Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG

Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)

31/10/2004
CRITICA CINEMATOGRAFICA DI UNO SPETTATORE SCAZZATO (IO)

Collateral è un film d'azione. Ci sono degli ottimi dialoghi. Michael Mann è un regista straordinario nell'uso della macchina da presa. L'idea del killer in taxi è buona ma non straordinaria. Il personaggio del tassista lo poteva fare anche Will Smith e magari ci scappava qualche risata, comunque niente di straordinario. Tom Cruise è grandioso. La scena più bella è quella della strage in discoteca, dove Mann è eccezionale nel non farci capire un cazzo tra il fuoco incrociato. Il finale poteva essere ancora più secco. Se avesse staccato su Cruise invece che sul tassista sarebbe stato meglio. Che l'avvocatessa che entra in taxi all'inizio sarebbe tornata come si dice a bomba lo si capisce immediatamente. Non è un capolavoro, Collateral. Se lo è - invece - vuol dire che ci stiamo veramente accontentando.

Postato da: markelouffenwanken a 21:58 | link | commenti (6)

PRERECENSIONE DELL'ULTIMO FILM DI ALMODOVAR

(Tornano le “prerecensioni”. Nelle quali si parla di opere d’arte mai viste/lette/sentite. Solo per sentito dire, insomma. Quello che fanno in molti senza dirlo. Noi invece lo pre-diciamo. Perlomeno siamo onesti.)

 

Ecco l'ennesima almodovarata del Fellini gay eviva Espana, dalle ramblas con rutilanza, con un film- del quale al momento mi sfugge il titolo - che continua imperituro e categorico l'outing della movida intelligente a mociovileda aspiratutto. Onestamente dopo “Tacchi a Spillo” il nostro Grande de Spagna purché se magna da Adrià la paella è andato via via /rambla rambla sempre più inciampando nella retorica dell'estetismo fanculesco. Un Repetita Juve rullo dopo rullo e a nandrolone che non giova, a nostro modesto avviso, alla causakoll del cinema alto nel senso ovviamente non altman del termine. Quello di Almodovar ci pare - non ce ne vogliano i suoi omofiliaci ammiratori- un cinema sempre più approfondito nei contenuti e proprio per questo, per una pretesa profondità, incartantesi a volte nel Nulla o Stimula di fatto. Il melodramma sirkiano era stato teutonicamente il Brot mit Kompanatiken del grande Fassbinder tra un funereo matrimonio di quella figlia di Maria e un von Braun ovviamente a razzo, e su quella scia di lacrime e sangue, nel sud dipinto di sud, il Pedro ci aveva deliziato agli esordi movidistici sterzando perlomeno a 90 gradi con le sue deliziosamente grottesche“Donne sull'orlo di una crisi di nervi". Non che non avesse parlato anche d'altro, per esempio con i buonissimi risultati di "Legami!" - film secondo noi a torto considerato minore- nel lungo frattempo, fino al plumbeo, plasticheggiante oggi. Ma insomma, il vero Pedro è quello del technichoccolor, è quello da passerella en trava travet alla faccia del pret à porteme a sorete di Altman, è quello di “Tacchi a Spillo”, il suo capolavoro, un film nel quale si parla del rapporto madre/figlia in un modo inenarrabile se non da lui. Ora siamo a la “Mala Educacion” ( ho recuperato dalla orianafallace memoria il titolo). Il film scandaglia l'inesprimibile. Come se Tremaglia scandagliasse Platone. Carnale e metafisico (vedi anche il pennichellesco “Parla con lei”, un film da sbadiglio comatoso - ci pare ovvio- perché in tema con quel film da terapia intensiva della malattia del sonno) Pedro alza sempre più il tiro del suo cinema allo stesso tempo estetizzante e moralistico, prende con un rovescio a due mani capra e cavoli, Frank Capra & Claudia Kanzler Kohl. Der Katze in der Kohle, insomma, come diceva mio padre per ridere. Ma ora, e da lunga pezza, Pedro non fa più ridere, nemmeno se dovesse – casomai rinascendo il Tognazzi pantagruelico e mortifero de “La grande abbuffata”- frammischiare il “Vizietto” di Molinaro con il sardonico e beffardo sfregio vetriolato di un Marco Ferreri ispirato da Rafael Azcona nel suo rifugio-bunker di Altona. Il suo di oggi è il lamento guaiolante di un gentilhombre maturo che vuol fare i conti al botteghino – biglietto su biglietto e guai a chi sgarra che lo mato!- con l'inferno della pedofilia. Cineasta visionario, figliastro di Bunuel e del già citato Fellini Federico, Almodovar tenta di rendere visibile un male che mai, forse, s’era visto sugli schermi con tale cinemascopica evidenza; un male veramente oscuro che finalmente addiviene da camera oscura e naturalmente da letto sfatto. Tenta con coraggio ormai nichilistico di parlare per immagini accorate del tabù di tutti i tabù ovviamente ben dopo Murnau, ma con la stessa purezza da noce di cocco prima del colpo di machete dell’isolato e famoso e sandokomatoso Kabir Bedi. Il tentativo di Pedro è quello di rendere puro l’impuro, non certo di falsificare. E’ un cineasta onesto nel suo mandare tutto affancul, il Pedro, perché dice pene al pene e vano al vano, e questo ormai con rabbia e ovviamente ricordando. Ha a cuore i misteri giammai più buffi del sesso e, invece di fare opera di demistificazione, va all’inverso: usa cioè il grottesco per esagerare a bella posa un male d’esistere che forse, azzardiamo noi, gli proviene dall’essere un artista omosessuale 4saltato nella grande paella della pellicola internazionale. Una ricerca portata avanti con coerenza nell’esagerazione dei toni, nel sempre sopra le righe (nel tentativo di respirare meglio), conscio che la verità, qualunque essa sia, non sta nel dire le cose come stanno ma semplicemente come appaiono. Soprattutto se strafatti di acidi.



Postato da: markelouffenwanken a 01:56 | link | commenti (18)

30/10/2004
UN GRANDE IN TUTTI I SENSI

"Non ci vorrà molto tempo per raccontarti la mia vita. Mi dispiace scoraggiarti, ma c'è molto poco da scrivere su di me: ho fatto un po' di gag davanti alla cinepresa e ho giocato a golf il resto del mio tempo. Se poi vuoi sapere dei film che ho fatto, è meglio che parli con Stan".

(Oliver Hardy)

Postato da: markelouffenwanken a 19:12 | link | commenti (2)

BYE BYE BOMBAY

di A.S.

(Il ritorno del "giovane cinico", Nonalzarsidalletto. Dopo essere stato tra i protagonisti, qui su Uffenwanken, del minifeuilleton a più voci con la Setari e Ferrazzi. Eccovelo ora con un racconto in esclusiva ambientato a Bombay. Bye bye, M.U.)  

 

Caldo e umido. Sapore in bocca di aria calda e umida, sole a picco, menta, marcio, banane, non si vede nessun incantatore di serpenti, risciò fermi, vestiti appiccicosi, sudore, odori forti, occhi stanchi per il vento, suoni, sapori, voci incontrollate, parole sconosciute, clacson, caos, caos, caos: Bombay.

Sei mesi che sono qui, in tasca soldi per restarci altre otto settimane. Un anno fa avevo finito di mettere i soldi da parte. Andare per scappare, lontano. Lontano dove “Chi l’ha visto?” non arriva, lontano in mezzo al tutto sconosciuto, niente che mi ricordasse quello che rimaneva dietro ai miei passi, dietro la scia di un aereo. Via, tra gli elefanti e i maraja pensavo. Via, una vita nuova con il solo scopo di sopravvivere e lasciarmi alle spalle tutti fantasmi.

Sei mesi che sono qui, altri due e poi chissà? Ho imparato un po’ di indù, capisco quello che mi viene detto, parlo lentamente e quando non trovo una parola la dico in inglese oppure la invento. Mangio con gusto tutto quello che la cucina locale mi offre, non vomito più. Le prime tre settimane ho sofferto di dissenteria, passavo i giorni in bagno bianco come un cencio, ora non più. Sto bene, cammino tra le bancarelle dei mercati senza dovermi tappare bocca e naso con un fazzoletto.

Sei mesi che sono qui e già la mia piccola stanza mi rispecchia. Sto al terzo piani di una casa affacciata sul porto, passo le mattine a guardare le pale di ventilatore che girano sul soffitto e i pomeriggi, sdraiato su un balconcino, a scrutare l’acqua nera e tutte le povertà che la popolano. Quando non guardo il ventilatore o l’acqua nera scrivo con una matita che si consuma come l’interno delle guance che mi mordicchio in continuazione. C’è sempre chiasso fuori, ad ogni ora. Dopo il primo mese di difficoltà ora dormo perfettamente, qualsiasi rumore venga dalla finestra.

Sei mesi che sono qui e non ha ancora piovuto, dicono inizierà tra un paio di settimane. Aspetto la pioggia con ansia, in 26 anni non ero mai stato così tanto tempo senza vedere una goccia d’acqua cadere dal cielo. Mi sono abituato a lavarmi poco e bene, usando l’acqua sporca e il sapone che puzza più dell’odore che cerco di togliermi di dosso.

Sei mesi che sono qui e una donna si è già innamorata di me. È la figlia della padrona di casa. Mi porta da mangiare ogni giorno, e mentre mangio il riso lei scioglie il nodo della sua veste. Sua madre crede stia nella mia camera a insegnarmi l’indù. Chissà se ci crede davvero? Io mangio e lei si sdraia mollemente nel mio letto sempre sfatto, ha una pelle d’ambra che pare uno specchio e due occhi neri, come l’acqua del porto, che pare ci si possa annegare. Fa l’amore con dedizione, ogni volta come se fosse l’ultima perché sa che ogni volta potrebbe essere l’ultima. Quando raggiunge l’orgasmo geme sommessa per paura di essere sentita dalla madre e stringe le mani sulle mie spalle. Io, nel frattempo, guardo le pale del ventilatore girare lente. È uno di quelli con le pale fatte di corde intrecciate, di quelli con i buchini tra le corde intrecciate. Conto i buchini seguendo le pale mentre la figlia della padrona di casa fa l’amore con me. Spesso, mentre li sto contando, compare tra essi il volto del mio fantasma. I nostri corpi danzano nell’acqua di un letto sfatto e bagnato, in una piccola stanza affacciata sulle acque nere del porto di Bombay e io vedo, tra le pale di un ventilatore che girano, il volto del mio fantasma.

Sei mesi che sono qui e il mio fantasma non mi ha mai abbandonato. Compare lì, tra le pale, si fa largo in mezzo alla folla dei mercati e sbuca dietro una bancarella che vende verdure, si insinua tra gli odori delle grandi vie del centro, galleggia sulle acque nere del porto. Non mi lascia mai.

Sei mesi che sono qui, altri due e dovrò lasciare la città. Non avrò abbastanza soldi per tornare da dove sono venuto e partirò di nuovo diventando il fantasma della figlia della padrona di casa. Il mio, di fantasma, troverà sicuramente spazio nella borsa quasi vuota che mi porto dietro e comparirà ovunque andrò. Sul ghiaccio della Siberia o tra le foglie della giungla, per le vie di Pordenone o nell’alba di Buenos Aires.

Ovunque

Andrò.

Sai Mimì che la paura è una cicatrice che sigilla anche l’anima più dura

Balle, nemmeno la paura rimargina la ferita, né possono farlo la lontananza, l’ignoto, il diverso, i sapori nuovi e l’acqua nera. Non possono nulla per una semplice ragione: non sono né ago né filo. E ago e filo non li vendono, a Milano come a Bombay.

 

Postato da: markelouffenwanken a 09:33 | link | commenti (9)

29/10/2004
IMMERSIONE SENZA BOMBOLE NELLA DESOLAZIONE

di Marco Rovelli      

 

(Giorni fa abbiamo inaugurato con Lorenzo Galbiati “Palcosceno”, la rubrica di critica teatrale. Da adesso abbiamo anche quella di critica televisiva. La chiamo col bellissimo titolo di questo pezzo. Di Marco Rovelli a.k.a. Alderano – primo dei miei link. Poeta e cantante del gruppo “Les anarchistes”, vincitore del Premio Ciampi. Non guardando quasi mai la tivu ci pare logico – a lui e a me – che debba occuparsi proprio lui di televisione. Siamo grosso modo nello spirito delle “prerecensioni”. Buona lettura. M.U.)

 

‘Su Hitler non mi viene in mente niente’ scrive Karl Kraus nella Terza notte di Valpurga. Niente. Il limite è stato raggiunto. (Nemmeno Kraus, con la sua potenza linguistica capace di immensi aforismi e di sublime satira, può dire più nulla). Non è solo questione di morale (anzi, la morale non c’entra per nulla). Il fatto è che nessuna parola può essere rovesciata, là dove vige il rovesciamento integrale. Dove regna il falso – dove esso è il fondamento – nessuna parola può essere vera. Dopo Hitler niente può più venire in mente. Guy Debord lo sa, e parla in questa desolazione – in questa wasteland.

Unreal city, / Under, the brown fog of a winter dawn, / A crowd flowed over London Bridge, so many, / I had not thought death had undone so many.

Questi uomini cantati da Eliot - uomini infernali della città irreale, disfatti dalla morte - sono incapaci di parlare, espropriati della loro essenza spirituale: del loro linguaggio, della capacità di vivere nel linguaggio. Hollow men, uomini vuoti – vuoti perché non possono più darsi vita nel linguaggio creatore.

“«Do / You know nothing? Do you see nothing? Do you remember / Nothing?»”

Quello che viene in mente, è il vuoto. Gli uomini svuotati dallo Spettacolo – sformati dall’informazione (che peraltro fa il suo mestiere: mette-in-forma – e la forma è vuota). Homines viatori, in un esilio che attende il ritorno alla Patria Celeste – che si mostra nell’icona televisiva. Solo lì, è il vero. Il resto è solo degradazione, e ha realtà solo nella misura in cui partecipa dell’essere vero che lì si mostra.

Lo Spettacolo – Debord non si stanca di dirlo – non va identificato, come troppo spesso si fa, con i mass-media, o con la tv: esso è il sistema sociale globale.  Ma la tv è pur sempre la sua icona, il canale dove esso si mostra: mostra la sua essenza realissima. E il reale dello Spettacolo, appunto, è il falso.

Se Blob rimane la trasmissione più efficace, è perché in esso si mostra compiutamente la degradazione e il rovesciamento del linguaggio nello spettacolo. L’impossibilità di dire il vero. E non a caso il vero inventore di Blob è proprio Debord, con i suoi film. Blob è immortale, perché immortale è lo Spettacolo.

Blob – che è l’unico programma che io segua quando posso – è davvero una profondissima Immersione Senza Bombole Nella Desolazione.

“«Are you alive, or not? Is there nothing in your head?»”

 

Postato da: markelouffenwanken a 00:07 | link | commenti (30)

28/10/2004
FUORI ONDA

"La televisione, tutta questa roba, sono degli abbruttitoi, e talmente inferiori... Quotidiani e mensili, tutto... E talmente schiaccianti che neppure le menti più solide resistono... Ne saranno abbrutiti fin da piccoli... Alcool, auto, televisione, il giornale, il settimanale... E l'aria che respirano..."

(Céline)

Postato da: markelouffenwanken a 18:30 | link | commenti (7)

27/10/2004
MANUALETTO

di Andrea Barbieri
 
(Qui, tra noi, c'è un sabotatore. Uno che nei post scrive "39", "40", "41". Un grande. Iniziali G.B. E' pure un amico, tra l'altro. Vatti a fidare... Bene, per saperne di più andate al pezzo "Povero chi?" di Elio Paoloni, postato lunedì 25. In pratica questo pezzo di Andrea "Titonco" Barbieri nasce come commento - molto forte- al suddetto pezzo di Paoloni. L'idea è di G&B. Ho deciso di metterla in pratica, oltretutto senza l' autorizzazione dell'autore. A questo punto potete, se volete, continuare la discussione su "Povero chi?" o da qua, da questo comment "promosso" a pezzo. Come preferite. Un miracolo che succede solo su Markelo Uffenwanken, naturalmente.M.U.)

Come ci si muove se si tifa per le tesi della destra quando davanti si ha gente che tifa per le tesi della sinistra? Ci sono due regole fondamentali per trasformare i sinistrorsi in sinistrati: la svisatura e lo smerdamento. Le analizzerò sinteticamente usando come esempio i post di Elio.

Svisare
Se oggi sei di destra i fatti sono tuoi nemici, quindi vanno combattuti. Non è semplice ma nemmeno difficile, i fatti hanno un punto debole: occorre che qualcuno li percepisca. E allora che si fa?
1. Si tolgono dal campo visivo negandoli o calciandoli elegantemente fuori;
2. Si oppongono ad altri fatti di senso contrario che come un metaforico chiodo scaccia chiodo li “cancellano”.
In genere quelli di sinistra non sono troppo vigili e uniti nell’opporsi a queste tecniche, e soprattutto il loro tallone d’Achille è che non sono abbastanza aggressivi, così dài e dài i fatti diventano sfatti.
Torniamo a Elio e alla sua concezione dello sciopero. Scrive:

"la faccenda dello sciopero a me pare di un nitore assoluto: io faccio mancare la forza lavoro e ti blocco la produzione (o il servizio). Tu perdi commesse, non ammortizzi gli impianti e paghi interessi sulle materie prime acquistate. Hai quindi tre strade: vieni incontro alle mie richieste, ingaggi crumiri o ricorri alla serrata."

Queste quattro righe sono un capolavoro retorico di garbo persuasivo, al quale Elio ritiene di aggiungere l’autorità della sua documentazione (ha letto molti libri degli Editori Riuniti), ma rifilano al pubblico una festosa “inculata”, infatti sostituiscono il vigente contenuto del diritto di sciopero (definito da norme e giurisprudenza) con un’interpretazione iper-restrittiva chiamata tecnicamente “sciopero contrattuale”. Vediamo bene quale fatto Elio scaglia fuori campo per sostituirlo con la sua mitopoietica di destra. Lo sciopero contrattuale era vietato sotto il regime corporativo fascista, poi con la costituzione diventa l’unica forma legittima. Dal ’63 la Corte Costituzionale chiude con questa interpretazione restrittiva riconoscendo che il datore di lavoro è il soggetto passivo ma non necessariamente il destinatario della pretesa fatta valere con l’astensione. E’ una grande conquista di civiltà, i lavoratori possono finalmente scioperare per ottenere provvedimenti dal governo che direttamente incidono sui loro interessi economici. Possono incrociare le braccia per ottenere provvedimenti sulla sicurezza, sulla stabilità dei prezzi, sull’abitazione, per la formazione, per gli ammortizzatori sociali, per la pensione ecc. La Corte Costituzionale ha riconosciuto tutelabili questi fini che non sono semplicemente politici ma di imposizione economico-politica. Per Elio questa fenomenologia di scioperi non esiste (quindi usa lo strumento della negazione), per lui al di fuori della rivendicazione contrattuale tutto è “improprio”. Non esiste per lui, ma esiste nella realtà ed è fondamentale.
FAQ
Queste informazioni dove si possono trovare, bisogna leggere tutto il catalogo degli Editori Riuniti?
Assolutamente no, questo lo sanno tutti i ventiduenni che hanno preso in mano un volume di diritto sindacale e hanno speso dieci minuti per leggere tre-quattro pagine sugli scopi dello sciopero.

Se non si fossero rafforzate le organizzazioni sindacali in quegli anni si sarebbe rimasti fermi allo sciopero contrattuale?
Sì, e bisogna fare attenzione a non tornare indietro.

Smerdare
Rincorrere i fatti con un velo non è sufficiente, bisogna colpire anche sotto la cintura. Bisogna usare l’argomento ad personam, anzi di più, smerdare l’avversario, ridicolizzarlo non per comportamenti concreti ma per la luce che gli si prepara intorno. Allora sotto con le lampade!
Scrive Elio:

“ [Andrea] tu sei troppo giovane, forse, o troppo girotondino o troppo figlio di papà”

Di passaggio notiamo una finezza: lo smerdamento mio contiene, come una matrioska, lo smerdamento del movimento dei girotondi. La classe non è acqua.

Cosa rispondere, lo smerdamento è fine a se stesso, non serve a niente dire che non sono girotondino (Elio, non esistono nemmeno più ), che ho 36 anni, che da quando ne avevo 18 ho visto mio padre una volte, che lavoro senza raccomandazione. Lo smerdamento, in sinergia con la svisatura, deve lasciare una persona di sinistra, veramente di sinistra e progressista, in stato catatonico, mica è una biografia critica.

Conclusione

Domani in edicola troveremo il solito coro dei commentatori filogovernativi. Troveremo le solite sette tv nazionali governative che faticosamente ma efficacemente tengono a bada i giornalisti indipendenti. Troveremo Ferrara, Brunetta, Panebianco, Veneziani, Feltri e quello con la faccia da golpista sudamericano che mi scordo sempre il nome.
































Postato da: markelouffenwanken a 19:59 | link | commenti (35)

LA POESIA FEMMINILE, LA POESIA MASCHILE...

Appena postato, da me, su Nazione Indiana:

"Non sapevo che esistesse la "poesia femminile". Pensavo che esistesse la poesia e basta. Non si finisce mai d'imparare. Grazie".

Già. Ma non è come se si parlasse di "thriller femminile"? O di "romanzo epistolare femminile"? Invece, per esempio, è pieno di thriller (in lingua inglese, per lo più) scritti da donne; e vengono chiamati semplicemente thriller. C'è qualcosa che mi sfugge...  

Postato da: markelouffenwanken a 16:08 | link | commenti (59)

IL GIOCO SOMMA A ZERO

di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccovi un Ferrazzi "chirurgico". Il gioco somma a zero. Niente roulette, signori. O almeno non soltanto. E' il gioco pieno della vita. M.U.)

 

Ho sentito al telegiornale un fatto di cronaca nera. A Turate, a metà strada fra Milano e Como, madre e figlio convincono un dipendente a far fuori il rispettivo marito e padre. Addirittura procurano la pistola.

Ho provato stupore, orrore, riprovazione per circa dieci secondi. Poi, in modo automatico, è arrivato il ripensamento: “Chissà cosa succedeva in quella famiglia ! Chissà quante ne aveva fatte quell’uomo per spingere moglie e figlio all’assassinio !” E infine, in modo molto meno automatico, anzi, con un certo sforzo, mi sono detto: “Ma che ne so io che la vittima fosse più detestabile degli assassini ? Da dove viene il pregiudizio per cui, più un delitto è efferato, più sono portato a pensare che la vittima se la sia voluta ?”

Sono arrivato a concludere che il pregiudizio nasce, in ultima analisi, dalla suggestione del “gioco a somma zero”.

Quando si lancia una moneta o esce testa o esce croce. Testa vince, croce perde. La somma è zero.

Pinco Pallino vince alla lotteria e intasca i soldi di tutti quelli che hanno perso. Salvo il prelievo fiscale, il gioco è a somma zero.

Quando Tizio uccide Caio, sono portato a pensare che il fatto sia circoscritto e la ragione stia tutta da una parte o dall’altra.

Ma il gioco a somma zero è una semplificazione con la quale guardiamo alla realtà, ed è un’applicazione del “principio antropico”. Per esempio: la pioggia è un fatto oggettivo, ma siamo noi a dire “piove” oppure “non piove”. Il tempo meteorologico è una funzione di migliaia di variabili che interagiscono, in parte seguendo leggi fisiche, in parte in modo casuale, in parte in modo caotico, e non può essere ridotto al dilemma piove-non piove. Il fatto che piova o non piova è solo uno dei mille fenomeni possibili e siamo noi a vedere i movimenti delle masse d’aria in funzione del piove-non piove.

Ma allora che senso ha almanaccare sulle (presunte) colpe della vittima di un omicidio più o meno disumano ? E soprattutto perché applico un modello rozzo come il gioco a somma zero a qualcosa di tremendamente complesso come un omicidio ?

