottiglia di Coca Cola. Erano gelate.

“Lo so che tengo la musica troppo alta” disse in tono di scusa. “Ormai sono diventato sordo, cosa ci posso fare? Se mi metto le cuffie è peggio.”

“Sordo, figurati.” Stefania si sedette e bloccò la bottiglia negli incavi dei due piedi uniti. “Brrr!”

“Che musica è?” s’informò Chris.

“Io ascolto un solo gruppo, i Van der Graaf Generator. Li conosci? Posso darti del tu, vero?”

“Mi pare di averli sentiti nominare.”

“Non hanno fatto tanti dischi. Poco più di dieci. Quelli ufficiali, perché poi ci sono i bootleg, e tutti quelli che ha fatto da solo Peter Hammill, il mitico!”

“E’uno di loro?”

“Il leader. Il più grande poeta del rock. Tu fai il traduttore, vero? Dovresti tradurre i testi di Hammill. Io certe volte non ci capisco una sverza. Sai che se tu facessi un libro con i suoi testi lo comprerebbe un sacco di gente?”

“Ma se è un gruppo degli anni ’70 che non lo ascolta più nessuno!” disse Stefania. “Vendevano niente già allora, me l’hai detto tu!”

“In Italia vendevano eccome!”

“Tu sei proprio matto, Gerry. Dovresti ascoltare la musica dark di adesso, o magari la techno. Sei fuori personaggio, dai, non ce n’è proprio.”

“Non me ne frega un tubo” disse Gerry. “L’ho ascoltata per anni, quella merda, poi ho avuto l’illuminazione. A forza di andare indietro, indietro, all’origine di tutto, ho trovato i divini Van der Graaf! Cosa me ne importa di ascoltare quei fighetti che li hanno imitati? Gloria e amore ai Van der Graaf! Sia lode al profeta!”

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27/11/2004
SEX AND THE CITY, MA SOPRATTUTTO CITY

Essere donne a Roma, dopo l’mtv day.

n.1

di sEp

 

(Inizia oggi una serie di sEp ispirata ai famosi telefilm andati in onda su TMC/La7, le cui puntate usciranno a scadenza mensile. Buona lettura. M.U.)

 

La domanda è questa: che scarpe deve indossare una signora per andare ad una riunione di movimento? Se una signora facesse parte del movimento non si porrebbe neanche il problema, probabilmente avrebbe un solo paio di Doc Marten’s blu, residuo di una adolescenza fine anni ‘80 ed indosserebbe quelle. Ma se la signora in questione non è del movimento e non è una sopravvissuta ad un’adolescenza fine anni ’80? Tanto per cominciare avrà dei Doc Marten’s neri, perché non dimentichiamo che Cobain ed il grunge sono morti nel 1994, anno in cui la nostra signora che sta per prendere parte ad una riunione di movimento, ma che non è del movimento, aveva 16 anni. Dopo Cobain li ha indossati anche Dolores O’riordan che per un frammento di video sembrava continuare la strada di Sinead O’connor dopo la morte di Cobain, anni dopo. Così facendo ha creato una certa continuità nel corso degli anni tra le calzature indossate dagli adolescenti, i teen, di quel periodo. Poniamo però il caso che la signora venga da un certo quartiere di Roma, Prati, tanto per fare un esempio. Quartiere in cui i ¾ degli adolescenti indossavano, fine anni ’90, le camicie a quadri rigirate con delle chester a tinta unita, con una gonnellina collegiale a pieghe, e poniamo il caso che la signora in questione che viene da Prati e che a fine anni ’90, in realtà, non portava i Doc Marten’s neri, ma dei tentativi di scarpe con il tacco, un taccone grosso da tanguera, stile Madonna del periodo Evita Peròn, molto probabilmente la signora in questione oggi avrà nel suo armadio anche un paio di stivali con il tacco molto basso. Probabilmente di quelle scarpe scomode a punta fina. E se la signora in questione ha un accenno di alluce valgo pronto a trasformarsi in patata, crediamo veramente che metta sotto sforzo il suo povero piede per una riunione di movimento del quale neanche fa parte? Questa è un’ipotesi decisamente da escludere. Provando a fare mente locale è probabile che la signora di Prati che sta per andare ad una riunione di movimento ma che non è del movimento possegga in casa, nel suo portascarpe un paio di Nike, probabile regalo di una sorella o di un genitore o di un cugino, di ritorno dagli Stati Uniti, un cugino avvocato, magari, così comuni nel quartiere Prati, a Roma, che non ha neanche bene idea di cosa sia il movimento se non finisce sul Parioli Pocket, un giornale patinato del Quartiere Parioli, appunto. Ecco quindi potrebbe accadere che la signora in questione possegga effettivamente un paio di Nike che non avrebbe mai comprato di sua spontanea volontà secondo i sani principi del boicottaggio alle multinazionali. Ma se te le regalano che fai? Le butti? E’ un peccato, pensa a tutti i bambini in Africa che non hanno neanche le pantofole. Ricapitolando: la signora di Prati che è stata adolescente verso la fine degli anni ’90 possiede diverse paia di scarpe, diverse nel numero e nel genere, non nella taglia, un signorile 36. La signora deve andare ad una riunione di movimento. Ma a questo punto abbiamo bisogno di un indizio in più: perché la signora di Prati che non è del movimento sta per andare ad una riunione di movimento? Per amore. Ricordate: la signora di Prati sta per andare ad una riunione di movimento per amore. Quindi che scarpe indosserà? I Doc Marten’s, gli stivali belli ma scomodi, o le blasfeme Nike? CI manca ancora un elemento: l’oggetto dell’amore. Va da se che se oggetto dell’amore della signora di Prati è uno dei capi del movimento non potrà che indossare i Doc Marten’s; così come se oggetto della bramosia della signora è magari un giornalista che scrive di movimento probabilmente sarà portata ad indossare gli stivali con il tacco; e se oggetto dell’amore della signora di Prati è una delle ragazze che fanno parte del movimento probabilmente indosserà le Nike, perché c’è un limite anche al livello di trasgressione che una signora di Prati può raggiungere. Ma non è tutto così semplice. Scegliere le scarpe giuste da indossare in una riunione amorosa non è mai semplice, soprattutto se la riunione amorosa avviene in una fumosa aula universitaria e argomento della riunione è il futuro del movimento. Per capire la scelta della signora, forse, ancora più che nella sua testa, dobbiamo entrare nei suoi piedi. Sembra una battuta, ma è la realtà. Una signora, una qualunque signora di Prati, non uscirebbe mai a cena con il suo innamorato con le scarpe basse. Per rendere questo più semplice la signora in questione ha bisogno di sapere prima che la tot sera uscirà con il suo amato perché così quel tot giorno indosserà scarpe basse e comode che faranno riposare il piede e lo prepareranno alla tortura serale. Ma può capitare che ci sia un imprevisto e visto che la signora di Prati è geneticamente una signora d’esperienza,a qualunque età, saprà che deve abituarsi a potare scarpe mezze e mezze, diciamo così. Ad esempio degli stivali bassi, per fare fronte ad ogni evenienza. Questo una signora di Prati pura, ma una meticcia, una che si è imbastardita, magari uscendo da Prati potrebbe comunque trovare difficoltà ad accettare la tortura di uno stivale durante una giornata lavorativa di minimo 9 ore fuori casa, anche perché di solito le signore di Prati che si imbastardiscono, che escono cioè da Prati, sono le signore che lavorano e non fanno gli avvocati. Quindi molto probabilmente la signora di Prati che sta per andare ad una riunione di movimento e che era adolescente alla fine degli anni ’90 è probabilmente una signora che lavora e che indossa o un paio di Doc Marten’s o un paio di Nike. Se la signora di Prati che lavora fuori casa circa 9 ore al giorno ha anche un accenno di alluce valgo non porterà mai, motivi di salute, i Doc Marten’s per più di 9 ore, sarebbe come diventare zoppa nel giro di 5 anni. La signora di Prati che lavora, che sta per andare ad una riunione di movimento e che soffre di alluce valgo porterà le Nike. E questa è la fine del movimento: i sogni vengono sconfitti dal dolore di un alluce valgo e dalla pratica necessità di due piedi.

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26/11/2004
AUGURI A...

 

 

Fabio. Da oggi ventinovenne. Per il cognome vedi foto...

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LINEA GOTICA, SECONDO LATO: UNA IRATA SENSAZIONE DI PEGGIORAMENTO

di Lorenzo Galbiati

 

(Eccovi la seconda puntata della serie sui CSI-PGR di Giovanni Lindo Ferretti. Ricordo che la prima è andata in rete venerdì scorso, 19 Novembre. Buona lettura. M.U.)

 

Nel primo lato di Linea gotica Ferretti ha cantato la guerra in Jugoslavia e le situazioni e gli stati d’animo a essa connessi: “come un animale nel tempo di morire”, “questo secolo oramai alla fine saturo di parassiti senza dignità”, “l’aria è satura dall’eco di lamenti”, “ho dato al mio dolore la forma di abusate parole”, e si potrebbe continuare.

Il secondo lato si apre con il pezzo che dà il titolo all’album e che inizia con una citazione di Fenoglio:

“Alba la presero in duemila il 10 ottobre

e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944 (Beppe Fenoglio)

anche la disperazione impone dei doveri

e l’infelicità può essere preziosa

non si teme il proprio tempo è un problema di spazio (2v.)

geniali dilettanti in selvaggia parata

ragioni personali una questione privata”

La Resistenza italiana, dunque, per Ferretti pare essere “una questione privata”, come nell’omonimo romanzo di Fenoglio.

Questa volta la musica minimalista, basata su basso e chitarra, è un semplice accompagnamento alla voce recitante; in questo modo, però, la melodia risulta appena accennata e la canzone non riesce a raggiungere l’intensità delle precedenti. Il finale esplicita il movente di tutto il lavoro del gruppo:

“occorre essere attenti occorre essere attenti

e scegliersi la parte dietro la Linea gotica

Comandante Diavolo Monaco Obbediente

Giovane Staffetta Ribelle Combattente

la mia piccola patria dietro la linea gotica

sa scegliersi la parte – mai come ora”

Ferretti, nato in terra di partigiani (il reggiano), va fiero della sua patria, della sua capacità di schierarsi e prendere posto dietro la Linea gotica. La canzone è un chiaro invito a combattere, a prendere posizione, oggi più di allora: è la voce angelica di Ginevra di Marco, che fa da contrappunto a quella severa di Ferretti, a sussurrare “mai come ora”.

La traccia che segue, Millenni, è un rock possente e cattivo. Il bersaglio questa volta è la chiesa cattolica:

“Millenni di Patto millenni di Legge millenni d’Osservanza

millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio

millenni di sangue versato a concime

millenni di imperi e regimi

millenni di regni di dio…

Millennio del Signore, sesto

o secondo che finisce

o secondo che avanza

Urlo da lama

Santa mattanza

Non sono scrupoloso al riguardo di Dio

È a nostra immagine e somiglianza.”

La posizione del credente Ferretti è precisata nelle note scritte sul libretto dei testi, ed è di grande attualità: “più si chiama in causa Dio più aumenta il livello del dolore, delle atrocità, della violenza. Come è possibile che ‘Colui che tergerà ogni lacrima dai loro occhi’ li stia facendo annegare nelle loro lacrime? Sia chiaro ciò non farà di me un anticlericale, di tutte le sette la più sciocca, anche se di questi tempi la meno pericolosa.”

Il pezzo successivo, L’ora delle tentazioni, allontana di poco la mira e punta il dito sulla morale sessuofobica della Chiesa. È la canzone più lunga del disco, quasi dieci minuti, e regala emozioni a non finire. La voce di Ferretti è accompagnata dal piano di Magnelli e intervallata dai vocalizzi della di Marco, che conferiscono un’atmosfera onirica a tutto il pezzo. A metà canzone, in un crescendo di questi tre elementi, Ferretti scandisce prima con voce cavernosa, poi baritonale e infine acuta:

“la casa la chiesa a modo e perbene

campana che suona la notte che viene

cattolico decoro cattolico decoro

cattolico decoro cattolico decoro

- la luce si spegne”

Di nuovo si rimane senza fiato. È il quarto capolavoro. La parte finale del pezzo permette di rilassarsi tra gli ultimi versi di Ferretti (“scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo del firmamento, che è fredda la notte, è fredda la notte) e i vocalizzi della di Marco, che ci regalano ancora dei brividi.

La canzone successiva, Io e Tancredi, musicalmente è la meno significativa dell’album ma dal punto di vista testuale è assai importante. Ferretti torna ad affrontare il tema delle parentele tra uomini e animali (Tancredi era il suo amato cavallaccio), e questa volta si espone in prima persona tratteggiando un autoritratto che prende i cavalli come termine di riferimento:

“somiglia il mio vedere all’occhio dei cavalli

cieco da distorsione nell’immediato fronte

fondo e pungente ai lati in connessioni ardite

preda dello sgomento facile allo spavento…

e testardo e ribelle paziente strafottente

capace di volare e pronto a incespicare

ma docile e tranquillo e temerario e ardito

al giusto carezzevole necessario contatto

e testardo e ribelle paziente e strafottente

disposto a stramazzare se l’occasione vale”

Ecco Ferretti, con tutte le sue contraddizioni di uomo che è stato punk e al contempo filosovietico, comunista e cattolico, tradizionalista e ribelle. Indefinibile. O forse definibile solo come partigiano, come uomo che cerca una parte in cui schierarsi, una “occasione” per cui valga la pena “stramazzare”.

Linea gotica termina, com’è giusto, con un altro capolavoro: la mesmerica Irata. L’organo di Magnelli e le chitarre di Zamboni e Canali stendono il tappeto sonoro su cui Ferretti pone i suoi versi con voce lamentosa:

“l’incombere umorale degli affetti del sangue

l’incombere umorale delle idee delle istanze

l’insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé

non tornerò mai dov’ero già

non tornerò mai a prima mai…”

Ancora una volta, a metà canzone cambia la melodia e il ritmo, le chitarre esplodono e una voce sprezzante declama più volte, come se recitasse un mantra a volume sempre maggiore:

“…ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande…”

Il disco finisce con la sola voce di Ferretti che recita “mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento”.

Si apprende dalle note sul libretto dei testi che il “mantra” è una citazione di Pasolini. Scrive Ferretti in chiusura: “per come va il nostro mondo tutti quelli che denunciano ed evidenziano il degrado umano contribuiscono, malgrado loro, ad aumentarlo. E questo ‘malgrado’ è tutto ciò che resta alla nostra buona coscienza.”

Che cosa rimane oggi della nostra buona coscienza?

Postato da: markelouffenwanken a 09:35 | link | commenti (11)

25/11/2004
E' (ANCHE) QUI LA FESTA...

Oggi è il Giorno del Ringraziamento. Il TG5 Rossella ne ha parlato piuttosto diffusamente; pare che secondo lo stesso TG5 Rossella il Thanksgiving sia ormai diventata una festa praticata anche da noi. Dunque immagino siate alle prese con la preparazione del tacchino, oggi pomeriggio. Per eventuali dubbi sulla preparazione comme il faut del suddetto tacchino, potete senz'altro scrivere alla redazione di "Gusto", rubrica per palati fini dello stesso TG5 Rossella. Saranno ben lieti di rispondervi in tempo reale e dipanare così i dubbi culinari che in noi poveri ricchi colonizzati europei possono molto probabilmente insorgere. Naturalmente sarebbe opportuno innaffiare il tutto con la meravigliosa birra Bud al sapore di sapone di Marsiglia. Per digestivo, un bicchierino di Wild Turkey, naturalmente. Have a nice digestion!...

Postato da: markelouffenwanken a 13:46 | link | commenti (19)

RAGE AGAINST THE BRIDGE

(Segnalo questa interessante iniziativa dell'amico Vins Gallico del collettivo Stern 26. M.U.)

 Città del Sole Edizioni bandisce
in collaborazione con lo stern26project
la prima edizione del concorso letterario

NO PONTE / Rage against the bridge

Scadenza: 31 marzo 2005
Partecipazione gratuita

Regolamento. 



La partecipazione è aperta a tutte le cittidine e a tutti i cittadini italiani, europei ed extraeuropei, senza limiti di età, che abbiano voglia (e tempo e talento) per scrivere un racconto sul tema “No al ponte sullo stretto”. Non vi sono limiti riguardo al genere del racconto (noir, fantastico, giallo, rosa, umoristico, letteratura per bambini, ecc.)

L'elaborato deve essere inedito e in lingua italiana.

Ogni autore/autrice può partecipare con un solo elaborato.

L'elaborato dovrà pervenire entro il 31 marzo 2005 (farà fede il timbro postale) in 5 copie dattiloscritte, inviate in un unico plico al seguente indirizzo:

Città del Sole Edizioni di Franco Arcidiaco & C. S.a.s.
Via Ravagnese Sup. n.60 - 89067 Reggio Calabria

oppure in formato .txt o .rtf alla seguente e-mail: rageagainstthebridge@yahoo.it

Il racconto, che in nessun caso verrà restituito all'autore/autrice, deve avere un'estensione massima di 14.400 battute (spazi compresi).

I racconti in forma cartacea devono essere in formato A4, esclusivamente dattiloscritti o a stampa di computer.

Le copie degli elaborati cartacei dovranno essere anonime e recanti vicino al titolo un codice scelto dall'autore/autrice. Stesso codice e titolo dovranno essere ripetuti su una busta chiusa che conterrà un foglio dattiloscritto con le generalità dell'autore/autrice, i recapiti (indirizzo, numero telefonico, e-mail), insieme ad una dichiarazione liberatoria che autorizza l'eventuale pubblicazione dell'opera.

Per le copie da spedire via posta elettronica va considerata la seguente procedura: si invia un' e-mail (priva di testo) avente come oggetto Noponte all’indirizzo:

con due allegati recanti entrambi titolo del racconto e codice, il primo allegato avrà accanto al codice la dicitura “racconto” e conterrà il testo dell’opera proposta, il secondo avrà la dicitura “dati” e conterrà le generalità dell'autore, i recapiti (indirizzo, numero telefonico, e-mail), insieme ad una dichiarazione liberatoria che autorizza l'eventuale pubblicazione dell'opera.

La partecipazione (completamente gratuita) comporta la totale accettazione del presente regolamento.

I migliori 10 racconti verranno segnalati dalla giuria, i cui giudizi sono insindacabili, e saranno pubblicati dalla Città del Sole Edizioni nell'estate 2005 nella raccolta “NOPONTE” e sul sito dello stern26project. La raccolta “NOPONTE” verrà stampata secondo i principi del copyleft su carta riciclata.

Per maggiori informazioni sull'argomento:
 









Postato da: markelouffenwanken a 09:40 | link | commenti (5)

24/11/2004
GIALLO NATALE. (MA NON ERA BIANCO?...)

Segnalazione: domani 25 Nov. alle ore 21 c/o l' Auditorium Mondadori Multicenter, via Marghera, 28 Milano, verrà presentata l'antologia di racconti gialli edita da Mondolibri "Giallo Natale". Prefazione di Corrado Augias. Autori: Altieri*, Grimaldi*, Lucarelli, Avoledo, Carofiglio, Macchiavelli, Vichi, Baldini*, Fois, De Cataldo, Biondillo*, Garlaschelli*, Soria, Dazieri, Montanari, Leoni*, Rigosi, Pederiali*, Gardumi, Comastri Montanari.

Verranno letti alcuni brani. E alla fine - cosa da non sottovalutare - verrà dato un rinfresco. Come si dice in questi casi: partecipate numerosi.

* Gli autori segnalati con l'asterisco, da infomazioni assunte, saranno sicuramente presenti. Toh, ci sarà anche Biondillo...;-)

Postato da: markelouffenwanken a 15:50 | link | commenti (10)

SU DI UN DIPINTO DI JACKSON POLLOCK: NUMERO 1. 1948

di Mario Bianco

Ma perché questo intrico di filacci neri?

Di gocce di colature

dal pennello

dalla latta ?

Non si capisce niente.....

mi dice un coglione qualsiasi....

E’ tutta una colatura uno spruzzo un lampo qua

E’ un tutto che ti si spande addosso e si incolla

sulla tua carne sui tuoi occhi, qua.

Qua gocciola via, scivola via il minuto l’ora della mia vita

e non si capisce perché.....

qui si consuma la mia quarantesima Lucky Strike

e si esaurisce l’ultima goccia del mio Bourbon

si consuma...e come !...Lo capisci tu!?:....

La mia vita spesa su questo sforzo di questa tela di queste ore

arse a guardare e a rovistare

in quella vita di fuori e di dentro

che fugge di istante in secondo

come il lampo sui vetri della sopraelevata

che trema e balena qui ...di fronte.

Come vuoi che io ti spieghi

l’inspiegabile di questo mondo maledetto

in cui mai sostano tormentosi pensieri

mentre i dollari si bruciano in un momento.

Questo flusso proprio non so controllare....

senza direzione alcuna

per i cazzi propri se ne va.

Lo vedi ...mi colano addosso

come stille di piombo fuso

i più vani rivoli di vita

che io ti faccio qui vedere

come gomitoli di fili di ferro

che mi avvolgono, mi stringono, mi strozzano

e fanno colare giù

il mio sudore

il mio sangue

il mio sperma

e tutta la mia essenza vitale.

( 16.10. 2000)

Postato da: markelouffenwanken a 00:33 | link | commenti (4)

23/11/2004
MORE MOORE (TU CHIAMALE, SE VUOI...)

di Raul Montanari

 

(Come certamente saprete da Mamma Nazione Indiana per problemi tecnici da qualche giorno non si riescono a commentare i post. Dunque ricevo e pubblico qui questo pezzo dell'amico Raul postato su NI ieri. Buona lettura e commenti. M.U.)

 

1. Sparare su Michael Moore e su Fahrenheit 9/11 (con entusiasmo perfino maggiore di quello che ci metterebbe Charlton Heston) è diventato l’hobby preferito di un certo tipo di intellettuale di sinistra micragnoso, minimalista, precisetto, analitico, concentrato non dirò sull’albero, non dirò sulla foglia, ma sulle nervature della foglia, al punto di non vedere più non dirò la foresta (sarebbe troppo facile), non dirò l’albero, ma nemmeno la foglia stessa.

Come è stato giustamente osservato, questo intellettuale è rimasto orfano del soggetto politico della sinistra tradizionale, l’operaio. Essere di sinistra, per lui, è diventato essenzialmente votare in un certo modo (quando ci va, a votare: spesso il disgusto o le sirene del weekend glielo impediscono) nella famosa “gabina” elettorale, esibendo nel resto della sua attività quotidiana e, appunto, intellettuale un mix di noia e rassegnazione, di acida consapevolezza, il cui oggetto preferito non è quasi mai la destra, le sue facce, le sue parole d’ordine, le sue prassi politiche – la cui indegnità è data più o meno per scontata quando non sotterraneamente ammirata (vedasi il mito di Giuliano Ferrara) e frequentata in salotti, feste e occasioni televisive – bensì gli errori dei suoi compagni di orfanaggio, le virgole sbagliate, l’accento grave o acuto sulla “e” di perché.

L’intellettuale di sinistra minimalista e pensierodebolista professa abominio verso chiunque alzi la voce, azzardi un qualsivoglia progetto che comporti uno slancio emozionale, proponga una visione d’insieme. Comodamente seduto sulla sua poltrona universitaria, televisiva, redazionale, radiofonica o telematica, si compiace di esercitare un pensiero tanto ingegnoso quanto essenzialmente distruttivo, smontando codici e strutture retoriche con l’aria di fare un favore ai compagni di corsa, in realtà gratificando solo sé stesso e il miraggio circolare e onanistico della propria intelligenza. Un gioco piuttosto facile: chiunque di noi ha sperimentato il godimento che dà sedersi in un angolo e stare a vedere le cazzate che fanno gli altri; perfetta rappresentazione di questa situazione è il capitolo di Tre uomini in barca di Jerome dedicato alla preparazione dei bagagli per il viaggio sul Tamigi.

 

2. Questo, per me, non è affatto un intellettuale di sinistra. Non ho diritto di dire che non è un uomo di sinistra, perché se vota in un certo modo la qualifica gli spetta; non ho diritto di dire che non è un intellettuale, perché ha i titoli, in tutti i sensi, per esserlo. Ma la differenza fra l’intellettuale e l’impiegato postale o l’importatore di legumi dovrebbe consistere nel fatto che un certo tipo di sguardo sul mondo entra, nel caso dell’intellettuale, nella sua attività produttiva, nella scrittura e nella voce pubblica che lui rappresenta; mentre nel caso degli altri è confinato per forza di cose altrove.

Ora, questo sguardo tagliente, supercilioso, smagato, disilluso, è sempre stato appannaggio delle migliori menti della destra.

Lasciando un momento da parte i soliti Aron, Jünger, Borges e illustre compagnia, provo a fare l’esempio di un nome nazionalpopolare: Indro Montanelli.

Montanelli è stato un giornalista di destra con i controcoglioni, fisicamente coraggioso, baciato dal dono di una scrittura incisiva e saporosa. Quando c’è stato da combattere, Montanelli si è schierato senza esitazione nel fronte anticomunista, di cui è diventato un simbolo e una potenza: la secessione dal “Corriere della sera” e la fondazione del “Giornale” ne sono una testimonianza. Provate a rileggere un paio di numeri delle prime annate del “Giornale”, e ci troverete fin nelle pagine sportive un anticomunismo talmente violento, perfino becero, da stare tranquillamente alla pari con quello attuale di Berlusconi. Nel frattempo, però, lo sguardo che Montanelli rivolge alla galassia politica di cui si fa rappresentante ha tutte le caratteristiche elencate sopra: è uno sguardo disincantato, che parte da quella che possiamo considerare la concezione basilare della destra: l’idea antichissima che la natura umana sia sempre la stessa, e trascorra impermeabile attraverso le mutazioni sociali ed economiche, le ideologie, i cataclismi storici. L’uomo è un animale cattivo, egoista e miope. I rapporti interpersonali sono regolati dalla forza. Quando arrivano al potere, tutti gli uomini si comportano più o meno allo stesso modo, mandando al diavolo il credo politico che li ha condotti fin lì e facendo sfoggio di rapacità (con l’eccezione di un manipolo di galantuomini che l’intellettuale di destra elegge a propri eroi).

Poi succedono due cose. Crolla il Muro, e Berlusconi delude Montanelli sul piano politico e su quello personale. Risultato: Montanelli attenua, per semplice mancanza di combustibile, il fuoco dell’anticomunismo e accentua, per ovvio spostamento di energia, la polemica contro la destra, i suoi errori, le sue meschinità. Lui continua a ripetere di considerarsi un uomo di destra, più esattamente un anarchico di destra. Ma le sue critiche sono così pungenti da farlo scambiare per uno di sinistra, e renderlo negli ultimi anni della sua vita oggetto di ammirazione agli occhi di chi lo aveva detestato per decenni.

 

3. Prima di procedere, prendiamo a prestito gli occhiali dell’intellettuale di sinistra minimalista (chiamiamolo ISM, per non ripeterci ogni volta) per fare una precisazione: il titolo del penultimo celebre documentario di Michael Moore può scriversi sia Bowling for Columbine (versione originale inglese, che manterremo) sia Bowling a Columbine (dove la “a” non è l’articolo indeterminativo inglese, ma la preposizione italiana che indica stato in luogo con un nome proprio; come dire: Bocce a Casalpusterlengo). La versione Bowling at Columbine è da rigettare.

 

4. Ora mettiamo via gli occhiali, e vediamo grosso modo cosa dicono gli ISM di Bowling for Columbine e del successivo Fahrenheit 9/11.

Le tesi di massima sono queste: Bowling for Columbine è bello (qualcuno dice che fa schifo anche quello, peraltro), perché si propone uno scopo limitato e lo raggiunge: partendo dalla strage che due adolescenti compiono in una scuola, fa una buona analisi del feticismo nordamericano per le armi da fuoco, lo mette in relazione con la paranoia instillata dai media, con il senso di pericolo costante, di accerchiamento, di paura. Culmine del film, l’incontro fra Moore e l’orripilante Charlton Heston, presidente della National Rifle Association, la lobby dei produttori e dei consumatori di armi negli USA. Vi dirò la verità: a me è sembrato che Heston facesse una discreta figura, in questo incontro. Intanto è gentile ad accettare di parlare con Moore davanti a una telecamera, invece di tenerlo alla larga come fanno in Italia con l’innocuo Valerio Staffelli di “Striscia la notizia”. Poi dice quello che può dire, difendendo le proprie convinzioni senza fare troppo l’arrogante, e alla fine si allontana senza chiamare bodyguard o altri che sbattano Moore fuori dalla porta, mentre il regista rimasto padrone del campo gli lascia, invece del tapiro, la fotografia di una bambina uccisa. Comunque, tutti hanno detto che in questa scena Heston fa una parte spaventosa, e va bene così.

Invece Fahrenheit 9/11 è brutto, è dannoso, è grottescamente sopravvalutato (oppure: conferma la pessima impressione che aveva già fatto il film precedente), perché si propone uno scopo gigantesco e generico: dimostrare che l’amministrazione Bush ha reagito all’attacco alle Torri Gemelle in modo al tempo stesso inadeguato e depistante, salvaguardando i rapporti d’affari con l’oligarchia saudita di cui Bin Laden è espressione – benché distorta – e spostando sull’Iraq il sentimento di rivalsa del popolo americano, se non dell’Occidente in generale. Fahrenheit 9/11 è un prodotto di bassa propaganda elettorale, buono (in teoria: in pratica non ha nemmeno funzionato!) per un’audience palafitticola come quella americana.

Qual è, secondo questa impostazione, la differenza sostanziale fra i due film? Che il primo riesce a essere discretamente analitico come piace all’ISM. Il secondo non ha in sostanza nulla da scoprire, da argomentare, da rivelare, che noi europei intelligenti e avvertiti non sappiamo già; quindi preme alla grande il pedale del patetico, dell’effettistico. E’ inarticolato come un grido, greve come un cazzotto. Ci mostra Bush contemporaneamente come un perfetto idiota che canta in una classe di bambine mentre il mondo sta crollando, e come un astuto e spietato politico capace di ingannare i suoi elettori, di costruire una carriera personale e pubblica fondata sulla frode e sull’appoggio della potentissima famiglia, di mentire, di mandare a crepare decine di migliaia di persone per i propri interessi privati. Infine, Fahrenheit 9/11 si chiude in modo imperdonabile, impresentabile, imbarazzante, con l’insistenza sul personaggio di una madre che chiede urlando e piangendo giustizia per il figlio morto, per minuti e minuti, prima in casa sua poi addirittura davanti alla Casa Bianca.

 

5. Il filo rosso, unificante, che corre lungo questa valutazione che gli ISM danno dei due film di Moore è essenzialmente questo. Si comincia col dire che può anche darsi che Fahrenheit 9/11 sia un film efficace... salvo rimproverargli di non esserlo stato poi tanto, visto che Kerry le elezioni le ha perse comunque. I più lucidi fra gli ISM ammettono che lo spettrale candidato democratico sarebbe andato sotto in ogni caso, poiché non aveva, come giustissimamente osserva Marco Codebò, una “narrazione alternativa” da opporre al modo in cui Bush raccontava la sua America.

Il punto è che, indipendentemente dall’esito delle elezioni, l’ISM sottolinea che a lui non avrebbe interessato vincere grazie a Moore, perché essere di sinistra è anzitutto un metodo, uno stile. Qual è la caratteristica fondante di questo stile? E’ il rifiuto del pathos, della semplificazione, dell’evocativo. L’analisi deve prevalere su tutto. Le emozioni devono cedere il passo all’esprit philosophique. Questa è una nuova proposta per la sinistra del 2000? Macché, risponde l’ISM: questo è sempre stato lo stile della sinistra, è ciò che distingue la sinistra dalla destra grossolana, caciarona, che fa leva su emozioni terra terra come la paura del diverso, l’egoismo, l’avidità.

 

6. Sbalorditivo!

 

7. Cominciamo dal fondo.

Questo dell’analisi al posto del richiamo emozionale sarebbe sempre stato lo stile della sinistra? Ma siamo impazziti?

L’ISM dimentica che la storia della sinistra, come quella di qualunque grande movimento o sentimento di massa, è piena e strapiena di semplificazioni e di evocazioni emotive!

Marx è entrato nella storia della cultura occidentale con le analisi del Capitale, ma il mondo lo ha cambiato, in meglio o in peggio, con gli slogan potentissimi, emozionantissimi, indimenticabili del Manifesto del partito comunista.

Il PCI è sempre stato pieno di gente che “aveva studiato” quanto e più dell’ISM, ma si è radicato popolarmente attraverso l’uso massiccio di una propaganda che faceva leva su sentimenti basilari, in cui per esempio l’invidia sociale era largamente presente (altro che analisi! L’analisi stava prima, semmai), ed è arrivato vicino a prendere il potere in Italia sull’onda emotiva della morte di Enrico Berlinguer e dei suoi grandiosi funerali.

Bisogna fare altri esempi?

I milioni di ragazzi che negli anni ’60 e ’70 consideravano normale essere di sinistra, voler cambiare il mondo – tutti quelli che erano, verrebbe da dire, di sinistra per default, mentre di destra erano quasi solo quelli che avevano interessi da difendere... questi milioni da cosa erano uniti? Dalle canzoni di Guccini e De Gregori, o dai libri (magnifici) del Mulino?

 

8. L’idea che le emozioni siano di destra e l’intelligenza sia di sinistra, in particolare questa intelligenza asfittica, stitica, antipropositiva, è il retaggio sciagurato di una generazione intellettuale alla quale purtroppo appartengo anch’io. Peggio: è una scelta politicamente perdente.

Che ci piaccia o no, il nostro mondo va nella direzione di una semplificazione comunicativa. Quanto più la comunicazione si diversifica sul piano tecnologico, tanto più i suoi contenuti richiedono di essere sintetizzati e soprattutto arricchiti di impatto emozionale. E’ probabile che l’emisfero destro del cervello abbia governato la pragmatica della comunicazione più di quello sinistro da sempre; ora, però, più che mai. Pubblicità commerciale e programmazione televisiva ne sono le prove più banali; altre sono a disposizione.

Il prodotto culturale più consumato dallo stesso pubblico a cui la sinistra chiede il voto è rappresentato dalla satira e dai comici: forme d’arte (se volete) in cui l’impatto emozionale è fondamentale, anche quando si tratti della piccola emozione della risata.

L’incarnazione più brillante di questa satira è, curiosamente, quella più vicina al modo di lavorare di Moore: “Blob”.

“Blob” fa esattamente quello che fa Moore in Fahrenheit 9/11: opera sul patetico, sull’accostamento assassino. La faccia di Berlusconi si giustappone alle scoregge del ciccione di Cinico TV. Il cosciame di balletti e starlette o gli starnazzamenti delle galline vip vengono montati in alternanza con immagini scioccanti di bambini morti, di case sventrate. Il messaggio è semplificato, l’effetto è facile, l’insieme sicuramente populista agli occhi dell’ISM. Sta di fatto che in “Blob” troviamo quanto basta a rispolverare la coscienza civile intasata – vista l’ora – dall’odore dell’arrosto e dai postumi di una giornata passata a occuparci di marketing o di compromessi: l’emozione dell’immagine e la genialità del raccordo.

 

9. Ricerche recentissime sull’elettorato italiano hanno rivelato che le parole chiave su cui chi vota a sinistra si sente più coinvolto sono tre: antiamericanismo, antiberlusconismo, solidarietà. Mi dispiace che le prime due rappresentino istanze di tipo negativo, siano dei “contro” e non dei “pro”, ma è così. Ora, qualcuno mi dimostri che queste tre categorie rappresentano analisi o prodotti di analisi e non emozioni pure. L’antiamericanismo e l’antiberlusconismo sono così poco analitici da aver finito per coinvolgere persone che, per vocazione o condizione, avrebbero tutti i motivi per esporre dal balcone la bandiera a stelle e strisce e quella di Forza Italia... i miei genitori, per esempio! Possono essere razionalizzati a posteriori, ma non nascondiamoci dietro un dito: si tratta di emozioni pure, violente e taglienti.

Quanto alla solidarietà, è un concetto che merita una piccola riflessione in più.

La solidarietà nasce dall’identificazione con un sofferente, e rigetta qualsiasi analisi, tanto quanto rigetta un calcolo di semplice autoconservazione (della vita, della proprietà). Vedi l’immagine di un bambino affamato e pensi che non ti va giù, che il mondo non può essere così, anche se tu non sarai mai nei panni di quel bambino. Vedi sfilare un corteo di precari e sei solidale con loro, anche se per merito o fortuna generazionale tu il lavoro ce l’hai. Allora entri nella cabina elettorale e voti pensando a far funzionare meglio il tuo paese, a renderlo più giusto, più decente, più degno di essere amato, più abitabile per tutti, anche se questo insieme di emozioni si può tradurre in un voto che va contro i tuoi interessi personali.

E’ la distinzione che Rousseau poneva fra il perseguimento della volontà generale (interpretare lo spirito del proprio paese e i bisogni della collettività: lui lo chiamava atteggiamento democratico) e quello della volontà di tutti (semplice sommatoria fra voti che rappresentano ciascuno un interesse particolare, privato: è storicamente l’atteggiamento liberale).

Democrazia contro liberalismo: non c’è nemmeno bisogno del socialcomunismo, che naturalmente ai tempi di Rousseau non esisteva nella sua forma scientifica. Non c’è bisogno di essere né comunisti né socialisti per essere di sinistra – ammesso che uno ci tenga a esserlo.

Democrazia è cedere all’emozione di sentirsi parte di una comunità, con uno sguardo forte per le componenti più deboli di questa comunità: essere di sinistra. Moderata, radicale, cattolica: di sinistra.

Liberalismo è valutare (legittimamente!) ciò che conviene al proprio interesse personale e agire di conseguenza: essere di destra.

 

10. E’ ovvio che non sto dicendo che i film di Michael Moore siano un test per valutare se uno è di destra o di sinistra: siamo partiti da Bowling for Columbine e da Fahrenheit 9/11 per provare a fare un discorso più ampio. Certe parti ultraretoriche di Fahrenheit hanno infastidito anche me, volendo considerare l’opera come prodotto estetico tout court; valutando l’insieme come macchia, come pozzanghera di significato, come gesto estetico-politico, il fastidio l’ho mandato giù ed è rimasta l’ammirazione. Grezzo, potente, diretto, Fahrenheit 9/11 ha le stimmate del capolavoro ed è un film superiore al precedente, per essenzialità narrativa e importanza dei contenuti. Uno spettatore non particolarmente interessato al tema potrebbe perfino perdersi un po’ nel labirinto argomentativo di Bowling; nessuno rimane indifferente a Fahrenheit. Al limite, ti arrabbi.

 

11. Non sto nemmeno additando alla pubblica esecrazione gli ISM in qualità di soggetti dotati di nome e cognome, perché ho il sospetto che l’ISM sia piuttosto una condizione dello spirito, una tabe che sta, in misura maggiore o minore, dentro tutti noi: l’ISM è il ripiegamento difensivo di una classe intellettuale orfana e vedova, il ristagno fecale di un’intelligenza che si avvita su sé stessa e che, senza nemmeno rendersene conto, si apparenta a ciò da cui vorrebbe distinguersi.

La sinistra immaginata dall’ISM è quella che pretenderebbe di combattere la destra rinunciando alla centralità dell’emozione; cioè, all’incirca, affrontare un match di boxe tenendo una mano legata dietro la schiena e saltellando sul ring su un piede solo mentre si cantano arie dal Trovatore, contro un avversario che digrigna i denti e mena – giustamente! – fendenti e mazzate.

Questa sinistra è esattamente quella del morettiano “non vinceremo mai”.

E peggio che perdere la battaglia politica sarebbe perdere la battaglia per la riconquista dell’identità.

Postato da: markelouffenwanken a 00:08 | link | commenti (48)

22/11/2004
IPOCRISIA E BUSTARELLE

di Riccardo Ferrazzi

 

L’Inghilterra, o più precisamente il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, ha una popolazione e un prodotto interno lordo più o meno uguali a quelli italiani. La sproporzione di peso politico fra Regno Unito e Italia sta in alcune circostanze: il R.U. ha vinto l’ultima guerra, l’Italia l’ha persa; nel R.U. si bofonchia una lingua che ha qualche somiglianza con quella spiccicata negli USA, in Italia si parla l’idioma del Canton Ticino; gli uomini politici inglesi danno sempre l’impressione di dire ciò che pensano, gli uomini politici italiani... be’, lasciamo perdere.

Già. Ma sono questi motivi sufficienti per rassegnarci a una così evidente disparità di trattamento ? No. C’è dell’altro. La reputazione di un paese si forma anche (e forse soprattutto) nel modo con cui la sua classe politica gestisce i paradossi. I paesi a cultura idealista non li tollerano, li attaccano frontalmente, emanano leggi severissime, spesso persecutorie, e ne ricavano poco. I paesi pragmatici affrontano i paradossi di fianco, più nelle loro manifestazioni che nella loro essenza, emanano disposizioni tutto sommato ipocrite, ma qualche effetto lo ottengono.

È curioso notare come il R.U. passi per “la culla della democrazia moderna” anche se in realtà conserva molti tratti tipici di una aristocrazia. Politicamente tutto si decide alla Camera dei Comuni, è vero, però i ministeri, l’esercito, la marina, le università, e insomma, tutto ciò che conta nell’amministrazione dello stato, è nelle mani dei rampolli di (si dice) cinquantamila famiglie, le stesse che da dieci secoli detengono la proprietà terriera dell’isola. A titolo di esempio, forse non tutti sanno che il suolo di buona parte del centro di Londra appartiene tuttora al duca di Gloucester, il quale non lo vende, concede solo il diritto di superficie e riscuote ogni anno lauti affitti.

Nell’amministrazione dello stato le carriere più importanti e prestigiose vengono di fatto attribuite per cooptazione. Se tu sei nipote del quindicesimo conte di Vattelapeach, anche se non hai diritto al titolo e alle proprietà, un posto al ministero non te lo leva nessuno, e stai tranquillo che fra te e Roger Nobody (che a forza di borse di studio ha ottenuto la laurea a Cambridge con 111 e lode, abbraccio accademico, ecc. ecc., ma è figlio di un elettricista) il direttore generale (che è nipote del quattordicesimo marchese di Fuckmeonemoretime) tenderà sempre ad affidare a te le pratiche più riservate.

Perché diavolo succede tutto ciò ? Com’è possibile che i laburisti non ci abbiano mai messo rimedio ? Ehm... le risposte arrivano in tono imbarazzato.

“Vedete, voi italiani sapete bene che cos’è la corruzione. Dove ci sono affari, appalti, commesse, ci sono anche le... how do you say ? bustarelle ? oh yes, bustarelle. Un po’ come la prostituzione, you know ? impossibile eliminarla, si può solo circoscriverla, renderla meno sfacciata. Dunque, affidare i ministeri, l’esercito, l’apparato dello stato, ai rampolli delle cinquantamila famiglie ci garantisce perché: 1) è gente che ha ricevuto una educazione di buon livello, 2) fin dalla più tenera età hanno imparato che dai loro atti, anche minimi, discendono conseguenze, anche gravi, per molti altri: cioè, sono stati educati a portare il peso delle responsabilità, 3) siccome le pecore nere ci sono dappertutto e anche fra i nobilastri c’è chi si vende, almeno non si venderà a chiunque e per quattro soldi. Quest’ultima considerazione è tutt’altro che marginale. Anzi, è importantissima. Infatti, il modo più efficace per ridurre la corruzione è renderla molto cara. E per far questo bisogna canalizzarla attraverso pochi intermediari (in America li chiamano lobbyist) i quali provvedono a renderla ancora più cara.”

Come si può vedere, si tratta di un discorso molto cinico e pragmatico, che sembra fatto apposta per fare inorridire le anime belle che abbondano nel Bel Paese. Per di più, niente garantisce che una ricetta inglese funzioni anche all’estero. Però mi par di ricordare che di “mani pulite” in Inghilterra non c’è mai stato bisogno.

Postato da: markelouffenwanken a 15:07 | link | commenti (26)

21/11/2004
IL CASO (PIETOSO)

" Un caso pietoso commuove, due anche, tre deprimono, dieci amareggiano, cento scocciano, mille rallegrano gli scampati".

(Marcello Marchesi)

Postato da: markelouffenwanken a 18:45 | link | commenti (8)

LA MENSA E' POPOLARE!

di Kanji

 

(Eccovi un racconto di vita vissuta di Kanji. Come si dice: giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa... E domenica? Io oggi vado di brasato con polenta. E voi?... Buona lettura. M.U.)

 

"Buonasera Adele."

Che sfigati, salutiamo in coro come davanti al papa.

"Ciao ragazzi, veloci a chiudere la porta che mi scappa il caldo."

In tono freddo servito piatto non ci degna di uno sguardo.

"Eh, eh, eh" mi sghignazzi all'orecchio, "è un'entusiasta la sciùra Adele! Ma poi scusa, se gli esce un pò di fumo non è meglio? Magari si distingue il sapore che ha la roba che ci mette nel piatto".

"Oh, non cominciare, che qui si viaggia sull'onda popolare. Vuoi spender poco

e mangiar bene? E allora non stressare!"

"Ho capito, ma quando usciamo i vestiti li possiamo buttare nel cesso. Fumano anche le zampe di cervo dell'appendiabiti, cazzo!"

"Ma smettila, cos'hai stasera, il naso snob? Guarda, che non è che la tua macchina profuma proprio di violette! Però è vero, tutte ste teste imbalsamate mi fanno uno schifo!"

"Infatti! Dì un pò invece, ma tu vieni qui per farti controllare il culo?"

"Ma che cavolo dici?"

"Non ti girare. C'è il tavolo nell'angolo, quello di fronte al bancone, sono in cinque che giocano a carte, e non ce ne è uno che non ti stia controllando la circonferenza del culo. Secondo me, ci scommettono sopra!"

"Ma ci scommettono sopra a cosa?"

"Scommettono se dall'ultima volta che siamo venuti qui a mangiare, ti è aumentato il culo! Anzi, fa un pò vedere."

"Ma vai a cagare, va!"

"Su ragazzi! Non vi dovrò mica accompagnare al tavolo, dai veloci!

Guardate che lo stinco è finito, anche le patate al forno e anche i pizzocheri."

Ce lo urla dalla cucina nella sua vestaglietta bianca fin sotto il ginocchio, l'Adele.

"Ma scusa sono le otto, a che ore mangiano qui? Alle sei?"

"Bhò, vediamo un pò sulla lavagna cos'è rimasto."

"La trippa, evvai! Che buona, cazzo! Buona come la fa l'Adele la fa solo la Marta

in paradiso!"

"Ma che Marta?"

"Ma si, la Marta, quella che quando Cristo insegnava, lei invece che sedersi ad ascoltare, cucinava."

"Sarà, ma io questa Marta non l'ho mai sentita."

"Ma si, la Marta, la sorella di Lazzaro, quello che poi è morto e risorto.

Insomma, Gesù era un loro amico, era di casa. Ogni volta che arrivava si sedeva e iniziava a parlare, e tutti lì seduti ad ascoltare, a pendergli dalle labbra. A parte la Marta, lei sta in cucina tutto il tempo e si lamenta che nessuno le da una mano. Allora Gesù si scoccia e le dice: "Dai Marta, vieni a sederti con noi, che se poi manca qualcosa, te lo moltiplico io!"