Suppongo che la risposta sia: perché l’omicidio è un fatto del quale, in piena applicazione del principio antropico, voglio darmi conto non solo in termini di verità (chi è stato ?), ma anche di giustizia (ha fatto male o bene ?). Cioè: suppongo che esista una “giustizia di natura” o un “imperativo categorico” che vale per tutti allo stesso modo.

Eppure, gli omicidi in famiglia sono antichi come il mondo e sono stati giudicati in modi molto diversi. Ci sono state condanne a morte, all’ergastolo, ai lavori forzati, al manicomio criminale, ecc. Ma Dio non punì Caino, anzi proibì agli uomini di fargli del male. Romolo uccise il fratello e non solo non fu punito, ma diventò re. La dea Atena intervenne nell’Areopago per votare a favore del matricida Oreste. Scendendo dalla mitologia alla cronaca, pochi anni fa un giovane di nome Carretta sterminò la famiglia e si rese latitante. Quando fu catturato venne giudicato infermo di mente (nei giudici non può non aver pesato la convinzione che per commettere un delitto così atroce bisogna essere fuori di testa). Ricoverato in ospedale psichiatrico, in pochi anni fu ritenuto guarito. Oggi vive in stato di semilibertà, ho letto che vuole sposarsi e il tribunale gli ha assegnato l’eredità dei genitori che ha assassinato.

Più penso a tutto questo e meno salde diventano le mie convinzioni. Può darsi che esistano gli imperativi categorici, ma il carattere formale della legge è sistematicamente messo in crisi dalla realtà.

Finché qualcuno non mi darà una interpretazione migliore, devo accontentarmi di definire i reati come atti che la società punisce nella misura in cui ritiene pericoloso non farlo. Ma quando applico questo criterio alla realtà mi vedo costretto a diventare ancora più formale: se è pericoloso lasciare impunito un omicidio come quello di Turate, le colpe della vittima (posto che esistano) non dovrebbero neanche essere prese in considerazione.

Postato da: markelouffenwanken a 13:05 | link | commenti (5)

26/10/2004
NOTTE

di Errosa

 

(Eccovi una poesia in esclusiva di Errosa. Il suo blog s'intitola "Fanculizzazione omoepatica". Bellissimo titolo. Ci vuole proprio, una bella fanculizzazione omeopatica: d'altra parte è cosa nota che  un vaffanculo al giorno leva il medico di torno. Per altre cose - in poesia e prosa - di Errosa (evvai con la rima!), andate su Kinglear dell'amico Iannozzi. Vi raccomando soprattutto la poesia dal titolo"Io". Buonanotte, intanto. M.U.)

 

Io, di questa Notte, ho paura.

Mi pare uno specchio senza riflesso.

E’ una caviglia slogata nella mia mente,

una mano in mezzo al petto che rallenta l’indugio.

 

Rincorro luci e farfalle nel sopir delle ore,

senza reti l’inseguo,

mentre tra le mani si sbriciolano le voci di ieri

di eco in eco

di stornelli in stornelli.

 

Di questa Notte ho paura.

Emerge, spavalda, alle spalle delle mie espressioni,

con un bacio in punta di spazio

mi strappa voce e sollievo.

 

Vacillo a piedi nudi tra i soffi delle ombre,

tra i colori delle farfalle mi nascondo,

e non fermo l’indugio che mi rantola addosso.

 

Eppure del Giorno non sento nostalgia.

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 20:45 | link | commenti (5)

LETTERATURA D'EVASIONE

"Avete letto Il martirio dell'obeso? No, non credo, Beraud si è logorato, passato di moda, passato di mondo. E' la letteratura di papà! Sono un mucchio le glorie di anteguerra (la provvisoriamente ultima) che sono scomparse. Tranne Céline che sale, che sale, e che non finirà mai di arrampicarsi perchè lui ha fatto qualcosa di meglio che scrivere libri: ha inventato il grido letterario. Gli altri? Giradoux, Gide, e già Cocteau, e fra poco Mauriac, e quasi Claudel, passati, superati, agli archivi! Li mettono a covare nei limbi. Un giorno, più tardi, forse torneranno a galla; ma non è sicuro. Dipenderà da un sacco di fattori e dal loro modo di suonare. La letteratura è un'onda che cambia colore, velocità, portata, a seconda della geografia del tempo. Ci sono scrittori di guerra, scrittori di pace, scrittori di peti (come me) e filosofi. I filosofi vengono perpetuati in facoltà, ma gli onesti tessitori di frasi, gli scrupolosi pisciatori di copie, non ci si immagina quanto la morte sia loro fatale. Contemporaneamente alle loro gloriose spoglie, si seppellisce anche la loro opera. Anche i loro versi hanno i vermi."

(Frédéric Dard, Berù e quelle signore - 90a inchiesta del Commissario Sanantonio della Polizia Parigina)

Postato da: markelouffenwanken a 18:50 | link | commenti (4)

AL MOULIN ROUGE CON TOULOUSE-LAUTREC

di Lorenzo Galbiati

(Poteva mancare su Uffenwanken la critica teatrale? Ovviamente no. Noi, qui, non ci facciamo mancare niente. A inaugurare la rubrica “Palcosceno” – scusate per il nome, è il primo che mi è venuto in mente e non ho voglia di cercarne di più originali, magari pensateci gentilmente voi – è il baldo Lorenzo Galbiati. Buon divertimento. M.U.)

 

“Carlo Delle Piane? È un grande attore", dichiara convinto un mio amico. Ma sì, mi dico, andiamo a teatro a vederlo interpretare Henri de Toulouse-Lautrec! E così prenoto due posti al Manzoni per sabato 16 ottobre, lo spettacolo si intitola “Al Moulin Rouge con Toulouse-Lautrec”. La ragazza che ha la sfiga di ricevere il mio invito, e lo spirito di sacrificio necessario per accettarlo, si chiama Dagmar, ed è una mia cara amica.

 

Perché ‘la sfiga’? Beh, secondo voi promette bene che Lautrec, pittore morto a 37 anni, sia impersonato da Carlo Delle Piane, che di anni ne ha 68 ma ne dimostra 80? No, vero? Ma io tiro dritto e arrivo al Manzoni. E qui trovo il simbolo del biscione ben visibile su ogni porta del teatro, a voi non porta sfiga? A me sì. Eppure entro lo stesso e vado a ritirare i biglietti. Perché tanto accanimento? Perché sono un appassionato di Lautrec, cazzo, e spero di trovare nello spettacolo almeno uno spunto, una riflessione, una scena che mi conduca nella Parigi della Belle Époque che vive nei suoi quadri. Quei quadri che ho ammirato l'estate scorsa nel Museo Toulouse-Lautrec di Albi, la sua città natale.

 

Ed eccoci a prendere posto in platea. Mi rendo subito conto di non aver nulla in comune con il pubblico attempato e benestante che vedo intorno a me. Ma resto fiducioso. Almeno finché Dagmar non mi chiede, indicandomi il depliant: “hai visto chi ringraziano per la collaborazione?” “No, chi?” “Emilio Fede.” E qui crollo. D’accordo, prepariamoci al peggio.

 

E il peggio arriva, puntuale. Mi accorgo subito di assistere a uno spettacolo di varietà con sei giovani ballerine, una cantante con il fisico di Luciana Turina e un attore protagonista che non conosco (Antonio Conte) nel ruolo di Aristide Bruant, cantante e assiduo frequentatore del Moulin Rouge. Coprotagonista Milvia Marigliano (la ballerina Lily). Ah già, c’è anche un vecchio stanco e lamentoso, una sorta di alieno che si aggira sempre negli angoli del palcoscenico…

Quale sia il tema conduttore dello spettacolo lo si capisce subito: la ricerca della purezza. Siamo al Moulin Rouge, no? E che ci fa lì il giovane, pardon, il vecchio Henri? Lo spiega Bruant: “soddisfa il suo piacere… ma che avete capito? Intendevo dire la pittura! Per lui non ci sono prostitute ma solo modelle.” Eh già. La ricerca della purezza è la ragione di vita di Lautrec, persona nobile d’animo e di famiglia. E questa ricerca l’ha condotto nelle maisons closes e al Moulin Rouge a ritrarre le modelle, “sono tanto innocenti!”. Dev’essere così che ha preso la sifilide. Dipingere è un lavoro pericoloso.

Il pubblico assiste in silenzio, serio, e applaude a ogni balletto. Io e Dagmar, invece, cominciamo a farci prendere da un riso isterico che a stento reprimiamo.

Il secondo tempo si apre all’insegna di un’estetica decadente. Aristide Bruant racconta le sue esperienze mistico-sessuali, il linguaggio si fa filosofeggiante e Lautrec-Delle-Piane dà sfogo alla sua invidia: “tu sì che sai vivere!” Aristide non si fa pregare: “se vivere vuol dire bere, mangiare, fumare e fottere, allora sì!” Si passa poi a un’estetica esistenzialista quando la ballerina Lily confessa con malinconia a Lautrec-Delle-Piane di voler lasciare il Moulin Rouge per iniziare una nuova vita. In una scena di alto valore drammatico, il Nostro le risponde svelando il suo più recondito timore: “anch’io voglio andarmene prima di diventare una vecchia baldracca!”

Toccato il suo apice artistico, lo spettacolo non può che sfumare mestamente verso un finale senza sussulti.

Ecco, cala il sipario. Dio sia lodato.

Ma non è ancora finita. Dal palco Carlo Delle Piane saluta, ringrazia e dice che è sua abitudine far quattro chiacchere con il pubblico. Una vocina mi ricorda che non c’è mai fine al peggio. E infatti il grande attore ha una trovata geniale: presenta le ballerine, una ad una, chiedendo anni e peso. Tranne alla cantante, a lei chiede solo il peso. Il pubblico è estasiato: “Brave, brave!” Io mi limito a pensare: belle son belle, le avrà selezionate Emilio Fede?

Fine della presentazione. E ora che dirà? Sono presto esaudito: "sapete cosa ha fatto la Roma? Come? Ha vinto! Bene, bene... e il vostro Milan? La vostra Inter? Ah, giocano domani. Certo." Non reggo più, voglio uscire! Mi guardo intorno: per muoverci dovremmo far alzare almeno una decina di persone. Cazzo! Che stia per cogliermi il primo attacco epilettico della mia vita?

E Delle Piane continua, è scatenato: “noi ora andiamo a cena, volete venire anche voi?”

Ma che ho fatto di male io? Quanto vorrei ci fosse in un angolo del teatro un omettino brutto e zoppo, con le labbra tanto carnose da sembrare gonfie e con lo sguardo sornione di chi riesce a vedere e a dipingere la vacuità dello spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi…

Postato da: markelouffenwanken a 13:05 | link | commenti (15)

25/10/2004
LAMENTAZIONI

Su Nazione Indiana lo scrittore Nicola Lagioia si lamenta con fierezza d'intellettuale raffinatissimo. Pare abbia scritto un capolavoro (Occidente per principianti, Einaudi); almeno questo è quanto afferma l'ottimo Tiziano Scarpa. Non ho letto il libro, nè quello precedente del Lagioia, quindi non posso esprimere giudizi. Ma a seguire il discorso dei due scrittori, ora, in Italia, il mondo della critica è morto e sepolto. I critici sono morti. Lagioia, da D'Orrico, è stato soltanto segnalato sul Corriere della Sera Magazine. E cosa cazzo dovrebbero dire gli scrittori con le contropalle che hanno avuto la prima recensione (ottima, a dire il vero, come anche le altre - poche - che sono seguite) cinque mesi dopo l'uscita del loro libro? Io un esempio da fare ce l'avrei. Ma non lo faccio. Non mi piace lamentarmi. Ritenterò e sarò più fortunato. Io sono un duro.

Postato da: markelouffenwanken a 21:46 | link | commenti (9)

CINISMO PSICHIATRICO

(Scusate. Sono tappato in casa, preinfluenzato. Ho preso lo Zerinol. Credo che contenga sostanze allucinogene. Come le Camel l'oppio. Non dovrei fumare, a proposito, ma a droga ho aggiunto droga. Sono più fuori del solito. E allora sono preventimente scusato per questo fulgido aforisma- Uffenwanken hergestellt- che vi propino, vero?...)

 

 

Durante una seduta di elettrochoc svanisce d’un lampo tutta la malinconia…

Postato da: markelouffenwanken a 16:32 | link | commenti (8)

POVERO A CHI?

di Elio Paoloni

(Eccovi il ritorno sulle scene uffenwankiane di Paoloni. Con la pubblicazione - per voi gentile pubblico ovviamente internettico di questa blogzine- di un botta e risposta già apparso sulle pagine di "Stilos"; Elio risponde a un pezzo dello scrittore napoletano Erri De Luca che pubblico ovviamente all'inizio, in corsivo e tra parentesi. Buona lettura. M.U.)

 

(Non è un codice, non è una divisa da indossare, né la disciplina di un ordine: la legalità è un sentimento. Combina rispetto e timore, misura il grado di lealtà di una comunità. E’ diffuso tra i poveri perché sanno che nessuna trasgressione è loro condonata. Sanno che le prigioni sono piene di loro. Più si sale di ceto, più si dirada la legalità. I ricchi la intendono come un ostacolo ad arricchirsi di più, gli imprenditori come un freno all’espansione. Una dose di illegalità viene ammessa - fa parte anzi dell’abilità nel destreggiarsi - presso i ceti elevati. E’ anche segno di potere o di potenza mostrarsi intoccabili, esibire il proprio stato di eccezione alla regola. Offrire cocaina ai propri ospiti, vendere esami, titoli di studio, un posto di lavoro, estorcere in cambio favori sessuali: non è blanda illegalità, è la criminalità contagiosa che conta sul proprio potere e sull’inferiorità della controparte.

Per attecchire, il sentimento di legalità ha bisogno di essere impersonato da chi governa. Un presidente che mentisce incoraggia falsificazioni.

Il nostro Paese ha eletto a capo di governo con largo e convincente margine il suo cittadino più ricco. Ma già prima di questa specialità, il Parlamento aveva nominato alla presidenza della repubblica un governatore della Banca d’Italia. E il più autorevole rappresentante dell’opposizione è un professore di economia. Queste coincidenze dichiarano il nostro Paese devoto al primato del reddito. L’Italia è terra di idiolatria dell’economia. L’arricchimento è il valore, perciò sceglie di farsi guidare da esperti di fortune proprie e di monete altrui. Stando così le cose, la prima legge, la più urgente è stata quella che toglieva carico penale a chi falsificava i conti di un bilancio di azienda. Dentro questa febbre dell’oro il sentimento di legalità sbiadisce. E’ virtù dei poveri ai quali spetta di rappresentare tutto il repertorio scaduto dei valori. La moderazione: se una fabbrica, un’azienda chiude, le reazioni devono essere educate. Se invece le maestranze si comportano come i tranvieri di Milano o come il personale dell’Alitalia, blocchi totali e a oltranza, questo è sabotaggio, illegalità, estremismo.

Sono gradite reazioni rassegnate, un mite volantino distribuito alla serata inaugurale della stagione lirica alla Scala. E’ gradito l’abbandono di anziani durante il periodo estivo, perché possano serenamente spegnersi in rovente solitudine e alleggerire il debito dell’ente che eroga pensioni. E’ gradito l’illecito per poterlo condonare con un’ammenda amichevole che fa risparmiare il furbo e beffa gli altri. E’ gradito parlare di missione di pace dove più infuriano i bollettini di guerra. E’ gradita la vittoria sportiva anche se le gare non sono regolari, dal calcio in giù.

Per contro è utile fare squillare con allarme la notizia di cronaca che riporta la rapina, l’omicidio passionale o no, il furto: per rassicurare che quella è l’illegalità. Una vetrina infranta in una manifestazione diventa la drammatica notizia principale: il luccicante vetro dietro il quale si offre nostra signora merce è stato profanato dai barbari. Si gonfiano casi di illegalità minore o insignificante, restano al riparo le frodi insolenti purché di ceto rispettabile. L’amnistia chiesta dal Papa per il giubileo è stata rifiutata da un Parlamento che condona e assolve la criminalità economica di alto bordo.

Napoli è stata sede storica di contrabbando di sigarette, traffico ora molto meno redditizio. Motoscafi raggiungevano le navi al largo, caricavano casse, approdavano lungo la costa. Il pacchetto al cliente costava molto meno. Perché lo Stato con la sua imposizione di monopolio caricava tasse fino al doppio del costo. Rendeva così il contrabbando redditizio e speculava sul vizio del fumo. Il monopolio era più losco del contrabbando.

La legalità a Napoli è stata a lungo sospesa. Se un marinaio della Sesta Flotta degli Stati Uniti d’America, di stanza fissa nel Golfo, commetteva un reato, anche un delitto, sbarcando a terra in libera uscita, veniva giudicato dalla magistratura americana. Succede ancora così: i guardiani del carcere di Baghdad, accusati di torture e omicidi di prigionieri, vengono giudicati da corti americane. In questa frazione di tempo del mondo, la legalità è sospesa.

E’ allora certo illegale accendere fuochi per bruciare cumuli di rifiuti non ritirati, ma bisogna pur dare precedenza alla salute e provare un’estrema misura d’igiene. Napoli è stata offesa dalla più sfrontata e continuata illegalità pubblica, un diserbante che ha bruciato ogni verdura di legalità civile. Qui la legalità ha coinciso con l’eroismo. Quella piazza dei Martiri, dedicata ai caduti per una libertà spesso provvisoria, andrebbe ingrandita e intitolata ai martiri dell’illegalità, i napoletani.

Erri De Luca.)

 

Povero a chi?

Erri De Luca considera con disgusto l’idolatria che gli italiani dimostrano per l’arricchimento. Gli italiani non scriventi, s’intende, che lo scrittore italico tende monoteisticamente al pauperismo. Io i ricchi li stimo: le qualità per diventare – e restare – ricchi sono così lontane dal mio bagaglio di attitudini che guardo gli abbienti con curiosità e ammirazione, come si guardano i felini in un parco naturale. “Se non si nasce miliardari si è spacciati per sempre – considerava Carmelo Bene - Fossi stato il miliardario Schopenauer non avrei certo scritto Il mondo come volontà e rappresentazione. Me ne sarei ben guardato: non si nasce per lavorare, spiegarsi, pensare”. C. B. pensava al ricco di nascita, dato che chi ricco ha da diventare condivide lo spietato destino degli altri: “ci si deve piegare al quotidiano, procurare gli stimoli al progetto; invece di s-progettare, si è dannati al disegno”.

Ma il discorso di De Luca verteva sulla questione legalità, sull’impudenza e sul compiacimento che i ceti abbienti dimostrano nell’esibire intoccabilità.

Il nostro Paese, “devoto al primato del reddito”, elegge capo del governo il suo cittadino più ricco, mentre alla Presidenza abbiamo l’ex Governatore della Banca d’Italia e all’opposizione un professore di Economia. Ne deriva, osserva De Luca, che la prima legge a venir fuori è quella della depenalizzazione del falso in bilancio. E già mi sembra il caso di obiettare: quella norma inguaiava solo i piccoli imprenditori. Le norme restanti sono più che sufficienti per inchiodare i veri truffatori, i grandi bancarottieri. Si vadano a spulciare i capi d’accusa dell’uomo Parmalat: ce n’è per quaranta ergastoli. Quando il dolo è accertato, di articoli nel codice se ne trovano a iosa. Ma neanch’io sono un tecnico: forse l’osservazione di De Luca è fondata, non è solo il riflesso condizionato di chi presta orecchio ad attacchi politici mascherati.

E ha certamente ragione quando dice che il sentimento della legalità è più diffuso tra i poveri, da sempre più esposti ai rigori della legge. Così come ha ragione quando incolpa lo Stato, che con il monopolio crea il contrabbando. Dubito che abbia ragione quando trova “illegale” che i marinai della Sesta Flotta vengano giudicati dalla magistratura americana. Illegale è ciò che viola le leggi. Quali leggi (o, più opportunamente, quali trattati) vengono infranti da questa procedura?

Quelli che trovo del tutto incongrui, però, al limite del ridicolo involontario, sono gli esempi portati a sostegno della legalità “imposta” ai poveri: De Luca non trova niente di meglio che sbandierare il comportamento dei tranvieri di Milano e del personale dell’Alitalia, a parer suo ingiustamente stigmatizzato.

Forse abbiamo dimenticato che lo sciopero nasce come arma per colpire gli interessi del datore di lavoro. I gloriosi resistenti della tranvieria milanese NON colpiscono il datore di lavoro. I tranvieri prendono in ostaggio i cittadini inermi e chiedono il riscatto alle autorità. Non si tratta soltanto di sabotaggio, illegalità, estremismo, termini che addolorano De Luca. Si tratta di terrorismo. Bloccare città intere, lavoratori che perderanno il loro salario, anziani che vanno a curarsi, questo io lo chiamo terrorismo. Del terrorismo questo andazzo ha un'altra caratteristica: quando si tratta di agitazioni nel settore trasporti basta l’annuncio per far crollare le prenotazioni di viaggio di quei flussi turistici che sarebbero l’unica carta vincente della nostra economia.

E da cosa deriva questo? Dal potere. Il potere, caro de Luca, non ce l’hanno solo i plutocrati, ce l’hanno anche alcune corporazioni. Altre categorie del pubblico impiego non hanno questo potere. Ai sindacati, in vista di alcune trattative, viene quasi richiesto uno sciopero pro-forma, in genere di un solo giorno: la controparte fa così mostra di cedere a un’agitazione e nel frattempo introita le ritenute per sciopero (non a caso, giusto per restare nel tema dell’impudenza e dell’intoccabilità, gli eroici addetti ai trasporti usano adottare il certificato di malattia in comitiva). Altri lavoratori, invece, se davvero volessero fare uno sciopero a oltranza, non potrebbero permetterselo. Perderebbero cifre enormi senza danneggiare il “padrone” (tanto le pratiche restano lì, alla fine verranno evase). Nella Sanità, poi, gli scioperi annunziati sono puramente nominali: per motivi legislativi e tecnici, in un ospedale pochissimi possono scioperare davvero.

Ma veniamo all’Alitalia, il carrozzone che per decenni ci ha dissanguato due volte, succhiando miliardi dai contribuenti e milioni dai viaggiatori. Un ”povero” pilota dell’Alitalia di mia conoscenza, che guadagna, benefit a parte, ventisei milioni al mese (noi amanti della ricchezza continuiamo a esprimerci in lire che quella finale, “oni”, ci riempie la bocca, le orecchie e quasi quasi la pancia) effettua meno di otto voli all’anno (non ci sono refusi nella frase precedente). Lui confessa di vergognarsi quando arriva lo stipendio a casa ma ad altri non bastava sicché fino all’altro ieri hanno continuato a mazziare i passeggeri – e il Paese tutto – con sacrosanti scioperi. E siamo ancora lì a piangere sulle sorti dei poveri lavoratori della compagnia di bandiera. La bandiera del marcio pubblico. Quando la United è fallita i dipendenti si sono tassati per rilevarne le quote e si sono messi a sudare per portarla su. Altri cieli. Da quelle parti sanno bene cosa possa diventare un sindacato e ne usano il nome per definire altro.

Continuando a parlare di illegalità, De Luca ha fatto molti esempi, ma l’ho trovato molto sfumato, troppo prudente, sulle proteste dei monnezzari camorristi e di molti loro concittadini. Teme l’impopolarità? O è davvero convinto che sia giusto tagliare in due l’Italia per far ingoiare ad altri la propria spazzatura? Qui non siamo solo nell’illegalità, siamo nel separatismo (rammentare che il copyright ce l’ha la Sicilia, mica la Padania).