E la Marta: "E' no, Cristo! Che poi tu da una focaccia ne fai qua venti, e non sanno mai di niente!"

"Che stronzata!"

Arriva la sciùra ciabattando.

"Ragazzi vi arrangiate voi, vero? Ecco le tovagliette, le posate e i tovaglioli sono lì dietro. Guarda un pò, girati bel giovanotto! Che sono lì, che ti guardano sulla mensola. Adesso vi porto il pane. Vino o birra?"

"A dire il vero acqua, naturale, grazie" sorrido un pò deforme.

"Va bene, ah, tieni cara, ti lascio il foglio, segna tu cosa volete mangiare.

Dai che lo so che sei brava, che io qui divento matta con tutta sta gente!"

Senza parole comincio a scrivere mentre prendi i tovaglioli avvilito.

Attacchi: "Certo che sei proprio brava. Scrivi, scrivi, eh, eh, eh. E mi raccomando, bello grande, che se l'Adele non capisce ci fa pisciare nel piatto dal cane! Ma l'hai visto, quel cane che c'è sempre in cucina?"

"Bhè, almeno qui per fumare non serve chiedere il permesso!"

"Brava, mi hai fatto venir voglia, vuoi una sizza?"

Arriva l'Adele ciabattando più di prima.

"E' no, bel giovanotto! Se vuoi fumare devi stare vicino al bancone, è cambiata la legge caro, qui non fuma più nessuno."

"Ma come, è cambiata la legge in una settimana?"

"Fuori, fuori, alza il culetto, dai! Hai finito di scrivere, cara? Brava, guarda che bella calligrafia grande, brava, così si fa! Io quelli che scrivono piccolo piccolo

i mazzeresi!"

Intanto te ne stai imbambolato contro il bancone, e mi fai segno con le mani se voglio fumarmi una sizza in compagnia.

No, caro, ti spiego con le mani anch'io. Non mi viene neanche in mente, di starmene in piedi con il culo a portata briscola! L'orazione gestuale è un pò complicata, infatti non capisci un cazzo e mi ripeti la stessa mimica domanda.

L'Adele ti passa davanti con due piatti fumanti di trippa, ti aspiri due centimetri di divieto in un tiro solo e compari giusto giusto sulla scia della locandiera, ti siedi al volo mentre ti sta appoggiando il piatto davanti.

Sghignazzo.

"Cos'è? Avevi paura che ti sgridasse davanti a tutti?"

"Ma va, che scema! E' che dopo tutta sta fatica, mi scocciava mangiare la trippa fredda" e affronti il piatto attaccando col brodo.

Il coro della briscola:

"All'osteria numero nove

paraponziponzipà

la servetta fa le prove

paraponziponzipà

fa le prove col prosciutto

per veder se c'entra tutto............."

"Ma dai, e che cazzo, i cori no! Ma proprio adesso?"

Mi urli addosso perché diversamente è impossibile capirsi.

"A me viene da piangereee!"

"Guarda che i cantori sono i tuoi aficionados, sono quelli della briscola!"

"Sarà contenta l'Adele, non io di certo. Così si sgolano tutto il vino che hanno nel fiato, e poi ne chiedono ancora!"

Il coro della briscola:

"All'osteria numero mille..........."

Ho finito al volo e ti guardo ingollare l'ultimo boccone senza prender fiato.

"Che ne dici, andiamo?"

"Perché? Non hai voglia di scrivere La torta della casa x 2, sul foglietto?"

"Dai scemo! Andiamo. Ho bisogno di nicotina!"

La sciùra Adele asciuga i bicchieri dietro il bancone rivestito di rame, in coordinato con l'orologio appeso tra le bottiglie di grappa, che non si capisce se vuole essere un sole o una lattina di chinotto esplosa.

"Ma come ragazzi, niente torta della casa stasera?"

Ovviamente non gliene frega niente di ascoltare la risposta, e continua.

"Allora bel giovanotto, l'acqua e le due trippe, fanno sei euro."

Hai solo un cinquanta nel portafoglio e io idem. L'Adele storce il naso, e poi caccia il resto dal portafogli che tiene nascosto in una tasca della vestaglietta.

Appena chiusa la porta col vetro zigrinato, mi guardi tra l'allibito e il divertito e attacchi a bofonchiare.

"Certo che sta Adele fa sempre storie per il resto, ma mai una volta che batta lo scontrino!"

"E vabbè, cosa pretendi per sei euro?"

Nel frattempo mi annuso la giacca che sa di verze e salsiccia alla brace, di cui sul menù non c'era traccia.

"Ci mancherebbe pure di pagarne di più, quella la prossima volta la trippa ce la fa portare da casa e vedi se non ci fa pagare sei euro uguale!"

Postato da: markelouffenwanken a 12:42 | link | commenti (11)

20/11/2004
SU PETER HAMMILL

(In occasione del Premio Tenco alla carriera recentemente dato a questo secondo me straordinario musicista, pubblico questo mio pezzo a lui dedicato già apparso ad agosto su Kinglear.)

 

Questa è la succinta storia (una inframuscolo) di un autorinnegato del rock. Di un uomo che ha inventato il “progressive” britannico, ne è stato una delle icone per una brevissima stagione e poi si è subito buttato a fare altro, anticipando il punk e la new wave e sperimentando la sua musica da camera con album anticommerciali usciti quasi a cadenza annuale fino a oggi. Come si dice, un artista di culto.

 

Peter Hammill nasce 55 anni fa a Ealing. Temperamento umbratile, fonda nel 67 il gruppo dei Van der Graaf Generator dopo aver scritto già per suo conto una novantina di canzoni fino a quel momento ovviamente inedite. I VdGG sono sicuramente stati il miglior gruppo di progressive rock britannico. Se nello stesso periodo i Genesis di Peter Gabriel assurgevano a fama mondiale mischiando glam e richiami medievaleggianti con arrangiamenti raffinati, i VdGG di Hammill (voce e autore di tutti i pezzi del gruppo) cantano l’ossessione intima, la disperazione dell’uomo moderno troppo piccolo scaraventato in un mondocane troppo grande. Dotato di una vocalità eccezionale capace di spaziare su almeno 3 ottave, il canto rarefatto e spesso glaciale di Hammill diventa spesso grido disperato, urlo spaziale, gorgheggio horror, espressione di una Weltschmerz che a volte sfocia nella Todeslust - ma proveniente da marchio registrato rigorosamente Made in England. Da un punto di vista musicale il gruppo offre all’ascoltatore di buona volontà una congerie di suoni spesso distorti, un jazz-rock martoriato da progressioni allucinate e pause psicotiche percorse dal canto da lupo ovviamente solitario del cantante e leader, con la batteria lucida e precisa di Guy Evans , il sax carognesco di David Jackson e l’organo elettrico e galattico di Hugh Banton. Gli arrangiamenti sono quasi sbracati, niente leccature genesisiane o orchestrazioni sopra le righe (ovviamente del pentagramma) tipiche degli Yes.

Il capolavoro è “Pawn Hearts”, del 71, composto di 4 “sinfonie brevi” di cui A Plague of Lighthouse Keepers è forse la migliore composizione in assoluto dei VdGG: rumori di navi in partenza (o in arrivo?) cacofonie, jazz-rock martoriante, voce stentorea da penitente che sfocia in urlo graffiante, pause da “oratorio”, rifiatare melodico, inserti nel cabaret, atmosfera d’insieme cupa e allucinata, sofferenza, angoscia, tipica sensazione d’annegamento, miraggi... Ottimo come ansiolitico per gli ottimi e abbondanti fan di Britney Spears, insomma.

Parallelamente PH manda avanti, anche qui senza compromessi, una difficile carriera solista. Nel 76 è in Canada come supporter dei Genesis, mentre ha da non molto ricostituito i VdGG dopo uno scioglimento durato 4 anni. Con il gruppo realizza altri tre dischi fino al 78, il migliore dei quali è senz’altro “The Quiet Zone /The Pleasure Dome”, nel quale il sound te spacca (come il groove del Piotta…) senza mezzi termini, diventando più secco, e le suites diventano canzoni prolungate di massimo 7 minuti che in qualche modo anticipano la new wave. (Ottimo a questo proposito il rock energetico di The Sphinx in the Face). Dopo un bell’album dal vivo secco e cattivo (“Vital”), registrato al celebre Marquee di Londra, il gruppo si scoglie definitivamente nel 78 anche a causa dello scarso numero di copie vendute.

Il capolavoro solista del periodo 70 è forse “In Camera”, (1974) disco effettivamente realizzato nella casa del musicista; il clima del disco è di follia pura, un pandemonio di rock duro, grezzo, disperazione e gran finale con Gog/Magog, composizione rock originalissima che poi sfocia in svariati minuti di rumori ossessivi ma allo stesso modo musicali che si ripercuotono con ossessività fino all’esasperazione dell’ascoltatore…

Hammill è un musicista estremamente versatile. La sua vastissima ed eterogenea produzione solista comprende anche molte ballads intimiste, vere e proprie canzoni da “crooner” per voce e piano solo come nello splendido “As Close as This” del 1986, e struggenti pezzi sentimentali come in “Over”, 1976, disco dolcemente straziante. Melodico e struggente a volte, ringhiante fino al “fuck you” altre volte. Ammiratore incondizionato di Jimi Hendrix. Protopunk (come in un altro disco fondamentale, “Nadir’s Big Chance”, 1975) e qualche tempo dopo simil-disco. Ma niente paraculaggini copiaincolla alla David Bowie: questo qui è un musicista agli antipodi dei poseurs, anche se non gli è mai dispiaciuto, talvolta, gigioneggiare; ma con una certa ironia. Niente stadi in cui esibirsi; a Milano però lo ospitò il Conservatorio. Altro gran disco è a mio parere “A Black Box” del 1980, pezzi elettronici tra Brian Eno e il Peter Gabriel di quei tempi (col quale PH collaborerà alle backing vocals nella superhit Shock The Monkeys) comprendente la suite di 20 minuti Flight, che forse è il pezzo che meglio di molti altri riassume tutta la versatile arte del cantante compositore polistrumentista: elettronica, cori sovraincisi rigorosamente da sé stesso, rock duro, sballamenti enfatici, momenti di ironica follia, lunghi attimi di “down”, episodi da opera alla Purcell. Tra gli strumenti che Hammill solitamente suona c’è anche la chitarra acustica, per dare non di rado una venatura folk al suo pot-pourri sonoro di eccentrico gentiluomo di campagna inglese.

Tipo schivo e ormai padre di famiglia di mezza età, borghese gentiluomo di vasta cultura, PH sfoga ancora il probabile dolore causatogli da un’educazione gesuitica in versi che, quando non si richiamano alla magia nera, alla fantascienza, al mito, all’horror di derivazione Edgar Allan Poe (memorabile la sua rock-opera “The Fall of House of Usher”, 1990) trattano di amori disperati e incidenti stradali, trasvolate aviolinee da panico, visioni da camera oscura e da camera da letto da motel e ritratti (bellissimo quello dell’attore shakesperiano in After the show- “dove vanno gli attori dopo lo spettacolo?” si chiede il Nostro con leggera inquietudine- pezzo di trent’anni fa che sembra scritto quasi l’altro ieri). Un portatore sano (?) d’ansia, uno non proprio per tutti i gusti. Anzi. Uno che in un certo senso ti mette alla prova. E anche un “allegrone”, si potrebbe ironicamente commentare da queste poche righe. Ma anche un autoironico, un romantico, un fuori di testa a prescindere. Semisconosciuto in patria ma apprezzato da una dura e pura schiera di fan in alcuni paesi europei, in Australia, in Giappone, in USA. Uscito dall’industria alla fine degli anni 70, produttore e discografico indipendente di sé stesso con l’etichetta “Fie!”. Uno dei primi a produrre la sua musica praticamente in casa propria, in analogico, molto prima che l’autoproduzione casalinga – grazie all’elettronica- diventasse prassi consolidata. Nonostante un infarto da fumatore accanito occorsogli nel dicembre scorso a registrazione appena conclusa del suo 49mo album, “Incoherence”, Hammill continua imperterrito a comporre e – come ormai da quasi trent’anni – ad autoprodurre con non sempre brillantissimi risultati ma in ogni caso con grande impegno la sua musica per nulla catalogabile e sempre personalissima. Senza compromessi, come fin dall’inizio. Un’eterna promessa. O una promessa eterna.

 

Il suo sito è www. sofasound.com - tra i miei link sotto la voce Peter Hammill.

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19/11/2004
LINEA GOTICA, PRIMO LATO:LA CITTA' TREMA COME CREATURA

di Lorenzo Galbiati

 

(Inizia oggi una serie di tre puntate sui CSI-PGR, gruppo italiano estremamente significativo guidato da Giovanni Lindo Ferretti- nella foto-. Buona lettura.M.U.)

 

Nell’ambito della musica rock d’autore italiana si aggira da qualche anno un gruppo di reduci, di sopravvissuti: i PGR, o, per esteso, i Per Grazia Ricevuta. Un nome, un programma. Si tratta di Giovanni Lindo Ferretti, voce e autore dei testi, Gianni Maroccolo, bassista, e Giorgio Canali, chitarrista e autore delle musiche con Maroccolo. Sono musicisti che hanno segnato il rock italiano fin dai primi anni Ottanta, militando in gruppi come i CCCP Fedeli alla Linea, i Litfiba e il Consorzio Suonatori Indipendenti.

Questa estate è uscito il secondo disco dei PGR, D’anime e d’animali. Un gran bel disco rock, immediato, senza fronzoli, e al di sopra della media dei prodotti italiani grazie alla voce e ai testi di Ferretti.

Ma non è di questo album che voglio parlare, per ora, bensì del suo precursore “ideologico”, che io individuo in Linea gotica, disco del Consorzio Suonatori Indipendenti del 1996. E’ da qui che bisogna partire per capire l’evoluzione del Ferretti-pensiero e l’importanza di questo gruppo per la cultura musicale italiana. Inoltre, per quanto può contare la mia opinione, ritengo questo album il più bel disco rock d’autore degli anni Novanta; lo affermo per la qualità delle soluzioni melodiche, degli arrangiamenti e dei suoni, ossessivi e paranoici, che insieme alla voce salmodiante di Ferretti, e alla pregnanza dei suoi versi, fanno di quest’opera un unicum nel panorama musicale italiano.

La scrittura di Ferretti è diversa da quella dei cantautori, e in questo disco si compenetra perfettamente con la trama sonora, ne è la sua verbalizzazione. È per questo che analizzando i testi delle canzoni di Linea gotica spero di darvi un’idea dell’atmosfera che regna nell’album, che inizia con una canzone manifesto, Cupe vampe. Ferretti canta il rogo della biblioteca di Sarajevo, la cui immagine rielaborata è stampata sulla copertina dell’album.

“di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

che gli ebrei sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s’alzano i roghi al cielo

s’alzano i roghi in cupe vampe

brucia la biblioteca degli slavi del sud, europei dei Balcani

bruciano i libri

possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri

s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe…

di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

come creatura”

A questo punto la melodia si ferma e inizia un crescendo, scandito da un violino psicotico, in cui Ferretti ne ha per tutti:

“cupe vampe livide stanze

occhio cecchino etnico assassino

alto il sole: sete e sudore

piena la luna: nessuna fortuna

ci fotte la guerra che armi non ha

ci fotte la pace che ammazza qua e là

ci fottono i preti i pope i mullah

l’ONU, la NATO, la civiltà

bella la vita dentro un catino

bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città

questa è la favola della viltà”

A fine canzone si resta senza fiato. Un capolavoro assoluto, la più bella canzone italiana che io abbia sentito finora. Nella seconda traccia, Sogni e sintomi, Ferretti evoca istinti primordiali che ci legano inesorabilmente al mondo animale:

“del bisogno d’essere scaldato, d’essere nutrito

del bisogno nostro d’essere consolati

frutto di un’innocenza remota

imbastardita

stretta di carne accattivante…

come un animale che sa cos’è il dolore

guardo il mondo con occhio lineare

come un animale nel tempo di morire

cerco un posto che non si può trovare…”

La musica minimalista, sorretta da un basso granitico, nasconde un’energia implosa che sa di punk, e che solo nel finale viene sviscerata. È un altro capolavoro, meno prorompente, più sofferto del primo.

Dopo due canzoni che tolgono il respiro, arriva una lunga ballata, che permette di prendere ossigeno: si tratta di E ti vengo a cercare di Battiato, che onora i CSI cantando l’ultima strofa.

“questo secolo oramai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà”

declama Ferretti con il tono ieratico che gli è proprio, e pare che il testo sia suo. Rispetto all’originale di Battiato i tempi sono dilatati, e il suono è reso più lugubre dalle chitarre distorte che pare non finiscano mai. Impreziosisce il pezzo la voce bellissima, limpida, di Ginevra di Marco, la corista del gruppo.

Il quarto pezzo, Esco, si assesta su ritmi lenti da ballata, e con la sua ossessività inizia a mettere a dura prova l’ascoltatore poco motivato. Il suono alla Pink Floyd, ruvido e ripetitivo, rischia di distrarre dalla bellezza ermetica del testo, che riporto interamente:

“memoria parla consolante

succedono le età

succedono le età – meravigliose

che non c’è età assoluta

altro vi fu e sarà e quanto

e in quale forma

qui la luce si ritrae

e l’aria è satura dall’eco di lamenti

scorteccio le parole

aride schegge adatte al fuoco

è l’instabilità che ci fa saldi ormai

negli sgretolamenti quotidiani”

Cambia il ritmo nella quinta canzone, Blu, che alterna momenti languidi a accelerazioni angosciose; il testo rimanda a presagi di confusione e sofferenza, che sfociano in un finale inaspettatamente ottimista:

“alimentare catena implacabile

pause tranquille atte alla digestione

intransigenze mute

rabbiose devozioni

ho dato al mio dolore

la forma di parole abusate

che mi prometto di non pronunciare mai più

ho dato al mio dolore la forma di abusate parole

lasciando perdere attese e ritorni

ho aperto gli occhi dall’orlo increspato

ho visto l’alba blu”

Ancora una volta le immagini evocate dalle parole scolpiscono il ritmo della musica, e la fanno penetrare nelle viscere di chi ascolta. È il terzo capolavoro. E non è finita.

Postato da: markelouffenwanken a 14:15 | link | commenti (36)

18/11/2004
AMORE UNIVERSALE

io amo dio

tu ami dio

noi amiamo dio

 

dio ama noi?

dio ama te?

dio ama me?

 

io amo te

tu ami me

dio ama dio.

 

Postato da: markelouffenwanken a 20:28 | link | commenti (15)

OPERAZIONE POLENTA

di Gianni Biondillo

 

(E' l'ora di pranzo. Pubblico quindi a ragion veduta - e a pancia momentaneamente vuota - questo sacrosanto appello di Gianni. Buon appetito a tutti...M.U.)

 

Carissimi,

so che la cosa pare ignobile, ma non lo faccio per il premio (tanto non lo vincerò di certo, vuoi che non lo vinca Carofiglio?) ma per la polenta!

Mi spiego meglio: a Courmayeur, come ogni anno, si decreterà il vincitore del premio Scerbanenco. Per entrare nella cinquina dei finalisti bisogna essere votati via internet. qui: http://www.noirfest.com/2004/home-it.php

Bisogna registrarsi e votare. UN SOLO VOTO PER UTENTE/COMPUTER, non ne accettano di più. Entro il 21 di questo mese.

Se entro nella cinquina finalista di certo mi inviteranno a Courma e io MANGERO' UN MEGAPOLENTA. Capite quanto sia importante per me?

Quello che cerco non è "onore e gloria", ma: "panza mia fatti capanna". Aiutatemi, please.

 

Grazie, ciao, Gianni

 

p.s. fatelo girare, come una catenia di S.Antonio. Che oltre la polenta voglio mangiare anche la fonduta!

 

Postato da: markelouffenwanken a 12:20 | link | commenti (36)

CRONACA DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO

di Elio Paoloni

 

(Ricevo e pubblico questo pezzo, già uscito il 9 Novembre su "Stilos". Una recensione che a mio avviso puo' essere un ottimo spunto di riflessione su di un mondo che -bene o male- ci riguarda tutti: quello che lavoro. M.U.)

 

O, più propriamente, di una mancata riconferma. Ma niente ha più lo stesso nome, in fabbrica, e più schifoso è un compito, più alte sono le probabilità che sia descritto in inglese, o in aziendese. Questo libro Feltrinelli di Francesco Dezio, "Nicola Rubino è entrato in fabbrica", si inserisce in un genere nuovamente frequentato: il romanzo sul mondo del lavoro, una boccata d’aria fresca in un panorama di educazioni sentimentali sempre più giovanili e memorialistica di letterati sempre più anziani. Chi voleva più realtà, più presente e, soprattutto, meno librume, è servito. Questi scrittori non danno l’impressione di aver letto tutti i libri, non sono interessati a problematiche letterarie e se pure il linguaggio riesce sperimentale, non puzza di tavolino, di trasgressione estetizzante, di riflessione sulle possibilità della lingua: l'espressionismo nasce da un groppo esistenziale, da un confronto con le materie prime, dalle pause - temporalmente brevi, neuronalmente eterne - tra una torsione del metacarpo e un'altra. Spiazzante ed efficace, ad esempio, il finale di questo libro.

Naturale che, insieme agli ipereufemistici anglismi delle flautate esortazioni manageriali, Dezio adotti deformazioni dialettali (se non ve ne fossero il racconto perderebbe credibilità). Ma, come in troppi romanzi meridionali, si eccede nel disseminare termini incomprensibili marchiati dall'abominevole asterisco di rimando a piè pagina.

Sono fioccati i riferimenti ai - non molti - romanzi di fabbrica del passato, oltre che a quelli recenti (La dismissione, Pausa Caffè). Per l'altamurano Dezio il confronto obbligato è con Tommaso Di Ciaula, anche lui del barese: negli anni ’70 Tuta blu, altro percorso infernale in una fabbrica pugliese, fu una meteora, nel mondo letterario e anche nella bibliografia dell’autore, assai scarna. Si fanno confronti tra i due mondi, ancor più obbligati per la circostanza che il pluritradotto Tuta Blu, ristampato recentemente da Zambon, era stato edito proprio da Feltrinelli. Lì si descriveva la frattura tra il mondo contadino e quello industriale, affioravano momenti bucolici che Dezio non condividerebbe (lui nel tempo libero si spara gli Einstuzende Neubauten).Ma gli accostamenti li fanno i critici, che Dezio non ha tempo per questi giochetti. Di Ciaula, Volponi, Balestrini (ai quali comunque preferisce Easton Ellis) li ha letti dopo. Prima è stato occupato con la puzza, il rumore, il caldo e la fatica, che pare siano sempre gli stessi, come i veleni che ti squagliano la pelle (tanto per cominciare) senza che il medico di fabbrica (distratto come quello del Memoriale di Volponi) riesca ad accorgersene. La cosa più sorprendente, nel mondo postfordista della smaterializzazione del lavoro, è che le funzioni manuali ripetitive, ossessive, sono sempre lì, ineliminabili, almeno non del tutto eliminabili. Alla faccia del “nuovo” lavoro, soft, creativo e ipertecnologico.

Dezio monta uno spaccato di quest'inferno. I gironi attraversati dal mobbizzato sono vividi (la vividezza del visionario - dell'artista visuale che Dezio vorrebbe tornare a essere - non del realista) le sequenze gestuali sembra di compierle, avvertiamo lo spasimo dei tendini. C’è pure una variante internettica e pedante, inutilmente esaustiva, dell’unpezzounculo, work-song dell'indimenticabile Lulù de La classe operaia va in paradiso. E ci sono accostamenti risaputi, anche se attualizzati: vedi gli operai senza nome identificati dal numero di matricola e parificati a macchine. A cambiare è la colonna sonora, quindi la lingua.

Dezio è incazzato, lo dichiara anche in postfazione: non solo gli operai continuano a venir massacrati, ma si sono incanagliti e il sindacato ha meno spazio (la classe operaia è andata in pensione). Questo atteggiamento, che Andrea Di Consoli, apprezzando, definisce la "maleducazione collerica della classe operaia di ieri e di oggi" è funzionale al pamphlet, al grottesco che inevitabilmente ammanta capi e capetti. Ma rende anche impraticabile la strada del romanzo di spessore. Non ci sono mezzi toni, non c’è l’ambiguità del reale, non c’è uno sguardo dall’alto, da fuori. Non c’è spazio per un’idea del mondo del lavoro (del mondo, semplicemente) più somigliante a quello che quasi sempre si rivela: un limbo, a volte un purgatorio.

Divorzio annunziato, si diceva. "Non sono un operaio che scrive- dice Dezio sulle differenze col conterraneo Di Ciaula -sono un narratore che è capitato in fabbrica." E il protagonista, appunto, odia la fabbrica "a prescindere": la fissa “muto, distante, inerte” prima ancora dell'assunzione. Nella "cascata delle coordinate, nelle oscillazioni elettroscopiche" del pannello dei comandi, nel "tornado acido di intrugli chimici sbatacchiati, nel furibondo vortice di liquame biancogiallastro che travolge la zozzosa ferraglia impestata”, Dezio-Rubino vede solo “il caos”. Nella vita dell’operaio “normale” Gesualdo, uno a tempo indeterminato, cioè approdato a quella tranquillità cui il protagonista e i suoi compagni del corso dovrebbero aspirare, vede un inferno ancora peggiore. In un solo brano un operatore viene descritto in maniera neutra se non positiva: "tutto preso dalla sequenza, in pilota automatico ed estasi ginnica sublimata, mano però gentile, volenterosa, ferma quando c’è da esser fermi, possente quando c’è da assestare la stoccata, il colpo preciso, diretto, infallibile”. Ma immediatamente, quasi pentito, Dezio lo paragona a un manichino da crash-test, lo chiama Robocop. E una sola volta Rubino ha un soprassalto d’orgoglio: “innesta la quinta e si mangia in blocco il carico dei pezzi" unicamente per umiliare un compagno che voleva fare il furbo.

A fare gli psicologi, insomma, siamo di fronte a un ribelle di professione che nell’esclusione finale cerca la riconferma della stronzaggine del mondo.

Sarebbe insultante chiedere ai mille Rubino di aver fede nelle magnifiche mission e progressive della classe manageriale. Niente è accettabile quando proviene da chi continua a maramaldeggiare sulla più ricattabile delle forze lavoro occidentali, quella del nostro meridione. Eppure il Lorenzo che salvò Primo Levi, faceva il suo lavoro con precisione, con puntiglio, persino sotto i nazisti. "Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra".

Quando l'Italia si meriterà un libro sul lavoro che prenda le mosse da La chiave a stella, invece che da Memoriale?

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17/11/2004
A PROPOSITO DEI FILM TRATTI DA SIMENON

" Avete mai letto L'ainé des Ferchaux di Simenon? Leggetelo, una volta o l'altra. E successivamente andate a vedere il mio film (Lo Sciacallo, nell'edizione italiana ndr.) Quando uscì, i critici scrissero: - Melville ha rispettato moltissimo...-. Il problema dell'adattamento è essenziale.Avrei voglia di dire: -Signori, avete scritto che sono stato molto fedele allo spirito e al libro di Simenon; adesso vi leggerò i passaggi salienti del libro in cui Simenon descrive i suoi personaggi, e poi farete un raffronto con i miei...-. Quando un libro mi piace, mi nutro completamente del suo spirito. Un'eccezione è proprio L'ainé des Ferchaux, che non ho per niente rispettato".

(Jean-Pierre Melville, regista cinematografico francese soprattutto di noir, attivo dalla fine degli anni 40 a metà anni 70)

 

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CI SONO ATTIMI

di A.S.

 

(Torna Nonalzarsidalletto. Con un nuovo racconto. Cinico. Stavolta si è alzato dal letto. E' andato a far visita al mondo di fuori. Meglio non uscire, certe volte. Buona lettura. M.U.)

 

Ci sono attimi, brevi e sfuggenti come un amore estivo, in cui pare che il mondo non faccia così schifo. A volte riesco pure a convincermi di questa asserzione: guardo la luna che se ne sbatte, ascolto Paolo Conte canticchiare dallo stereo, leggo dei drammi della mente di Moravia, penso a qualche vecchia fidanzata e mi viene duro. No, il mondo non fa così schifo, penso. Sono attimi però e gli attimi, come detto, non sai nemmeno quantificarli che sono già fuggiti. Le esperienze dolorose non sono attimi, sono ricordi passati e situazioni presenti che ti trafiggono anche mentre Paolo Conte picchia su un tasto d'avorio del suo pianoforte a coda.

Le esperienze le quantifichi, sai quanto durano, sai che una visita al centro commerciale può durare un'ora come 5 minuti. Sai altrettanto bene, però, che il ricordo di questa esperienza infetterà gli attimi in cui il mondo ti farà meno schifo del solito, come la bava di una lumaca ti rimarrà addosso e ti sporcherà anche le mani quando cercherai di pulirti.

Cerco sempre di evitarli i posti in cui si riuniscono gli animali quando aprono le gabbie. I centri commerciali il sabato pomeriggio, il centro storico la domenica dopo le 5 (che prima ci sono le partite da vedere al bar).

Sabato scorso, purtroppo, non mi sono potuto esimere: mancava il lime per preparare la bacinella del monito, dovevo andarci io che passo davanti al centro commerciale tornando a casa per cambiarmi. Schifato, cerco parcheggio camuffandomi dietro la visiera di un cappellino e sgattaiolo verso il supermercato tentando di incrociare meno sguardi bovini possibile. Quando entro, mi rendo conto che non c'è nessun Virgilio che mi possa guidare, che Paolo e Francesca limonano davanti al negozio che vende cappottipiuminicamiciemaglionituttoa5euro, che Ciacco è un bambino obeso che addenta il bigmac facendo cadere la maionese a terra sotto lo sguardo scazzato della madre. È un inferno, esseri vestiti in maniera inguardabile, capelli unti, forfora che si parla da una giacca all'altra, gente che urla per parlare più forte della forfora, bambini che schiamazzano e genitori che, mentre i bambini schiamazzano e rompono i coglioni a quelli che sono in coda alla cassa solo per pagare il lime per il mojito, parlano amabilmente del grande fratello. “Povero Guido, però è giusto mandarlo via, le bestemmie mi danno troppo fastidio e poi, se l'avrebbe fatto in un altro momento, ma in diretta no! L'ha sentita anche Nicolas!”. Nel frattempo, il marito, a due passi di distanza, tira un sacramento da scomunica perché il piccolo Nicolas ha fatto cadere il cellulare nuovo, nuovodipacca. “Bastardo” sibila il padre e raccoglie il telefonino riattaccandolo alla cintura (ma lo copre col maglione "perché quelli che tengono il cellulare in vista son troppo cafoni").

Come un flash Seneca mi attraversa la mente: Homo sum, nihil humano alieno puto e provo un'infinità pietà per il bambino, Nicolas. Non ha colpe, lui, forse potrebbe ancora essere salvato. Quando scarta la merendina e getta a terra la carta penso che non c’è più niente da fare. Padre e madre vedono e non dicono un cazzo, anzi, pensano "magari la cassiera non l'ha vista e non ce la fa nemmeno pagare". Muoviti Nicolas, mangiala prima che sia finita la fila, mangiala in fretta che tanto sei già in sovrappeso a 7 anni, mangiala in fretta che sennò comincia Bonolis, mangiala e saziati che stasera la mamma scongela la pizza e poi guardiamo "C'è posta per te". C'è Adriano che racconta di quando era povero stasera Nicolas, sei contento?

Fanculo, io filo via per non vomitare, non entro nemmeno in libreria che sullo scaffale principale ci sono le barzellette di Totti e i libri di tutti quelli dello Zelig. Mi fiondo in macchina e accendo lo stereo, Paolino sussurra

avevo una passione per la musica

di ruggine

nerastra tinta a caldo di caligine

metropoli

le tentazioni andavano e venivano

cosa farò di me?

"No, Nicolas, non credere a tuo padre che ti dice che la caligine è una malattia della pelle" penso guardando il lime. Stasera me la bevo tutta io la bacinella del mojito, me lo merito.

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16/11/2004
PER UNA RINASCITA DEL CINEMA ITALIANO

Abbiamo molta fiducia in loro, per il futuro. Per una rinascita del cinema italiano. Basta col cinema ombelicale, basta con Muccino & Compagni. Basta con le sovvenzioni statali date agli improvvisatori. Basta con le deprimenti non-pellicole girate in digitale. Basta con lo sguardo deprimente sulle deprimente realtà urbana. Basta coi film "carini". "Carini" e basta. Via il carinismo dal nostro cinema, una volta per tutte. Ritorniamo al b/n. Che i registi si riguardino i film di De Sica e le tette della Lollobrigida, prima di ingaggiare Margherita Buy. Basta con Castellitto che fa Maigret (un romano in Francia...)

Postato da: markelouffenwanken a 20:04 | link | commenti (20)

LA FOTO IN BAGNO

di Cristiano Prakash

 

(Eccovi un nuovo racconto in esclusiva di Prakash. Buona lettura. M.U.)

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa lo tediava assillante.

Nella luce artificiale del bagno stava in piedi davanti allo specchio sforzandosi di  credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al suo viso.

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:  uguale ma rarefatta, precisa ma simbolica; lo specchio,  simbolo muto di fantasie per ogni età.

Da sempre.

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei genitori posta in un quadretto con  cornice marron scuro, spessa  e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che  attirava invidia e disegnava passioni segrete e tormento.

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

Ogni giorno il suo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i suoi ricordi.

Non ricordava perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo della madre, vera artefice del riuscito stile di quella bella e antica casa che lui aveva ereditato e volentieri continuato ad abitare.

Da sempre, infatti, la foto apparteneva alla sua vita mnemonica  interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnarlo nei suoi giorni.

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei suoi; dopo un paio d’anni, lui sarebbe venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

Distolse lo sguardo focalizzandolo su di sé; pensava al mistero della natura e ai miracoli della  cosmesi moderna; dopo mezz’ora il suo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandolo ogni giorno.

Si contorceva in strane espressioni  cercando minuziosamente dei segni sul suo volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

Compiva questi gesti con le dita che tiravano la pelle:  trasformavano i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quello scherzetto senza allegria.

 

Camminò fino a raggiungere la cucina.

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva  quel sottile dolore al capo.

Mentre faceva colazione pensava alla giornata a venire e a quella precedente.  Riusciva a mettere in riga i pensieri con  disciplina  e , sempre attraverso questa pratica, riusciva a ricordare gli aspetti positivi e cancellare quelli negativi, quasi non fossero  esistiti.

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri  direttamente governati dalla sua volontà.

 

Tornò in bagno per il tocco finale e si accorse che non riusciva a sostenere il proprio sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

Non riusciva a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

Si chiese se anche gli altri provavano lo stesso guardandolo negli occhi.

Pur facendo di tutto per riuscirci non poteva  cacciare quel  pensiero che lo tormentava.

Era pesante da portarsi appresso; significava  dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, egli decantava con collaudata sicumera,  la propria assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

La scelta di come sentirsi gli pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

La sua, almeno.

 

Poteva sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che  esercitava con ossessionante solerzia e  attenzione.

Il suo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, si smarriva sentendosi defraudato e spogliato di credibilità.

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

In questo spazio era vulnerabile e sentiva di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

Ripensò ai propri rapporti intimi e ritrovò in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, il padre e la madre.

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era  dolcezza e  verità; il papà intelligenza, come la sua, una generazione fa, suo modello involuto.

Sembravano immortali in quella foto.

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

Per un brevissimo istante cedette alla disperazione; sentiva che la differenza tra loro ed egli stesso, stava proprio nella naturalezza.

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

Cacciò furioso quei pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, come lui effettivamente era.

Smise di distrarsi e tornò al presente, concreto e  impellente.

 

Pensò a come vestirsi quel giorno.

Pioveva e faceva freddo.

Si tuffò  nell’armadio e si specchiò una volta vestito.

Ok, si và.

Una pastiglia per il mal di testa; doveva non stare male  per stare bene.

Doveva cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

Intendeva riappropriarsi quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

Pensò per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

Dimenticò il segreto dimenticato.

Anticipò il futuro subitaneo: vide chiaro come un film il suo successivo minuto di vita.

Si sarebbe avviato verso la macchina; al suo interno avrebbe acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

Si sarebbe dato un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

E così fece.

Prevedibile, sicuro.

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 13:48 | link | commenti (3)

DANNY DE VITO FOR PRESIDENT (PREPARIAMOCI FIN D'ORA)

Eccolo, il piccolo grande uomo. Un uomo di spettacolo che salvi l'America dalla società dello Spettacolo. Credo non ci sia tempo da perdere. Cominciamo la nostra campagna "Danny De Vito For President". Subito. Tra quattro anni Bush si toglierà per forza dai coglioni, ma cosa ci proporranno le due majors della politica americana? Meglio andare sul sicuro. E il sicuro è De Vito, che oltretutto sarebbe il primo presidente italoamericano della storia degli Stati Uniti. Un Reagan illuminato e in grado soprattutto (diversamente dal defunto cowboy edonista californiano) di intendere e di volere. Cominciamo da qui. Attendo adesioni da parte vostra ( e suggerimenti e critiche, certamente). Dobbiamo muoverci fin d'ora. Vi prometto che non lascerò nulla d'intentato, in questi prossimi 4 anni, come Presidente del "Danny De Vito For President Italia".Ed è anche giusto che il movimento "Danny for President" nasca dal Paese dei suoi avi, la nostra Italia. Credo in Danny. Un grande. Credeteci anche voi. Grazie.

Postato da: markelouffenwanken a 10:30 | link | commenti (8)

15/11/2004
FELICITA' E'...

"Vivere assolutamente senza scopo! Questo stato io l'ho intravisto e l'ho anche raggiunto, ma senza riuscire a rimanervi: sono troppo debole per una felicità simile".

(Emil Cioran)

Postato da: markelouffenwanken a 18:56 | link | commenti (8)

LIBERTY

 di Fabio Viola

 

Sono impegnato a prendere a calci un gatto, ma di nascosto. Il batuffolo striato è andato a infilarsi dietro a un vaso, un vaso grosso con dentro una palmetta, nel parco liberty della villa liberty in cui mi trovo. Sono in visita alla zia della mia ragazza. La mia ragazza è con me, ma a lei i gatti piacciono, per cui i calci al gatto li do di nascosto, e dico “Mi sa che c’è un topolino di campagna, ma ora lo becco!”. Che schifo i gatti, mi ripeto a mezza bocca come un autistico mentre sforbicio col piede dietro al vaso, tentando di colpirlo, il gatto, e magari farlo uscire, e poi inseguirlo, con tutto il sangue in testa dalla goduria e l’ebbrezza, io.

Allora. Sono là che incastro e scastro la gamba dietro al grosso vaso rosso terra, e sudo pesante per lo sforzo, con ‘sto gatto che cigola e fa pio-pio e si ritrae come un pene nella neve, solo che c’è caldo, perché è estate, e l’aria è ferma, vento zero, e gli uccelli sembrano impagliati sui rami. Dagli e dagli alla fine il felino lo becco, e in piena fronte, mi pare, o sul collo, e grida un po’ che mi vergogno, ma nessuno nella villa mi ha sentito, credo, perché sono tutti dentro, e io sono fuori con il gatto che piange perché l’ho colpito in testa, e intorno c’è silenzio, stasi. Ho le mani che mi tremano, sono inebriato, forse sto godendo, lui è in mio potere, questo mi fa sentire bene ma anche male, e intendo male bene. Mi piace, lo ammetto. Gatto del cazzo, parassita mugolante.

Dunque in tasca mi vibra il cellulare. Eccitato come sono il tremolio mi stuzzica e non poco, lo lascio là, e lui vibra vibra vibra per un po’. Poi lo prendo, con l’affanno, e dico “Pronto”, e il gatto, stronzo, prende e scappa, e correndo nella foga si spinge pure con la coda, e poi scompare in mezzo agli ulivi dei campi liberty del parco liberty della villa liberty in cui sto. “Cazzo”, dico. “Fabio?”, fa la voce. “Sì, sono qua”, e mi tengo il petto per frenare l’affanno, dopo il calcio in testa al gatto mi sento decompresso, in orbita intorno a Marte, un sassolino che rimbalza sull’acqua di un laghetto artificiale pieno di alberi piantati già adulti e frondosi. Così.

“Cazzo Fabio ma non stai guardando la televisione?”. È il mio amico Fabrizio, che sta a Bologna, beato lui, e mi parla col suo accento altalenante.

“No che c’è?”, dico ma penso al gatto piccolo piccolo terrorizzato in mezzo agli ulivi che mi tiene d’occhio, con l’occhietto giallo e, voglio ben sperare, contuso, che tremola e mi vede che sto al telefono, e magari pensa ce l’avessi io un cellulare chiamerei la protezione animali, il gatto meschino, che da solo non si sa difendere, il parassita puzzone che vuole mangiare e fa le fusa, non a me, ma le fa perché i gatti sono così e io voglio punire lui per punirli tutti.

“Le torri. Gli aerei.”

“Ma che dici?”

“Le torri contro gli aerei.”

“Fabrizio, cazzo dici?”

“Crollano gli aerei in fiamme nelle torri.”

Allora capisco. No, penso, non è possibile, “Ma sul serio?”, chiedo al cellulare, a Fabrizio, ma guardo tra gli ulivi, perché lo so che l’infimo gatto ora sta tutto tranquillo e pacioso, con le torri che hanno colpito gli aerei e lui non si preoccupa più. Lui lo sa che ora non ci perdo più tempo a dargli i calci, perché devo correre a vedere in televisione le fiamme degli aerei nelle torri. A Bologna. Nel mio paese.

“Ma chi è stato?”, chiedo a Fabrizio.

“Non si sa la madonna è allucinante accendi qualunque canale forse è un attentato.”

“Ma tu come stai? Dove sei? Stai bene sì?”, gli chiedo, perché io a Fabrizio ci tengo, è un amico caro.

“Io sto bene cazzo dici accendi la tv ci sentiamo dopo ciao.”

Mi rimetto il cellulare in tasca. Lo affondo bene in tasca. Lo spingo proprio giù nella tasca così se vibra mi fa piacere. Però ammetto che ho paura, perché le torri no, cazzo se erano belle, ci ero stato un mese prima e avevo pensato che erano carine, tenere, affiatatissime. Due torri che avevano un bel rapporto e si compensavano. Belle, le torri. Quindi entro nella villa liberty e mi fiondo sulla televisione, che è spenta e non c’è nessuno. Grido “Oh, le torri!” ma nessuno mi risponde. Perché forse dormono. Il televisore, con sopra una cornice liberty storta, si accende piano piano, il fatto è che è vecchiotto, non liberty ma quasi. E il sonoro arriva subito, ho accesso sull’uno, una voce dice “È allucinante lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Una delle torri è appena crollata, i soccorsi erano giunti da pochi istanti e sotto alla torre mio dio, c’erano centinaia di persone che fuggivano e gridavano e dentro alle torri chissà quante altre, probabilmente migliaia, è un’apocalisse, un’apocalisse.”

Penso che non c’era tutta questa gente alle torri quando ci sono stato io, nemmeno c’entrerebbero centinaia di persone dentro alla Garisenda, il giornalista esagera, cazzo. Mentre le immagini si formano sul video, si mettono a fuoco perdendo il bagliore opaco iniziale, penso alla Feltrinelli sotto alle torri dove ho acquistato un libro il mese scorso, la Storia di Israele Bompiani, ma non l’ho mai letto perché certi entusiasmi mi durano poco, e mi dico, non so perché, che avrei dovuto leggerlo quel libro.

Be’, la sorpresa quando capisco tutto è grande. Ma quali torri e torri? Non è Bologna, quella. Non so nemmeno cos’è, però lo leggo sul video: è New York. Ah ecco, penso, non è Bologna, mi ripeto. È in America, dall’altra parte del mondo. Sento che qualcuno scende le scale liberty, vedo che è la mia ragazza e si tiene con una mano alla balaustra liberty.

“Oh”, le dico.

“Che succede? Perché hai gridato?”

“Ma no niente, scusami. Dormivi?”

“Sì, un po’… e anche la zia si è un po’ svegliata. Ma che c’è?”

“Mi ha chiamato Fabrizio che le torri erano crollate sugli aerei o chenesò, e invece non è vero.”

“Cioè?”, mi chiede un po’ allarmata, accelera il passo e mi si mette accanto, davanti al televisore. Raddrizza la cornice liberty, che è di traverso, e si mette a guardare.

“Ma no, avevo capito che erano esplose le torri a Bologna, invece no per fortuna.”

“Ah”, fa lei, e già la vedo sollevata. Guarda il televisore e sembra non capire. Neanche io capisco granché, ma il casino non è a Bologna e tanto basta. Mi tocco il cellulare in tasca, anche se non vibra, però a tenerlo lì mi vengono certe voglie. La mia ragazza si siede e continua a guardare verso il televisore, sembra rapita, ma tranquilla insomma. Le comunico i miei turbamenti (ma non le dico che sono indotti dal cellulare), anzi quasi quasi spaccio il telefonino per eccitazione, nelle forme, e allora glielo faccio notare. Lei sorride, “C’è la zia su, ora forse scende”, mi dice. “Vabbe’ dai”, insisto, “A tua zia dà fastidio l’amore?”, e lei ride, con quella bocca stupenda che ha, e i denti, e gli occhi che si màndorlano, e io sto là e la guardo, e non penso più al gatto, che forse non lo odio poi tanto, e nemmeno a Fabrizio che tanto sta bene, e mi sento felice, proprio in pace, e lei pure continua a sorridermi e mi prende la mano e l’accarezza. Allora io prendo la sua e gliela bacio e dico, felice ma davvero, “Liberty”, dico. “Liberty.”

Postato da: markelouffenwanken a 11:43 | link | commenti (12)

14/11/2004
CHIACCHIERE E FAGIANI

 di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccovi un Ferrazzi "domenicale" per la seconda domenica consecutiva. Buona lettura. M.U.)

 

Cosa deve fare uno che non ha ancora visto Farenheit 9/11 ? Anche senza volerlo, ha già letto decine di recensioni, stroncature, incensamenti, prese di distanza e pianti ed inni e delle Parche il canto. Di fatto, non è più possibile vedere il documentario con la mente sgombra da pregiudizi.

Ma c’è stato un momento in cui Farenheit 9/11 è stato leggibile come pura e semplice opera dell’ingegno ? Temo di no.

Non mi riferisco al fatto che l’autore ha concepito l’opera come strumento di propaganda elettorale. Anche le Filippiche di Demostene avevano lo stesso scopo. Ciononostante, ateniesi, romani e barbari, filo o antimacedoni,  le hanno sempre (giustamente) considerate capolavori. Qui invece si assiste allo strano fenomeno per cui chi non è d’accordo con le tesi di Moore ne elogia sperticatamente la statura di artista, mentre chi ne condivide le opinioni politiche è quasi infastidito nel riconoscere che il documentario è ben fatto, come se un’idea giusta fosse sminuita da una bella esposizione.