Postato da: markelouffenwanken a 12:05 | link | commenti (46)

DELIRIUM

di Georg Trakl

 

La neve nera che dai tetti cola:

un rosso artiglio t’affonda nella fronte,

nella stanza colano ghiacci azzurri

sono gli specchi morti degli amanti.

In gravi schegge il capo si frantuma

e dietro l’ombra

pensa nello specchio dei ghiacci azzurri

il gelido sorriso

d’una morta sgualdrina.

In odor di garofani

Il vento della sera piange.

 

(Poche note per chi casomai non lo conoscesse: Georg Trakl (1887-1914) salisburghese, studia farmacia, prova a lavorare ma sempre senza successo, non resiste, morso dall’inquietudine fa pratica di droghe. Pubblica le prime poesie mentre è ufficiale sanitario nell’esercito dell’impero in Galizia, dove dovrà assistere una massa di feriti gravi, esperienza che lo colpirà in maniera decisiva tanto è vero che tenterà il suicidio, verrà salvato e poi il colpo fatale gli riuscirà pochissimo tempo dopo in un ospedale psichiatrico di Cracovia per mezzo di una overdose di cocaina. Una vita breve come uno sparo, nella quale ci sarà posto anche per un incesto consumato con l’amatissima sorella Grete, che a sua volta la farà finita poco dopo la morte del fratello. Due raccolte di poesie all’attivo, la seconda pubblicata postuma. Tra simbolismo e primi rauchi vagiti di espressionismo, quella di Trakl è poesia unica, tagliente, delirante. Pieno di ossessioni, mortalmente ferito da sempre, Trakl è stato un poeta rappresentativo della caduta dell’uomo solo e disperato all’interno della generale caduta dell’impero austroungarico. Straniero in patria e in definitiva tra tutti gli uomini, il poeta mette fine a sé stesso per manifesta incapacità di vivere. Anticipa gli espressionisti, è padre artistico di una lunga schiera di poeti tedeschi fino a oggi. Si è parlato di colorismo trakliano per l’uso dei colori in funzione simbolica: il rosso come sofferenza del corpo, come passione, come morte, nell’incupirsi fino al nero; il giallo come perversione e disfacimento; il bianco a dipingere l’ignoto.)

Postato da: markelouffenwanken a 01:19 | link | commenti (5)

DA UNA LETTERA DI OSCAR WILDE

"Penso che morirei più volentieri per qualcosa in cui non credo che per qualcosa che ritengo vero... A volte penso che la vita dell'artista sia un lungo e piacevole suicidio, e non mi dispiace che sia così."

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 00:36 | link | commenti

24/10/2004
LASCIATEME PERDE

di Fabio Viola

Sesta puntata.

 

(Il ritorno di Viola. Incazzato come non mai. Incazzato dal Sol Levante. Con gli europei. Una nuova gustosa puntata del suo nipporeportage plurititolato. Sayonara a tutti. M.U.)

 

Alla fine è successo. Doveva succedere. Ho provato a ritardare il momento fatale, la resa dei conti. ci ho provato, lo giuro. E in effetti fino a ieri avevo resistito anche benino, senza grossi scompensi o crisi. Solo una volta, lunedì scorso, ho avuto un brutto attacco di panico. Mi girava tutto, non riuscivo a respirare, sentivo freddo alle mani e ai piedi, la schiena mi si torceva che manco Michelangelo col Tondo Doni. Poi è passato e sembrava che tutto andasse bene. Non mi girava più la testa, insomma stavo a posto.

Ma ieri, cazzo, ieri non ce l’ho fatta. I nervi hanno ceduto. Stavo passeggiando per Shinsaibashi e mi sono trovato davanti un negozio, appartenente a una catena sparsa per tutto il Giappone chiamata "Book Off". Vendono chiaramente libri (nuovi e usati), ma anche dvd (idem), fumetti (idem) e... cd.

Insomma sono entrato. mezzora dopo ero fuori con 36 cd divisi tra tre bustine di plastica gialle. I commessi salutandomi sorridevano e agitavano le manine. Erano in fila tutti e cinque davanti all’ingresso del negozio e mi guardavano andare via, sgusciando tra la folla della Shoutengai.

Sentite, non è colpa mia se ho la malattia. L’ho contratta in età puberale, e quando ti prende così giovane è cronica, non c’è un cazzo da fare.

E poi, a volerla dire tutta, non è colpa mia nemmeno se questi vendono cd (usati) introvabili in Italia a prezzi che vanno dai 105 ai 750 yen [= tra gli 85 centesimi di euro e i 6 euri - ma ho comprato anche vari cd a prezzo pieno, e cioè 3000 yen circa (= 24 euri)]. E’ evidente che alla dogana mi faranno a pezzi e vorranno infilarmi i lumini per ispezionare ogni mio orifizio. E’ anche evidente che mi costringeranno a pagare tasse su tasse e abuseranno di me e poi mi faranno divorare dai loro cani con le zanne sbavanti e aguzze. E’ ovvio che non capiranno che sono malato e si godranno addosso vedendomi umiliato e offeso. E poi si lanceranno i miei cd a mo’ di frisbee ed essi voleranno attraverso le finestre giù nelle fauci di squali geneticamente modificati e ghiotti di policarbonati. E io griderò a tal punto che mi manderanno in esilio a Oslo per sostituire il buco al museo di Munch. Però!, ‘Sta soluzione potrebbe anche essere appetibile...

Ieri pomeriggio sono stato in cima a un grattacielo molto bello. La Umeda Sky Tower (mi pare 170 metri, poco più o poco meno). Si gode di una vista mozzafiato su Osaka e una volta raggiunto l’ultimo piano si può accedere a una specie di terrazzo all’aperto proprio sopra il tetto. Da lassù Osaka sembra semplicemente non finire mai. In qualunque direzione si guardi, c’é sempre Osaka. A est, c’è Osaka. A ovest, c’é Osaka. A nord e a sud: Osaka. E non se ne vede la fine. Dove arriva l’occhio arriva anche lei, Osaka. Un ammasso imponente di cemento. Con la foschia che si mischia allo smog (fate poco gli snob, provate a guardare Roma dall’alto... quella là non è poetica nebbiolina: è l’arietta frizzantina che respiriamo, altro che ponentino). Con i treni che sventrano le vie e scavallano i fiumi. Con le macchine che formicolano, con gli omarini che sembrano levitare tra un marciapiede e un incrocio. E’ infinita. Ovviamente la adoro.

Solo che, inspiegabilmente, all’ultimo piano del palazzo c’era una mini-mostra sul Messico. Sorseggiando un caffè organico su delle poltroncine con vista sull’infinito e parlando de "Il segreto" di Virginie Wagon, in sottofondo ci si sciroppava qualche lagna messicana che faceva sembrare Mario Merola Mirwais. O l’uomo dietro la consolle nei dischi di Felix da Housecat. Due coglioni infiniti, più del panorama. El pueblo de qua, el corazon de là, Mexico cha cha cha. Insomma uno strazio. Peccato, con un spettacolo del genere davanti agli occhi (e con quei discorsi) ci sarebbero voluti i Kings of Convenience o i Sodastream. O al limite, anche della banale chill-out. Veramente: meglio Cafe` del Mar di quei polpettoni tarant(ell)ati che annoierebbero pure il pronipote diseredato e storpio di Ernesto De Martino.

E per finirla qua, una constatazione interrogativa e un po’ incazzosa (che novità!):

so bene che oltre a essere alquanto razzista (e ve l’ho dimostrato mi pare), risulto pure un po’ snob e stronzo. Però, avendo notato che qui ogni singola volta (e intendo molte più di tre o quattro) che si incrocia un occidentale in metro, per strada, in un negozio, in fila per entrare da qualche parte, in un ristorante, quello/a ti sorride empatico/a, mi chiedo: ma perché? cosa vogliono? cosa volete voi occidentali? L`occhiolino perché ci ritroviamo in questo paese pazzerello e strambo? Ma chi vi si fila! Sorridetemi quando mi incrociate per Roma, o voi parigini sorridetemi quando gironzolo per i Campi Elisi e a voi rode il culo con tutti ‘sti turisti e quando vi chiedo un’informazione in francese fate finta di non capire e poi mi rovinate l’appetito per una settimana con i vostri pietosi conati in inglese. E i tedeschi? Parliamone! Crucchi belli, che ne dite di fare un bel sorrisone ai turisti italiani che vengono a Monaco per essere trattati come pidocchi o potenziali ladruncoli? Ma certo che no, i sorrisini da simpaticoni e gli occhiolini li facciamo solo in Giappone, perché quaggiù siamo tutti europei e ci sentiamo tanto uniti. Col cazzo! Se poi tu, americano gelatinoso, vuoi infondermi allegria con la tua dentatura ridens, non fare quella faccia delusa quando ti alzo il dito medio. Te la sei cercata. Lasciateme perde.

 

(Le precedenti puntate: prima e seconda mer.29.9. Terza dom.3.10. Quarta dom.10.10. Quinta dom.17.10.)

Postato da: markelouffenwanken a 12:43 | link | commenti (7)

23/10/2004
SALUTI DA SANT'ELENA

"Le sole conquiste che non lasciano nell'animo amarezza sono quelle che si vincono contro l'ignoranza".

(Napoleone)

Postato da: markelouffenwanken a 20:26 | link | commenti (10)

RACCONTO IN TRE SONETTI

di Augusto Foglia

(Ricevo e pubblico questo ardito "racconto in tre sonetti" del poeta Foglia. Buona lettura. M.U.)

1

Ma cos’è questa strana simpatia

che sento nei tuoi “Ciao” ? Li dici piano

e poi stringi più forte la mia mano.

Sono io che mi illudo, o è la spia

di una tua combattuta fantasia ?

Lasciare tutto e andartene lontano,

dovunque, basta che non sia Milano.

Un’altra vita: amore, gelosia,

passione, libertà, sesso e conquista.

Potrei viverla anch’io insieme a te ?

No: vorresti un atleta o un terrorista

o un miliardario in euro, o tutti e tre.

Buona fortuna ! Io darei la vista

pur di amare qualcuno che ami me.

2

Ti ho mandato un messaggio e sto in attesa.

Ma tu non mi rispondi. Questa sera

ti sogno come ti vorrei: sorpresa,

felice, troia, tenera, severa,

e ancora porca. Voglio la tua resa.

Ma poi mi sveglio con l’alzabandiera

e sono solo. La mia mano tesa

tasta il cuscino e trova la spalliera

del letto. Era qui con me il tuo fiato

fino a un minuto fa. C’era un tepore

di tette e cosce sode. L’asta sboccia.

Se penso che stanotte ti ho leccato

capezzoli ombelico e figa, amore...

Annaspo, e poi mi fiondo nella doccia.

3

Ti ho amata nel mio letto e poi ancora

ripensando passioni e fantasie,

la tua assenza, la lingua che assapora

labbra, pelle, sudori e gelosie.

Tu non mi chiami. Tutto va in malora.

Dentro al computer, sulle biancherie,

è stampata memoria imperitura

(e solitaria) delle mie follie.

Passano i giorni, il telefono tace.

Il sentimento è latte ormai scaduto

che cola giù nel cesso e trova pace.

L’amore che scottava come un sole

non l’hai letto, non l’hai riconosciuto:

rimangono soltanto le parole.

Postato da: markelouffenwanken a 13:00 | link | commenti (1)

SENZA TITOLO

Sono a letto con mia moglie, è stata una giornata pesante, quei bastardi m’hanno veramente rotto il cazzo, meno male che adesso la concorrenza è sotto di brutto, la loro striscia quotidiana va a farsi fottere sempre più.

 

Mia moglie, mah, che cazzo, sempre la stessa minestra ripassata, sono troppo stanco, non mi va nemmeno di andare di là e farmi il whiskino, ma vaffanculo, torno in camera da letto, la mia signora dorme, russa persino, sono talmente stanco che non ce la faccio a prendere sonno e domani ho un’altra maledetta riunione  con i capistruttura, spengo la luce e che dio m’assista, sfilano in brutta mostra nella mia testa le immagini della giornata, vivo di immagini, picchio col tubo catodico, io, finita da un pezzo l’era dei manganelli, non lasciamo lividi ma facciamo più male, lo diceva Montanelli, lui criticava la cosa, vaffanculo a lui e al contempo pace all’anima sua, aveva ragione ma questa è la legge della giungla.

 

Un’ombra, mia moglie si sveglia, ha il sonno leggero, un’ombra, l’ombra si avvicina, chi cazzo è? si avventa su di me, un ladro, un assassino, mi tira una coltellata, vedo la luce argentea della lama che risale per il colpo successivo, ora scende, mi prende a un orecchio, la mia signora urla, tenta di ammazzarci, l’assassino, il ladro, il marocchino, lo zingaro, colpisce con un coltello, riesco a schivare i colpi decisivi, mia moglie urla, io pure, è la fine? no, non mollo, questo lo sistemo, io ce l’ho duro, gli tiro un cartone in faccia, è un mingherlino, cade, il bastardo, mia moglie accende la luce, trema, urla.

 

E’ mio figlio! mio figlio! mio figlio! mio figlio!, fa cadere il coltello, ha gli occhi spenti, siamo in un lago di sangue ma siamo vivi, non ricordo nient’altro, mi risveglio all’ospedale, che per carità non si sappia,  che per carità non si sappia, io la tivu la faccio, non voglio essere fottuto dalla tivu, figlio mio assassino ti perdono ma che non si sappia, che la tivu non lo dica, io la tivu la conosco, io la tivu la faccio.

Postato da: markelouffenwanken a 00:16 | link | commenti (13)

22/10/2004
VISTI DA VICINO SONO ANCORA PIU' BRUTTI

di Vins Gallico

 

(Nei commenti al pezzo di qualche giorno fa "Il povero est", si è parlato di neonazismo in Germania. Ora Vins, che in Germania ci vive, approfondisce il discorso. Buona lettura. M.U.)

 

Qualche giorno fa mio padre è venuto a trovarmi a Göttingen, ci siamo fatti un paio di giri qui intorno e lunedì scorso siamo saliti su un treno interregionale per una scarrozzata in Thüringen, Sachsen e Sachsen-Anhalt, ovvero tre Bundesländer che facevano parte della DDR. Il pezzo che segue non sarà un racconto giulivo di un viaggio per le ferrovie teutoniche, né una richiesta di risarcimento spese a Markelo, anche se dato che investigavo anche per conto suo forse qualche euro per il Bratwurst mi toccherebbe...

Il pezzo che segue (come anticipato giorni fa) riguarda la nuova ondata neonazista alle ultime elezioni in Sachsen e Brandeburg. Ebbene posso confermare che, dati alla mano così come a occhio nudo (anche se non ad una superficiale occhiata), si nota un escremento, pardon, lapsus, lo lascio, un incremento della destra estremista. Il Rechtsextremismus è ormai diventato qualcosa di pericolosamente consueto nel quotidiano della ex Germania orientale, e a mio avviso non solo là.

Negli anni novanta la gran parte di questi tizi se ne andavano girando, pelati, brutti, colle spranghe e col bomber, seguendo la moda skinheads, si sbronzavano, menavano un paio di poveri cristi per strada e così via; adesso, da un cinque anni a questa parte si osserva un’inversione di tendenza. Dall’esterno lo scenario nazista è meno visibile, anche se un paio di picchiatori rimangono in giro. Probabilmente l’inversione di marcia è avvenuta nel 2000 dopo l’assassinio a mazzate di due senzatetto a Heringsdorf e a Greifswald.

La destra neonazista attuale da allora ha cominciato a costruire nuove strutture, rafforzare i contatti sociali e ha provato ad avvicinarsi al cittadino. A Verpommern il “fronte d’azione” distribuisce gratuitamente 30 mila copie di un giornale, Der Insel Bote, be’, qualcuno quel giornale se lo leggerà pure e i risultati sono lampanti se si scruta la fondazione di una serie di associazioni, in alcuni casi, con una facciata ecologista, che sulla carta si occupano dei problemi dell’ambiente, in altri casi di cooperative del “vivere meglio”: sono sotto sotto bande di nazisti con un nickname per l’opinione pubblica e per ricevere sovvenzioni statali. Una di queste iniziative “dei cittadini” ha consentito di raccogliere in Ueckermünde 2000 firme (in un paese di 11 mila abitanti) contro la creazione di un centro di sostegno per i richiedenti asilo.

Che ci sia un giro di soldi grosso laggiù è chiaro da tutte le attività intraprese dai neonazi nella ex-DDR, feste di primavera, commemorazioni di militi ignoti, colonie estive, giornalini per ragazzini, tutte forme di grandi sovvenzioni. Quindi da un lato c’è un’economia possente per i finanziamenti, dall’altro c’è una risposta positiva del cittadino. Perché, mi chiedo io? Qualcuno risponde la disoccupazione o il malcontento verso le nuove riforme, i tagli, le pensioni e allora la gente per protesta vota i neonazi. No, ragazz*, non è per protesta, è per convinzione, una convinzione che non tiene in conto la solidarietà, che si basa su criteri nazionalisti, che guarda al proprio gruzzoletto borghese. La propaganda elettorale del DVU (altro partito di estrema destra oltre al NPD) utilizzava fra gli altri questo slogan: Kriminelle Ausländer sofort raus! Ovvero: Fuori e subito i criminali stranieri. Il buon vecchio finto-sinistra Gerhard Schröder in un’intervista al Bild am Sonntag del 1997 recitava: Kriminelle Ausländer müssen raus, und zwar schnell.

Vi assicuro che la differenza filologica fra quel sofort (subito) e quello schnell (rapidamente) è minima. La questione dell’avanzata neonazi dunque non è partitica, è politica. Nel senso più stretto del termine. Riguarda tutti noi e la nostra “città ideale”!

Postato da: markelouffenwanken a 10:42 | link | commenti (18)

21/10/2004
LE RASOIATE SOFFUSE DI DOROTHY PARKER

Dorothy Parker (1893-1967) era una penna vivace. I suoi racconti (scritti dagli anni 20 ai 50) sono carezze che fanno un po’ male, perlopiù sketches o monologhi interiori intervallati qua e là da dialoghi. Spesso, all’inverso, dialoghi intervallati da “lui disse ”,  “ lei disse ”; quasi mai scrive “rispose” o “aggiunse”; mai “concluse”.

Dritta come un fuso, la Parker aveva uno stile forte e chiaro, semplice e diretto; il suo ritmo era quello velocissimo dei primi film sonori.

L’ironia della Parker era qualcosa di quasi impalpabile: cipria che copre col suo velo semitrasparente la delusione, la stupidità umana, l’amarezza di una nostalgia, di un rimpianto, di un disincanto. D.P. era piena di vivacità, mondana e gradevolmente infelice.

I suoi sketches sono rasoiate soffuse. In pochi tratti, con pennellate rapide e sicure dipinge un ambiente, lo ridicolizza senza annientarlo, senza infierire. Lo ritrae in una vignetta che ci fa sorridere senza inutili sarcasmi. Non ama i suoi personaggi, né li odia. Li osserva al centro della sala di un ricevimento, e poi nota che nel grande specchio posto in mezzo alla sala vi è riflessa anche lei, per nulla isolata dagli altri. Non ne rimane sorpresa né sconcertata. Spesso, anzi, si promuove addirittura protagonista dei suoi racconti con nome e cognome, io narrante dall’interno dell’alta società chiacchierona e un po’ debosciata del suo tempo, tra gli Anni Ruggenti e la Grande Depressione. Fa la giornalista di costume, pubblica i suoi racconti sulle riviste in voga, compreso il New Yorker.

Una donna che non ebbe bisogno di romanzarsi, regina delle storie brevi, centometrista della parola, dello stretto giro di frase, serrata, caustica con grazia, ironica con stile, amara senza accuse. In poche pagine di sketch serrato, di cortometraggio su carta, la Parker fa piazza pulita e scova le miserie e le contraddizioni dei suoi personaggi (riccone annoiate, intellettuali meschini e fatui, ragazzotti imbecillotti, coppie scoppiate di buona volontà, navigati pressappochisti) facendoli semplicemente chiacchierare tra loro. La sua nonchalance diventa rasoiata soffusa. Il suo mezzo di scrittura è sempre la matita per gli occhi; ma con la punta appena fatta.

Postato da: markelouffenwanken a 12:34 | link | commenti (11)

TARANTO ROMANICA

 

di Elio Paoloni

 

(Ricevo e pubblico questo pezzo dell'amico Elio pubblicato recentemente sul Corriere del Mezzogiorno. M.U.) 

 

 

   Nell’annosa contrapposizione Lecce-Bari, si tratti di tifoseria calcistica, distinguo tra scrittori salentini e scrittori “genericamente” pugliesi (cioè baresi) o corsa turistico-immobiliare al trullo piuttosto che alla costa gallipolina, sembra essere scomparsa una città, anzi una provincia intera. Di Taranto, nonostante il tentativo di riparazione di Winspeare, che lì ha ambientato il suo Miracolo, ci si ricorda solo quando c’è da additare i veleni del siderurgico o rammentare le malefatte di Cito, il sindaco più impresentabile in società (oltre che il più efficiente, sussurrano in tanti). Anche i provinciali degli altri due capoluoghi avrebbero da lamentarsi ma i tarantini hanno un motivo di lagnanza in più: la loro provincia resta fuori fuoco anche quando si affronta l’argomento principe, quell'esplosione di vini salentini che il più delle volte salentini non sono. Il fatto è che buona parte della provincia magnogreca viene considerata (non a torto, geograficamente parlando) territorio salentino. Ma non lo è. Culturalmente Taranto è somigliantissima a Bari: il porto, la mistica del pesce crudo, la città vecchia intesa come zona malfamata. Anche la parlata, con i suoi scoppi sordi, è molto più vicina a quella barese che alla leccese. Martina Franca, punto di riferimento dei tarantini, è già Puglia nord: il suo barocchetto non ha nulla a che vedere con quello leccese.

   E lo stile dello scrittore tarantino Cosimo Argentina è quanto di più lontano dalla fluidità - dalla inarrestabilità - di scrittori come Livio Romano o Francesco Lanzo. Altro che barocco, qui siamo nel romanico, nella struttura a vista, nel rifiuto meticoloso dell’ornamento. Scabro, tagliente, questo Cuore di cuoio edito da Sironi, (con soli 13 euro avrete diritto, oltre alle 204 pagine, anche a una bellissima copertina di Pintér). Chissà perché, volendo a ogni costo cercare accostamenti, lo scrittore che mi viene in mente è Hemingway. Sarà per i dialoghi secchi, sarà perché i ragazzi di questo quartiere popolare tarantino negli anni '70 inscenano una sorta di parodia del machismo (chi non conosce il dialetto pur essendo di Taranto è considerato ricchione; chi non mangia le cozze crude col limone è ricchione; chi chiude la porta delle docce quando si lava è ricchione), relazionati al mondo solo attraverso lo sport, con le ragazze che vengono solo dopo il pallone e gli amici (un terzo posto onorevole, direi) e portatori di un sovradimensionato quanto inconsueto concetto dell'onore (a volte il giovedì alcuni di noi vengono chiamati per giocare con la prima squadra. Quello è un onore. E' come quando giochi sotto casa e tu fai le squadre: anche quello è un onore).

 

   C'è bisogno di una chiave per dare un senso alle cose. I ragazzini, come gli scrittori, ne vanno in cerca e i quindicenni di Argentina l'hanno trovata nel cuoio del pallone da calcio, l'unico oggetto che può ammorbidire il loro muscolo cardiaco, anch'esso (almeno apparentemente) indurito: perciò non solo si affibbiano alle ragazze i nomi delle squadre di calcio straniere (dall'inevitabile Benfica a Dukla Praga) ma si finisce per intravedere un tiro all'incrocio di Pruzzo perfino nelle macchie sul pavimento. Le guerre d'indipendenza acquistano importanza perché si son fatte contro gli antenati di Prohaska e il tempo è scandito dai calendari di campionati, coppe e tornei, vere feste comandate. Delle feste canoniche si onora un po' la Pasqua, perché  Natale è bello con la neve ma a Taranto la neve non si sa cos'è e poi (se proprio si vuol buttarla sulla religione) a Pasqua c'è il "salto di qualità", che "tutti so' capaci a nascere ma pochi sanno risorgere, soprattutto se per farlo devi spostare 'na cazz' di chianca". Le bombe che attraversano i notiziari non fanno più rumore dell'accostamento del Taranto, nel girone finale di Coppa Italia, a "Milan, Napoli e, udite udite, Juve" e solo alla notizia del rapimento Moro i ragazzi del rione restano sgomenti: ritengono si tratti di Adelio Moro, centrocampista dell'Ascoli.

 

   Il rione Italia Montegranaro è così autoreferenziale che non sembra neanche far parte di un gran porto di mare - anzi di mari - (il mare è là e noi qua, nel quartiere, e 'u pap' ste a Roma: punto e basta") ma Bari resta un punto di riferimento: lì, a nemmeno ottanta chilometri, già si ascoltano Chet Baker e Rolling Stones, "aqquà invece se la fanno con Rosanna Fratello". Certo non ci si sognerebbe mai di imitare la scelta della birra (quelli di Bari si fanno di Peroni) perché la birra Raffo non sarà una gran birra ma è di Taranto (è 'na birra rossoblu). Presto, in ogni caso, le sfere di cuoio si sgonfieranno e il mondo circolare del quartiere sarà rimesso in quadro dalle presenze femminili, coscienziosamente suddivise in dieci categorie.

   Nel libro c'è forse qualche termine dialettale di troppo ma le scelte lessicali sono rigorose, sempre vere, sempre colorite (le chiappe sono come due enormi pagnotte di pane di Laterza). Quando c'è da usare un registro appena più alto, Argentina ricorre a Panzerotto, l'unico personaggio acculturato, e se non è disponibile sulla scena lo fa evocare dall'io narrante, col sarcasmo di chi diffida del linguaggio forbito: "mi viene il bagno quando la gente non parla chiaro… poi IL TEMPO PARLA CHIARO: anno dopo anno diventano tutti come i miei . E' allora che partono l' pird', i rutti, le bestemmie, le chiattone comprano i vestiti nuovi e i mariti arrazzano per le femmine giovani e le chiatte pensano di risolvere tutto facendosi bionde o comprando quelle mutande da pugnetta a due mani".

 

   Bisogna essere grati a Cosimo Argentina: in un paese malato di calcio come il nostro la quantità di romanzi con palla al centro è scandalosamente bassa. Figurarsi che tra i migliori ce n'è uno scritto da un inglese (benché veronese adottivo). Sarà perché da noi chi scrive si è sempre nutrito di libri, snobbando o addirittura demonizzando sia l'attività fisica (muscoli e competitività, che orrore) sia la campanilistica, oppiacea fruizione passiva. Finora ci si era potuti rivolgere solo a uno sport nobile e rigorosamente tifo-esente come la maratona (vedi l'eccellente A perdifiato di Mauro Covacich). Ma qualcosa si muove: di cuoio sono anche i Sogni del titolo di un film uscito in questi giorni e prodotto da una società salentina.

Postato da: markelouffenwanken a 00:20 | link | commenti (4)

20/10/2004
SOSTIENE KRAFFT-EBING...

"La donna ama con tutta l'anima, e l'amore è per lei la vita stessa, mentre per l'uomo è solo il godimento della vita".

(Krafft-Ebing, Psychopathia sexualis

Postato da: markelouffenwanken a 21:24 | link | commenti (4)

KANJI IN TATTOO CONVENTION

di Kanji

 

(Conoscete il mondo dei tatuatori? Sapevate che ci sono delle "tattoo convention"? Siete rimasti fermi alle convention di Publitalia, per caso? Kanji, una del mestiere, ci tatua a pelle di computer questo pezzo, è proprio il caso di dirlo, di costume. M.U.) 

 

E' dalle dieci di mattina che lavoriamo gobbi su pezzi di pelle bipede. Centinaia di visitatori ci alitano sul collo, i giornalisti snocciolano domande scadute e i fotografi ci torchiano gli arti (scrivo al plurale perché ci etichettano come una crew, una tribù suburbana, una specie geneticamente modificata). Danno per scontato che l'imbarazzo non sia il nostro pane e allora via le mutande e fuori chiappe e inguini rasati in uno show cromatico da caleidoscopio. Oggi ho posato, per un magazine europeo, con le trecce rosse appoggiate sulle spalle e le calzette abbassate sugli anfibi, tenendomi alzato il gonnellino scozzese per mostrare il mio back piece (nel senso schiena e culo tatuati!).

Per dieci minuti riesco a leggere tranquilla "Il Manifesto" sotto il mio cappello nero Blues Brothers. Nel frattempo.... il signore più tatuato d'Italia mi passeggia davanti nel suo tanga in pelle da MiSexExpò, in sottofondo suonano le prove di un suonatore di cornamusa, nell'aria odore rustico di piadina e salsiccia alla brace.

C'è anche nonno Hoffmann, presenta il suo libro "Uomini come libri illustrati".

Herr Herbert Hoffmann von Hamburg è un tripudio di h fiatate e ancore sbavate tatuate in vecchio stile. E' la storia del tatuaggio. Proprietario di uno dei primi Tattoo Shop d'Europa, è il tatuatore portuale. Barba bianca, sorriso ammiccante, berretto di flanella blu con visiera cartonata, maglietta a maniche corte e pantaloni in fustagno. Ha ottantacinque anni, tatua da cinquantacinque e appena può fa la manomorta volentieri!

In Convention si tatua fino all'ultimo sangue, ci si esibisce in performance di abilità. Gli amici sono giudici implacabili e noi siamo amici da anni. Abbiamo girovagato in tutta Europa e in qualche pezzo di altri mondi, come una carovana di coriandoli cutanei che ad ogni evento si ricongiungono in un manifesto cangiante.

Fellini ci adorerebbe! Sono esposti qui, un paio di suoi schizzi a tema, insieme ai dipinti di Otto Dix, Bosch, Grosz, Fernand Leger e Keith Haring.

Alla fine dello show aspettiamo l'esito dei contest sotto il palco, che questa volta è un ring. Anche la rivalità è artistica. A volte capita che un occidentale vinca con un pezzo eseguito secondo i crismi dell'antica scuola giapponese, sbaragliando anche i maestri del Sol Levante presenti. Allora ci si complimenta con un inchino e una foto ricordo, che porterà in oriente la faccia attonita dell'occidentale.

Il mio amico maori mi ha onorata salutandomi tradizionalmente. Mi ha preso la nuca con una mano, delicato, ha avvicinato la mia faccia bianca alla sua tatuata. Fronte contro fronte e naso contro naso, premendo un pò. Mi sono emozionata e ho proferito un solo thanx; strizzandomi un occhio mi ha risposto: "Thank you too, this a honour for me".

Io proprio non resisto al cuore tenero di questo circo!

E' finita danzando celtico e bevendo sangrìa.

E' finita.

Anche stanotte, è finita nei piatti del nostro luculliano privée.

C'è un ristorante al di là della strada che ha annusato l'affare e ci tiene le porte spalancate nonostante l'ora. Ululiamo gli ordini, per sovrastare le risate di chi ha già spazzolato il piatto e la lucidità. La sbornia sale veloce tra il caldo della birra e la stanchezza. L'artista californiano vicino a me, un vampiro darkettone imbolsito con l'eye-liner, ride come un pazzo dando manate tatuate di grigio sulle cosce altrui. Spara battute a raffica, passando dall'americano allo spagnolo intercalando in ebraico. Non capiamo un cazzo ma ridiamo lo stesso! Per la sua follia o per la nostra o per il random brindereccio.

Domani, anzi oggi, è già tutto un surreale ricordo iridescente.

"Viva la vida" è la chiave d'accesso. Ma questa, è un'altra tattoo story.

Postato da: markelouffenwanken a 12:11 | link | commenti (3)

IL TRADIMENTO TEDESCO

A seguito del mio pezzullo di domenica “Tremaglia: un surrealista inconsapevole”, è nato un piccolo dibattito nel quale si è parlato – non incidentalmente – di nazismo e fascismo. Io me la sono sbrigata al volo (d’altra parte i blog sono così: spesso, o forse sempre, non si ha il tempo di approfondire). Allora mi è venuta l’idea di sottoporre alla vostra attenzione un testo di venti anni fa nel quale si parla, per più di 400 pagine, del rapporto tra nazisti e fascisti, con particolare riferimento all’ultimissima fase della guerra. Autore de “Il tradimento tedesco”, questo è il titolo del libro edito in Italia nell’83 da Rizzoli, (non so se è stato ristampato in seguito) è Erich Kuby, giornalista e storico tedesco di grande spessore, famoso come “anticonformista in servizio attivo”. Soldato semplice della Wehrmacht dal 1939 al 45 – gli ultimi tre anni passati sul fronte russo. Questo libro non vuole asssolutamente cancellare le pesanti responsabilità di chi si trovò, dalla parte dei fascisti, implicato in quei tragici fatti, ma, a mio avviso, tenta di dimostrare, dati alla mano, anche questo: nazismo e fascismo erano due sistemi politici simili, i rispettivi dittatori erano invece profondamente diversi; con quel che ne conseguì. E fu perpetrato, da parte di Hitler e dei suoi accoliti, quello che Kuby chiama “un tradimento alla tedesca” ai danni dell’alleato. Vi riporto integralmente le note di copertina:

Riprendendo un atteggiamento nei confronti dell’Italia che nei paesi tedeschi era già stato corrente a partire dal primo conflitto mondiale, a causa dell’entrata in guerra del nostro paese contro gli Imperi Centrali di cui era alleato, la propaganda nazista giustificò l’atteggiamento della Germania nei confronti dell’Italia – sin dalla campagna di Russia – come risposta a un presunto tradimento dell’alleato tedesco da parte del nostro paese: legittimando così tra l’altro l’invasione della penisola, l’esautorazione dei comandi italiani, le requisizioni, la spogliazione dell’industria, la deportazione di oltre 600.000 soldati italiani. Finora, la storiografia italiana ha visto il periodo che va dal settembre 1943 all’aprile 1945 soprattutto dal punto di vista della Resistenza: mancava una indagine puntuale sull’operato degli occupanti nazisti nel nostro paese – così come, da parte tedesca, mancava anche una seria raccolta di fonti sull’argomento.

Erich Kuby – il giornalista che il premio Nobel Heinrich Boell ha definito “uno che tira sassi in piccionaia senza mai fallire il bersaglio”, autore di indagini sensazionali quali quella sul caso della “ragazza Rosemarie”, e di ricerche che hanno rivoluzionato le idee correnti su tutta una serie di temi storici (I Russi a Berlino), si è assunto con appassionata tenacia il compito di colmare questa lacuna: per raccogliere il vasto materiale egli ha impiegato tre anni, estendendo le proprie ricerche fino ai capi superstiti delle SS che si sono rifugiati, dopo la guerra, nell’America del Sud.

Kuby riscrive in questo libro la storia dei rapporti tra Hitler e Mussolini, tra nazismo e fascismo, e dimostra come sia stata la Germania nazista a ingannare sistematicamente l’”alleato” italiano su tutte le questioni fondamentali di politica estera (per esempio i rapporti con Stalin, l’annessione all’Austria, la questione di Danzica, l’entrata in guerra) e di politica interna (per esempio nel campo delle persecuzioni antisemite).

Intorno a questo tema fondamentale Kuby organizza tutta la storia del secondo conflitto mondiale, utilizzando una grande massa di informazioni in buona parte inedite e documenti di estrema drammaticità (come le registrazioni delle conversazioni telefoniche di Hitler, o le intercettazioni di quelle di Mussolini e di altri gerarchi fascisti) e fornendo nuove interpretazioni di molti episodi e nuove valutazioni dell’operato di molti esponenti del nazismo e del fascismo.

 

Per concludere, riporto dall’introduzione alla edizione italiana, dello stesso Erich Kuby:

Riconosco di non aver superato del tutto uno scoglio. Perché mi accorgo io stesso di aver collocato Mussolini in una luce forse troppo favorevole, che rischia di urtare il lettore italiano. Ma vorrei pregarlo di non dimenticare che io ho proceduto a un’analisi comparativa fra il sistema fascista e la persona del duce da un lato e il nazionalsocialismo e la persona di Hitler dall’altro, e di tenere presente la verità ormai storicamente provata che la dittatura tedesca applicò, perfezionandole via via, pratiche delittuose contro l’umanità, un obbrobrio che fu risparmiato, per loro fortuna, agli italiani.

Postato da: markelouffenwanken a 00:24 | link | commenti (6)

19/10/2004
POLITICAMENTE CORRETTO

di Riccardo Ferrazzi

 

(Un Ferrazzi in gran forma, questo, secondo me. Eccovi il suo ultimo pezzo. M.U.)

 

A militare mi è capitato più volte di fare lo spazzino e non è escluso che, prima di lasciare questa valle di lacrime, mi capiti di doverlo fare ancora. Avviso tutti gli interessati: se mi vedete in tuta con una scopa di saggina in mano e mi chiamate “operatore ecologico”, ve la rompo sulla testa. E vi dico perché.

In che cosa migliora la mia situazione se mi cambiate nome ? Cambiatemi stipendio, piuttosto. Non avete i soldi per farlo ? E allora state zitti. Le parole non costano niente ma non danno niente. O meglio, mi correggo: non danno niente a me. A voi invece qualcosa danno.

Voi passate per la strada, mi vedete lavorare in mezzo alla sporcizia, e vi sentite colpevoli per il vostro vestito immacolato, per le sospensioni dell’auto che preservano il vostro culo da urti troppo violenti, per il climatizzatore che vi tiene al calduccio, ecc. ecc. E allora, in un empito di solidarietà sociale, siete presi dalla compassione per me (così come compiangete i negri e i pellerossa - pardon: le “persone di colore”, deprecate la sorte degli animali dello zoo - pardon: il “bioparco”, gli storpi e gli sciancati - pardon: le “persone diversamente abili”) e decidete: qui bisogna fare qualcosa !

Ma ci deve pur essere qualcuno che pulisca le strade dalle schifezze che ci lasciate cadere voi. Di questo siete vagamente consapevoli. E allora che si fa ?

Perbacco, eliminiamo almeno il fastidioso senso di colpa che ci prende quando pronunciamo la parola “spazzino”. Allo spazzino non gli cambierà la vita neanche un po’, ma vuoi mettere come staremo meglio noi ? Perché dovremmo perdere tempo ed energie per fare in modo che la pulizia delle strade sia un lavoro ben remunerato e addirittura ricercato ? Per quanti altri mestieri dovremmo ripetere un’operazione di questo genere ? Non basterebbero le risorse della comunità ! E allora salviamoci l’anima. Chiamiamo lo spazzino “operatore ecologico” e con questo brillante esercizio di ipocrisia abbiamo soddisfatto le esigenze del nostro egoismo. Non abbiamo tirato fuori un quattrino, non ci siamo impegnati a nulla, non abbiamo migliorato la condizione di nessuno, non abbiamo cambiato neanche i nostri veri sentimenti nei confronti di Tizio o di Caio per il lavoro che fa o per la per la pelle che ha, ma gli abbiamo appiccicato in fronte un’etichetta diversa, e questo basta per appagare la nostra coscienza.

Be’ io non ci sto. Avrò una coscienza fatta in un modo strano, ma voglio chiamare cose e persone con il loro nome. E se questo mi procura dei sensi di colpa vuol dire che me li gestirò. Ogni volta che ci si sente in colpa c’è qualcosa che non va e siamo noi a doverci impegnare per cambiare le cose - le cose, non le parole. Cambiar nome alla realtà non è affrontare i problemi: è barare al gioco.

Postato da: markelouffenwanken a 11:54 | link | commenti (24)

18/10/2004
RAPE ME (!?)

di Vins Gallico

 

(Eccovi una prima corrispondenza dalla Germania dell'amico Vins del collettivo "Stern 26". Siamo sempre più international. Buona lettura. M.U.)

 

Ok, ve lo dico in anticipo, quanto segue è una storia realmente accaduta (parte I) e poi (part II) la storia di una riflessione e di un dibattito ancora in corso, del quale proverò a riferire le differenti posizioni con la massima oggettività che mi è possibile.

Iniziamo dalla storia, si svolge a Berlino nel contesto dalla linke Szene (ovvero la sinistra radicale, gli autonomi, i no/new global e via dicendo). Hans fa parte della linke Szene, così come Britta: è in un qualche centro sociale di Kreuzberg che si sono conosciuti, si sono piaciuti, hanno avuto una relazione di un paio di mesi. Poi hanno deciso di lasciarsi, fine dell’amore, della Beziehung e “compagni” come prima. Una sera del 1999 Hans e Britta si incontrano di nuovo per caso in un pub, due chiacchiere, un paio di birre, qualche sigaretta, un po’ di musica, Hans in virtù dei vecchi tempi prova a fare il galante, Britta senza peli sulla lingua glielo dice chiaro e tondo, con lui a letto non ci va più.

Mattina successiva: Britta si risveglia fra le braccia di Hans, come è possibile? L’accusa scatta folgorante: - Hans mi ha violentata!

I particolari della vicenda non sono chiari, ma Britta sostiene di aver rigettato più volte l’idea di far sesso con Hans, di avere espresso un irreversibile NO, poi Hans le ha fatto venir voglia. (Britta dice “Lust gemacht”, Markelo troverà una traduzione migliore della mia).

Come le sia venuta questa voglia, come lui l’abbia provocata non è spiegato, se attraverso le vie della seduzione o a furia di mano morte e carezze non richieste, il punto cruciale è che Britta ritiene di essere stata violentata nella sua volontà e nel suo corpo. Inizia a raccontarlo in giro, per la linke Szene, che ha le sue regole interne dove per i violentatori non c’è pietà, né perdono.

Il gruppo politico dove Hans svolge la sua attività viene boicottato, il pub dove va abitualmente a bersi un paio di birre viene preso d’assalto da una banda di autonomi che mascherati lo buttano fuori e affiggono alle pareti manifesti contro la violenza sessuale e i violentatori.

Hans deve essere tagliato fuori dal suo mondo, viene tagliato fuori dal suo ambiente. Nessuno gli ha chiesto quel che è successo.

Fine della storia.

Inizio del dibattito.

La società moderna ha sempre tenuto uno strano atteggiamento nei confronti della violenza sessuale. Nell’antichità veniva considerata una pratica più che comune e alcune tracce di patriarcato si riscontrano ancora oggi presenti. Nei processi riguardanti lo stupro spesso è la donna violentata a dover dimostrare la propria innocenza dinanzi alla pubblica opinione, i benpensanti le danno dietro: - ma come? aveva una minigonna, si muoveva da troia, lei lo ha provocato e cazzate simili…

Insomma l’uomo violentatore è quasi la vittima adescata dalla donna arpia, lui non ha colpa perché e stato provocato (fra i vari esempi vi ricordo l’episodio di qualche anno fa sulla sentenza della donna che non poteva essere stata violentata perché portava dei pantaloni elasticizzati)…

Questo atteggiamento sociale di reazione alla denuncia comporta che molte donne non denuncino le violenze subite perché temono di doversi difendere da un colpa non commessa, le “disonorate”.

Nell’ambito della linke Szene si è provato allora ad applicare una norma differente per non supportare tali svantaggi: la nuova legge prescrive che quando la donna “ritiene” di essere stata violentata, allora si tratta di violenza sessuale. E’ il ribaltamento della circostanza precedente, la donna diventa padrona del campo, il concetto dell’in dubio pro reo va a farsi friggere, l’interpellato viene emarginato e tagliato fuori dall’ambiente.

Il punto di domanda è però interessantissimo: dov’è il limite oltre il quale la volontà (in questo caso sessuale) viene usurpata? La violenza infatti non è più fisica o psicologica (attraverso una minaccia o un ricatto), la violenza diventa in base a tale definizione l’interpretazione delle intenzioni e dei gesti da parte di una persona che deve essere per forza di sesso femminile.

E’un passo avanti (o indietro) rivoluzionario nell’ambito dell’estrema sinistra, sempre molto vicina al femminismo ma anche al garantismo. E gli uomini “violentati” allora perché non dovrebbero avere lo stesso diritto? E se la donna mente, gli si può rovinare la vita ad un povero cristo (è anche vero che sono pochissimi i violentatori che confessano)? E soprattutto è un progresso verso l’emancipazione femminile questa nuova immagine della donna, la donna angelo che dice sempre la verità, che ha il punto di vista oggettivo e razionale, che discerne la situazione o si tratta di una nuova oppressione sessista (ovvero la donna troia merita di essere stuprata e la donna angelo sa sempre qual è il limite)?

Ok, ragazz*, io un po’ di carne al fuoco l’ho buttata, vediamo quel che ve ne pare…

Postato da: markelouffenwanken a 12:09 | link | commenti (18)

17/10/2004
TREMAGLIA: UN SURREALISTA INCONSAPEVOLE

Prendo di peso da un mio commento di poco fa fatto sul blog di Giulio Mozzi sull'esternazione scritta di Mirko Tremaglia sui "culattoni". Con qualche aggiunta.

Che pandemonio per una cazzata! Tremaglia è uno così, lo sappiamo tutti. E' un surrealista inconsapevole. Ha fatto un'esternazione da bar su carta intestata; e che carta intestata! A me viene solo da ridere. Per Tremaglia; e per quelli che si scandalizzano. Ha ragione Fabio, (Viola ndr) cazzo! (Scusate l'esternazione). Sono degli ipocritoni questi scandalizzati "pen"pensanti. Si, ci scandalizziamo per una trovata provocatoria. Perchè così, secondo me, è. Tremaglia è un goliarda di destra. Secondo me se la sta ancora ridendo per la sua "uscita". Di cattivo gusto, certo. Inconcepibile per un ministro di questa Repubblica delle Banane? Beh, qui sta il punto: in questa Repubblica delle Banane Zero e Lode una supercazzata come quella dell'On. Tremaglia ci sta bene. Li abbiamo votati (parlo della maggioranza degli elettori di questo paese)e ora dobbiamo tenerceli fino al 2006. Ma non mi vengano a dire che nei conciliaboli dei machi della sinistra non si parla di "culattoni". Questo è ancora il paese dei latin lovers. E dei magnifici cornuti.

Postato da: markelouffenwanken a 23:03 | link | commenti (25)

RACCONTO GIAPPONESEX

di Fabio Viola

Quinta puntata.

 

(Una nuova puntata del nipporeportage plurititolato di Fabio Viola. Argomento preponderante: il sesso.M.U.)

 

Innanzitutto: io ora, proprio adesso, sto assaporando un earl grey muffin (esatto: un muffin al gusto di tè al bergamotto) mentre sorseggio un hot mocha chocolate latte (sic!) davanti a uno schermo al plasma ultrapiatto widescreen. Sul mio bicchierone di carta c’é scritto, in italiano: "Mi dia un caffè!"

Poi: io posso dire di aver provato un banana kurogoma (= sesamo nero) mocha frappuccino. E voi no.

E inoltre: ieri sera ho mangiato ume soumen (= spaghetti di farina di frumento all’ume, cioè alla prugna - spaghetti rosa!) in salsa fredda di soia et altera. Meravigliosi.

E infine e soprattutto, finalmente Essa esiste! Cioè: la mia nuova, fiammante macchinetta fotografica digitale. Ho scelto una Fujifilm Finepix f440, di colore grigio argentato. E’ fichissima ed è piccola, molto piccola. Prezzo: 33mila yen (= circa 260 euri) ma inclusa nel prezzo ho avuta una schedina di memoria da 128 mega, che si aggiunge a quella da 16 mega in dotazione alla macchinetta. In breve: posso eternare ogni fotogramma della mia non più vuota vita (a proposito di consumismo...), ma anche fare brevi filmati con il sonoro. In regalo il commesso mi ha appioppato anche un oggetto che definire giapponese dentro è definire poco. Trattasi di una specie di supporto giallo per appoggiare la macchinetta sopra alle bottiglie, in modo da facilitare le foto con autoscatto laddove non si possa chiedere a nessuno di scattare per noi. Per esempio chessò, in un bosco. O su una zattera in mezzo all’oceano. O a Isernia. Tanto si sa che al mondo ci sono molte più bottiglie che persone.