Mi sbaglierò. Spero di sbagliarmi. Ma ho l’impressione che la “sindrome del Palio di Siena” applicata alla politica, alla cultura, al cinema, ci stia rendendo guelfi e ghibellini. Ho l’impressione che, già prima che uscisse il documentario, ci si fosse già schierati pro o contro Moore in funzione della logica perversa secondo cui l’Oca è amica del Bruco e nemica della Torre (se l’esempio è sbagliato chiedo scusa ai senesi). Dico questo perché (e ripeto: spero di sbagliarmi) non sono riuscito a vedere il benché minimo tentativo di trovare concordanze, basi di discussione, argomenti in comune. Ognuno sostiene la sua tesi, e questo è logico, ma rifiuta di discutere quella altrui: al massimo contrappone qualche esempio opposto a quelli invocati dall’avversario, se no passa direttamente alle contumelie.

Non me ne scandalizzo, però mi dispiace. Leggere discorsi il cui senso è: “Ho ragione io e chiunque non la pensi come me è un fesso” mi rattrista. Leggere che “non credere alla democrazia non è un problema” o che “quella americana non è una democrazia, ma uno stato parafascista”, anche facendo la tara alla polemica e alla retorica, mi preoccupa. Se la democrazia non è più un valore e conta solo aver ragione, perché discutere ? L’unico modo che resta per fare politica è la rivoluzione (e cioè la guerra civile). Ma questo è il modo di ragionare di chi è così abituato alla democrazia da non vederne più i vantaggi e finisce per sputare nel piatto dove mangia.

Niente di nuovo sotto il sole. Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto all’inizio del secolo scorso predicavano le stesse cose, e ci hanno regalato Mussolini, Hitler e Stalin. O, se vogliamo tenere il discorso su un piano più leggero, questo modo di ragionare ricorda quello di una signora che conversava amabilmente a tavola dicendo peste e corna della caccia e dei cacciatori, e intanto si serviva una coscia di fagiano.

Postato da: markelouffenwanken a 11:49 | link | commenti (16)

TUTTE LE STRADE PORTANO A...

Postato da: markelouffenwanken a 10:23 | link | commenti (8)

13/11/2004
LA SAI L'ULTIMA?

"Questa sera termino il mio lavoro al TG5, non l'ho detto a nessuno, era giusto dirlo per primi ai telespettatori. Speriamo di essere stati onesti, spero di esserci riuscito. Fare la vittima mi ha sempre dato l'orticaria. E poi Mediaset in questi anni mi ha sempre offerto quel che volevo. Se in questi 13 anni qualcosa non vi è piaciuto è stata colpa mia. Non c'è mai stata intromissione aziendale. Vedrò se potrò ancora essere utile. Spero proprio, per quel che potrò vigilerò, che questi ingredienti del TG5 siano rispettati anche per il futuro. Comunque, nulla è per sempre, è anche le cose più belle è giusto che finiscano. Solo i pazzi credono di essere indispensabili. Devo ancora ringraziarvi, è stato bellissimo, sempre bellissimo, dal primo all'ultimo giorno. So che ci sarà sempre da contare su voi e su tutti i lavoratori e giornalisti del TG5 in un panorama informativo non sempre sufficientemente articolato. Non so come e quando ci rivedremo ma vi devo ancora ringraziare e vi saluto, per una volta nel modo più familiare: ciao."

 

(Enrico Mentana, in diretta dal TG5 -11.11.04)

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 16:41 | link | commenti (8)

IL PROBLEMA BONOLIS

di Marco "Alderano" Rovelli

 

(Torna la rubrica di Alderano sulla televisione, "Immersione senza bombole nella desolazione". Dopo Blob, ora è la volta di Paolo Bonolis. L'amico Alderano questa volta è davvero scatenato, vi avverto... Buona lettura. M.U.)

 

Sono state versate lacrime e parole sulla rapida sostituzione della civiltà dell’immagine a quella della parola. Con qualche ragione, credo. C’è chi pensa che lo Spettacolo non sia che la conseguente fine della storia della metafisica occidentale. Ma non è di questo di cui voglio dire.

E’ di Bonolis, invece, ciò di cui voglio dire. (E – voglio dirvelo – uso questa rubrica anche per superare il ribrezzo che ho naturaliter per le parole come ‘Bonolis’ – mi terrorizza metterle su carta, mi vedo rispecchiato in un secchio d’immondizia. Gli aspetti fangosi dell’esistenza. Il bruto al posto di virtute e canoscenza.). Bonolis è un uomo (sic) che riflette la progressiva degradazione dell’uomo qualunque (uso questa espressione nonostante alla parola ‘qualunque’ sia stata restituita la sua nobiltà da un filosofo come Agamben – mi perdoni, maestro). Se questi personaggi hanno successo, è perché rispecchiano una mediocrità diffusa – la catturano, e la rimandano nobilitata allo spettatore, che in essa si vede confermato. Un idealtipo, si potrebbe dire. Che conserva le caratteristiche qualunque e le porta al massimo grado. Bonolis è il tipo della carogna. Riflette perfettamente la meschinità dell’uomo contemporaneo – che gode nella piccola vendetta (nemmeno di un grande risentimento siamo – siamo, noi? sono, loro! - più capaci), che si prende gioco delle debolezze altrui, che si sente sovrano nell’immensità della propria banalità.

L’ho sentito pronunciare una frase che ci riconduce all’incipit di questo pezzo. Al maitreapenser della sinistra Fabio Fazio che gli chiedeva ragione di certi suoi calembours dei quali pare faccia largo uso nella sua trasmissione (dico pare perché non l’ho mai visto, c’è un limite a tutto) – ha risposto “Mi diverto molto a leggere”.

Ti diverti? Crepa, Bonolis.

Eccolo, il messaggio di un uomo che si propone come modello. La lettura è divertimento. Nient’altro. Niente che sia messa in gioco, krìsis, esposizione al limite – alla morte. O anche, più semplicemente, più borghesemente, pensiero. Solo un divertimento – circenses (e pure il circo ha un aspetto tragico che in Bonolis non compare). Ricordate Fahrenheit 451? Bruciate i libri, possono far diventare pazzo un uomo. Ciò che è permesso (ovvero indicato come oggetto del desiderio, come suo unico senso possibile) è il divertimento. E’ così compiuto l’asservimento della lettura (dunque della scrittura) al meccanismo televisivo. Lo Spettacolo che si scrive non può essere che divertissement.

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 00:32 | link | commenti (31)

12/11/2004
SMS DI AUGURI

Vi ringrazio per gli auguri, amici miei. 44 e non sentirli, comunque... Oggi ero tristanzuolo. Come tutti i 12 Novembre, da tempi non sospetti... Oggi, alle 13.15,  ho ricevuto anche un sms di auguri molto particolare. Eccolo:

Ciao Franz! Oggi è un giorno speciale, tanti auguri di BUON COMPLEANNO da www.Adecco.it!!

Risposta dell'Uffenwanken:

Fanculo.

(Purtroppo il messaggio è stato respinto.)

Postato da: markelouffenwanken a 20:19 | link | commenti (16)

CATTIVI E' BELLO

"Fin dal primo respiro di questa nuova esistenza mi resi conto di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, di essere lo schiavo del mio male originario. In quel momento questo pensiero mi inebriò e mi deliziò come una coppa di vino".

(Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde)

Postato da: markelouffenwanken a 18:00 | link | commenti (2)

(POST?) RECENSIONE DE "LE COSE COME STANNO"

di Vins Gallico 

 

(Vi dico la verità: volevo scrivere una “autorecensione”. E così esordire con una nuova rubrica. Poi però ho pensato che quello sarebbe stato un numero d’esordio ma anche unico…   Posto qui un pezzo di Vins Gallico che mi riguarda, allora. Sapete, ho avuto poche critiche dai giornali, a suo tempo. Ho bisogno di rifarmi, scusate… M.U.)

 

Franz Krauspenhaar, sotto le sue vere spoglie, è uno che  bisognerebbe levargli ogni possibilità di avvicinarsi ad un computer, ad un pennarello, ad un foglio di carta perché è un violento con le parole, le schiaffeggia, le maltratta, poi ci fa il ruffiano e allora le gira e le rigira come un guanto e il lettore se ne sta là inebetito a osservarlo, a corrergli dietro senza riuscire a distrarsi. Ho appena finito di leggere il suo non più recentissimo “Le cose come stanno”. Conoscevo alcuni dei suoi pezzi su NI, alcuni suoi interventi sotto nomi veri e falsi e mi ero fatto una certa idea, mi aspettavo un certo stile, un certo libro, una certa storia. Invece il Krauspenhaar me la fa sotto il naso, mi tira fuori un romanzo epistolare, che in realtà è quasi un monologo epistolare, il diario allucinato di una figura malconcia, secca, per certi versi inetta. C’è un sacrestano tedesco, con potenzialità da assassino, che prova a vomitare i suoi sentimenti nei confronti del fratello, della madre, del suo ex-capo, della sua ex-donna che ha una storia col suo ex-capo. E io che in Germania ci vivo mi sembra di risentire i rumori, i gusti, le parole di qui, con un occhio diverso. L’occhio di uno scrittore acuto, che come dicevo si comporta da giocoliere della parola, ogni tanto forse esagera, ma ha un ritmo, una forza semantica, una padronanza del detto e del non detto che sono difficilmente riscontrabili in altri autori nostrani.

Le ultime quaranta pagine le ho divorate di notte dalle 3 alle 5 del mattino, non riuscivo a staccarmi dal testo e non perché la storia mi appassionasse, né perché volevo scrivere questa recensione (a proposito, Markelo, il numero del mio conto in banca è 023054800 presso la Deutsche Bank 24), ma erano quelle parole messe in fila, a scontrarsi una con l’altra, ad abbracciarsi, a prendersi per il culo, ecco, erano tutte quelle parole che mi tenevano incollato al libro.

Recentemente Busi in una trasmissione defilippiana sosteneva che la letteratura non sono le storie, gli intrecci, ma l’attenzione ad ogni rigo, ad ogni frase, ad ogni parola (cito senza aver visto la trasmissione e soltanto per tradizione orale di terzi), beh, secondo questa formula ho pochi dubbi nel dire che “Le cose come stanno” di Franz Krauspenhaar è letteratura.

In attesa del nuovo libro (sperando che anche la copertina sia così azzeccata come lo è per questo testo) mi auguro di non essere stato troppo banale, so che qui si usa fare prerecensioni, ma è stato più forte di me, giuro di aver letto “Le cose come stanno” prima di aver scritto queste righe.

 

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 12:24 | link | commenti (19)

11/11/2004
LENI & LENO

E’ ora di dire le cose come stanno. E di fare un paragone, a mio parere, per nulla azzardato. L’idea me l’ha data un intervento su questo blog di Elio Paoloni. Michael Moore è il Leno Riefenstahl dei tempi moderni. Leno perché, come il Jay Leno dell’omonimo talk show americano, fa del cabaret sulla nuda pelle della cruda realtà. E Leno, anche, perché improbabile e inciccionita versione maschile di Leni Riefenstahl, la grande regista tedesca scomparsa nel 2003 a 100 anni d’età. Il documentario “Olympia” della Riefenstahl, commissionato dal Fuehrer per celebrare le Olimpiadi di Berlino del 36, è un vero e proprio capolavoro della cinematografia. Innovativo per i tempi, giustamente estetizzante (basti vedere il prologo girato in studio, vera e propria fiction introduttiva di grandissimo fascino), Olympia è un film enorme, che esalta il bello, la forza, l’atletismo, lo sport. Dura quattro ore ed è diviso in due parti. Uscì nel 38, perchè ci vollero due anni per completarne il montaggio su centinaia di ore di girato. Fu prodotto dal regime nazista per esaltare soprattutto le virtù (?) della razza ariana, ma la giovane regista (ex attrice di grande bellezza e di smisurata ambizione) fece un lavoro comunque superbo con la collaborazione di uno staff gigantesco: più di 40 operatori che lavoravano nei posti e nelle situazioni più disparate e difficili. Uso dei grandangoli e di obiettivi all’avanguardia, grande spreco di ralenti, un film propagandistico al 100%. Ma senza dimenticare le straordinarie imprese dell’unico vero eroe di quelle Olimpiadi, il grande Jesse Owens, che precisamente ariano non era. Cosa che incattivì il Caporale Hitler non poco. Ma la Riefenstahl era una donna di polso e aveva un certo ascendente sul dittatore. Ora, il film di Michael Moore è anch’esso è un film propagandistico. Propaganda contro, precisamente. Contro Bush, ancora più precisamente. Molto bello, senz'ombra di dubbio. Modernissimo. Uso magnifico del montaggio. Documentario-cabaret, Fahrenheit è una serissima giullarata presa fin troppo sul serio da chi crede che l’arte possa cambiare il mondo. Cazzate. Ideato e costruito per piacere esteticamente oltre che per convincere. Il filo rosso tra i due film è teso più di quanto comunemente si pensi, con gli opportuni distinguo che, onestamente, mi sembra inutile fare: inutile infatti ribadire quanto democratico sia Moore e quanto collusa col regime nazista- volente o nolente- sia stata la Riefenstahl. Certo, a unire le due personalità c’è una cieca ambizione, su questo non ci piove. Prodotti di vera arte cinematografica sia l’uno che l’altro film. E quindi entrambi pieni di forzature, di enfatizzazioni, di giustapposizioni arbitrarie; in una parola, di fiction. Sia il film di Leni che quello di Leno sono opere d’arte. Ma la realtà è un’altra cosa. La sa solo Dio. Solo lui ce la potrebbe spiegare. Dio, si: l’unico che potrebbe filmare un documentario sulla verità, se lo volesse fare, se lo ritenesse una cosa degna.

Postato da: markelouffenwanken a 21:13 | link | commenti (31)

BOTTE DA ORBI

Andate a fare una visita, per favore, sul blog di Alderano (tra i miei link). Botte da orbi. Orbi che non vedranno più la luce del sole. Orbi in carcere. Ora orbi morti.

Postato da: markelouffenwanken a 15:48 | link | commenti (1)

PARTICIPIO FUTURO

di Fabio Viola

Ottava e ultima puntata.

 

(Eccoci alla fine del nipporeportage di Fabio. Un po' mi dispiace, devo dirvi la verità. E occhio, perchè c'è una specie di colpo di scena... Ciao. M.U.)

 

Vi ho raccontato un sacco di cazzate.

Niente di ciò che ho scritto in e di questi giorni giapponesi è vero. Ho inventato tutto, rielaborato tutto, rimescolato e servito tutto. E ho mentito molto, sempre. Forse non sono nemmeno mai stato a Osaka. probabilmente sono sempre stato a Roma, come suggeriva qualcuno, o magari ho passato altre tre settimane in isolamento in Umbria. Magari non ricordo di essermi preso un acido (e sarebbe stata la prima volta) e ho immaginato il Giappone. Tutto sommato il Giappone si presta a essere un’allucinazione, un acido, un’esperienza psichedelica.

Non ho mai mangiato udon né sashimi né soumen né tonkatsu.

Non ho mai partecipato a un matsuri.

Non ho mai acquistato una fiammante Fujifilm Finepix 440f. Non ho foto di questo viaggio in quanto non c’è mai stato nessun viaggio.

Non ho perso tempo in cerca di omiyage (= souvenir) che poi non ho trovato sia perché detesto cercare omiyage sia perché non sono mai stato a Osaka.

Non ho osservato un bel niente, non ho riflettuto su niente, non ho fatto considerazioni su niente né invettive.

Io il Giappone me lo sono inventato.

Tanto ci sono sempre stato io in Giappone, da sempre. Da quando ero piccolo e non mi spiegavo la familiarità che provavo guardando i cartoni animati. Mi é sempre sembrato che rappresentassero un modo di sentire e vivere vicino a me, più vicino di ciò che avevo intorno. E poi stessa cosa con libri, film, cibo. E’ sempre stato così per me, non ci sono mode che tengano. E affanculo agli amanti del sushi dell’ultimora.

Perché forse non lo sapete ma il Giappone l’ho inventato io. Tutto ciò che credete di sapere del Giappone in realtà non lo sapete davvero, ve l’ho detto io. Forse ho inventato anche voi, magari non esistete, é possibile che questo reportage non sia nemmeno mai stata scritto.

Io forse qui non ci dovevo venire.

Stavo meglio prima, a lavorare di fantasia. Adesso la fantasia me la riporto a casa, la schiaffo in un cassetto e me la dimentico. Poi mi lavo, mi vesto, esco e finisco su una bella sedia grigia da ufficio, con le rotelle che rotellano, davanti a un monitor a scrivere formule inutili per rintracciare il morto per strada a Ceccano o la moglie dell’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede.

Ecco, questa non è fantasia. Questa è realtà.

Non avrei mai detto che la realtà potesse essere così inimmaginabile e distante.

Ho sempre pensato: bene, oggi qui domani là. Invece no. Oggi qui, domani pure. Ma le ferie guai a chi me le tocca! e dio benedica sempre e solo la busta paga.

Bene, perfetto. I piedi per terra.

"Ma smettila, nessuno ti trattiene. Prendi e vattene".

Non parlo di colpi di testa. Non mi interessano le follie giovanili, la mancanza di considerazione di chi ha ancora zolle di sé da mettere in discussione. Trovo scialba e inutile la presunzione di chi sostiene che la vita uno se la faccia da solo. E’ patetico pensare che esistano una serie di scelte che uno fa, e che queste scelte conducano da qualche parte. Le scelte, le responsabilità, gli impegni, la ragione, la concretezza: tutto conduce al nulla. Il nulla é bello da guardare in televisione. E bisogna saperlo riconoscere. Se non si é capaci di riconoscere il nulla, si é il nulla.

Ora, dico una cosa.

Questa cosa é: solo sognare, e molto, porta da qualche parte. Come dice il commoventemente saggio Tommaso Pincio nella bella intervista che gli ha fatto Emilia (sEp,su Ellittico, ndr.) (che qui parafraso e banalizzo un po’), "ci hanno tolto tutto, ci hanno privato della capacità di immaginare e inventare e creare. Quello che dobbiamo fare é affrontare la dura realtà. Ma perché la realtà deve essere solo e sempre dura?"

La realtà non esiste, aggiunge lui.

Ha ragione.

Come adesso per me tornare in Italia. Io in realtà non ci sto tornando. Non sto affrontando nulla. In realtà io resto qui, dove sono sempre stato, e in Italia ci rimando le valigie e un fattorino che le porta nell’appartamento di Prati. Qualcuno le prenderà, le svuoterà, e manderà il fattorino in via del Tritone, a fare le cose e parlare al telefono. Io resterò qui.

Qualche giorno fa mi arriva una breve e bella email del mio adorato Fabrizio (il modenese emigrato clandestinamente a Bologna), che rievocava certi episodi norvegesi che ci hanno per qualche giorno illuminati coi fari dell’eternità (sono altisonante? fanculo, son cose serie). Felpe, nottate fresche a Blindern, chiacchiere a oltranza, camminate oceaniche (sue) per rientrare in dormitorio dall’altra parte di Oslo. Quello é stato bello. L’esperienza é stata bella. Ambedue a volte ne riparliamo con malinconia. Ma la realtà é un’altra, quella era una vacanza, una cosa estiva.

Oh, fanculo! Ma ritorniamoci a Blindern! E non solo con la mente e coi ricordi. Voi ce l’avrete una vostra Oslo, un vostro Giappone. O un sogno, un’idea, un’immagine che vi attira, in cui state sorridendo, qualcosa che vi riempie.

Che sia tardi o no, quell’immagine é ciò che ci ha tenuti in vita. Che ci ha permesso di non scioglierci alle luci dei neon dei nostri inutili uffici e lavori. O a sbatterci contro e per aspirazioni belle ma vacue, che servono solo a darsi un contentino.

Io adesso ci voglio provare a non perdermi per strada. Intanto resto qui. Poi si vedrà. E se mi incontrate a Roma nei prossimi giorni, sappiate che quello non sono davvero io.

Grazie delle letture pazienti.

 

Vostro, Fabio.

 

(Le precedenti puntate: prima e seconda mer.20.9. Terza dom.3.10. Quarta dom.10.10. Quinta dom.17.10. Sesta dom. 24.10. Settima mar. 2.11.)

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10/11/2004
DISSE UN SAGGIO...

"Se temete la solitudine, non sposatevi"

(Anton Cechov)

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LO PORTI UN BACIONE A FIRENZE

Tempo fa una mia vecchia e cara amica mi manda le partecipazioni al suo matrimonio. E’ un’amica che a malapena vedo una volta all’anno da almeno un decennio. E’ una ricca borghese, lei, e tutto sommato una brava ragazza. Per quel che vuol dire essere una brava ragazza, cosa che credevo di sapere quando avevo all’incirca 16 o 17 anni. Sa fare un ottimo tiramisù, però. Solo che a me il suo tiramisù non è mai piaciuto. Anzi, il tiramisù, di chiunque, mi fa venire proprio la nausea. I suoi amici sono delle ottime persone e dei cadaveri ambulanti, mai un guizzo, mai una battuta, sempre angosciosamente calmi, cascasse il mondo, si coventrizzasse l’universo. Le telefono ringraziandola come si conviene tra bravi ragazzi che hanno fatto bisboccia insieme quasi un ventennio prima. Si sposa a Firenze con un losco figuro (non sto qui a raccontare perché si sposa e perché quello è losco) e insomma di andare a Firenze non c’ho voglia. Tantomeno a un matrimonio, che dio me ne scampi e liberi. E non c’ho nemmeno i soldi, ora che ci penso e che soprattutto leggo il mio esanime, esangue, esalato (fino all’ultimo respiro) estratto e distratto conto. Le racconto che sono strapreso da impegni improrogabili. La letteratura italiana senza di me è fottuta. Finita. Kaputt. Raus! Gli editori della Nazione mi chiedono imploranti traduzioni e consulenze, e azzannandosi tra loro armati di coltello a serramanico. Per l’esclusiva, sapete. E poi tutte le mie lucrose attività commerciali, la mia serratamente vorticosa compravendita di materiale elettrico, vuoi mettere?

Passa dell’altro tempo. Mi chiama lei, mi dice che organizza un ritrovo a casa sua con i suoi amici prima di lasciare Milano per l’addio alle truppe. Eh già, andrà a vivere a Firenze. “Lo porti un bacione a Firenze” avrei voglia di dirle: ma mi trattengo, stringendo i denti naturalmente a serramanico. E’ una brava ragazza, in fondo, tanto tempo fa s’era pure presa una cotta per me, oltretutto, una di quelle infatuazioni all’acne… Anche qui, con un forte quanto assurdo senso di colpa, le racconto all’ultimo momento di impegni improrogabili proprio per quella sera. I suoi amici mai e poi mai, impossibile!, urlo dentro di me mentre le racconto con voce quasi impostata le mie splendide e sofferte panzane.

Mancano pochi giorni alla partenza. Le telefono in preda a un raptus da autentico masochista: le propongo di vederci e salutarci per un maledetto aperitivo. Ho bisogno – non so perché - di lavarmi la coscienza all’ultimo momento. Già, perché? Provo a convocarla in un bel bar di mia fiducia, per nulla lontano da casa mia ma nemmeno dalla sua. E poi come fa gli aperitivi l’Enzo, il miglior barman di Milano anche perché secondo me è il più simpatico anche se è juventino, non li fa nessuno. Lei mi dice che proprio non può, sta impacchettando tutte le sue cose per il trasloco. Eh si, si trasferisce con armi e bagagli a Firenze, fa il gran salto, quello definitivo, va a nozze nel vero senso del termine. Mi propone invece con grande scelta di tempo di passare dal suo stabile, citofonarle e prendere insieme l’ aperitivo in un bar proprio dietro la sua augusta magione. Accetto, preso in contropiede. Metto giù la cornetta del telefono e mi dico subito dopo che sono stato un cretino mortale. Non ho nessuna voglia di andare sotto casa sua per il comodo suo né di vederla. Nessunissima voglia, perdio.