Passando ad altro. Tra una settimana torno a Forza Italia e comincio già da ora ad accumulare tristezza. Più che altro mi sembra di non essere mai arrivato. Come se dovessi ancora atterrare al Kansai. Forse i molti anni (troppi) passati a pensare il Giappone mi hanno reso eccessivamente partecipe della cosa. Ho l’impressione di aver vissuto qui molto a lungo. Di dover partire per la vacanza tornando in Italia e non viceversa.

Qui finora sono stato davvero molto bene, ma in un modo complesso, diciamo sfaccettato. Ma non mi va di stare a dire perché. Mi dispiace tornare a Roma punto e basta. Ma magari ci torno, neanche troppo in là.

Oggi me ne vado a Shinsaibashi (zona di Osaka) a fare qualche foto (con la mia nuova, fiammante macchinetta fotografica digitale Fujifilm Finepix f440, che da qui in avanti chiamerò per amor di brevità soltanto "fiammante macchinetta fotografica digitale Fujifilm Finepix f440. Si tratta di un quartiere scanalato da una sequenza imponente di shoutengai (= specie di gallerie piene di negozi e ristoranti, diciamo tipo la Galleria di Milano ma meno acchittate). La cosa bella di questa zona, che parte da Namba e arriva fino quasi a Yodoyabashi (a voi frega una ceppa, ma è per quartierizzare la spiegazione, insomma per far presente la notevole estensione della cosa in questione) è che tra una shoutengai e l’altra ci sono dei ponti su alcuni dei fiumicini che attraversano Osaka, e che da essi si può godere di un gran bel panorama. Palazzi rivestiti di insegne luminose e non, tutti appiccicati uno all’altro e affacciati sui corsi d’acqua. La mia amata (a posteriori) professoressa D’Angelo al liceo avrebbe definite quelle viste "sublimi", e avrebbe cominciato a parlare di Kant e Caspar David Friedrich. O se pure non avesse avuto voglia di farlo, lo faccio adesso io e oso tirarla in ballo. Poi andrò a Temmabashi e farò le foto anche lì. Perchè è fico. (Si, mi sono affezionato a Osaka. embè? La mia passione per Pesaro doveva pure portarmi da qualche parte).

Per chiudere questo pezzo sconclusionatissimo, un dialogo:

- Hai visto che troiacce le ragazze giapponesi?

- Eh?

- Eh.

- No, veramente non mi sembrava. Cioé, non tutte.

- Allora ti dico solo che spesso vengono qui a mangiare, ma solo per un motivo.

- E quale?

- L’uomo latino.

- E dov’è?

- Nella loro testa. Certo non qui, ma nella loro testa si.

- E quindi?

- E quindi vengono qui e fanno delle avances spudoratissime.

- Tipo...?

- Tipo che si aspettano che pizzichi loro il sedere, e se non lo fai tu ti prendono la mano e se la schiaffano sulle chiappe.

- Ma stiamo scherzando??

- No. A me è successo molte volte. Prova ad andare in un locale frequentato da stranieri una di queste sere. Ci troverai americani e inglesi e francesi arrapati che se ne trombano almeno una a sera.

- Ma...

- Ma che?

- Boh, che squallore.

- Puoi dar loro torto? Ma hai visto che sono gli uomini giapponesi?

- Che sono?

- Sono rudi. Basta che fai una gentilezza a una qualunque ragazzetta giapponese e quella ti tira le mutandine in faccia.

- In faccia? A me?

- Non dico proprio a te, ma anche a te. Sii gentile con loro, provaci.

- Ma no!

- Perché? Non sei curioso del Giappone?

- Si, ma del Giappone che dico io.

- Ma il Giappone é anche questo.

- Questo a me non interessa.

- Dovrebbe. Io sono un uomo sposato (con una giapponese, ndr), e certe cose non posso più permettermele, ma tu sei giovane e libero.

- Ah, sono libero...

- Eh, non lo sei?

- Libero di fare che?

- Il cazzo che ti pare.

- Non saprei...

- Certo, sei anche libero di non fare assolutamente niente, se del mondo preferisci avere solo un’immagine, senza sporcarti mai le mani.

- Qui ti danno sempre fazzoletti umidificati e profumati, ogni volta che ti siedi in un bar o un ristorante.

- Cambi discorso?

- No.

- Hai bisogno di fazzoletti umidificati per sbatterti una di quelle troiette?

- Ma come parli? chi ti conosce!

- Hmm, é che qui non posso mai parlare italiano, scusa, mi sembrava di poter chiacchierare apertamente con te.

- Ti sembrava male.

- Ok, come non detto.

- Ma ormai l’hai detto.

- Devo lavorare adesso.

- Io no. Non adesso, comunque.

- Ammetti che ci stai pensando su però.

- Non ammetto proprio niente.

- Ma te lo leggo negli occhi.

- Ora sei pure oculista?

- Dai, permaloso.

- Che palle.

- Devo lavorare.

- Ma non riposi mai?

- Un giorno a settimana.

- E che fai?

- Guardo la televisione, chiamo i fornitori...

- Esaltante. Perché non studi il giapponese?

- E a che scopo?

- Sbatterti una troietta dopo averci almeno parlato?

- Ma parlato di che?

- Di qualcosa, che ne so!

- Non serve.

- Ma cosa serve?

- Boh, divertirsi nel tuo caso specifico.

- E ci si diverte solo scopando?

- Di solito si. Di sicuro tu si.

- Io si? Ma che ne sai tu di me?

- Te lo leggo negli occhi.

- Cosa?

- Che dovresti scoparti una di quelle troiette.

- A fanculo le troiette, tu e chi la pensa come te. Io domani mi compro gli occhiali da sole.

 

(Le precedenti puntate: le prime 2 mer. 29.9. La terza dom 3.10. La quarta dom.10.10.)

Postato da: markelouffenwanken a 20:31 | link | commenti (3)

DICIAMOLO COI FIORI

di Giovanni Monasteri

(Eccovi una poesia fresca fresca di Monasteri. Per una domenica, come cantava vent'anni fa il Carioca della Bovisa, "bestiale"... M.U.)


Posso dirlo e farlo
solo coi fiori, cara, per mio schermo
e menzogna e più tenue verità?
Posso, come un pinocchio a una fatina
su una brutta cartolina d'auguri,
porgere un fiore? O vogliamo
subito scoperchiare l'uno all'altro
chissà che abisso o inferno?

Il tenero germoglio (mi è concesso
parlarti un po' del tenero germoglio?)
Il tenero germoglio
deve bucare la zolla ancora una volta,
scaldarsi al sole, ergersi,
bagnarsi di rugiada. E a mezzogiorno
tu vedrai che virgulto, che rigoglio!

Ma sei un giardiniere delicato?
Sai dissodare il campo
senza recidere i fiori?
Mi vuoi brutto di sera?
Mi vuoi bello di giorno?
Vuoi un pestello, vergine, o un pistillo,
virago? Puoi volermi bene?
Riesci a innamorarti, o a fingere bene?
Sei un cielo clemente? Sai piovere
senza diluviare? Sai amare?

Vuoi coglierlo subito? Portarlo a casa?
Vuoi sradicarlo? Usare la cesoia?
Sai aspettare? Ti piace il suo profumo?
Vuoi pungerti le dita? Sanguinare?
È uno sterpo selvaggio? Uno sciocco
girasole? Una rosa di maggio?
È un attrezzo? Uno zufolo? Una canna?
un cucciolo? La tua mamma?
Un'ombra? Un rifugio? Un finocchio?
Un frutto da mangiare? Un ornamento?
Un seme? O lo vuoi spetalare
giocando a m'ama non m'ama?















































Postato da: markelouffenwanken a 14:18 | link | commenti (1)

16/10/2004
MEA CULPA, MEA CULPA!

di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccovi un Ferrazzi da "sabato del villaggio". Del villaggio globale, naturalmente. Per riflettere e discutere su qualcosa che ci riguarda tutti. M.U.)           

 

In passato ho conosciuto e sono stato in ottimi rapporti con parecchi arabi. Mantengo una sincera ammirazione per alcuni aspetti della loro way of life. Fin da tempi non sospetti ho sostenuto che una guerra in Iraq sarebbe stata un’avventura dalla quale c’erano da ricavare più danni che vantaggi. Ma avere avuto ragione non mi inorgoglisce neanche un po’. Ultimamente mi capita sempre più spesso di sentir dire: “Dopo l’attentato alle Twin Towers, invece di reagire come cowboy, sparacchiando a destra e sinistra, gli americani e i loro alleati avrebbero dovuto iniziare una seria riconsiderazione di come l’Occidente si è comportato nei confronti del mondo arabo”. Però nessuno dice a che cosa dovrebbe concretamente condurre questa riconsiderazione.

A questo proposito, c’è un aspetto che a noi appare marginale o folkloristico, ma sull’opinione pubblica araba ha una grandissima presa. Le accuse che i fondamentalisti arabi rivolgono all’Occidente riguardano due fatti storici precisi: le crociate e la colonizzazione. Evocando questi precedenti (oltre all’inesauribile questione palestinese) anche i tagliagole ottengono malcelate simpatie a tutti i livelli della pubblica opinione, dai fellah ai giornalisti, fino agli entourage della corte saudita.   

Parliamo di crociate. Gli arabi (tutti, non solo i fondamentalisti) fingono di dimenticare che nel 732 i loro antenati arrivarono fino a Poitiers non in gita turistica, ma mettendo Francia e Spagna a ferro e fuoco. Nel 1096, quando partì la prima crociata, occupavano ancora la maggior parte della Spagna. Chi osserva “be’, che c’entra ? è roba di tre secoli prima” pensi che nell’Orlando Furioso (edito nel 1516) ancora riecheggia la paura degli arabi (che vengono immaginati intenti all’assedio di Parigi !). A quei tempi non c’era la CNN.

Ufficialmente, la prima crociata fu scatenata in risposta all’occupazione araba di Gerusalemme che, fino allora (1076), era rimasta sotto l’impero di Costantinopoli.  Fu solo un pretesto per mettere in moto una reazione che covava da secoli e una voglia di conquista che esisteva da sempre ? Probabile. Ma è un fatto che l’occupazione di Gerusalemme ci fu, che fu dettata dalla voglia di conquista di un califfo arabo, e che fu scioccante come un paio di Jumbo mandati a schiantarsi sul cupolone di San Pietro.

Totale: rievocare le crociate ha senso come richiamo alle antiche virtù guerriere, ma come lamentela nei confronti dell’Occidente non sta in piedi.

Quanto alla colonizzazione, si direbbe che i fondamentalisti, oltre a ignorare la storia, non abbiano visto neanche il film “Lawrence d’Arabia”. Francia e Inghilterra  non si curarono dei territori desertici a est del canale di Suez finché la Turchia (allora potenza occupante di Palestina, Siria, Arabia e Iraq) non si schierò nella prima guerra mondiale al fianco di Austria e Germania. Per distogliere la Turchia dalla guerra in Europa, Francia e Inghilterra spinsero i capotribù arabi a ribellarsi. A guerra vinta, ne assunsero il protettorato perché, lasciati a se stessi, gli arabi stavano sprofondando nelle guerre tribali. A quei tempi il petrolio era poco interessante e non si sapeva nemmeno che nel Golfo ce ne fosse così tanto. Se i beduini avessero avuto una o più identità nazionali avrebbero detto a francesi e inglesi: grazie del vostro aiuto, diteci come possiamo sdebitarci, ma adesso tornate pure a casa vostra. E quelli avrebbero dovuto andarsene oppure combattere nel deserto.

Quando penso a queste cose mi viene in mente l’Italia, per secoli colonizzata da Francia, Spagna, Austria. Tutte dominazioni permesse, addirittura invocate, dalla nostra frammentazione, dalle invidie reciproche, dal vizio di credersi più furbo degli altri, amici e nemici. E mi viene in mente che, tra il 1821 e il 1859, spesso e volentieri i patrioti italiani usarono mezzi terroristici (uno per tutti: l’attentato di Felice Orsini). Però l’Italia non la fecero loro: la fece soprattutto la diplomazia piemontese.

In tutto il mondo arabo non esiste un Piemonte. Quelli del Golfo Persico non sono neanche dei veri e propri stati: sono zone desertiche dai confini piuttosto vaghi dove dittatori e emiri passano le giornate a litigare con i loro feudatari per la spartizione delle royalties petrolifere. Quando finirà il petrolio l’area ripiomberà nell’anarchia. Nel frattempo, il terrorismo continuerà. Chi sgozza ostaggi e manda aerei a schiantarsi contro i grattacieli cerca di accreditarsi presso l’opinione pubblica araba come un leader temibile, in contrapposizione con gli emiri imbelli e ciccioni. Per questo parla di crociate e non di petrolio: perché vuole metterci sopra le mani.  

Da parte nostra possiamo fare tutte le riconsiderazioni possibili, batterci il petto e fare penitenza; ma se ritiriamo i soldati, e magari anche i tecnici e gli operai, il terrorismo non si fermerà. Anzi, prenderà il potere in quasi tutti gli stati dell’area. E cosa diremo agli israeliani ? Usate la bomba atomica ? Sharon sarebbe capace di farlo. Oppure andate via di lì, tornate in Europa ? E dove ? E perché ?

Se vogliamo guardare le cose per capirle e metterci rimedio non possiamo fermarci al mea culpa. Questa partita non la giochiamo solo noi: ci sono altre squadre, e non hanno la minima intenzione di smetterla se noi ci ritiriamo dal Medio Oriente. Ci inseguiranno in Europa, se già non ci sono.        

 

Postato da: markelouffenwanken a 13:29 | link | commenti (25)

15/10/2004
PADRE BIONDILLO

Interrompo per un attimo i programmi di Radio Uffenwanken International per comunicare ai gentili ascoltatori che il mio amicone Gianni Biondillo, detto "Il Perfido", è diventato padre pochi minuti fa  per la seconda volta. La bimba si chiama Sara. Felicitazioni da un figlio. (Io).

Postato da: markelouffenwanken a 23:24 | link | commenti (6)

LA RISPOSTA DI MARCANTONIO

di Pamela Canali

 

(Finalmente Pamela Canali ci fa avere la risposta di Antonio all'email di Cleopatra -"Tecnocleopatra", in rete dom.26 settembre, andate a rileggerla-. Nonostante il progresso tecnologico, che fa miracoli, si sa, si tratta sempre di antenati. Scusate il ritardo... E buon divertimento. M.U.)

 

Cara ranocchietta sovrana, regina di tutte le ranocchiette, mia gallinella faraona,

Se vuoi sapere qual è il mio stato d’animo, è presto detto: mi annoio, Roma è un mortorio. Abituato alle mollezze e ai lussi orientali, qui tutto mi sembra rozzo e burino. Toghe mal confezionate e mal rifinite, tagli di capelli che gridano vendetta, matrone irsute e trascurate, che si limitano a recarsi alle terme di tanto in tanto, senza mai, dico mai, cospargersi di oli profumati.

La fedeltà che ti ho giurato nel nostro matrimonio nullo, (scusa se l’ho scritto, mi è scappato, purtroppo è nullo, almeno agli occhi di Roma), non corre alcun pericolo. Mi libero facilmente di sciami di danzatrici sudate, di nobili figlie di senatori che vogliono solo rimorchiare e divertirsi, senza grazia e romanticismo. Qui si va al sodo senza tante cerimonie.

Al Senato mi annoio. Sempre i soliti discorsi, le allusioni, le frecciatine, mai un parlare franco e sincero. Se qualcuno mi dice: “Bella questa toga, dove l’hai presa?” stai sicura che vuole qualcosa: un viaggio gratuito sulle mie triremi, un appezzamento di terra in Libia, fronte mare, su cui costruire una villa magari molto grande, per le vacanze sue e dei suoi amici, a cui venderà delle porzioni. La proprietà non è più quella di una volta, ormai è diventata una multiproprietà. Se dico Tunisi, loro chiedono: “Perché non Hammamet?” Insomma, anche quando decido di comportarmi in modo munifico, non sono contenti.

La mia casa è assediata da postulanti, tanto che Ottavia non si è fatta vedere, neanche per una visita di cortesia in presenza di testimoni, né per la spartizione di orci e tegami, che sono rimasti da lei. So che mia moglie (scusa, l’altra moglie) non mi vorrebbe sprovvisto di argenteria e vasellame, l’onta ricadrebbe sull’intera famiglia. Inoltre, sono sempre il padre dei suoi figli, almeno credo. Sai come si dice: “Mater certa est.” E d’altra parte ero sempre in giro con qualche incarico, per qualche campagna… Ottavia sicuramente non riesce a superare lo sbarramento dei postulanti.

Come da tua espressa richiesta, non ho ancelle con me. Ah, non so se è il caso di considerare ancella quella bruttina, dalle anche e dal seno un po’ deformi, in quanto troppo incurvati, che conosco fin da piccola. Io ero già un giovane soldato e lei era una bambina. Ma l’averla vista in fasce mi distoglie da ogni tentazione. Non te l’avrei neanche detto, perché non è importante, se non sapessi che i tuoi informatori arrivano ovunque. Quindi ti confesso in anticipo che a volte per prendere sonno lascio che lei, insieme a qualche amica di nessun conto, danzi per me. Mi autodenuncio. Le altre ancelle hanno vinto dei piccoli concorsi, Miss Universo Conosciuto, Miss Colonne d’Ercole, Miss Britannia, ma erano concorsi truccati, organizzati dalla soldataglia ubriaca, all’insaputa delle vere bellezze locali.

Spero che tu approfitti della mia assenza per prepararmi una bella sorpresa. Si, te lo chiedo: due amanti e sposi non devono avere segreti. Mi piacerebbe trovare una cantina arricchita, nel tuo palazzo, quando torno. Io personalmente sto provvedendo a caricare sulle nostre triremi un gran numero di giare di quel vinello gallico frizzante, quello che fa il botto quando stappi la giara. Mi piacerebbe che ti procurassi altri esotici elisir, che non ci facessimo mancare niente. In fondo si vive una volta sola.

Sono ansioso di tornare a riabbracciare i bambini. E’ bello che i piccoli vengano a me (questa frase non mi sembra nuova, chissà come m’è venuta), perché i figli miei e di Augusta sono stati addestrati da mio cognato a sputarmi in faccia al minimo pretesto, a gridare: “Cleopatra è una meretrice e i nostri fratellastri sono figli di meretrice” e a fare mille monellerie in mia presenza, per farmi fare brutta figura con gli amici. Ormai non sono più figli miei, sono creature di Ottaviano.

Ogni tanto mi tocca uccidere qualche sicario che Ottaviano manda sul mio cammino, ma non gli posso dire niente, neanche un accenno, un rimprovero scherzoso, perché altrimenti si offende e dice che malinterpreto i suoi gesti amichevoli. Abbiamo un serio problema di occultamento e smaltimento di cadaveri, perché quella che ho adesso è una casa da singolo, senza troppi fronzoli e tocchi femminili e ovviamente gli spazi sono un po’ ridotti. Non ci sono gli appartamenti dei bambini, dove puoi mettere nella culla e nelle ceste dei giochi qualsiasi cosa e a nessuno verrebbe in mente di andare a controllare.

Fai la brava e non ti stancare troppo, delega più che puoi. Detesto le sovrane con le occhiaie. Se non hai abbastanza ancelle per le pulizie, assumine altre. Non voglio sapere che spolveri personalmente i gioielli e le coppe preziose.

A Cesarione ho scritto che lo manderò come ambasciatore tra i popoli più crudeli e sanguinari (ambasciator non porta pena ma difficilmente riporta indietro la testa), se non la smette di fare il debosciato, altro che venderlo schiavo. So che non l’avrei spaventato minimamente, un figlio tuo e di Cesare. Qualcuno mi ha detto che stava già progettando una piccola rivolta di schiavi, just in case (sto imparando la lingua britanna dalla miss). Qui a Roma circolano le copie di un suo papiro di scuola, con tutti i dettagli. E’ difficile spiegare ai romani che si tratta di un suo progetto difensivo, da usare solo se noi lo punissimo per le sue marachelle, vendendolo come schiavo, come tu hai minacciato di fare. Mi dispiace dirtelo, cara ranocchietta, ma dovrai mettere delle spie ovunque, anche nella stanza dei piccoli. Qualsiasi innocente gioco guerresco di bambini potrebbe essere usato contro di noi da Ottaviano. Ai grandi devi far controllare anche i compiti.

Non vedo l’ora di tornare e mettere un po’ d’ordine in famiglia. Dì ai ragazzi che la triremi reale è già pronta a salpare. Stanotte  vado a cercare il messaggero, dev’essere nel postribolo qui all’angolo, tutte ragazze educate e perbene.

Dimenticavo: ti dispiace se mi porto qualche miss? Le sistemerei in un appartamentino in un quartiere elegante e discreto. Non darei nell’occhio, sarebbe un nostro piccolo segreto. In fondo sono parecchi anni che siamo sposati e sai, un uomo, un guerriero…beh, vedi tu. In Egitto io sono un tuo suddito, anche se marito. Io le porto, poi casomai le rimandiamo indietro.

Stanotte mi involtolerò nella mia copertina con le paperelle e ti sognerò.

Buonanotte, regina delle ranocchiette

Il tuo generale orsetto

Tony (traduzione in lingua britanna)

Postato da: markelouffenwanken a 18:14 | link | commenti (11)

AH, LA CULTURA!

"Il prodotto culturale è una merce pensante che “vorrebbe” essere venduta."

 

(Eduard van de Pas)

Postato da: markelouffenwanken a 13:50 | link | commenti (12)

LAVORARE CON LENTEZZA

di Gabriella Fuschini

 

(Eccovi una recensione del film di cui tutti in questo momento parlano, "Lavorare con lentezza". Io nel 77 c'ero, si, ma dormivo: sui banchi di scuola del liceo. Di solito ubriaco di birra in lattina. Ovvio che studiassi con lentezza.L'amica Gabriella Fuschini ci parla con la sensibilità della vera appassionata di cinema di un film che sta avendo, da quello che ho capito, un meritato successo. Formidabili quegli anni. M.U.)