Non ho l’auto, ma chi se ne frega, ci sono i mezzi pubblici e oltretutto cammino volentieri anche per chilometri e chilometri, sono un trekker urbano ovviamente da pianura, non è questo il problema; è che mi angoscia l’idea di dargliela vinta. Faccio un paio di bei respiri da autotraining spinterogeno e sto per uscire per andare all’appuntamento quando mi lascio andare sul divano, prossimo alla resa. Mi metto la testa tra le mani in preda all’ansia. Non c’ho voglia, cazzo, non c’ho proprio voglia. Ma chi se ne fotte di salutarsi. E in quel modo, poi. Ho giurato a me stesso – da gran tempo, ormai- di fare nel tempo libero solo quello che mi va di fare. Non voglio obblighi, non voglio formalità, non voglio riti e bacini e bacioni e tutte ‘ste cazzate insulse da buoni o cattivi borghesi del cazzocheglisifrega. Le feste mi fanno venire i brividi, le cene sociali mi imbarazzano, le messe mi fanno venire voglia di bestemmiare, i matrimoni mi mettono addosso una tristezza infinita peggio che i funerali, la mondanità per me fa rima -sempre più angosciata, dunque per nulla baciata, mi sembra logico- con atrocità; e il Natale lo sento come una festa di morte. Civile. La chiamo immediatamente, le racconto di un casino grosso di lavoro che m’è capitato tra capo e collo. Stavolta le propongo di chiamarla io l’indomani per metterci finalmente d’accordo. Uso apposta un tono falso che più falso non si può, e questo mi procura una fitta di perverso piacere. E’ l’ultimo giorno, poi partirebbe, si toglierebbe una buona volta dalle scatole. L’indomani guardo a lungo il mio telefono fisso “Sirio 2000 Telecom Italia” con un sorriso beffardo. So che non la chiamerò e questo mi procura un piacere ancora più intenso.

E’ partita, finalmente. S’è sposata. Non le ho mandato nemmeno un telegramma, figuriamoci un regalo. Niente. Il silenzio più fondo, più tombale, più irrecuperabile. Sono stato meschino come non mai. E rido tra me e me, soddisfatto: non potete capire quanto. Non la rivedrò mai più, credo. Lo porti un bacione a Firenze.

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09/11/2004
COMUNICATO STAMPA

 

 

 

(Ricevo e pubblico dall'amico Jacopo Guerriero. M.U.)

 

A Milano, dopo un lungo silenzio, riapre i battenti un luogo simbolo della città..

 

 

   Riapre Teatro i. Lo spazio di via Gaudenzio Ferrari 11, luogo storico delle avanguardie milanesi, proprietà dell’Assessorato al Demanio del Comune di Milano, diviene la sede artistica e operativa di Teatro Aperto. La compagnia, diretta da Renzo Martinelli, in un ideale passaggio di consegne riceve il testimone da Mario Montagna, fondatore di Teatro i, di cui Martinelli fu allievo ed amico.

   Mercoledì 17 novembre, alle ore 18.30, si terrà l’inaugurazione dello spazio dopo una prima fase di ristrutturazione iniziata nel 2003. Nel corso della serata Federica Fracassi, cofondatrice di Teatro Aperto, e Renzo Martinelli illustreranno le linee guida della nuova direzione artistica e i primi eventi in calendario insieme a Oliviero Ponte di Pino. A seguire un rinfresco e interventi sonori a cura di Giuseppe Ielasi.

    Teatro i, per la sua conformazione e la sua storia, è una sala unica nel panorama milanese. La struttura è articolata in tre volumi: un piccolo foyer, la sala e una terrazza che si affaccia sulla Conca leonardesca. Novanta posti, uno spazio scenico di otto metri e mezzo di larghezza per nove di profondità rendono l’idea delle piccole dimensioni di un luogo che pure, negli anni, ha fatto di questa fragilità la sua forza. Dalle origini infatti Teatro i si è proposto come polmone d’arte e cultura per eventi e progetti alternativi alla programmazione dei grandi teatri: negli anni Ottanta con la coraggiosa serie di laboratori ideati da Mario Montagna, celebri i suoi lavori su Antonin Artaud; oggi con un gruppo di lavoro riconosciuto a livello nazionale nell’ambito della sperimentazione teatrale, che intende far crescere la propria vocazione alla produzione, dando però spazio e possibilità a nuovi incontri e confronti anche attraverso iniziative culturali “collaterali” quali convegni, incontri, laboratori.

   Per questo Teatro i sarà anche sede di appuntamenti ideati da altre realtà che collaborano stabilmente con Teatro Aperto: a oggi reading, performance e dibattiti a cura di Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com), un gruppo di scrittori e artisti fondatori dell’omonimo blog collettivo; e iFringes, eventi sonori live di artisti italiani e stranieri dell’area della musica sperimentale, concreta, elettroacustica.

    La prima opera presentata al pubblico sarà Addaura Woyzeck, esito di un laboratorio/studio co-diretto da Renzo Martinelli e Claudio Collovà (Cooperativa Teatrale Dioniso - Palermo), vicini nel tentativo di scoprire una percezione più intensa di se stessi e del proprio operare. Sulla scia di questo tragitto comune, il 2005 vedrà un sempre crescente confronto tra le due compagnie.

Addaura Woyzeck sarà presentato a Teatro i nei giorni 18, 19, 20 novembre alle ore 21.00 e il 21 novembre alle ore 19.00, ingresso gratuito.

 

 

 

Informazioni:

Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11, 20123 Milano

Staff: Renzo Martinelli, Federica Fracassi, Elena Cerasetti, Gianni Munizza, Jacopo Guerriero, Chiara Bagalà, Beppe Sordi

Ufficio Stampa: Jacopo Guerriero cell. 340/2349810

Organizzazione: Gianni Munizza cell. 338/3742437

URL:www.teatroi.org

e-mail: teatroaperto@yahoo.it

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SU SALVATORE TOMA

di Massimiliano Governi

 

(Ricevo dall'amico Governi e pubblico questo pezzo su un poeta importante ma poco conosciuto, con due sue poesie. M.U.)

 

Leggendo le poesie di Salvatore Toma, mi viene in mente una frase detta da Springsteen durante un’intervista. L’intervistatore gli chiese come facesse a comporre canzoni ancora così belle dopo 25 anni di attività. Lui, vestito con scarpe da lavoro, jeans neri, camicia di flanella e orecchini a cerchio su tutt’e due i lobi, rispose: "Ho sempre difeso la mia malinconia", o addirittura: "Ho sempre difeso la mia depressione". Una frase sorprendente, al limite del paradosso, ma che molto dice sui processi misteriosi dell’arte, musica rock compresa. Premetto che non sono un grande esperto di poesia. Spesso i poeti che preferisco sono quelli morti giovani e suicidi, forse perché mi sembra che i loro componimenti non siano solo un balletto di parole, ma che i loro versi contengano il dolore, la ferita originaria, quindi la verità. Non dimenticherò mai “Inverno dello scrivere nemico” di Beppe Salvia, o “Preghiera alla poesia” di Antonia Pozzi, due poeti generazionalmente lontani che hanno saputo difendere la loro malinconia, il loro senso di smarrimento, anche a costo di rimetterci la vita. E sicuramente non dimenticherò “Canzoniere della morte”, la raccolta di liriche di Salvatore Toma, poeta magliese morto suicida nel 1987, a 36 anni. L’ho scoperta per caso: io sono come Woody Allen in “Io e Annie”, compro tutti i libri con la parola morte nel titolo. In queste liriche la morte è vagheggiata come la Laura del Petrarca, una bella donna con cui si parla, si conversa: una donna innamorata, accondiscendente e premurosa. I primi versi sono eloquenti: “Sembriamo due strani innamorati/ ma io ti sento/ qui alle mie spalle/, a volte mi sento toccare”. Una sezione dell’antologia – Bestiario salentino - è dedicata alla pietas verso gli animali: il poeta infatti passava gran parte del suo tempo al bosco delle querce delle "Ciancole", il bosco segreto, appollaiato su un albero come il famoso barone di Calvino, dove costruiva il suo mondo di ideali e di sogni. Una tra le sue poesie più intense dice che non ci sarà nessuna Apocalisse “Ma la terra si trasformerà/ in un animale/ che per infiniti secoli/ abbiamo violentato e ucciso/mangiato e fatto a pezzi/. Essi sono là/ che ci aspettano...” Maria Corti, che ha curato l’antologia, racconta che quando si incontrarono, grazie a Oreste Macrì, Toma gli rivolse un saluto che era come una sfida: "Lei non si interesserà mai alla mia poesia". Dopo la scomparsa prematura del poeta di Maglie, Maria Corti sembra aver colto il senso di quel saluto di sfida. Salvatore Toma, poeta picaresco e naif, come Springsteen ha sempre difeso la sua malinconia (o depressione): vale a dire è sempre stato vicino alla propria ferita e alla propria identità, e non si è mai lasciato svuotare dal mondo.

Salvatore Toma, Canzoniere della morte, Einaudi, L.18.000

da "Canzoniere della Morte", Salvatore Toma, Einaudi 1999

A te che mangi carne ogni giorno
e t’ingozzi come un re
a te che lavori in poltrona
o in qualche altro ufficio
per vigliacchi o per rinunciatari
e ti inorridisci
alla vista del sangue
hai mai visto ammazzare un maiale?
Muore per sangue che sgorga
per vita che se ne va
veramente solo e oltraggiato
fino all’ultimo momento.
Muore un po’ come te
solo che lui è nato
con più fortuna:
lui ha mangiato erba e ghiande
come un vero re
e s’è purgato.

Ultima lettera di un suicida modello

A questo punto
cercate di non rompermi i coglioni
anche da morto.
È un innato modo di fare
questo mio di non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre incertezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi si ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.
Perciò non state ad inventarvi
fandonie psicologiche
sul mio conto
o crisi esistenziali
da manie di persecuzione
per motivi di comodo
e di non colpevolezza.
Ci rivedremo
ci rivedremo senz’altro
e ne riparleremo…
Addio bastardi maledetti
vermi immondi
addio noiosi assassini.















































Postato da: markelouffenwanken a 08:36 | link | commenti (7)

08/11/2004
SORRY EVERYBODY

Anna Setari mi segnala il sito www.sorryeverybody.com. Contiene una lunga serie di foto nelle quali ragazzi americani - tramite cartelli- chiedono scusa al mondo per la rielezione di Bush. Se non lo avete ancora visto fateci una visita.

Postato da: markelouffenwanken a 15:41 | link | commenti (1)

SEGNALAZIONE

sEp mi segnala che su www.sguardomobile.it  , la bella webzine curata da Lorenzo Flabbi, c'è un racconto dello scrittore tedesco Martin Walser. Un racconto inedito in Italia e tradotto nella nostra lingua appositamente (e meritoriamente) da Sguardomobile che ho letto con grande piacere. Walser, nato nel 1927 e dunque coetaneo del Nobel Guenter Grass, è uno scrittore famosissimo nel suo paese ma quasi sconosciuto fuori. "Troppo tedesco", dicono. Di difficile traduzione. Delle poche cose tradotte in italiano, vi consiglio "Morte di un critico", del 2002, edito da SugarCo. S' immagina che un critico venga ucciso e che l'autore dell'omicidio sia uno scrittore strapazzato dal dittatore intellettuale. Dietro alla figura romanzesca è ovvio che si cela il temutissimo "papa" della critica letteraria germanica, l'ottantaduenne Marcel Reich-Reinicki. Un romanzo che ha fatto molto discutere in Germania e che puo' essere pero' apprezzato in tutti i sensi anche dal lettore italiano.

Postato da: markelouffenwanken a 14:07 | link | commenti (10)

ALTA LETTERATURA

 (dedicato al poeta Ernst Jandl)

 

un libro

e sotto

c’è un tavolo

e sotto

c’è un pavimento

e sotto

c’è terra

e sotto

c’è il centro della terra

 

un libro

e sopra

c’è un soffitto

e sopra

c’è un tetto

e sopra

c’è un cielo

e sopra

c’è lo spazio

e sopra

c’è dio che legge

tutto

in edizione economica

col 100% di sconto.

 

Postato da: markelouffenwanken a 13:57 | link | commenti (2)

NUOVE TENTAZIONI

di Cristiano Prakash

 

(Eccovi Cristiano Prakash -il suo blog tra i miei link. Con un breve racconto molto, molto cristiano... Pace e bene. M.U.)

 

Ogni sera la vedeva.
Ogni santa sera, da qualche tempo, consumava quel rito vouyeristico trovando un qualche buon motivo per passare nei suoi paraggi e guardarla.
Ammirava irrazionalmente l’eleganza sgraziata e i tratti decisi di quel volto che recitava sempre le stesse smorfie, figlie degeneri di un copione beffardo.
Lei sapeva gestire i suoi spazi con scioltezza e sembrava avere sempre la situazione sotto controllo.
Lui, pur trattandosi di una circostanza inusuale e certamente equivoca, non riusciva a dominare quel misto di desiderio e rifiuto che lo avviluppavano.
Era tragicamente vittima consapevole di una scandalosa coazione a ripetere.
Era diventata protagonista, oggetto-soggetto, delle sue frequenti erezioni marmoree.
Mai in vita, il corpo remissivo e ubbidiente di lui, aveva rivelato una simile foga: tanto meno quella parte – sì, proprio quella lì, in mezzo alle gambe; quella insomma -.
Un turgore solido, fieramente eretto e poco condiscendente, sembrava la parossistica vendetta, a lungo meditata, delle scarse attenzioni rivolte alla zona in questione.
Divenuta oramai un’ossessione, farciva infinite fantasie intrufolandosi, improvvisa e inopportuna, in momenti e situazioni, senza offrire alcun elemento di preavviso. Faccia, tette, culo, fica, gambe, fluttuavano tonde e morbide nella sua mente.
Giorno dopo giorno, il gioco espandeva il suo raggio d’azione: solamente una collaudata tecnica di autocontrollo gli consentiva di ricavarsi degli spazi nei quali poter sfogare tanta focosa prepotenza.
Fantasie erotiche, sporcaccione e goderecce, avevano così possibilità di manifestarsi ed essere assecondate: compartimentazione; scissione; il giusto tempo per ogni cosa.
Era tuttavia una continua lotta con la morale, il senso di colpa, i dogmi inculcati a forza: in questi frangenti comunque , quei retaggi risultavano insapori e stantii come bibite sgasate.
Nei momenti in cui riusciva a valutare serenamente la questione, si chiedeva se non fosse la natura stessa, soffocata da retaggi di cui spesso, a livello istintuale, dubitava, a chieder il conto. Un rendiconto i cui elementi biologici erano oppressi da quelli della ragione.
Finora aveva resistito ricorrendo a strategie che tenevano a bada certe esuberanze. Riusciva a convivere con quei repentini picchi ormonali ricorrendo alla forza della coerenza.
Ma stavolta, quel che succedeva era oltre, aldilà, inconfessabile.
In questo caso si rese conto che non riusciva a contenersi.
Oramai lei aveva invaso come nebbia ogni anfratto: era arrivata ad introdursi nel sonno sconvolgendone i sogni.
Prese allora l’unica decisione che gli sembrò plausibile: non poteva più procrastinare e lasciare che quell’ossessione s’intrufolasse in ogni dove.
Quella sera avrebbe affrontato a viso aperto il suo incubo di sangue pulsante e carne e ne avrebbe interrotto gli influssi consumandolo in loco.
Prese il pandino in dotazione alla parrocchia e finita la messa serale si avviò.
Indossò abiti civili e nascose crocifisso e figurina del papa che stava in bella mostra sul cruscotto.
La riconobbe già in distanza.
Sudando freddo e tremando accostò in modo inequivocabile.
Pochi metri e una manciata di secondi furono sufficienti a seccargli le fauci e procurargli una significativa balbuzie.
Lei si avvicinò come al rallentatore.
Lui abbassò fremendo il finestrino a manovella.
Lei disse: “ciao bello”.
Lui rispose: “ qua-quanto vuoi?”.





























Postato da: markelouffenwanken a 00:27 | link | commenti (4)

07/11/2004
PALIO DI SIENA A WASHINGTON

di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccovi una "inframuscolo" di Ferrazzi. Per una serena domenica... M.U.)                             

 

Abbiamo finito di elaborare il lutto ? Spero di sì, perché è ora di guardare in faccia la realtà con virile freddezza. Poche storie: quando si perde è perché si è sbagliato più dell’avversario. (Dire che l’altro ha vinto perché gli elettori sono scemi equivale a dichiarare di non credere alla democrazia).

Proviamo a partire dal presupposto che abbiamo sbagliato, non su questioni spicciole, ma sulla questione di fondo. E cioè: siamo stati capaci di proporre qualcosa di coerente, autonomo e originale ? Oppure non abbiamo saputo fare meglio del compianto Gino Bartali, famoso per brontolare sempre che “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” ? 

Perfino il lattaio di Cincinnati ha capito che andare in Irak è stata una cazzata, eppure non ha votato per Kerry. Perché ? I lattai di Cincinnati sono forse intrinsecamente pirla ? Non credo. Otto anni fa avevano votato Clinton. Sono forse rincoglioniti nel frattempo ? Ma no. Mi sembra più probabile che questi prosaici mercanti abbiano fatto un ragionamento forse rozzo, ma concreto, e si siano detti: noi cambieremmo anche volentieri, ma qual è la strategia alternativa di Kerry ? Che cosa ci propone di diverso ? Ha qualche idea su come andare a prendere Bin Laden ? A torto o a ragione, si sono risposti: no. E hanno concluso che tanto valeva insistere con Bush non perché lo amassero alla follia, ma per mancanza di alternative convincenti.

Ora, da questa vicenda in qualche modo esemplare, bisognerebbe trarre qualche indicazione di metodo. Per esempio: conviene trasformare le elezioni in un Palio di Siena, e cioè in un gioco nel quale non conta tanto vincere quanto far perdere l’avversario ? Noi italiani siamo usi al bellum intestinum fin dai tempi di Mario e Silla (e guardate come ci siamo ridotti !). Odiare l’avversario aiuta a essere uniti, ma riduce la strategia a gridare “crucifige !” e poco altro.

Se questa notte la Madonna apparisse a Berlusconi e lo convincesse a lasciare la politica per ritirarsi in eremitaggio sul Monte Athos, dopo un’ora di sfrenata felicità Prodi si sparerebbe un colpo in testa. Non solo la sinistra non ha uno straccio di programma, ma sappiamo tutti che anche quando l’avrà saranno i soliti “brevi cenni sull’universo”: non tre scaglioni IRPEF ma quattro o cinque, Blair è brutto e cattivo, Chirac è un bravo ragazzo, nel governo vogliamo almeno sei donne, nazionalizzeremo la Fiat (con grande giubilo degli Agnelli), eccetera eccetera. È questa la strategia politica della sinistra per il ventunesimo secolo ? Se è tutto qui, tanto vale sperare nella Madonna.   

 

Postato da: markelouffenwanken a 10:02 | link | commenti (70)

06/11/2004
E' BELLO ESSERE UN NORVEGESE IN ITALIA, MA E' MEGLIO ESSERE UN ITALIANO IN NORVEGIA

(Eirik, Kings of Convenience)

 

di sEp

 

(Eccovi l'ellittica "non recensione" di sEp promessavi. Protagonisti i Kings  of Convenience. Io stanotte , dopo tutto quel parlare di birre, più che ellittico sono etilico. Sono al quinto Canadian Club (però con ghiaccio, che fa meno male...) e intendo continuare. Più avanti - magari tra un anno - posterò una nuova poesia dal titolo "whisky". Tenetevi leggeri, nel frattempo. E ora buona lettura. M.U.) 

 

La storia c’è ed il protagonista anche. Si chiama Davide e ha i capelli neri lunghi raccolti in una coda di cavallo. Un po’ out. Il luogo in cui si svolge la storia è Bergen, Norvegia. Anzi no, è l’Auditorium di Roma, Sala Santa Cecilia. I King of Convenience interrompono il concerto e domandano, in un inglese che il pubblico stranamente letterato comprende quasi sempre alla perfezione, se c’è qualcuno che sappia suonare il BASS, che in inglese vuol dire contrabbasso, non basso, che invece si dice bass guitar o guitar bass. Il pubblico si blocca, impaurito, mica vorranno sul serio… penso. E una voce inglese dietro di me urla Here he is!. Mi giro e nel buio, mentre i due norvegesi continuano a domandare, ad incoraggiare, una figura si alza. E’ proprio dietro di me ed io, nel terrore che non lo si veda e che per questo possa perdere l’occasione di suonare con il suo gruppo preferito nella sala Santa Cecilia che si sente tutto anche senza amplificazione (i due ragazzi in vena di simpatia norvegese hanno fatto le prove ed è vero), insomma lo indico, mi sbraccio. E penso, emozionata, al fatto che allora è vero, che nella vita le cose ti capitano così. Ma no, non capitano così. Una volta sul palco è evidente che si conoscono: lui li bacia e li abbraccia; tutto era preparato. Non faccio in tempo ad intristirmi che la storia, quella vera, si palesa, sul palco, di fronte ad un pubblico di 2.100 persone in bilico tra il concerto rock (Questo non è un concerto rock- dice uno- Noi siamo il nuovo rock- dice l’altro), e i silenzi delle sale da musica “colta”. Davide è italiano dice Eirik, il bello del duo,  che per tutta la serata ci ha dilettato con simpatiche frasette in Italiano e che soffre evidentemente di complessi di inferiorità nei confronti del ben più brutto, ma pure ben più spigliato e buffo Erlend, vive a Bergen, Norvegia- continua- dove ha uno studio di registrazione e qui tutto prende una luce diversa; Ha registrato e prodotto il nostro album (Riot in an empty street che contiene, tra le altre, la hit single Misread N.d.A.). Davide qualche cosa simile a Strampelli, italiano, forse del sud, un giorno è andato in Norvegia, sicuramente aveva studiato al conservatorio, forse c’è andato per amore, sì diciamo per amore di una bella ragazza bionda, che lo ha conquistato con i suoi metodi disinibiti ed il suo sorriso sincero. Ha preso su la chitarra e se n’è andato a Bergen, lasciando un futuro da precario nelle orchestre come contrabbassista, o violoncellista. Mette su un gruppetto con altri norvegesi, riesce subito ad integrarsi nel giro di Margherete, la sua fidanzata. Un gruppo jazz in cui lui suona il contrabbasso.  Le mattine però, si alza all’alba e va al porto, al mercato del pesce, ad aiutare i pescatori, e il pomeriggio sta a casa, suona e sistema, cucina, per Margherete, che è impiegata al comune di Bergen. Poi una sera un amico di un amico di Margherete, forse un suo vecchio amante, gli dice che cerca qualcuno, un tecnico del suono, per il suo studio. E Davide inizia una vita più normale, fatta di musica e Margherete fino a quando il suo amico non torna alla carica con Margherete. Dopo uno scontro aperto, Davide decide di licenziarsi dallo studio dell’amico, ma non può tornare a vendere pesce, e decide di aprire un suo studio di registrazione. Purtroppo non c’è possibilità per Davide di accedere ai sostegni per stranieri, e senza un aiuto economico non può pagare tutte le attrezzature. Margherete porpone il matrimonio, in questo modo anche Davide avrebbe accesso al welfare norvegese, ma Davide non può accettarlo. Decide allora di sfruttare il garage di casa di Margherete come sala prove. Inizia a mettere le locandine all’università e torna, ma solo temporaneamente, almeno nelle intenzioni, al porto. Lì incontra Morten, grosso e danese, ha cinquant’anni e gli dice che i suoi vicini di casa hanno un figlio di nome Eirik che con il suo amico Erlend non fanno che suonare tutti i pomeriggi fino a sera tardi e lui non ne può più. Si mettono d’accordo per un forfait e Morten promette di convincerli ad andare nella sua sala prove a suonare, tutti i giorni. Davide torna dal porto alle 3 di pomeriggio, da le chiavi ad un ragazzo alto, dinoccolato, con un cespuglio di capelli rossi, e  se ne va. Per un mese non sa neanche che faccia abbia l’altro. Poi un giorno Margherete è costretta a casa, con la febbre, e di pomeriggio, annoiata, decide di fare un giro nella sala prove, e sente i due suonare. Aspetta che Davide si svegli alle 3 di notte per andare al porto e gli dice di non andare per quel giorno, di restare ad ascoltare i due ragazzi, che vale la pena. Davide si lascia convincere e quel pomeriggio è lui ad aprire a Erlend e ad Eirik, li fa accomodare e si siede dietro al mixer. Dopo un quarto d’ora di jam li interrompe e gli chiede: “Come vi chiamate?” – “Kings of convenience”, rispondono.

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05/11/2004
FUMARE FA BENE

Almeno una volta all'anno mi riprometto di smettere di fumare. Arrivo a fare anche dei proclami ufficiali agli amici: "Ho smesso. Non fumo più". Domanda di rito dell'amico di turno: "Da quanto?". Risposta: "Da stamattina". Notare che allo scoccare di quella mia risposta di solito sono le quattro del pomeriggio e ho già una voglia disperata di fumare. Una decina d'anni fa provai con i cerotti Nicorette antifumo. Resistetti una quindicina di giorni: durante la prima settimana cominciavo a stare meglio, ero inorgoglito da quello che mi sembrava un piccolo successo personale, un passo avanti nella maturazione, nella responsabilizzazione di me medesimo. La finalmente trovata (anche se mai troppo ricercata) saggezza, si. Basta volerlo, mi dicevo. La volontà puo' tutto. Ma andai in sovradosaggio. Non ho mai fumato più di un pacchetto di sigarette al giorno, e la quantità di nicotina contenuta in un cerotto era pari a quella contenuta in un pacchetto e mezzo di Marlboro, calcolai. Insomma, avevo sempre voglia di fumare - soprattutto nei locali pubblici, preso da mille tentazioni rossoaccese- e oltretutto cominciava a montarmi in progressione tachicardia e ansia da sovradosaggio nicotinico. Una sera, appunto dopo due settimana di "cura", vedendo alla televisione "Staying Alive" di Stallone, tra i balzi di un Travolta muscolarizzato, venni preso - tra un attacco d'ansia e l'altro - da una voglia di fumare addirittura parossistica. Travolta saltava a volo d'angelo nel kitsch più calcareo e io volevo una Marlboro salvifica. "Metti le Timberland?... Fumi le Marlboro?... Ah è l'ultima?... E allora... ciapistess!!!", così cantava Enzo Jannacci, il nostro grande cantautore milanés completamente fuori di zucca. Ciapistess, si, me la prendo lo stesso. Mi strappai il cerotto dalla spalla sinistra facendomi un male cane e saltai giù in strada, correndo come un centometrista drogato verso il primo tabaccaio di turno. Fumarsi quella Marlboro fu un'esperienza veramente stupefacente... L'estate scorsa smisi di nuovo. Per tre giorni. Faceva un caldo boia. Un caldo mortale. Io soffro moltissimo il caldo, mi chiamo Uffenwanken, anzi Krauspenhaar, insomma sono noddico, come direbbe mia madre se fosse sicula, mentre invece è kalabra... Sia come sia, facevo le scale a piedi, camminavo un casino, avevo ripreso a fare piegamenti sulle braccia con grande soddisfazione, con vera lena, anche 50 ripetizioni alla volta. Poi ci ricascai, colpa di quattro gin tonic. Da sbronzo (bevo poco anche se faccio un gran parlare di birra, mi ubriaco al massimo una volta l'anno) fui assalito da una voglia demenziale di fumare. Anche lì, barcollando, quasi, finii diritto e filato dal primo tabaccaio: Camel mobbide. L'estate del caldo infame fu anche quella del fumo infame. Non solo fumavo le sigarette, ma le alternavo con i sigari Toscani. Se avessi fumato anche la pipa sarei quasi arrivato all'altissimo livello fumatorio di Gianni Brera, che fumava Gauloises, Toscani e pipa alternandoli di continuo. I Toscani m'hanno rotto da un po'. Puzzano troppo, sono proprio antisociali. La gente ti guarda male e ha pure ragione, cosa veramente disturbante (che la gente abbia ragione, dico). Ogni tanto mi fumo un avana, la sera, dopo essermi fatto fuori una quindicina di Camel. E ho deciso di non smettere più. Chi se ne frega. Il fumo in fondo fa bene. Hasta Compay Segundo siempre. E pure Fidel Castro, che come dittatore - detto tra noi - non è affatto male.

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BIRRE

Pilsner Urquell / Gold Fassl / Gatzweilers Alt /Kueppers Koelsch /Paulaner/ Guinness/ London Pride /Xibeca/ Peroni Nastro Azzurro / San Miguel / Moretti / Forst / Forst Kronen / Amstel / Bavaria / Oranjieboom / Heineken nein! / Bud nein!/ Budweiser Budvar / Warsteiner / birre rosse nein! / Frankenheim Alt / Miller nein! / birre irlandesi chiare nein! / Loewenbraeu / Spaten / Corona nein!/... eccetera... 

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04/11/2004
LO SPECCHIO DI MIYAHARA KIYOKO

di Mario Bianco

 

(Come promesso, eccovi un racconto in esclusiva di Mario Bianco- vedi tra i miei link- pittore di lungo corso e scrittore. Si ritorna in Giappone. Sayonara. M.U.)  

 

 Mi sono alzata dalla vasca da bagno, cioè dal mio tino di bambù, ho indossato l'accappatoio bianco, ho aperto l'armadietto ed ho cercato, mentre mi rigiravo l'asciugamano sui capelli, la maschera di pulizia, composta di candidi fanghi dell'isola di Hokkaido. Ho avuto un po' di tempo, un mucchietto di minuti in più per me, questa mattina. Sono andata allo specchio il quale, come quasi tutti i giorni si mostra appannato, in specie quando faccio il bagno nella tinozza. E' una cerimonia, un rito segreto e personale per me, spalmarmi con cura la maschera bianca, di fronte allo specchio velato e poi con la mano sinistra disappannare, togliere le gocciole minute di vapore e far apparire il mio volto camuffato, il mio volto da dama di corte, come in un rotolo dipinto del mio amato pittore Hosoda Heishi; così appare il mattino la dama nipponica che a tutti tengo celata, mimo la gheisa di gran rango o la fanciulla che vagheggia un episodio del romanzo d'amore Ise Monogatari: sogno un mondo lontano, che ho rifiutato e la mia dama ora sta lì, davanti a me, in forma di fantasma quasi a consolarmi. Dopo questo intimo teatro salta fuori un'altra donna e comincia la mia giornata di lavoro.

  Ma questa mattina non ho avuto nemmeno la voglia di svelare il vetro; ho atteso di più, ho aspettato che il vapore si raccogliesse in gocce più grandi e cominciasse a colare sulla superficie. Tra i rigagnoli di acqua sottile e brillante per la luce riflessa ho cominciato a scorgere i miei occhi bruni quasi anch'essi fossero di nero truccati, come quelli della gheisa, della dama di Osaka e da questi miei occhi, da quegli altri occhi sono sgorgate stille d'acqua non più di vapore composte, ma di naturale secrezione delle mie ghiandole lacrimali da tanto tempo disusate da sentirle quasi rinsecchite.

Ho alzato allora la mano per cancellare con le colature di vapore le mie lacrime e il volto mio antico e presente. Vorrei così fosse possibile in un gesto cancellare, gettare via i ricordi recenti, i pensieri assillanti, le discussioni, i litigi senza senso con Luigi, la sua disperazione profonda che mi avvolge e pare voglia succhiarmi e trascinarmi in un vortice di nefasta, quasi folle tragedia.

Da vent'anni ho sposato Luigi e da vent'anni ho lasciato il Giappone. Luigi mi colse in Osaka ad una cena in un Hotel ove mi recai con la mia famiglia per partecipare ad un ricevimento in onore di una trattato commerciale tra l'Italia ed il paese del Sol levante. Luigi è ed era bello, alto, elegante; mi piacque il suo stile, il suo eloquio, la sua parlata cantante, il suo muover le mani in gesti morbidi, espressivi. Mio padre, l'ingegner Miyahara Kinsuke che con l'ingegner Luigi Bruno aveva trattato e discusso alcuni particolari tecnici per la realizzazione di impianti elettrici industriali nel Nord del nostro paese, si avvicinò a lui dopo la cena e gli presentò mia madre, dietro cui me ne stavo nascosta; fu Luigi a chiedere a mio padre chi fosse quella bella fanciulla ritrosa, appiccicata al vestito della mamma. Mi presentarono loro malgrado. Chissà che non vedessero dietro la sua figura benevola ancora il diavolo straniero.

Io dietro di lui vedevo l'Italia, la terra delle arti, morbidi paesaggi, il Rinascimento, Firenze, Roma, gli imperatori romani, i cipressi della Toscana. Nella sua figura realizzavo una mia voglia di antico e romantico, conosciuta  e coltivata durante gli studi al Liceo, e non appagata dalle bellezze del Giappone, così violate da imperanti fumi di industrie, attivismo e concorrenza sfrenate. Odiavo allora dame di corte, gheise, l'impero Meiji, shogun e persino il Buddha di Kamakura: volevo, sognavo un'altra cosa, un'altra aria, un'atmosfera nuova, addirittura gli spaghetti che non avevo mai gustato.

Da allora non ho più pianto, da quando piansi tanto, sfrenatamente per amore tanto da asciugarmi. In breve nacque l'amore tra Luigi e me: chi non crede al colpo di fulmine, sappia che le sue mani muovendosi leggere a raccontare mi hanno fatto vedere il profondo del suo cuore e i suoi occhi perduti sul Campanile di Pisa  mi hanno significato intelligenza e passione. Ho dovuto tanto lottare per avere quell'uomo, quest'uomo; ho dovuto quasi scannarmi per dimostrare ai miei genitori quanto l'amavo.

Quanto l'ho amato! E Luigi mi ha quasi rapito. Da allora non sono più ritornata in Giappone, ho sì rivisto i miei genitori, mia sorella minore, che dopo la rappacificazione sono venuti numerose volte a visitare noi e l'Italia. Luigi mi ha quasi rapito ed ancora forse ritenta nella maniera peggiore di rapire la mia energia vitale, il meglio della mia vita che faticosamente ho costruito qui in Italia. Luigi ha dei buoni genitori, che mostrano di amarmi assai, ma purtroppo ha anche un fratello forse più bello di lui. Era forse più affascinante, più spigliato, quasi sfrontato, sportivo come le sue auto, sportivo come le sue giacche, le sue donne e i suoi casinò, i suoi debiti, i suoi fallimenti, le sue depressioni, i suoi ricatti, i suoi minacciati suicidi. Non mi piacque mai. Lo vidi, Amedeo Bruno per la prima volta al nostro matrimonio; come sempre sfolgorante di glorie presunte e di affari internazionali; fece pure il vezzoso con me e non gli ho mai perdonato di avermi corteggiato in assenza di Luigi.

Pare voglia trascinare tutti nel gorgo della sua perdizione, attrarre tutti con i suoi begli occhi azzurri, invero magnetici,  per sedurre, irretire ossia avvolgere nella propria rete di coloratissimo ragno, per poi succhiarti l'anima, il denaro, quasi la vita.

Così Luigi, il mio Luigi per lui sta patendo ed io con lui, ma troppo ora.

Luigi raccoglie i suoi pezzi, Luigi liquida l'azienda di Amedeo, Luigi va per avvocati e notai, paga debiti, lo ripesca in Venezuela, in Guyana, in Brasile. Mio malgrado con Luigi Bruno ho sposato anche suo fratello maggiore Amedeo; è sempre stata una presenza pesante, da incubo. Io ho fuggito la mia famiglia in cui non c'erano questi problemi, lasciandola lontanissima, affranta e sognando: sognando ho trovato qui l'altra faccia della medaglia, il retro  dello specchio.

Ho costruito qui molto, in questi ultimi quindici anni, ho trasformato un negozio di pelletterie in una piccola azienda produttrice di borse e valige italiane. Ho girato l'Italia tutta alla ricerca di artisti, stilisti, creativi giovani che mi inventassero nuovi modelli; sono riuscita persino a far dimettere Luigi dalla sua industria e lui lavora con me ora, mi è stato preziosissimo, un socio intraprendente, un menager attivissimo e ora mi muore dietro quel suo fratello che sta per finire in carcere: non voglio perdere Luigi così ed io non voglio perdermi con lui. Voglio ancora vedere Luigi allegro, Luigi beato, Luigi affettuoso, quel Luigi: anche il Luigi arrabbiato perché le cose non girano, arrabbiato con me perché sono una stupida e mi sono lasciata turlupinare da un designer, questo non importa.

Vorrei strappare Luigi dal gorgo, ora che beve più whisky, risponde male ai dipendenti, ai rappresentanti, non dorme la notte e spesso non dorme più con me. Vorrei strapparlo dal tormento, dall'oppressione, dalla minaccia dei pensieri che l'assediano.

Vorrei cancellare con la mano, come faccio ogni mattina allo specchio, i pensieri assillanti, quelli che mi torturano e corrompono le nostre vite: i pensieri come bagno di vapore appannano i nostri connotati, trasformano il viso in un fantasma, uno spettro deforme.

Questa mattina, gli assilli e le angosce sono tutt'uno con me, e con l'ombra mi accorgo che potrei cancellare anche la mia persona, invero così debole ed effimera, passeggera. Penso alle mie borse, alle fatiche ed ai successi di questi anni, ai rotoli antichi giapponesi e cinesi su cui ho visto tante donne piangere: mai avrei voluto essere come loro! Mi guardo queste mani imbiancate dalla pasta di ceneri termali di Hokkaido e sento che sto andando in cenere anch'io, in questa melma  biancastra mi sto trasformando.

  

  Mantengo ancora una corrispondenza con una antica amica mia in Giappone, Shundo Aoyama, persona fine, religiosa buddhista; Aoyama è sollecita di questi tempi, moltissimo mi scrive anche via e-mail, mi manda messaggi consolatori, pare capire tutto e mi manda ricette, a volte irritanti, per sopire o rimuovere il mio dolore.

Mi ripete, Aoyama, che i pensieri sono la cosa più effimera della nostra vita, che di essi solo una piccolissima parte ricordiamo, eppure tutto mi pare di soffrire e ricordare in questa mattina, tutta una storia di vent'anni e più, con una minaccia sempre presente.

Mi parla, Aoyama, del silenzio della mente, ed a me pare sia questa una altra provocazione, un'alternativa che non so come prendere e comprendere. Non voglio andare in conventi a fare pratiche spirituali per cercare vuoti mentali: vorrei solo cacciare lontano l'angoscia che mi sovrasta. Vorrei, vorrei.....dico sempre vorrei e mi sento poi impotente di fronte alla disperazione di Luigi, che mi parla e mi affanna e mi dice e mi succhia e non si libera di tutto questo male.

Vorrei andarmene lontano e non posso né lasciare Luigi, né voglio lasciare questa cosa qui, che ho costruito.

Guardo ancora una volta lo specchio che ora si è liberato della sua patina d'acqua ed i rivoli sono scesi fino a creare una lieve cascata quindi una pozza tra tubetti, scatoline e spazzole. Dal vapore acqueo si è  formato un minuscolo laghetto come quello in cui si specchiano i ciliegi in fiore di Suzuki Kiitsu: vorrei fosse acqua pura come il mio nome, poiché Kiyoko significa purezza: qui si specchia e si scioglie Miyahara Kiyoko, qui si spezza come un ramo Kiyoko e come un ramo precipita in questo lago; piccole onde ed increspature lo e la portano lontano verso una cascata, non so. Come dice  il mio amato poeta Kai Wariko:

                        Nonostante le rocce e le radici

                        l'acqua scorre,

                        increspandosi appena.

Sono in quest'acqua, in questa corrente, in questo ruscello che appena si increspa e solo un poco avverte la mia caduta . Sono quest'acqua forse, anch'io, in cui tutto si dissolve.

Sono come la carpa di Hokusai, qui appesa al muro, che con la bocca aperta risale a fatica da un fondo melmoso ed oscuro, anela respirare la luce e far risplendere ancora al sole le sue scaglie dorate.

Postato da: markelouffenwanken a 15:42 | link | commenti (9)

L'ARATRO

" - Si sa come sono gli scrittori-, la signora Morgan disse a Paula. - Hanno un po' il gusto dell'esagerazione-. - Potenza della penna, eccetera eccetera-, intervenne Morgan. - Esatto-, disse la signora Morgan. - Trasformi la penna in aratro, signor Myers-."

(Raymond Carver, Provi a mettersi nei miei panni

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03/11/2004
FUCK YOUR TIE, BUSH!

Un navigatore internettico che si firma "Un amico" (come nelle vecchie lettere anonime dei vecchi film...) chiede di parlare della rielezione di Bush. Io oggi ho postato una specie di poesia dal titolo "Champagne"; avevo messo idealmente in fresco tutto quel ben di dio made in Reims e Epernay per un'eventuale elezione di Kerry. Insomma, accontento quest'amico anonimo. Ieri notte, tra un incubo e l'altro, mi affacciavo al televisore, spalancato sul baratro vespico, anzi vespasianico, e su quello di un Mentana-mitraglia M16 senza rinculo ma vaffanculo. I soliti ospiti, credo, del 2000. Selma Dell'Olio Olivia Oil, la pasionaria della destra, femminista del put. E Teodori lo storico a stelle e culastrisce; e quel simpaticone bon vivant vivo e vegetativo di Rosselladuemilapossinoammazzallo. E l'Onorevole Demiculis (come in una vecchia canzone degli Squallor), il vecchio ambasciatore Barthelemew o roba del genere, e Randi Ingerman che parla come se Oliver Hardy avesse fatto la cura dimagrante e cambiato sesso a Rio De Janeiro. Mancava, a proposito, la Parietti d'America, Clarissa Burt, thanking God. Un incubo. Io stringevo i denti: Kerry Kerry Kerry, biascicavo come un indemoniato, fumando le ultime sigarette. Si, Cash & Kerry. Supermarket America. Ha vinto il pistola pistolero. Non so che altro dire. Si, ancora questo: in Texas pare si dica "Fuck Your Tie!" (ficcati in culo la cravatta) a quelli che non sono del posto, che non sono rudi ed esperti texani dagli occhi di ghiaccio. Bene, Bush è del Texas. Ogni tanto la cravatta la porta anche lui, però. E allora, tutti in coro: "Fuck your tie, Bush!". Per il resto, se volete commentare l'evento, fatelo. Io stamattina mi sono comprato un sigaro Romeo Y Julieta per consolarmi. Lo sto fumando proprio ora, sognando i bei tempi andati. Quando c'era Bill Clinton. Che anche lui, come ricordiamo tutti, ama i sigari (Levinsky insegna). L'America è di nuovo nelle mani di quel pistolero. Fuck your tie, Bush!

Postato da: markelouffenwanken a 21:29 | link | commenti (30)

WE ARE THE FUTURE

(Eccovi l'Ansa ricevuta dall'amica  sEp di Ellittico sul mondo dei blog letterari. A proposito, se andate su Ellittico c'è un intero paginone de La Repubblica su di loro, gli amici ellittici.)

 

CAFFE' LETTERARI, ORA SONO SU INTERNET E VANNO DI MODA/ANSA
GIOVANI E APPASSIONATI, SU LORO ORA ESCONO LIBRI
   (ANSA) - ROMA, 31 OTT - (di Alessandra Magliaro) - Un tempo c'erano i caffe' letterari, fumosi, creativi, passionali ritrovi nei quali scambiarsi idee, leggere racconti, confrontarsi. Ora questi luoghi sono su Internet, vanno di moda e finiscono
recensiti sui libri. Intorno a loro gira una comunita' di giovani, con la passione per la scrittura e per la letteratura, molto spesso aspiranti scrittori. E' la rete infatti che accoglie la tradizione letteraria e diventa luogo di scambio aperto, quasi sempre privo di censura cosi' il web diventa luogo in cui non solo parlare di letteratura ma anche pubblicare letteratura. Il nome che li identifica e' blog, collettivi o a titolarita' singola, riviste on line e blog aperti  che si si basano, sui contributi esterni.
Giuseppe Genna ha aperto il suo blog letterario su www.miserabili.com; c'e' Lorenzo Flabbi che da Parigi conduce
splendidamente una squadra di studiosi/dottorati/redattori su www.sguardomobile.it; o Franz Krauspenhaar, che sotto lo
pseudonimo Markelo Uffenwanken, cura e dirige il blog http://www.uffenwanken.splinder.com. Sono invece delle vere e
proprie riviste con un corrispettivo cartaceo, www.carmillaonline.it, sede web della rivista Carmilla, a cura di Valerio Evangelisti; maltese narrazioni www.maltesenarrazioni.it e la rivista Origine www.rivistaorigine.it.
Tutt'altra storia, invece, per il blog collettivo Nazione indiana www.nazioneindiana.com (Tiziano Scarpa, Dario Voltolini,
Giulio Mozzi, Christian Raimo, Carla Benedetti tra gli altri), in cui ognuno dei titolari ha una password e la possibilita' di
postare (cioe' pubblicare, nel gergo web) ogni intervento senza nessun tipo di censura interna.www.giuliomozzi.com e' invece la casa di Giulio Mozzi, ed e' un vero e proprio blog tradizionale: un diario privato, insomma, ma che e' diventato un vero e proprio punto di riferimento per bloggers ed intellettuali. In tutti questi siti e' possibile intervenire, lasciare commenti, interagire con gli autori e gli altri utenti. E' un luogo aperto, senza moderatori e quindi senza censure, in cui si alternano diversi tipi di discorsi, si stringono amicizie intellettuali e si consumano divorzi.Discorso a parte va invece fatto per I Quindici, il gruppo di
lettori residenti all'interno del sito legato ai WU Ming, entita' collettiva, cliccabile su http://www.wumingfoundation.com/iquindici/homepage.htm, che hanno invece ricreato sul web un circolo letterario che
legge/edita, in questo caso la discussione avviene per altri canali piu' simili ai forum. Dalla esperienza dei Quindici e
grazie al materiale che arriva sempre piu' numeroso, e' nata Inciciquid, una rivista on line di racconti e recensioni. Numerose
pero' sono anche le attivita' collaterali che nascono da questi incontri: il blog Frenulo a Mano ha pubblicato 'FaM, Raccolta di Letteratura Fica' curata da Ivano Bariani, Francesco Borgonovo e il fantomatico Mattia Walker, antologia di racconti di alcuni degli scrittori pubblicati sul sito www.famlibri.it.
www.ellittico.org e', invece, un sito prettamente letterario che pubblica racconti intorno ad un tema mensile, e' un sito
chiuso ai commenti esterni, eppure sembra essere quello piu' simile alla vecchia tradizione letteraria. I racconti pubblicati
vengono letti a scadenza mensile in un locale in Vicolo della Campana a Roma, in genere l'ultimo martedi' del mese. Gli
'ellittici' si danno un tema, esempio sbobinare, rosso, risantemi (gioco di parole), ottoblio (inteso come ottobre e oblio) e su questo si esercitano in racconti. Il fenomeno va al di la' dei numeri singoli, tanto da essere diventato una tendenza diventata gia' moda. Ogni giorno nascono nuovi blog, non tutti letterari, certo, ma alcuni sul limitare del diario privato/racconto letterario
http://blogsenzaqualita.clarence.com/;  http://cletus1.clarence.com;  http://azioneparallela.splinder.com/.Alcuni  di questi sono diventati veri e propri casi che hanno trovato sbocco in pubblicazioni piu' tradizionali:
http://x.lapizia.net/ con il suo 'Mondo blog: storie vere di gente in rete', pubblicato da Hops nel 2003 o anche
http://personalitaconfusa.splinder.com/ che ha appena pubblicato 'Personalita' confusa unplugged' ordinabile direttamente sul suoblog.
 Di questa realta' si sono accorti anche i grandi editori:
Einaudi con la nuova antologia 'La notte dei blogger' che, come dice il sottotitolo, e' la prima antologia di nuovi narratori
della rete, curata da Loredana Lipperini. Per non smentire il suo target di casa editrice di tendenza, Minimum fax ha in
cantiere 'Best off' una antologia curata da Antonio Pascale, che ha come obiettivo di fare il punto della situazione delle
riviste letterarie in Italia, e anche in questo caso non si e' potuto prescindere dalle riviste letterarie on line. (ANSA).