 

Lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male
e finisce in ospedale
in ospedale non c'è posto
e si può morire presto

lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
la salute non ha prezzo
quindi rallentare il ritmo
pausa pausa ritmo lento
pausa pausa ritmo lento
sempre fuori dal motore
vivere a rallentatore

lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
ti saluto ti saluto
ti saluto a pugno chiuso
nel mio pugno c'è la lotta
contro la nocività

lavorare con lentezza
senza fare alcuno sforzo
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza
lavorare con lentezza

Lavorare con lentezza, regia di Guido Chiesa e sceneggiatura di Chiesa e Wu Ming, è un gran bel film. Italiano, con un'ottima regia da film non italiano.
Sono un'appassionata lettrice di Wu Ming, loro accanita ammiratrice, forse animata da eccessivo entusiasmo ma ancora una volta non sono stata delusa nelle mie aspettative. Ed è un gran film, per almeno tre motivi. NON è un film sul movimento '77, NON è un film su Radio Alice, e NON è un film sul mao-dadaismo.
E' piuttosto un racconto di persone, sogni arrabbiati, disagio sociale. E' la storia di Pelo(Marco Luisi) e Sgualo(Tommaso Ramenghi), due ragazzi proletari del quartiere Safagna nella periferia bolognese,che si rifiutano di studiare o lavorare. Vengono ingaggiati da un piccolo boss della mala locale per scavare un tunnel nelle fogne che dovrebbe portarli al caveau di una banca da rapinare. Ed è lì, sottoterra, che Sgualo e Pelo ascoltano Radio Alice per la prima volta. Contemporaneamente la ascolta anche un carabiniere (uno strepitoso Max Mazzotta) che ha il compito di sorvegliare quei pericolosi "sovversivi" della radio, mentre il tenente Lippolis(Valerio Mastrandea),incarnazione della stoltezza - molto più pericolosa delle armi-indaga proprio sul boss Marangon, bandito vecchio stampo, un po' delinquente e un po' filosofo.
La storia si intreccia con quella di Marta (Claudia Pandolfi), fidanzata con uno dei fondatori della radio e avvocato difensore di un giovane delinquente del quartiere Safagna. Quindi struttura corale, tanto cara a Wu Ming, che confluisce lentamente nei drammatici giorni che porteranno alla chiusura di Radio Alice durante la rivolta dell'11 e 12 marzo 1977 in seguito all'uccisione di Francesco Lorusso. Il film è l'affresco di tutte le pulsioni sociali e a tutti i livelli di classe che diedero origine alla nascita di Radio Alice, come viene raccontato attraverso l'eccezionale idea iniziale di partire come nei film muti. Il film si chiude con il carabiniere, alla fine suo più accanito ascoltatore, che, rimasto a piantonare la radio ormai deserta, impugna il microfono e lancia il suo appello: anche i carabinieri devono lavorare di meno!
LCL è un film sul non-lavoro, sull'ozio esistenziale, sulla necessità del "riappropriarsi del tempo", come recita la canzone a cui deve il titolo e che apriva i programmi della radio. Enzo Del Re, il suo autore, era famoso per chiedere il minimo sindacale dello stipendio di un metalmeccanico e suonava solo in luoghi raggiungibili coi mezzi pubblici. La colonna sonora merita un ulteriore ovazione, con i pezzi storici di Frank Zappa, Tim Buckley, Patti Smith, gli incredibili Afterhours che interpretano gli indimenticabili Area e una chiusura strepitosa con "Mio fratello è figlio unico" di Rino Gaetano rivolta ai fratelli figli unici nel 2004, a "quelli che hanno perso il filo e il segno eppure vanno avanti" ragionando sul diritto di vivere una felicità sganciata dal profitto. Eppure l'ironia ha il sopravvento sulla nostalgia e questo, a mio parere, è il pregio del bellissimo film di Guido Chiesa.




































Postato da: markelouffenwanken a 00:13 | link | commenti (9)

14/10/2004
DA "LA CANTINA", DI THOMAS BERNHARD

"Ogni giorno che viene, si tratta sempre e soltanto di uomini con tutte le loro debolezze e tutta la loro lordura fisica e intellettuale. Che importa se uno si dispera con il martello pneumatico e un altro con la macchina da scrivere. Sono solo le teorie che storpiano ciò che in fondo è chiarissimo, le filosofie e le scienze che con le loro inservibili nozioni intralciano la via che porta alla chiarezza".

Postato da: markelouffenwanken a 17:53 | link | commenti (2)

IL PEDINATORE DICE ADDIO

di Riccardo Ferrazzi

 

(Eccolo, è Ferrazzi. Con una lettera d'addio per la pedinata. Forse siamo alla fine del nostro minifeuilleton a più voci. Finirà tutto così?... Vedremo. A voi la decisione. M.U.)

 

Signora, chissà qual è la materia di cui sono fatti i sogni. Certo è roba fragile.  Io l'ho vista (ma era lei ?) scendere da un tram, e le ho creato attorno un sogno. Quando le ho ceduto la parola (ma era proprio lei ?), me l'ha mandato in pezzi. Alzo le mani e mi dichiaro sconfitto. La mia bolla di sapone è scoppiata.

Lei non gradisce che un uomo fantastichi sul suo conto, che arrivi a ipotizzare un assurdo ricatto (confessando implicitamente di arrendersi al suo charme). Lei non raccoglie. Sovrappone ai miei sogni le sue malinconie. E ha quasi l'aria di vantarsene, come se reclamasse un naturale privilegio. La mamma non c'è più, c'è il papà, c'è l'amore impossibile per un padre di famiglia, c'è un amante ufficiale che è come un padre, ci sono i nipotini che somigliano tanto al nonno... Mi perdoni se glielo chiedo, signora, ma che vita è quella dei suoi amanti ? Come fanno a sopportare una simile dose di papà ? E che tipo di amore possono aspettarsi da lei ? 

Sa, signora, le prime impressioni, il suo aspetto, il suo portamento, mi avevano messo fuori strada (ma davvero era lei quella che ho visto scendere dal tram ?). Avevo sognato una donna autonoma, responsabile, magari disillusa, ma capace di vivere una passione. Speravo di aver trovato una situazione narrativamente valida, piena di conflitto e di possibili sviluppi. Ma a lei non interessa il futuro. Lei preferisce la malinconia del passato. 

Pazienza. Il destino dei sogni, quando vengono raccontati, è di essere smentiti, decostruiti, interpretati. Viverli sarebbe troppo bello. Il mio sogno non era il suo, signora. Certo, io non l'avrei mai chiamata "Ciccia".

Mi scusi per il disturbo. Le auguro di sciogliere nella sua prediletta malinconia almeno un pizzico di felicità.

 

 

Postato da: markelouffenwanken a 12:24 | link | commenti (11)

IL POVERO EST

Nel numero di Der Spiegel del 15 settembre leggo in un articolo una dichiarazione di una certa Nicole, studentessa di liceo nel Brandeburgo: "Ci vorrebbe un dittatore temporaneo, come ai tempi degli antichi romani; certo non un pazzo come Hitler, io non sono mica di estrema destra". Capito? Lei non è di estrema destra ma vorrebbe una "dittatura temporanea". Dopo la caduta del Muro si pensava di vivere in una "DDR light". Ora il tasso di disoccupazione all'Est è diventato troppo alto e i partiti di estrema destra, Ndp e Dvu, più quello ex comunista della Pds, aumentano brutalmente le loro quotazioni in cabina elettorale, soprattutto in Brandeburgo e Sassonia. Niente più stato sociale, niente parità economica a breve tempo. L'Est è depresso e rimarrà tale ancora a lungo.

Postato da: markelouffenwanken a 11:18 | link | commenti (28)

13/10/2004
ACCESO-SPENTO-ACCESO-SPENTO-ACCESO-SPENTO

di A.S.

 

(Facciamo un po' di riepilogo del nostro feuilleton. Ferrazzi apre gio. 7 con "Pedinamento mentale". Segue Anna Setari sab.9 con "La pedinata rispose". Torna Ferrazzi lun.11 con "Il ritorno del pedinatore". A seguire di nuovo la Setari, oggi, con "La lettera". Il tempo stringe, bisogna andare spediti verso un finale, non c'è tempo da perdere... E intanto, dall'ombra, appare Antonio, l'amante telefonico. Eccovelo, col suo monologo. A.S. , si firma qui. Il suo blog è Nonalzarsidalletto - vedi tra i miei link. Il suo blog è una specie di "diario di un giovane cinico". Humour nero, cinismo, culto del Vate. Sembra il personaggio di un racconto di Bret Easton Ellis. Molto divertente. Fategli una visita. M.U.)

 

Acceso-spento. Acceso-spento. Acceso-spento. Il lampione si sta per bruciare, acceso-spento, illumina per una frazione di secondo quattro,cinque foglie di platano ormai rassegnate al loro destino, pronte a ingiallirsi e planare giù, senza nessun urlo di spavento ad accompagnarle. Potessi essere lampione, accendermi e spegnermi quando ne ho voglia, non sarebbe male. Potessi essere foglia che, ineluttabilmente, ingiallisce e plana in un anonimo viale, non sarebbe male.
La noia, la noia mi distrugge e il buio pare la culli, questa maledetta. Il buio è il mare nel quale galleggio e la noia è la zavorra che mi tira a fondo. La televisione accesa senza audio sprofonda anche lei, le ragazze sono a dormire fuori, anche mia moglie è fuori, chissà dove? Ogni notte mi chiedo dove sia, mentre tento di galleggiare e rischio di affogare, penso a dove mia moglie, che non vedo da mesi, passi le notti. Compongo un numero di telefono a caso, con il cuore che batte a mille, conscio del gesto maniaco che sto compiendo e del fatto che, se solo qualcuno che mi conosce sapesse di queste "telefonate", sarei rovinato. Rovinatissimo. D'altro canto, se l'integerrimo avvocato di Pirandello poteva fare la cariola con la sua cagnetta, perché io non posso comporre numeri telefonici a caso? Le conversazioni non sono mai durate più di dieci, venti secondi.

Le voci impastate dal sonno e turbate dallo squillo in piena notte, sovente presago di sventure, non appena capiscono che all'altro capo non c'è nessuno di conosciuto che annuncia l'incidente stradale di tizio o il colpo apoplettico che ha bloccato caio, vengono solcate da un lampo di rabbia e quindi, ineluttabilmente, come la foglia gialla che plana sul viale, il tutututu della linea che cade. Io però non mi fermo, l'adrenalina che sale componendo il numero, le mani che tremano, i miei passi pesanti nella stanza, l'attesa che cresce mentre gli squilli si susseguono sono la zattera a cui mi aggrappo disperatamente mentre cerco di impedire alla noia di affogarmi. Tuuu, tuuu, tuuu. "Pronto". Una voce di donna, le parole che escono come fossero registrate su un nastro "Amore, cosa stai facendo?". "Dormivo..." risponde. Ha risposto, mio dio, niente parolacce, niente minacce di denunce, niente tutututu, una parola. Dormiva. Da lì è un turbinio di emozioni, lei sembra quasi scocciata, quasi quella fosse una routine, come conoscesse già tutte le scene di questo film. Parole escono dalla mia bocca come un fiume trattenuto per troppo tempo da una diga, lei risponde a monosillabi e, di tanto in tanto, si lascia sfuggire un gemito. Quando la chiamo "Ciccia", si irrigidisce, chissà perché? Forse qualche precedente amante che la chiamava così. Una parola, che strano caso, forse scuote, come un biscotto della madeleine, il fondo sabbioso della sua memoria. Quando abbiamo finito mi rendo conto di come questa esperienza sia stata straordinaria e non posso fare a meno di comunicarlo alla mia sconosciuta amante, a costo di apparire patetico: "Amore! è stato stupendo!" e quindi eccola, la domanda fatidica. Chi sono? Mah, dura da spiegare dopo aver provato un orgasmo al telefono, con una sconosciuta, alle 2 di una notte di inizio autunno. Forse domani, qui, nel mio appartamento di mobili neri e lucidi. Il giorno dopo eccola entrare, mi ringrazia dei fiori, eleganti e banali, si guarda in giro con finta sicurezza. Chissà quale fortunale la sta agitando dentro. Non servono molte parole, è una donna bellissima, il tailleur al ginocchio, le scarpe col tacco di qualche centimetro, i capelli ben curati, la bocca piegata in una smorfia di infelicità e, negli occhi castani, lo stesso mare di noia nel quale anch'io mi dibatto da sempre.
Non serve nessuna parola quando i nostri aliti si avvicinano. Le labbra poggiate sulle sue, vedo nello specchio davanti a me il suo sporgersi sulle punte dei piedi per arrivare alla mia bocca e la mia mano che segue il profilo del suo corpo. Una fortissima scarica di adrenalina quasi mi acceca di fronte a questa visione. Le parole che non sono servite poco fa servirebbero adesso, parole brillanti, immaginifiche e invece nulla, banali frasi sulle mie figlie sembrano quasi stizzirla. Maledico la mia mediocrità. Quando si alza e se ne va, guardo le punte dei suoi piedi che, poco prima, avevano sostenuto lo sporgersi del suo corpo in cerca della mia bocca rossa. Ora sono solo due piedi che calzano scarpe anonime, di quelle che si possono fissare per un intero viaggio in metropolitana senza mai alzare lo sguardo su chi le sta indossando. Chiusa la porta decido di compiere l'ennesima follia seguendola, pedinando la prima emozione vera provata da diversi mesi a questa parte. Prima l'auto dietro al tram e poi a piedi, fino al momento in cui entra in un bar, uno di quei bar che sembrano fatti apposta per incontrare un amante. Si siede, ordina una cioccolata e un signore distinto le si avvicina. Brevi sguardi poi lei parla e lui ascolta, senza rispondere. C'è un strana atmosfera, quasi tesa, come se i due non si conoscessero. Se non mi fosse capitato quello che mi è appena capitato direi che è impossibile. Lui si alza lasciando un bigliettino sul tavolo di lei, io rimango immobile e deciso a continuare a osservarla. Uscendo lui incrocia i suoi occhi con i miei per un eterno istante e il suo è quasi uno sguardo d'intesa. Che mi abbia riconosciuto?





Postato da: markelouffenwanken a 20:36 | link | commenti (1)

E CASANOVA ERA UN BRAVO RAGAZZO...

Una circolare: finalmente sono riuscito a sbloccare gli allegati alle email. Quindi per futuri pezzi da postare in questa ditta potete mandarmeli non più in copiaincolla ma in allegato. Finalmente, era ora!

Vi lascio, per ora, con questo:

"Bisogna dunque pregare Dio e credere di avere ottenuto la grazia che gli abbiamo domandata, anche quando l'apparenza ci dimostra il contrario."

(Giacomo Casanova, Storia della mia vita)

Postato da: markelouffenwanken a 16:59 | link | commenti (4)

LA LETTERA

di Anna Setari

(Torna "la pedinata". Con nuove rivelazioni. Scottanti? Lo scopriremo solo leggendo. In attesa del terzo incomodo, Antonio. Molto presto. Solo su M.U.)

La signora scrive nell'alone rosato di una lampada.Accanto a sé ha un bicchiere di cognac."Lo sa, vero," scrive, " che non la meriterebbe una risposta, lei, con quel mezzo discorso allusivo su un possibile ricatto? Va bene che da un pedinatore cosa
ci si potrebbe aspettare, dopo tutto? Pure, le dirò che quel suo affermare negando, non la mette in buona luce.Ma non voglio essere ipocrita: non le nascondo che la 'minaccia' che lei ha voluto far aleggiare in questo nostro colloquio, mi spinge più alla risposta che al silenzio sdegnoso. Non che la tema (anzi, non se n'abbia a male, un po' mi diverte): è che, lo confesso, sono sempra stata attratta anche dalla sgradevolezza. Non sarei andata dal masturbatore telefonico, altrimenti. Non crede? No, non ci crede: lei dice che non se la beve quella storia. Non ho difficoltà a darle ragione: è una storia che a narrarla non ci si crede. Infatti non ne ho fatto un racconto o una novella. Gliel'ho confidata, invece, in un Caffè, davanti a una tazza di cioccolata, senza troppi pudori, proprio perché infine non era credibile." La signora beve un piccolo sorso. Appena per bagnarsi le labbra."Ah, lei vuole prendersi gioco di me chiamandomi artista! Non mi attribuisca velleità letterarie e Barbados e altre cose da moglie borghese. Ma che ambienti frequenta? mi chiedo. No. Ho già molto da fare. Lavoro, sa? Cosa crede? E poi c'è mio padre, gliel'ho già detto. Non è una cosa patetica, questa, le assicuro. Tutt'altro." Beve un sorso la signora, a questo punto. Si trova chiaramente ancora nel Caffè. Riprende a scrivere: "È ben curioso, invece, come lei sia attaccato, signore, a questa sua fantasia dell'ineluttabilità del mio matrimonio, tanto da non vedere ciò che ha sotto il naso. Da ragazza, è vero, l'ho nutrita anch'io per un certo tempo, quella fantasia. Credevo che di certo prima o poi mi sarei sposata, come le amiche, come i miei fratelli. E immaginavo appunto un marito come lei lo descrive, una vita matrimoniale che sarebbe andata a coincidere più o meno col suo delizioso quadretto di interno domestico. L'affetto che sostituisce l'amore, quel tanto di mesto tramonto seduti davanti alla TV... Intanto però che cosa facevo? Mi ero, ad ogni buon conto, innamorata di un uomo sposato. Padre di figli. Credevo che mi avrebbe infine sposata, che fosse solo questione di tempo... Ora mi fa sorridere tanta ingenuità. " La signora finisce il bicchiere. "Non voglio dire solo l'ingenuità di credere che lui m'avrebbe sposata, ma, più ancora, quella di non capire che nemmeno io volevo sposarmi. Il fatto era che io non volevo andarmene da casa, dove ero già padrona e signora. Ci sono donne che si sposano solo per andarsene via dalle madri. Io forse sarei stata tra queste. Chissà? Ma mia madre aveva avuto il tempismo di andarsene per prima, liberandomi il campo proprio quando stavo uscendo dall'infanzia. E io non avevo nessun motivo per andar via da mio padre... "
Resta sospesa, la signora, e gioca col pollice contro i due anelli dell'anulare. Si è fatta portare intanto un altro bicchiere.
"Era di mia madre la fede che ha visto." Scrive. "Pensi: per anni l'ho portata a questo dito in piena innocenza, come un omaggio alla sua memoria... Non sono mai diventata madre, io. Sono zia, come sa.Ragazzi bellissimi. Gli voglio un bene dell'anima. Uno è uguale, preciso a suo nonno, tra l'altro. Ma non è come essere madre."
La signora sorseggia il suo cognac. Pensosa. "Non che lo rimpianga. Oggi leggevo di un'attrice che parlando della maternità diceva ch'essa significava 'elaborare il lutto dell'infanzia'. Le attrici usano quel linguaggio lì. Frequentano gli psicoanalisti. Però ho capito lo stesso, e mi sono detta: Ecco, io non ho voluto elaborarlo il lutto della mia infanzia.Me la sono tenuta tutta la mia infanzia, morticina com'era. Non l'ho mai lasciata andare. Anche l'uomo che ho chiamato il mio amante, è un padre (quasi un nonno, direi, per età). Un padre materno, oltretutto.Ha infatti una certa durezza materna. Non si meravigli ch'io dica "durezza". Le figlie a volte sanno soprattutto l'ostilità delle madri. Sicché mi punisce, a volte. Ascolta storie come quella di Antonio, vuole tutti i dettagli, e poi mi punisce e....." La signora finisce d'un fiato il bicchiere.Lievemente accaldata. O forse è solo la lampada."Ah, non mi chieda se è un amore o un amante. Cos'è? Non lo so. Non so nulla. So solo che forse è assurdo voler dire cosa sia questo mio essere così pornograficamente figlia. " Il foglio è stato riempito fino al margine inferiore.Resta solo lo spazio per aggiungere: "Caro signore, come vede ho lasciato la tapparella alzata. Mi chiedo però se, scomparso dalla scena il marito, a lei importi ancora guardare." La signora pensa di dare la lettera al padrone del Caffè. "È caduta di tasca a quel signore che prima era seduto laggiù", dirà, mentendo. "Qui c'è il suo numero, credo. Se vuol essere così gentile da riconsegnargliela lei..."
S'alza, e si fa strada un po' incerta tra i tavoli. Ma quando è già quasi al bancone sente una mano infilarsi calda sotto il suo braccio, sfiorandole il seno, una mano forte che quasi sembra sorreggerla. E una voce le sussurra all'orecchio: "Ciao, Ciccia..."








Postato da: markelouffenwanken a 10:10 | link | commenti (4)

12/10/2004
BONJOUR TRISTESSE

(Da più di due settimane se ne è andata la Sagan. E allora scrivo questa prerecensione al suo libro d’esordio, Bonjour Tristesse. Che per l'appunto non ho mai letto. Sono sempre nello spirito delle “prerecensioni”. Scrivere di un’opera d’arte senza averla letta o vista o sentita. Quello che molti altri fanno e non dicono. Noi invece lo pre-diciamo. Ma stavolta, per FS, la cosa è un po’ diversa dal solito.)

 

Françoise Sagan se ne è andata verso la fine di settembre portandosi dietro – non si sa dove- il suo libro d’esordio, Bonjour Tristesse. E’ stata esistenzialista fino alla fine: 3 pacchetti di sigarette al giorno, whisky a gogò, e ovviamente droga. Autodistruzione per una fanciulla di 69 anni che ne dimostrava almeno 80 e che è stata stroncata sul nascere dal suo libro d’esordio. Il successo improvviso e smisurato può uccidere, anche se molto lentamente. A 19 anni – l’età del tempo delle mele golden - salti all’onore delle cronache letterarie planetarie. Su tutti i giornali. Nel costume, nel jet-set, nel jet-leg, nell’imbuto infernale del gossip. Facile avvelenarsi di sostanze allucinogene e allucinarsi di vizio.

Tu, fanciulla francese di ricca famiglia, costretta dal papà a firmarti con uno pseudonimo, nemmeno fossi stata una Melissa P., proprio, della minchia antelitteram. Ci hai provato tante altre volte a far dimenticare quell’esordio così spontaneo e vero e alla resa dei conti così disastroso. Qui in Italia ti avrebbero sicuramente messa all’indice: quell’indice che, come fosse il ditone nicotinico di Dio, scaraventa il malcapitato autore di successo negli scaffali dei bestseller e quindi nei separé delle puttane per principio. Qui ci saresti stata peggio, Françoise, col tuo fardello di successo straordinario e planetario, perlomeno all’inizio; e non avresti avuto il plauso di un Mauriac e di un Sartre, stanne pur certa. Qui da noi i Parrucconi Infiniti – allora come oggi- ti avrebbero messa a fare da mamma alla Tamaro, una mamma scombinata e trasgressiva, insomma la madre troia di una mezza suora. Poi è vero che i francesi te l’hanno fatta pagare con gli interessi più tardi e fino all’ultimo, ma questo è un altro discorso.

Hai volato alto con un’impennata da von Richthofen prima della picchiata risolutiva, e in una volta sola. Hai scritto quella specie di lungo racconto un po’ perverso battendo sulla macchina per scrivere con due dita, per qualche settimana. Ma già inventavi tutto, anche se cavavi dal tuo fondo; come ogni scrittore vero filtravi già quello che avevi visto e sentito e provato nella pura invenzione. Ti immagino: con i pantaloni stretti come s’usava allora, il golfino, l'eterna Gauloise accesa tra le labbra, mentre le due dita forti scattano sui tasti con la passione che è indispensabile per fare tutte le cose veramente sul serio e fino in fondo. Bonjour tristesse. Non sapevi nulla mentre scrivevi così, da studentessa, su quel letto, non sapevi nulla e nulla potevi prevedere, non in quel modo. Scrivevi si può dire a occhi chiusi, a fari spenti nella notte, buttavi giù di getto quello che ti dettava l’ispirazione. Con l’editore ci hai saputo fare, ci mancherebbe. E sei stata un mito per i giovani di allora, sei entrata nei loro cuori focosi perché tu eri giovanissima come loro e come loro ti sentivi in fiamme dalla testa ai piedi. Non hai interpretato i loro gusti, non hai meditato il successo a tavolino con gli imperatori del marketing; non hai pensato che al tuo libro, al tuo bimbo di carta, a scriverlo. Hai avuto tanta fortuna, con quel libro, e credo che tu te la sia meritata. Non lo dico perché sei morta: mi sei sempre stata simpatica pure se non ti ho letta – ma non stato uno dei tuoi lettori solo per puro caso. Hai fatto di tutto, in tutti questi anni, per uccidere quella fanciulla che scriveva su quella vecchia macchina per scrivere. L’hai ammazzata con l’alcol e le sigarette, con la droga e il sesso compulsivo, con lo scandalo privato e politico. E hai tentato di ucciderla scrivendo tanti altri libri, uno dopo l’altro, anno dopo anno, sigaretta dopo sigaretta e whisky dopo whisky, libri su libri che quella maledetta ragazzina potessero sconfessarla, sbalzarla da quel decrepito piedistallo, infine sotterrarla. Con quei successivi romanzi e racconti e piéces hai tentato di urlare, ma mai con abbastanza fiato: “Io non sono solo quella ragazzina ricca e viziata che saluta la tristezza fin dal mattino, io sono una donna adulta e sofferente che sa scrivere di tutto! Di tutto! Di tutto! Di tutto!”. Ma non c’è stato verso. O quasi. “Le piace Brahms”, si, altro grande successo, e poi altro ancora, è vero: ma Bonjour tristesse, maledizione, ti rimaneva stampato a fuoco sul tuo curriculum di una vita fin troppo spesa. E da più di trent’anni non imbroccavi più il bestseller. Ma si: a costo di apparire come uno squalo da libreria, come un avvoltoio da biblioteca, ora finalmente ti leggerò. Leggerò quel tuo primo libro. Perché sei morta senza più un soldo e abbandonata da tutti, sei morta così a pezzi che non ricordavi nemmeno più di essere stata una celebrata scrittrice; e mi sono ricordato di te leggendo la notizia della tua fine sul giornale, perché non avevo niente da fare.

Postato da: markelouffenwanken a 12:10 | link | commenti (9)

11/10/2004
GREAT!

di Gianni Biondillo

L’altra sera al Blue Note ho fatto un viaggio. Ad accompagnarmi era un vecchio ultrasettantenne, con la faccia da contadino della Carinzia e i baffoni spioventi. Era Joe, anzi, Josef Zawinul, da Vienna. Con lui una triplice macchina del ritmo, batterista e percussionisti, che venivano chi dall’Armenia, chi dall’Algeria, chi dal Marocco. E poi un chitarrista californiano, una cantante congolese, un bassista delle Mauritius. Cristiani, musulmani, neri e bianchi, nord e sud. Senza enfasi, senza retorica. Solo musica.

Erano tre lustri che non lo sentivo dal vivo. L’ultima volta all’Arco della Pace con i Zawinul Syndacate, la precedente (ma quanti anni avevo? Ero un cucciolo praticamente), con i Weather Report.

Non è che nel frattempo sia cambiato qualcosa. La musica che ho ascoltato era sempre la solita. Ma, Gesù, che musica, che livello, che impressionante massa sonora, che meravigliosa gioia ritmica, che incredibile capacità del fraseggio, del gusto del cantabile, che eleganza. Quanta gioventù in quel vecchio canuto, in quel monumento musicale.

Perché ve lo dico? Perché alla fine, mentre andava verso i camerini, l’ho incrociato. E gli ho stretto la mano, dicendogli, solo: “great!”

Era una bella stretta, contadina, rugosa. Dovevo dirgli anche “grazie”, ora che ci penso. Glielo dirò, c’è tempo. Seguo sempre l’insegnamento di un amico: “non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice".

Postato da: markelouffenwanken a 21:33 | link | commenti (2)

COMING SOOOOOOON!

Questione di ore. Questione di feeling. Insomma, prossimamente su questi schermi di computer un pezzo di Gianni Biondillo sul concerto di Joe Zawinul al Blue Note di Milano. A seguire un mio ricordo di Françoise Sagan. E poi vediamo se Anna Setari risponde a Ferrazzi o se l'è svignata e chi s'è visto s'è visto. Ma c'è un terzo incomodo che presto si rivelerà... Solo su Markelo Uffenwanken.

Postato da: markelouffenwanken a 18:34 | link | commenti

IL RITORNO DEL PEDINATORE

di Riccardo Ferrazzi

(Ormai lo sapete che io mantengo sempre le promesse. Eccovi quindi il ritorno di Ferrazzi. Il pedinatore. A seguito del suo "Pedinamento mentale" di giov.7 ottobre e di "La pedinata rispose" di Anna Setari di sab. 9. L'intrigo continua... M.U.)

 

Cosa sta scrivendo il pedinatore mentre la signora disinvolta mixa il suo cocktail di bugie e mezze verità ? Sbirciamo sul foglio quasi interamente coperto da una calligrafia stentata, tipica di chi scrive quasi solo al computer.

“Signora, su due cose sono costretto a darle ragione. La prima: nella sua tazza c’è della cioccolata, non the. Ma la colpa è sua: se lei mi fissa sgranando gli occhi in quel modo, come può umanamente pretendere che io mi accorga di cosa sta bevendo ? L’altra cosa è il tu o il lei. È vero, non siamo stati a scuola insieme (peccato !). E poi, certo, indovinare i pensieri altrui è un’intrusione per la quale si dovrebbe chiedere scusa, non approfittarsene. Non le sarà sfuggito che nell’esordio le ho dato del tu ma nella conclusione le ho dato del lei. La coscienza mi rimordeva.

Invece, abbia pazienza, tutto il resto non me lo bevo. Anche se fa di tutto per nascondere la sua mano sinistra, quella che ha all’anulare, dietro l’anello con la pietra tagliata a baguette, è una vera. È la prima cosa che ho guardato.

Una delle cose che mi incantano nelle donne di classe è il modo di dire bugie. Mi permetta di dirle che l’ho apprezzata davvero. Lei non si è preoccupata di inventare una storia plausibile, di procurarsi alibi o false testimonianze. Il tizio che fa un numero a caso e, invece di beccare l’incredibile Hulk o magari Platinette, becca proprio lei, per di più in vena di prestazioni telefoniche, e tanto fa che la convince addirittura a raggiungerlo per consolare le sue tristezze a domicilio, è del tutto incredibile e lei lo sa. Lei ha deliziosamente mentito per farmi arrivare, forte e chiaro, il suo messaggio: fatti i cazzi tuoi.

E come l’ho ammirata quando mescolava il patetico (papà, le nipotine) con il linguaggio esplicito del masturbatore telefonico ! Lei ha un temperamento d’artista, signora. Mi lasci indovinare. Scrive poesie ? Mi piacerebbe leggerne qualcuna. Sono sicuro che sono belle. Intense. Insomma: la classe si sente.

Signora, si fidi di me. Io non conosco suo marito e non ho modo di essergli presentato. Ma scommetto che è un uomo simpatico, ancora bello, discretamente di successo. Sono sicuro che lei l’ha amato molto in passato e gli vuole ancora bene. Solo, lui non ha più nulla da dirle. Ormai, lei ha imparato a conoscerlo più di quanto lui conosca se stesso. Sa come reagirà se gli accenna a una settimana alle Barbados, all’aumento del costo delle lezioni di tennis, al desiderio di iscriversi a un corso di scrittura creativa. Sa come allenta la mascella quando in televisione vede apparire le veline e come la contrae quando lei “zappa” su Gad Lerner. Lei gli vuol bene, signora; non vuole perderlo assolutamente. Ma la vita con lui è diventata così intollerabilmente prevedibile ! Nella sua lungimirante equanimità, qualche volta le è venuto il dubbio che anche lui provi nei suoi confronti la stessa mescolanza di complicità e di saturazione.

Se posso offrirle, non un consiglio, ma solo una perla di saggezza, signora, non se ne faccia un cruccio. A questo servono gli amori clandestini: a non atrofizzare i sentimenti, a risvegliare l’encefalogramma piatto della routine.

Non si vergogni delle sue passioni, signora. Faccio il tifo per lei. Per questo non mi abbasserò a qualcosa di volgare come un ricatto. Dopo tutto, mi sono già affacciato alla finestra della sua anima. Ho trovato i vetri aperti e la tapparella alzata. Le chiedo solo di lasciare tutto così, e anch’io lascerò ogni cosa come sta. Guardo e taccio. Ho tempo. Ho pazienza.

Gauthier diceva: ‘una donna che ha un amante può bene averne un altro, ma se ha un amore ha solo quello’. Io conto di rimanere alla finestra tanto da capire qual è la situazione. Ha un amante o sta vivendo un amore ? Se è amore aspetterò. Altrimenti mi farò avanti. Lei lo sa: ho un certo vantaggio e potrei sempre approfittarne. Anch’io, quando ne vale la pena, non sono sincero. E poi, tutto è lecito in amore e in guerra.”

Senza una parola, il pedinatore se ne è andato. Sul tavolino, fra cuccume, tazze e piattini, è rimasto questo foglio piegato. Sul bordo c’è scritto un nome e un numero di telefono.

Postato da: markelouffenwanken a 09:43 | link | commenti (2)

10/10/2004
NIPPONICO SFOGO

di Fabio Viola

Quarta puntata.

(Il ritorno di Viola con una nuova puntata del suo nipporeportage "plurititolato". Le 3 precedenti puntate sono andate in rete merc. 29 settembre (le prime 2) e, la terza, dom. 3 ottobre. Ciao. M.U.)

 

Oggi mi sfogo un po’.

Ho mentito. Ieri non sono andato a Nagoya, bensì a Kyoto, la città con la più alta concentrazione di templi al mondo (ci sono più luoghi di culto pro capite che a Norcia, ed è tutto dire). Ha un difetto immenso che ne pregiudica la (mia) valutazione: fa un caldo del cazzo che non solo non si respira, ma non si e-sis-te. Ci saranno stati i soliti 33-34 gradi, ma con un tasso di umidità che viola numerosi punti della Convenzione di Ginevra. Protesto. Così non è possibile vivere. Ma quelli, i giapponesi intendo, come fanno??? Mentre giravo per il Kiyomizudera (un tempio) e il Ginkakuji (un altro tempio) sognavo la Groenlandia a gennaio (non che non lo faccia di solito, anzi!, ma lì la sognavo di più).

Inoltre Kyoto è anche molto affollata di turisti, prevalentemente anglofoni, e, lo confesso, mi accorgo di quanto lo scorrere degli anni mi stia rendendo profondamente razzista (più di quanto non sia già, e chi un po’ ha avuto a che fare con me lo sa, che fondamentalmente sono un razzista - solo che non lo sono con i consueti oggetti del razzismo).

Ieri pensavo che le culone americane non siano normali persone sovrappeso. Esse sono altresì dei concentrati deambulanti di putrido lardo che inquinano con la loro parlata l’aria e il suolo, e la cui fatica nel percorrere le salitine di Kyoto è il giusto contrappasso alla fatica che gli altri turisti fanno tollerandone la presenza. Quegli sciacquettii delle loro gole nasalizzate che cianciano parole esauste come noi le gomme da masticare, quella loro nauseabonda assenza di pudore o vergogna nel presentarsi in giro per il mondo come fossero persone normali - gli americani - dio, che oltraggio al buon gusto, che oltraggio alla curiosità, al desiderio di vedere il mondo, che meschina perseveranza nello spacciarsi per "curiosi" dell’alterità. I calzoncini gialli, i berretti con le palle sopra e/o le mazze da baseball (ma non se ne accorgono??), le scarpe da ginnastica coi calzettoni di spugna, quelle canottiere (sempre gialle! ma perché!?) con gli aloni salatissimi, anzi no!, di burro di arachidi. E quel trascinarsi tra un luogo e l’altro sempre stizziti perché nessuno parla il loro ipertrofizzato idioma!

E allora lancio un appello!: dimentichiamocelo st’inglese maledetto! Rendiamo loro la vita difficile, facciamo in modo che non si sentano più in gita nel futuro 64esimo o 72esimo Stato dell’Unione. Che sia ancora più difficile per loro stare al (nel) mondo! Che non si perda il bello del vario in nome di un niente spacciato per tutto!

Basta ora, passo ad altro o trascendo davvero troppo.

A otto giorni dal mio ritorno a via del Tritone (perché tanto è là che sto, sempre o quasi) posso tranquillamente affermare che il Giappone è: fico.

E pensavo una serie di cose (affioratemi in mente osservando un operatore ecologico giapponese al lavoro su un posacenere pubblico a Yodoyabashi).

Pensavo: quale differenza esiste (= è plausibile affermare che esista) tra la rappresentazione dei giapponesi che un occidentale è portato a dare e quella che i giapponesi danno di se stessi esistendo? Ciò che noi, davvero volenti o nolenti, reputiamo attendibile è l’immagine di un giapponese non schematico ma schematizzato (anche nel suo eventuale disordine o nella sua personale ipotetica confusione eccetera), i cui percorsi di vita sono in media alquanto più definiti e preconfezionati dei nostri, la cui ossessione per forma e cortesia sono predominanti rispetto all’eventuale inclinazione caratteriale del singolo, in cui l’alt(r)o da sé esercita un potere quasi coercitivo che incanala il desiderio in un torrente di desiderio comunitario in cui il tutto pubblico é sempre e comunque più importante dell’individuale. Per noi essi sono portati ad avere un percorso scolastico duro e regolare, che pregiudica la loro realizzazione lavorativa futura (anche se pensandolo diamo per scontato che una realizzazione lavorativa sia possibile o, peggio ancora, auspicabile) o magari anche solo la loro conseguente collocazione prestigiosa o sociale. Pensiamo che abbiano un’etica del lavoro eccessivamente faticosa e difficilmente sostenibile. Pensiamo che siano portati da regole morali rigide a non voler percorrere sentieri alternativi al circolo virtuoso accoppiamento-matrimonio-famiglia-figli-vecchiaia, in cui all’altezza del punto "figli" ha inizio un nuovo circolo virtuoso per qualcun altro. Ciò siamo portati a pensarlo dalla rigidità con cui loro - ai nostri occhi - gestiscono le pulsioni difformi all’interno della loro cosa pubblico-privata, anzi giustificandola proprio alla luce di questa non così privatezza della cosa privata, che quasi diventa gestibile da un potere pubblico. Siamo pertanto portati, da queste considerazioni che facciamo in quanto occidentali, a pensare ai giapponesi come a un popolo poco libero, se non del tutto non-libero, sempre in rapporto ai nostri standard di valutazione occidentali.

Ebbene io mi chiedo: ma la differenza, nel risultato, rispetto a noi, dov’è? qual è? Noi non facciamo esattamente lo stesso? I nostri genitori non hanno scelto per noi una scuola che reputavano buona? (o migliore rispetto ad altre). Non abbiamo fatto l’università per trovare un lavoro buono? Non troviamo nella gratificazione economica (chi ce l’ha, adesso, e non sono poi tanti) derivante da un "buon lavoro" una specie di ricompensa alla FATICA fatta? Non siamo noi per primi disposti a sacrificare qualcosa in nome di una specie di carriera? O di un avanzamento economico e, di conseguenza, che lo si accetti o no, sociale? E la concorrenza sul lavoro? E l’arrivismo? E il fatto che, statistiche alla mano, i giapponesi lavorano un numero di ore elevato si, ma inferiore a quello di americani o tedeschi o inglesi? Ma soprattutto, nella vita privata, noi non compiamo tutti sempre e comunque, anche prendendoli di traverso, gli stessi identici passi che i nostri genitori hanno compiuto prima di noi (e che i giovani giapponesi compiono a loro volta seguendo le orme dei loro)? La famiglia, i figli, il lavoro, la casa. Non sto criticando apertamente un sistema adesso, sto solo portando avanti un discorso pseudo-comparativo tra un@mondo che spesso giudichiamo alla luce del nostro senza però valutare che le conseguenze di uno stare in società sono le stesse per tutti. Indistintamente. Allora forse, azzardo, una differenza rintracciabile tra l’operatore ecologico giapponese che pulisce con un panno e una pennellessa un posacenere a Yodoyabashi e un operatore ecologico italiano incazzato nero perché guadagna come nel 1985, sta nel fatto che il primo riceve ordini espliciti che gli dicono cosa deve fare e come (ma nel frattempo ha dei diritti che vengono rispettati e AGGIORNATI), il secondo invece non riceve ordini (pertanto é "libero") ma é subdolamente (e questo é per me l’Occidente, subdolo) portato a fare cose in sequenza, attraverso una privazione progressiva di diritti mascherata da un incoraggiamento al consumo. Se ora non puoi più permetterti un affitto, non c’é problema: intanto prenditi il Sony Ericsson 3547j-Super Reflex Con Anal Intruder e vedrai che non ci pensi più, o almeno ti addolcisci.

E per chiudere, anche rispetto al consumismo giapponese, che ci fa ridere a noi occidentali, qui ti dicono esplicitamente: compra! In Occidente ti ci portano a comprare, piano piano, perché adesso sei libero di farlo e i soldi se non li spendi tanto vale che non ce li hai.

Postato da: markelouffenwanken a 11:42 | link | commenti (1)

UN AFORISMA MOLTO CHANEL

Prima di tutto un "Coming Soon": prestissimo una nuova, interessante puntata del nipporeportage all'adrenalain di Fabio Viola. In attesa di una replica di Riccardo Ferrazzi a "La pedinata rispose" di Anna Setari. Per ora vi lascio con un "aforisma", insomma con una frase di una famosa attrice francese. Io non ci ho capito niente. E voi? Fatemi sapere, nel caso. Grazie.

"La maternità significa, credo, elaborare il lutto della propria infanzia".

(Emmanuelle Béart)

Postato da: markelouffenwanken a 09:55 | link | commenti (9)

09/10/2004
LA PEDINATA RISPOSE

di Anna Setari

(Ricevo e pubblico questo racconto di Anna. Che quando scrive poesie usa uno pseudonimo. Indovinate qual' è. Non è difficile, la trovate tra i miei link. Alla lettera A... Questa è una specie di risposta al racconto “Pedinamento mentale” di Riccardo Ferrazzi andato in rete giovedì 7 ottobre. La pedinata mentale di Ferrazzi, insomma, risponde. Solo su M.U.)

 

"Ma perché si è messo pedinarmi, scusi?" disse la signora sorseggiando la sua cioccolata. "Tra parentesi: come può averlo preso per un the, caro signore? dovrebbe saperlo che in nessun altro posto servono una cioccolata così squisita come in questo caffè..."
Avendo già parlato, il pedinatore ora taceva, fingendo di scrivere una lettera.
"Non c'è mai nulla di misterioso in una donna. Lei lo sa bene. Tranne l'età, a volte..." continuò lei.
"Sì, si trattava di un incontro clandestino, caro signore. Non il mio amante, tuttavia. Era uno sconosciuto che l'altra notte ho scambiato al telefono per il mio amante, appunto. La stessa voce 'notturna' delle sue telefonate: bassa, un po' affannosa. Sembrava lui, come quando vuole sentire un po' di porcate, tanto per 'venire insieme', lui dice." Ride un po', la signora. Non si capisce se più per imbarazzo o per disprezzo.
"Lei non si dispiace se mi esprimo così, vero? E nemmeno se le do il lei, vero?" aggiunge. "Mi trovo a disagio, io, con questa storia di dare il tu a tutti - ma ci conosciamo? siamo stati a scuola insieme? - dico - Perché il tu?"
Col cucchiaino la signora raccoglie gli ultimi resti di zucchero e cioccolata dalla sua tazza. Si lecca graziosamente gli angoli delle labbra prive di rossetto, ma indubbiamente molto belle, e riprende col racconto. "A dire la verità", dice, "a me questa cosa delle telefonate notturne di questo tipo non è mai piaciuta più che tanto. La trovo persino un po' noiosa. Ridicola, anche. Ma mi piace accontentarlo. Che mi dica poi: 'Ah, solo tu! È stato stupendo! solo tu sei capace di questo. Solo tu!' So che non è vero. Ma mi piace sentirglielo dire. Siamo fatte così, noi donne. Lei lo sa, questo, naturalmente...
"Dunque: l'altra notte sento la sua voce 'speciale'.'Amore' mi dice, col tono basso, affannoso. 'Cosa stai facendo?' Vorrei rispondere: 'Dormivo...' e magari dirgli un po' della giornata, ma mi ricordo in tempo che invece s'aspetta altro. Così comincio il solito rituale: 'Ti stavo pensando...' Dove 'pensando' sta per - lei lo sa... E via con tutta la serie canonica di porcate. E lui, come al solito, aggiungeva qualche dettaglio - i soliti dettagli, con le solite parole, le solite esclamazioni. Tutto come al solito, insomma.
"Mi sono accorta che non era lui solo quando, a un certo punto, m'ha chiamato ciccia. Mai sentito dirgli questa parola. Ciccia? Sono rimasta in dubbio, un po' sospesa. Eravamo però già tanto avanti. Come potevo interromperlo, pover uomo, che già quasi veniva? M'è parsa una scortesia. Ho aspettato che venisse. E quando poi ha preso a dire: 'Ah, stupendo! Amore! È stato stupendo!...' proprio come dice sempre anche il mio amante, gli ho chiesto: 'Ma tu chi sei?' E mi ha detto che aveva fatto il numero a caso. Che non era una sua abitudine, ma si sentiva solo. Che si scusava. Ma anche mi ringraziava. Che mai aveva goduto di più. E forse che non ero stata al gioco anch'io? Lui se n'era accorto che a un certo punto lo sapevo che non era il mio uomo solito. Si chiamava Antonio. Abitava nella mia città. Voleva vedermi.

"Il giorno dopo - l'altro ieri - mi ha fatto arrivare a casa un enorme mazzo di rose. Rosse ovviamente. Con un biglietto in cui ancora ringraziava e si scusava. Io non sono sposata, sa? Vivo sola. Sola con mio padre, cioè. Figlia devota. Questo sono per tutti. Questo sono, anzi, in realtà. Figlia devota. Zia, anche. Molto amata. Ma questo è il mio romanzo, la mia vita, e ora non c'entra con il suo pedinamento – se non per dire verso chi mantengo qualche segreto."
Sorride e guarda fuori dalla vetrata, la signora, prima di concludere: "Sono stata da Antonio, oggi. A fare tutte le cose nominate nella telefonata. Tanto per vedere la differenza. È più giovane del mio amante. Più abile, credo. Molto gentile, anche. Esperto. 'Tecnicamente', come s'usa dire, forse è meglio del mio amante, credo. Ma non mi piace. Un tipo massiccio. Senza collo. E tiene la televisione accesa in camera. Una casa con mobili neri, lucidi, senza un libro, e anche un po' spoglia, perché la moglie, una tedesca, se n'è andata via, da poco. L'ha lasciato con due figlie quasi adolescenti. E qualche centrino qua e là. Si è messo a parlarmi delle figlie, pover uomo... Voleva consigli. Mi si deve leggere in faccia che sono una zia..."









Postato da: markelouffenwanken a 12:10 | link | commenti (3)

08/10/2004
SU ELFRIEDE JELINEK

Sono molto contento che il Nobel per la Letteratura sia andato a Elfriede Jelinek. Niente contro Bob Dylan (pare che una parte della giuria dei “dinamitardi” fosse a favore di Mister Zimmermann- Tambourine).Ma secondo me, l’agorafobica Elfriede è una da Nobel, mentre il vecchio Bob con la vera letteratura non ha molto a che fare.