     MA
31-OTT-04 15:28 NNNN






























Postato da: markelouffenwanken a 16:30 | link | commenti (13)

A PROPOSITO DI RICCHI

" - Pecunia-, stava dicendo scherzosamente Pombal a una anziana signora dall'aria di cammello contrito. - Uno dovrebbe sempre assicurarsene una buona scorta. Perchè i soldi corrono dietro ai soldi. Madame conosce certamente quel proverbio arabo che dice: ' Ricchezza puo' comprare ricchezza, ma la miseria non compra nemmeno il bacio di un lebbroso'-."

(Lawrence Durrell, Justine)

Postato da: markelouffenwanken a 15:54 | link | commenti (12)

COMING SOON

Presto ( e bene) su Markelo Uffenwanken: un racconto di Mario Bianco, navigatore di lungo corso sui lidi dell'arte pittorica italiana e - last but not least- scrittore. E poi, per gli amanti del pop di qualità, una "non-recensione"- nello stile di Ellittico- di sEp. E poi, naturalmente, altro ancora. Questa è una fabbrica.

Postato da: markelouffenwanken a 12:57 | link | commenti

CHAMPAGNE

(In ordine alfabetico)

 

Baby Piper

Besserat de Bellefon

Billecart-Salmon

Bollinger

Charles Heidsieck

Charles Lafitte

Comtes de Champagne

Cordon Rouge

Cristal / Cristal Roederer

Deutz

Dom Pérignon

Dom Ruinart

Duval Leroy

Gosset

Heidsieck Monopole

Krug

La Grande Dame / La Grande Dame de Veuve Clicquot

Lanson

Laurent Perrier

Louis Roederer / Roederer

Mercier

Moèt & Chandon / Moèt

Mumm/ Mumm Cordon Rouge

Nicolas Feuillatte/ Feuillatte

Perrier Jouèt

Piper Heidsieck / Piper

Pol Roger

Pommery

POP/ POP de Pommery

Ruinart

Salon

Taittinger

Veuve Clicquot

Vranken

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02/11/2004
UNA LETTERA RAZZISTA E UNA MODESTA PROPOSTA

di Gianni Biondillo

 

(Un Biondillo a "reti unificate". Che si prepari ad alti incarichi dello Stato?... Si, a "reti unificate" perchè questa lettera aperta è anche su Naziona Indiana, la Grande Madre di tutti i Blog(s). Ho avuto una mezza esclusiva, questa volta. M.U.)

 

Gentilissimi “pariniani”,

 

Mi sono trovato in questi giorni a pensare (avete presente quei pensieri fugaci, non strutturati, veloci e impalpabili, per nulla critici?) che se quello che è accaduto nel vostro liceo fosse successo da qualche altra parte, chessò una scuola media di Catanzaro, un Istituto Tecnico di Garbagnate, vedete voi,  non avrebbe avuto l’impatto mediatico che invece tuttora ha. Il prestigio, mi è stato detto. Il prestigio di un liceo storico, d’élite. Boh, può darsi. Io non c’ho mai capito niente di queste cose. L’idea che un liceo statale pubblico possa anche essere d’élite la trovo una contraddizione in termini. Ma io sono tonto, perdonatemi.

Poi stamattina, oggi è il 29 ottobre, ho letto una lettera su Diario, di una ex studentessa del vostro liceo. E, devo dirvi la verità, mi ha chiarito molte cose (sono tonto, ma, dai e dai, le cose alla fine le capisco).

Molti frequentatori del Parini, ci ricorda questa lettera, sono figli di professionisti, persone benestanti, “molti di questi si ritenevano una casta eletta, grazie anche al beneplacito dei professori”. In quel simpatico ambiente non è raro sentirsi appellare (siamo negli anni Novanta, non nel 1913, in piena Belle Epoque) “periferici” se “non si vive dentro la cerchia dei Navigli”, se non ci si veste e se non si parla come loro, se non si frequentano “gli stessi, noti luoghi di vacanza”. Quindi si viene emarginati. Accidenti, penso, una vita d’inferno. “Conoscevo persone” continua la lettera, “che non erano mai uscite dalla famosa cerchia dei Navigli perché pensavano che fosse pericoloso.”

Come ti capisco, pensavo mentre leggevo. Io che ogni mattina mi alzavo alle 6.45 per riuscire ad arrivare alla scuola superiore (in Centro, dentro la cerchia, ovviamente) entro le 8.30. Abitavo, e ho abitato fino a pochissimo tempo fa, ben oltre la cerchia dei Navigli. A dirla tutta, oltre anche a quella della circonvallazione esterna. E oltre ancora. A Quarto Oggiaro, insomma.

“Un mondo a parte, che poi, andando all’università è svanito in una bolla di sapone, fortunatamente, perché la realtà della vita è altro, non è monocromatica come al Parini.”

Su questo, se mi permetti, cara amica, non sono così d’accordo, rimuginavo. Sai, io dell’Università non dimenticherò mai quella volta che una mia collega di corso, scoperto che vivevo a Quarto Oggiaro (una compagna, avete presente?, una comunista d’eccezione, una di quelle che occupava l’Università, picchettava, andava a tutte le manifestazioni, parlava sempre per prima alle assemblee), inorridì solo all’idea, dicendomi, angelica: “Ma come fai a vivere lì? È assurdo, impossibile… io, se dovessi scegliere (come se io avessi scelto) andrei a vivere, non so (e qui stava pensando a una periferia, secondo lei) dopo Porta Venezia, oppure al QT8.”

“Ma tu ci sei mai stata a Quarto Oggiaro?” Le chiesi, stupefatto.

“No, e non ci tengo.”

Inutile dirvi, amici del Parini, che l’amicizia non fece in tempo a nascere che era già abortita. E che la tipa in questione aveva fatto il Parini.

Ma questo è un caso, è chiaro. Non si può e non si deve generalizzare.

Poi, un’ora dopo la lettura di Diario, mi passa fra le mani l’inserto milanese del Corriere della Sera.

Ancora una lettera, ora è di uno studente “attivo” del Liceo Parini (scrivete tutti molto bene, a proposito. Avete, probabilmente ottimi insegnanti).

Si rientra a scuola, si discute dell’accaduto, si chiede il perdono a questi ragazzi. Poi, illuminante, lo studente riporta le parole di un vostro professore: “Ora per istinto li chiamiamo ragazzi, il giorno che s’è scoperto l’accaduto, li chiamavamo teppisti.” È giusto, penso. Hanno delle facce, sono minorenni, compagni di classe, un po’ di solidarietà cristiana, di buone maniere, perdio! 

Il professore prosegue: “La loro azione era un atto criminale, mentre adesso diciamo che è stata una bravata.” Massì, massì, stemperiamo i toni, non facciamolo diventare un caso nazionale, ma che senso ha? Ma quale scuola d’élite, sono ragazzi, dopotutto. Ma non è finita: “E se li chiamavamo teppisti era perché pensavamo che venissero “da fuori”, da Quarto Oggiaro magari.”

Ho letto bene? Ho letto bene? Sì, ho letto benissimo. Sto scoppiando a ridere, il caffè mi sfugge di mano, ancora un po’ e mi imbratto la camicia. “Ma ora che si è scoperto tutto, ora che si sa che sono figli della buona borghesia milanese, non sono più teppisti. I professori, i giornali, li chiamano di nuovo ragazzi. E la loro, è diventata una ragazzata.”

Scusate, evito un colossale “vaffanculo” perché, non ostante sia cresciuto a  Quarto Oggiaro (mon dieu, quel horreur!), mia madre mi ha insegnato la buona educazione e queste cose in pubblico non si dicono. Però, per vostra conoscenza, ma cosa credete che ce ne freghi a noi di Quarto Oggiaro del vostro ghetto dorato? Con tutto quello che abbiamo da fare perché perdere tempo dalle vostre parti?

Ma vi rendete conto dell’enormità, dell’evidente razzismo di queste parole?

Razzismo per razzismo, perché adesso voglio essere un po’ razzista anch’io, echeccazzo!, sapete che vi dico? Ma perché spendere centinaia di migliaia di euro per ristrutturare la vostra scuoletta di fighetti, scusate? Ma che ve la tengano così, perdio, ve la meritate. Con i cessi rotti, impraticabili, come buona parte delle scuole pubbliche dell’Italia intera. Scendete sulla terra, voi, i vostri genitori, i vostri insegnati.

Anzi, no! Perché, in fondo, mi sono laureato anch’io e sono una persona pratica, che conosce le buone maniere, che sa come va il mondo… Volete un consiglio? La volete accettare una modesta proposta?

Demolitela. Demolite questo monumento alla vacuità, al razzismo classista. L’area edificabile, in quella zona, costa una fortuna (fidatevi, sono un architetto). Demolitela e costruiteci degli appartamenti di lusso, andranno via come il pane. È un affare. Ci si guadagna un pacco di soldi, demolitela. Con il surplus delle vendite si potrà ricostruire un Liceo Parini molto più bello, funzionale, moderno. Certo non lì. Ma io conosco l’area ideale dove costruirlo. A Quarto Oggiaro, ovviamente. Trasferitevi, in massa. Ho un sacco di amici, lì, che vi aspettano a braccia aperte.

 

Con amicizia e rinnovata stima,

il vostro, Gianni Biondillo

  

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 17:53 | link | commenti (48)

SARAI BELLO TE CO' STA FACCIA DA GONZO

di Fabio Viola

Settima puntata.

 

(Torna Viola. Ubriaco di birra giapponese. Una nuova puntata del suo nipporeportage plurititolato. Divertitevi. M.U.)

 

Rincoglionito dal caldo e dal sonno mi ritrovo a un matsuri (= festa). Un aki matsuri, per l`esattezza (= festa d`autunno). Arriviamo in ritardo di un’ora, io e l’interprete, a una cena pre-matsuri in casa di non so chi, (né l’ho scoperto dopo). L’amica dell’interprete ci ha invitati a questa cosa, "hanabi mo!" (= "anche i fuochi d’artificio!"), senza specificare che prima avremmo cenato assieme ai suoi amici, in casa di qualcuno, in una stanza piccola all’interno di una casa molto grande in stile fusion nippo-europea. Arriviamo dunque tardi: l’interprete aveva dimenticato l’appuntamento costringendoci a una corsa a perdifiato per raggiungere il luogo prefissato tentando di limitare i danni. Mi arrabbio molto con l’interprete, minaccio di fare a meno delle sue capacità di interpretariato in futuro (soliti silenzi privi di significato), dico: "Questo comportamento è criminale" (contrizione), dico: "E’ ora di imparare a rispettare il prossimo" (idem), concludo: "Questo, il tuo, è rincoglionimento senile, eppure sei giovane, cazzo" (arriviamo a destinazione). L’amica dell’interprete è là con rispettiva amica e con bimba di otto mesi. La rispettiva amica è giovane, ambedue sorridono, non so se per forma o per effettiva noncuranza. Guida la mamma con bimba di otto mesi in braccio. Guida dalla parte sbagliata, qui è come in Inghilterra. Tanto per cambiare, l’aria condizionata é al livello in cui uno si immagina cominci il processo di ibernazione sulle astronavi. La bimba è quieta, io ho sonno, l’interprete si scusa ripetutamente: gome, gome, gomenneeeee!

Usciamo da Osaka senza accorgercene, non esiste stacco tra la città e i sobborghi e le città vicine. E’ un tutt’uno. Arriviamo in un quartiere che sulle prime mi ricorda una borgata romana (tipo il Trullo), solo che poi mi accorgo che non si tratta di un ambiente degradato e potenzialmente deprimente bensì di un quartierino solo apparentemente semplice e umile, e senz’altro ben gonfio di soldi, in quanto dietro ogni muretto che scorgo c’è una villetta in stile giapponese con giardino curatissimo e Mercedes o Bmw nel posto auto. Qualche passo per la borgata ed entriamo in una delle case: molto bella, all’ingresso non c’è spazio per lasciare le scarpe tante ce ne sono già. Un tappeto di scarpe. Conto approssimativamente ventotto paia di calzature da esterni e una decina circa di ciabatte da parquet. Tutta la casa è parquettata. Chiedo all’interprete: "Perchè siamo qui? Non dovevamo andare a vedere i fuochi al fiume?". L’interprete non mi risponde ma fa una faccia come a dire "staremo a vedere". Mi va il sangue alla testa ma non lo do a vedere. Al piano di sopra si apre una porta scorrevole, all’interno circa dodici persone, tra adulti e bambini, seduti in terra intorno a un tavolo basso stracolmo di cibarie. Qualcuno, un uomo, dice qualcosa tipo: "Oooooooooooooh!", e ride. Noto che sta guardando me. qualche tizia dice invece qualcosa come: "Eeeeeeeeeeeh!", sempre guardando me. Dico: "Gomennasai" (= scusate) e abbasso lo sguardo. Ciò che vorrei in realtà é spaccare la faccia all’interprete. Cala il silenzio. L’uomo che ha detto "oooooooooooooh!" mi fa spazio e dice che posso sedermi accanto a lui. Avrà un pò più di trent’anni. Comincia a parlarmi in giapponese. Alcune parole le capisco. Colgo nell’ordine: "Nagoya" (= una città giapponese), "taberu" (= mangiare), "kudasai" (= non so come si traduca, ma si usa in una specie di imperativo molto cortese), "douzo" (= prego), e mi indica le cibarie. Poi afferra un bicchiere e me lo riempie di birra. Io bevo. Mi porge le hashi (= bacchette), mi riempie di nuovo il bicchiere di birra, io bevo ancora, mi indica nuovamente il cibo e fa segno di servirmi (tutti ridono), mi riempie ancora il bicchiere, bevo, lui ride, dice: "Italia go dekinai" (= non capisco l`italiano), mi versa altra birra e mi ammolla una pacca sulla schiena, sorrido, bevo, l’interprete sta mangiando allegramente dalla parte delle donne, mi ignora, il tipo continua a parlare in giapponese, faccio cenno all’interprete di aiutarmi a capire che cazzo stia dicendo il tizio, l’interprete non capisce e continua a mangiare il tofu fritto, le donne intorno fanno singulti e sospiri indicando la faccia dell’interprete che a sua volta ride. Altra birra nel mio bicchiere. Il tipo mi mette la mano sinistra sulla spalla mentre con un gesto della mano destra che a Roma significherebbe "anvedi ‘sta testa de cazzo" e che qui significa solo "sto parlando della persona che sto indicando con la mano destra", chiede all’interprete qualcosa di me. L’interprete parla qualche istante, tutti ridono, io non capisco nulla e la birra comincia a farsi sentire. Allora rido anche io, ma fuori tempo, cosicché tutti se ne accorgono e mi chiedono perché sto ridendo oppure qualcosa tipo "ti diverti?", non sono sicuro. L’altro uomo alla mia sinistra comincia a fare le veci del primo e ridendo mi riempie di nuovo il bicchiere di birra. Assaggio qua e là le cibarie: eccezionali tutte, credo. Ma quando bevo non sono mai sicuro di sentire davvero i sapori delle cose. Comincia allora una conversazione a tre in cui il primo tipo chiede cose a me attraverso l’interprete e l’interprete traduce ai commensali le mie risposte. Si parla del mio lavoro (nessuno ha capito cosa faccio, ne sono sicuro - ma temo di non averlo capito nemmeno io, dopo quasi tre anni), e ricordo l’interprete dire "shinbun kisha wa zen zen wakaranai" (= i giornalisti non capiscono/sanno niente), il che mi fa sorridere molto grazie alla birra che ho assunto e che mi appresto ad assumere ancora. Tutti sono affascinatissimi dal fatto che lavoro in un giornale e cominciano a fare domande per capire in cosa consista il mio lavoro esattamente. Alla fine della discussione né io né loro capiamo alcunché. La birra scorre a fiume, e i bambini vengono mandati ciclicamente a reperire altre bottiglie dal frigo (devono avere un frigorifero enorme perché il processo si perpetua ad libitum per un paio d’ore circa). I due tizi accanto a me ormai mi hanno preso per un sacco da pugile perché mi menano proprio. Passano dalle pacche alle spinte, sempre ridendo, e mi torna in mente un vecchio discorso sulla rudezza degli uomini giapponesi. Un paio di volte mi fanno male (beccandomi tra scapola e vertebre con dei cazzottoni), ma nel complesso sono simpatici, anche se non capisco una mazza di ciò che mi dicono quando l’interprete chiacchiera con le donne.

A un certo punto usciamo. "Hanabi!", dice l’amica dell’interprete. Bene. Usciamo. Dimentico la mia fiammante Fujifilm Finepix f440 nello zaino che lascio in casa. Ricordo fortunatamente di prendere le sigarette. Qua fumano quasi tutti (le sigarette costano poco in Giappone, le più care stanno a 300 yen, cioè circa 2 euri e 40 centesimi). Arriviamo su un fiume abbastanza ampio lungo i cui argini scoscesi sono seduti centinaia di giapponesi, quasi tutti dotati di macchinetta fotografica digitale. Mi rode un po’ il culo. Qualche minuto e varie tamburellate dopo, comincia lo spettacolo. Partono i fuochi d’artificio e una squadra di coraggiosi in tenuta tradizionale altamente simbolica (...) si fionda in acqua portando sulle spalle un accrocco simil-tempio, ma piccolo, gridando ritmicamente delle cose che pero’ sono regolarmente sovrastate dalla voce di una cantilena attraverso un megafono alle mie spalle e dagli applausi del pubblico per la bellezza dei fuochi. E in effetti i fuochi sono belli, forse anche grazie alla quantità improbabile di alcol che ho ingurgitato. Una delle donne della compagnia si azzarda a rivolgermi la parola e, attraverso l’interprete, mi chiede cosa pensavo del Giappone, di Osaka, di tutto ciò che avevo visto e fatto. Rispondo in giapponese: "Dai suki" (= mi piace molto). Lei sembra soddisfatta come se le avessi commentato ogni singola mia emozione dal 6 settembre a quel giorno, poi mi chiede: "Perché non entri nell`import/export col Giappone? penso ci siano molti interessi comuni tra i nostri due paesi". Dico: "Ok, domani mi informo". Lei: "Daijobu!" (= bene!). Dopo i fuochi, belli ma imparagonabili ai Fuochi D’Artificio visti a Riga, in Lettonia, nell’ormai lontanissimo 2002, torniamo a casa. Ci sediamo nella stessa stanza. I bambini sono tutti su di giri, corrono e si sparano con pistole finte. Io ho mal di testa. Mi costringono a bere altra birra. Mi porgono del sushi. Mi porgono tsukemono (= verdure) grigliate, lesse e tritate, mi porgono ancora birra. L’interprete sembra avere sonno. Poi usciamo di nuovo, si va al tempio.

Gli unici due gaijin (= stranieri) nel raggio di chilometri eravamo io e l’interprete. Tutti ci guardavano e ogni tanto ridacchiavano pure. Arriviamo al tempio. I tizi preposti alla gestione del tempio ci notano e ci costringono a entrare e adempiere a un rituale speciale solo per noi. Ci inginocchiamo varie volte, ci sventoliamo con rametti e pezzi di carta, veniamo "benedetti", esprimiamo desideri, io non ci capisco una mazza e mi viene da ridere. Una specie di finto monaco dice che sembro un lottatore di sumo e poi ride. Io gli dico in sobrio romanaccio: "Sarai bello te co’ sta faccia da gonzo". Lui ride e mi saluta. Una tipa in kimono ferma me e l’interprete e chiede se siamo francesi. No. Spagnoli. Cazzo no e non ti permettere più. Turchi. Ma sei fuori? Alla fine l’interprete dice: italiani. Lei impazzisce. Comincia a fare un discorso lunghissimo di cui colgo: Audrey Hepburn, Venezia, Roma, Firenze, spaghetti, vacanze, viaggiare, Italia, amore, bello, tempo. Esco dal tempietto e il tizio che mi alcolizzava mi fa giocare a lanciare gli anelli sui pupazzi. Se ne becco uno vinco un doraemon che applaude. Ce l’ho già, dico. Non capisce l’italiano e il verbo avere in giapponese è troppo tosto per me.

Torniamo a casa e faccio in tempo a fare un breve filmato con la mia fiammante Fujifilm Finepix 440f. Riprendo dei tizi in costumi succinti che urlano e gridano trasportando a spalla qualcosa. Ho ufficialmente mal di testa. Voglio un Aulin. Ci salutano per mezzora con le mani svolazzanti. I bambini gridano e continuano a spararsi. L’interprete letteralmente dorme in piedi. Non berrò più birra finché campo. Anzi fino a stasera. Vabbé, si vedrà.

 

(Le precedenti puntate: prima e seconda mer.29.9. Terza dom.3.10.Quarta dom.10.10. Quinta dom.17.10. Sesta dom.24.10.)

Postato da: markelouffenwanken a 12:34 | link | commenti

REMEMBER PIERPAOLO

(Ricevo da Anna Setari e pubblico questo pezzo del grande Pasolini, per ricordarlo. Con queste avvertenze: la pietra è PPP stesso come poeta, e anche, o soprattutto, la poesia. I geologi sono i critici letterari. M.U.)

 

“Dei geologi trovarono il masso nella malinconica valletta di un deserto perduto in mezzo a un altro deserto. Nel mezzo, c'era appunto, la pietra caduta dal cielo: che era divinamente bella, come una conchiglia o una statua di Moore. Tutte le tinte del deserto visto da lontano si concentravano in essa: il rosa paradisiaco, le venature d'un sublime rosso ranciato, l'ocra, il violetto - un violetto indefinibile, simile piuttosto all'indaco luminoso delle sere tropicali quando è appena calato il sole. I geologi caricarono come poterono sulla land rover quel prezioso reperto e lo portarono nel mondo della civiltà per analizzarlo. Ma non ci riuscirono, e ancor oggi quella pietra resta un puro enigma."

(Pasolini, Petrolio)




Postato da: markelouffenwanken a 10:52 | link | commenti (13)

01/11/2004
LA CRITICA E' UNA MORTA

di Gabriella Fuschini

 

(Ricevo e pubblico questa poesia dura e fiera della Fuschini. Non vi auguro buon divertimento ma buona lettura si. M.U.)

 

La critica è una morta

eppure c’è chi

non disdegna toccarle il culo

la critica è una morta

forse te la vorresti scopare

non parla, non respira

come fredda signora

non ti guarda negli occhi

no la sposa assente

(che tutti vorrebbero possedere)

tiene una smorfietta

gli angoli della bocca sollevati

nell’eterno disgusto

suo abito nuziale

veste bianca di lutto orientale

ride la puttana

(di coloro che non riusciranno a penetrarla)

avvolta da rigor mortis

fugge le leggi dello scambio

miei cari il canone l’ ho inventato io

e voi come cani vi sbranate per l’osso

ah, i bei tempi andati

ora la vita come soffio di vento

mi ha lasciato

nel nulla mi dondolo

felice immagino i vostri orgasmi vuoti

mentre passeggio con gli immortali

 

                                                                                                                       

Postato da: markelouffenwanken a 13:09 | link | commenti (10)

 

E' uscito il 10 maggio...

...il nuovo libro dell'Uffenwanken!

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