Lessi ormai parecchi anni fa il suo “La pianista” (portato abbastanza recentemente sullo schermo dal regista austriaco Michael Haneke, Palma d’Oro a Cannes). Fu una grande scoperta, quella. Un romanzo che incide, che marchia a fuoco. Un romanzo che può far male. La Jelinek è anche una provocatrice (come lo era stato Thomas Bernhard). Le sue storie dipingono il male dell’Austria, un paese affascinante e gretto, bastardo in tutti i sensi e di grandissime tradizioni culturali. Dove “alto e basso” convivono nella ristrettezza di un paese piccolo dove la gente ovviamente mormora; gomito a gomito, si potrebbe dire. L’alto diventa così abissalmente tale, il basso sprofonda direttamente nel fondo dell’ imbuto. Vienna è geograficamente molto vicina alle vallate cartolinesche degli Enti del Turismo, ma ne è anche lontana anni luce. Non si può paragonare la Jelinek al grandissimo Bernhard, perché sono molto diversi: entrambi provocatori, si, entrambi ossessionati, entrambi autori non solo di romanzi ma anche di teatro; ma se TB circumnavigava le sue frasi con ripetizioni ossessive e scrisse forse troppi libri, per cui era diventato la “maniera” di sé stesso ( e quindi non ho paura di affermare che un certo numero dei suoi romanzi-monologo potevano anche non essere stati scritti, perché in fin dei conti erano ripetizioni ossessive di altri suoi libri con personaggi e situazioni diverse) la Jelinek è la regina mitteleuropea della metafora violenta. La sua, a mio avviso, è una scrittura molto femminile proprio perché fa largo uso della metafora, che viene lanciata in orbita in mezzo a descrizioni, invece, violentemente crude e realistiche, chirurgiche. Pensiero ossessivo e azione, turbolenza sessuale, fobie, grandissimo e umanissimo desiderio di essere capiti e amati, incastri nevrotici. Questa mostruosa complessità la Jelinek la domina con grandissima bravura; e riesce ad emozionare, a colpire al cuore, perché parla (con forza, coraggio e talento) di cose vere. Nel caso della Pianista, effettivamente, la sua borghesissima madre aveva studiato pianoforte. Il padre (lo dice la Jelinek stessa) è morto in manicomio. EJ conosce bene la materia di cui parla, cioè, in buona parte, la follia (ma non solo, perché è anche nota per i suoi coraggiosi attacchi politici, ad esempio per le sue invettive contro il marciume haideriano); ma riesce a trasformare le sue ossessioni in invenzioni pure che sono grandi opere d’arte. Molti si sono stupiti di questo Nobel. Ma perché? Leggete La Pianista e La voglia (due tra le poche cose dell’autrice che sono state tradotte in italiano) e poi sappiatemi dire.

Postato da: markelouffenwanken a 12:23 | link | commenti (11)

07/10/2004
BRIGITTE

di Wolf Biermann

 

Andai da te

il tuo letto era vuoto.

Volevo leggere

e non pensai a nulla.

Volevo andare al cinema

e il film lo conoscevo.

Andai all’osteria

ed ero solo.

Avevo fame

e bevvi due coche.

Volevo star solo

ed ero tra la gente.

Volevo respirare

e non vidi l’uscita

vidi una donna che spesso è qui.

Vidi un uomo

fisso sulla sua birra.

Vidi due cani

girare in libertà.

Vidi anche la gente

che ne rideva.

Vidi un uomo

che cadeva nella neve

era ubriaco

e non si fece male.

Per il freddo andai di corsa

sul ghiaccio

delle strade

da te

che tutto questo non sai.

 

(Traduzione di M.U.)

 

(Cantautore, poeta, scrittore di racconti, uomo di teatro e polemista,Wolf Biermann è nato ad Amburgo nel novembre del 36. A diciassette anni, per protesta contro la politica della Germania Occidentale, si trasferisce nella RDT, a Berlino Est. Prende la cittadinanza della Repubblica Democratica Tedesca. Nel 65 il governo della RDT comincia a stringere un cappio di divieti attorno a lui a causa di certe sue liriche particolarmente critiche nei confronti della vita politica – e non solo- del paese. Diventa un "caso" in Occidente, mentre fino al 76 rimarrà praticamente confinato in casa con l’accusa di tradimento di classe e oscenità. In quegli 11 anni scrive gran parte delle sue cose migliori. Gli viene ritirata la cittadinanza e dunque ritorna nella Germania Occidentale. Malinconico e spudorato, caustico e delicato, pessimista e polemista dalla verve rabbiosa, Biermann canta le miserie del mondo e la rabbia di essere contro. Un "rompiballe" di grande talento, considerato il Trovatore della Lacerazione Tedesca).

Postato da: markelouffenwanken a 20:26 | link | commenti (3)

BOICOTTATE A SSORETE!!!

Si, avete letto bene. Boicottate le sorelle. Due. Due delle Sette Sorelle. Esso e Shell. Per diminuire il prezzo della benzina. Si puo' fare. Per saperne di più andate sul blog di Innovari (qui tra i miei link). Io, per parte mia, non ho più l'auto da tempo. Fanculo alle auto.

Postato da: markelouffenwanken a 16:32 | link | commenti (20)

PEDINAMENTO MENTALE

  di Riccardo Ferrazzi

Cose che capitano agli oziosi, alla gente abituata a fantasticare, partire per la tangente e soffrire per cose inesistenti. Uno di questi fannulloni attraversa a piedi un incrocio. Sono le quattro del pomeriggio di un giorno feriale. Il tram si è fermato, è appena ripartito, e una decina di persone si avviano in fila indiana lungo il marciapiede. La sesta persona è una donna sulla quarantina, non elegante ma vestita bene, con la capigliatura in ordine. Ha il portamento da signora. Non attira lo sguardo, però si distingue.

C’è qualcosa di indefinibile nel suo modo di fare. Ha l’aria di sapere perfettamente dove andare, ma è come se volesse perdere tempo. Ignora certe vetrine. Davanti ad altre si ferma più del dovuto. Tiene in mano un mazzo di chiavi. Probabilmente abita qui vicino, forse in uno dei prossimi portoni.

No. Percorre un centinaio di metri fermandosi a osservare una vetrina di erborista e una di pelletteria, passando davanti a negozi di vestiti, scarpe e profumi senza degnarli di un’occhiata. Poi, all’improvviso scende dal marciapiede e apre la portiera di un’utilitaria. Manovra laboriosamente. Parte nella direzione da cui era arrivata con il tram. Il fannullone la segue con gli occhi. Forse al primo semaforo svolterà a destra o a sinistra. Invece no. L’utilitaria tira dritto e scompare in fondo al viale. E a questo punto parte la fantasia.

Ogni città di sogno è provvista di caffè particolarmente adatti ai colloqui delle coppie clandestine. Hanno il dehors circondato di glicini e all’interno i divanetti di pelle con un accenno di séparé. Lì, davanti a un the con scarsi e trascurati pasticcini, la distinta signora si lascia intervistare. O meglio: non parla. Si limita a reagire con impercettibili cambiamenti di espressione agli alti e bassi di un monologo.

“Andavi o tornavi da un incontro col tuo amante ? Non importa. Mi basta aver capito la ragione del tuo modo di fare, essere entrato nella tua mente tanto da condividere il tuo turbamento, da viverlo insieme a te.

“Non era niente di volgare o di ridicolo, niente “Cielo, mio marito !”, no, era il normale turbamento di una persona che non è al suo primo amore e neanche al suo primo adulterio, eppure ancora non riesce a spiegarsi la complessità di questa cosa che le occupa i pensieri e si lascia gestire solo fino a un certo punto.

“È amore o è soltanto desiderio di libertà ? Spesso l’amore nasce dal desiderio di rompere una catena. E forse non è amore, è solo voglia di evadere, di trasgredire, di uscire dalla monotonia. Ma chissà, forse è amore anche questo. Chi lo sa che cos’è l’amore. Certo è qualcosa che rifiuta la coerenza. L’amore eterno, fedele, santo e martire, piace alla ragione ma fa a pugni col buon senso.

“E poi, sappiamo bene anche questo: gli esseri umani, purtroppo o per fortuna, vanno soggetti a una pluralità di sentimenti senza che uno escluda gli altri. Ogni donna sposata che mi ha amato era gelosa di me, ma non avrebbe mai lasciato suo marito. Ogni uomo sposato che prende una sbandata ama davvero, ma non pensa neanche lontanamente a divorziare. La maggior parte degli uomini non resiste alla tentazione di vantarsene con amici e colleghi, e intanto soffre perché capisce di essere in un vicolo cieco. La maggior parte delle donne soffre per la stessa ragione, ma finge di ignorarla e, con un altro tono, se ne vanta con la migliore amica. Da un lato vuole illudersi di essere libera, dall’altro non può evitare il desiderio del nido, il bisogno di tenere i compagni legati a sé. Vorrebbe che ci fosse un modo per avere due nidi, uno fatto di rispettabilità e uno di libertà.

“Ed è così che finiscono gli adulterii, dolci tradimenti che non fanno male a nessuno finché gli amanti restano consci del loro ruolo. Non possono avere insieme il diritto e la trasgressione, ma è questo ciò che vorrebbero. Pochi sanno accontentarsi. Nessuno tollera una situazione senza futuro. E questa è la nostra maledizione di esseri umani: non riusciamo a vivere se non cambiando continuamente, ma coltiviamo l’assurda speranza di raggiungere una condizione ideale, dalla quale non muoverci più. Ci arriveremo, signora, purtroppo. Ma non oggi. È troppo presto. Le auguro ancora (almeno) un altro amore.

Postato da: markelouffenwanken a 11:43 | link | commenti (1)

06/10/2004
I PUGNI IN TASCA VS GRAZIE ZIA

L’avete visto “Buongiorno notte” di Bellocchio? Beh, io no. Ed è un po’ tardi per farne una delle mie “prerecensioni”. Al limite, (come si diceva negli anni 70 anche ai funerali) ne posso fare una post-recensione. Post-mortem.

Bellocchio è un regista che si serve dell’ispirazione fino in fondo. Infatti scrive (o scriveva) la maggior parte dei suoi film sotto dettatura. Il dettato era fatto dal suo psicanalista, Fagioli. Bellocchio andava (o va) dallo strizzacervelli per scrivere delle sceneggiature. Do ut des, insomma.

Dato che sono (anche) un masochista, non mi sono fatto mancare la visione di un certo numero di pellicole del Nostro. La balia, Il principe di Homburg, Il diavolo in corpo, l’ottimo (lo dico senza ironia) Sbatti il mostro in prima pagina, che non a caso è il suo film più “convenzionale”. E naturalmente il suo celebrato esordio, I Pugni in tasca, del 1965. Soggetto e sceneggiatura dell’allora giovanissimo regista non ancora del tutto psichicamente disturbato. La storia è quella di un pazzo paranoico ed epilettico che, in un modo o nell’altro, fa seri danni nella sua borghesissima famiglia. Un film che all’epoca fece scandalo. Protagonista l’attore di origine svedese e di nascita colombiana Lou Castel (vero nome Ulv Quarzéll) che forse è l’unico che si salva dal disastro perché il film, checché ne dicano ancora oggi i critici (ben?) pensanti, non solo è un film dell’orrore, ma è un orrore di film. Girato da cani, con una fotografia approssimativa, senza nerbo, noiosissimo. L’opera di un dilettante presuntuoso, insomma, salutata a quei tempi come un “poetico” “pugno in faccia” feroce e sgradevole. Si preparava la contestazione e quel film dilettantesco cadde, come si dice (anzi come dico io) a fagioli

Tre anni dopo, cioè nel mitico (?) 68, esce invece Grazie zia. Regia di Salvatore Samperi. Anche qui opera d’esordio, anche qui Lou Castel protagonista, questa volta nei panni strizzati di un finto paralitico. Anche qui un ritratto della borghesia in nero. Può anche darsi che Samperi abbia preso spunto dalla pellicola di Bellocchio, perché ci sono varie similitudini. Anzi, gli indizi di una mezza scopiazzatura ci sono tutti. Ma qui il film ( con tanto di titolo ammiccante) è girato come si deve, è guardabile. Certo, la protesta è finta: perché in realtà Samperi (e i produttori) vogliono più che altro parlare – con morbidezza, tutto sommato- di sesso torbido: infatti il personaggio di Castel si prende una sbandata per la bella zia (Lisa Gastoni, al tempo fidanzata del golden boy Gianni Rivera) fino a un finale tragico. Un pizzico di contestazione à la page, una colonna sonora accattivante (di Ennio Morricone come nei Pugni in tasca, ma qui la musica funziona) una bella attrice allora di moda coprotagonista, i mali e il sesso della provincia, qualche zoomata e movimento di macchina di buon taglio: il cocktail è servito non shakerato. Tutto sommato un film furbacchione e invecchiato male ma mille volte meglio del francamente inguardabile “I pugni in tasca”. Ah, c’è un’altra strana similitudine tra i due esordi: lo stesso montatore, Silvano Agosti, noto regista e montatore indipendente. Solo che nel film di Samperi Agosti si è firmato Alessandro Giselli. La marchetta, insomma, si faceva anche allora col nickname.

Postato da: markelouffenwanken a 11:29 | link | commenti (24)

05/10/2004
n.3

di sEp

 

(sEp - ne potete ammirare altre gesta su "Ellittico"- da un po' di tempo in qua, a quanto ho capito, non mette titoli ai suoi racconti. Questo è il numero 3. Un numero secondo me portafortuna. Eccovelo in esclusiva, questo numero - con tanto di racconto: solo su Markelo Uffenwanken).

Dalla cornetta una voce tremolante, che Guenda riconobbe subito, le chiese se stesse ancora dormendo.La sera precedente era andata a dormire alle 3 e quella mattina non aveva niente da fare. Ma Lorna sembrava essere più che sveglia e continuò
imperterrita nel suo discorso, senza darle possibilità di riprendersi. Lorna era la sua insegnante di inglese e le stava dando appuntamento per quel pomeriggio, considerato che Guenda, il giorno prima, aveva completamente dimenticato la lezione del mattino.Faceva sempre così: sbagliava i giorni, l'orario o anche solo strada o persone. Era sbadata, in una semplice parola: sbadata. Era sempre con la testa fra le nuvole, per dirlo come lo avrebbe detto sua madre, senza dimenticare un tono di rimprovero misto alla disapprovazione.Comunque sia fu costretta ad alzarsi dal letto per segnare sull'agenda quell'ennesimo cambio: se avesse dimenticato anche quell'appuntamento si sarebbe trovata a dovere pagare quattro ore di lezione senza averne presa una e poi non le piaceva fare la figura della demente di fronte a quell'inglese sapientona.Si, pensò mentre appuntava l'orario dell'appuntamento, è decisamente irritante. Comunque ormai era sveglia. Si diresse in cucina, bevve un bicchiere d'acqua e preparò la macchinetta del caffè. Mentre era a bollire accese il cellulare. Scaricò qualche messaggio: niente d'importante. La sua amica Francesca le comunicava che quella sera non sarebbe andata al cinema, e il consueto messaggio delle news dell'ANSA, che portava o notizie di morti o di catastrofi. Infatti quel giorno scrisse che gli ispettori ONU non avevano trovato quello che cercavano; quindi in un solo messaggio morti e catastrofi.
Il caffè bolliva e dopo avere mangiato un biscotto, si sedette al tavolo della cucina per bere un caffè rigeneratore.Non aveva ancora bevuto l'ultimo sorso che la sveglia del telefonino cominciò a suonare. Era l'allarme dell'agenda, per essere esatti. Quella mattina doveva portare il computer ad aggiustare. Via Tajani 689, sull'Aurelia antica.
A questo era costretta Guenda, a segnare gli appuntamenti, o anche solo le cose da fare sul cellulare, e a mettere numerose sveglie. Il tempo le passava addosso senza che neanche se ne accorgesse, e non perché avesse tanto da fare, ma proprio perché non se ne accorgeva. Un'ora dopo era in macchina, alle prese con l'atlante stradale. Ma l'Aurelia antica è il proseguimento dell'Aurelia o no? Arrivò senza molti problemi all'indirizzo che il giorno prima le aveva lasciato il responsabile del negozio di computer che aveva sotto casa. Era costretta ad andarci una volta al mese, il suo portatile aveva sempre qualche cosa che non andava. Fastidi, per lo più, e il responsabile, un ragazzo di trent'anni, non la faceva mai pagare. Ma questa volta era costretta a rivolgersi alla casa fornitrice, e quelli l'avrebbero fatta pagare, senza dubbio.Si sarebbe fatta fare un preventivo. L'indirizzo era in una strada senza uscita, vicino al raccordo, ma era una vietta immersa nel verde e parallela ad una zona residenziale con belle case adornate di grandi balconi. Una zona comunque isolata.Parcheggiò la macchina, scese e si avvicinò al 689.Era una palazzina bassa, ad un piano, piuttosto larga, con due porte, era tutto chiuso e sulla targa del citofono c'era indicato "sweetlife". Sembrava il nome di una casa d'appuntamenti. Non aveva dubbi: si era sbagliata di nuovo. Non era D. Tajani, ma A. Tajani, probabilmente. Tornò in macchina a controllare sul foglio che non aveva scritto lei, e quindi non poteva essere scritto male, e lesse: Via D. Tajani, nessun dubbio, via e civico corrispondevano. Avrà sbagliato lui, pensò sollevata e si fece un giro per la strada, per controllare se le avessero dato il civico sbagliato. Solitamente queste cose fanno arrabbiare la maggior parte delle persone. Ma non Guenda. Sì perché, in fondo, questi errori non dipendevano da lei. Capitavano SEMPRE a lei, è vero, ma non dipendevano da lei. E tutto ciò che non dipendeva da lei portava a qualcos'altro. Era fondamentalmente convinta che niente accadesse per caso. Forse erano i troppi film che vedeva ed i troppi libri, di un certo tipo, che leggeva; o forse l'incredibile incapacità di arrendersi alle cose del mondo, ma ogni volta che capitava un inconveniente del genere la vita di Guenda si riempiva, seppure per un semplice secondo, vale a dire fino alla disillusione, si riempiva di significato. Quello è il genere di fatti che ti fa incontrare l'uomo della tua vita, o comunque quell'inconveniente porta ad un'altra situazione che ti cambierà la vita.Questo in fondo aspettava, che qualcuno o qualcosa le cambiasse la vita. Lei era pronta a qualsiasi cosa.Con il cuore gonfio tornò alla macchina.Il sole splendeva, anche se era fine gennaio, e un po' di vento le scompigliava i capelli.Sorridente si mise al volante. Girò la macchina e si fermò al benzinaio dietro l'angolo. Chiese dieci euro di benzina e si informo sul negozio che cercava. Il benzinaio, dopo averle messo la benzina, andò in ufficio e ne uscì con il nuovo indirizzo del negozio. Guenda accese la macchina. Al semaforo si fermò a controllare sul tuttocittà se avesse preso la direzione giusta. In un quarto d'ora fu sul posto. Anche questa era in una zona residenziale, sempre intorno a quelle parti. Non era esattamente un quartiere elegante, ma in alcune vie isolate le case erano molto belle, solo un po' troppo isolate. Facilmente individuò il civico. Fermò la macchina, prese il portatile e si avviò verso il cancello. L'indicazione diceva di scendere la discesa e girare a destra, come da indicazione trovò la porta ed entrò.La tappezzeria verde faceva pensare alla brughiera, anche se l'odore di sigarette misto all'aria condizionata, riportò subito Guenda alla via Aurelia. Prima di lei c'era un signore, aveva bisogno di un cavo nuovo e di fare stringere i bulloni.Quando arrivò il suo turno Guenda spiegò senza troppi particolari il problema, e chiese un preventivo.Glielo avrebbero comunicato per telefono in un paio di giorni, disse la signora al banco. Dalla stampante uscì una ricevuta sulla quale la signora appuntò il numero di telefono. Si sarebbero comunque fatti sentire loro. Guenda lasciò il computer aperto sul bancone. Prese la borsa ed usci. Risalì la salita, aprì la macchina, entrò e, dopo una conversione ad U, prese la strada di casa.








Postato da: markelouffenwanken a 18:44 | link | commenti (3)

A ME STESSO (E A BRUNO PIZZUL PENSIONATO)

di Augusto Foglia

 

(Ricevo e pubblico questo inedito sonetto del poeta e scrittore Augusto Foglia. M.U.)

 

Io non lavoro più. Scrivo robetta

senza sugo, superflua, e mi vergogno.

Non produco. Non rendo. Non do retta.

Tento un sacco di cose e mi ci infogno.

 

Mi sento un parassita: è troppo stretta

la mia moralità. C’è chi ha bisogno,

chi lavora, chi soffre, chi progetta,

e io che faccio ? Mischio noia e sogno.

 

A chi sono servito fino adesso ?

Non sono eroe della rivoluzione,

né del lavoro, né del patrio suolo.

 

Triste, in quel bar, con la faccia da fesso,

Bruno Pizzul si beve la pensione.

Lui legge la Gazzetta. Io mi consolo.

Postato da: markelouffenwanken a 11:57 | link | commenti (5)

BIONDILLEIDE

Volete conoscere di persona il "perfido" Gianni Biondillo? Vederlo in carne (soprattutto) e ossa? Farci quattro chiacchiere? E dopo, magari, un happy hour? Allora, mercoledì 6 ottobre andate alla libreria di C.so di Porta Romana 51, a Milano, alle ore 18.00. Lui ripresenterà il suo "Per cosa si uccide" e una bellissima attrice leggerà alcuni brani del libro.

Come si dice: intervenite numerosi!

Postato da: markelouffenwanken a 00:09 | link | commenti (9)

04/10/2004
PUBBLICITA' PROGRESSO

"Avete fretta? Camminate Pirelli, sparatevi Beretta, masturbatevi Sandrelli".

(Dino Risi)

Postato da: markelouffenwanken a 19:45 | link | commenti

L'UOMO LIBERO E' ANARCHICO

di Lorenzo Galbiati

(Ricevo e pubblico questo pezzo dell’amico Galbiati che si aggancia a quello di Riccardo Ferrazzi, “L’anarchico di destra e di sinistra” apparso giovedì 30 settembre, ed è un approfondimento di un suo commento in merito a Eumeswil di Ernst Juenger. M.U.)

 

Nella fantasia di Ernst Juenger (1895-1998), scrittore tra i più controversi del Novecento, le cui opere giovanili influenzarono l’ideologia nazista, Eumeswil (l’omonimo romanzo è edito in Italia da Guanda) è la città su cui estende il suo dominio il Condor, despota assoluto che risiede nella casbah, la roccaforte in collina. L’ordine in città è garantito dalla polizia guidata dal Domo, di cui Martin Venator, barista notturno della casbah e studioso di storia, è, in apparenza, amico fidato. Nessuno sa però che Venator è un anarca, e considera l’anarchia il motore della storia: “l’amore è anarchico, il matrimonio no. Il guerriero è anarchico, il soldato no. L’omicidio è anarchico, l’assassinio no. Cristo è anarchico, Paolo no… L’uomo libero è anarchico”.

Come è possibile che un anarchico che vive sotto una tirannide sia una persona perfettamente integrata? È possibile poiché Venator è un anarca, non un anarchista. L’anarchista è l’antagonista del monarca, di cui medita l’annientamento; colpendo la persona, però, rafforza la successione. L’anarca, invece, non si oppone al monarca, “ma è la persona più remotamente lontana da lui, non sfiorata neppure da lui, sebbene anch’essa pericolosa.” Il monarca vuole dominare tutti, l’anarca solo se stesso: questo gli conferisce un rapporto obiettivo e scettico con il potere, le cui figure lascia trascorrere dinanzi a sé, tenendosi a debita distanza.

Ne deriva pertanto che l’anarca non si rifiuta di servire alcun regime, ma si astiene dal giuramento, dal sacrificio e dalla dedizione: in fondo è “interiormente indifferente sia che serva il tiranno, sia che si unisca ai partigiani”. Ma a differenza dei partigiani, che vogliono cambiare la legge, l’anarca vi si adegua, pur non riconoscendola. In un certo senso è simile all’uomo della foresta, dal quale si distingue perché “l’uomo della foresta è stato bandito dalla società, mentre invece l’anarca ha bandito la società da se stesso”; infatti, considera mezzi di castrazione e sfruttamento l’obbligo scolastico e il servizio militare.

Nell’ottica dell’anarca, l’uguaglianza consiste nel fatto che “ciascuno può uccidere l’altro”, ed egli si riserva di uccidere “dove e quando gli piace”, ma comunque lo fa più “raramente del criminale, dell’automobilista e dello Stato.” Questa concezione dell’uguaglianza non deve stupire: si tenga presente che l’anarca cerca innanzi tutto la libertà interiore, e in tal senso non può esservi libertà maggiore della possibilità di uccidere. Inoltre, “egli concede tale possibilità ad ogni altro uomo. Ognuno è centro del mondo, e la sua incondizionata libertà crea la distanza in cui rispetto dell’altro e rispetto di sé si equilibrano.”

Postato da: markelouffenwanken a 02:16 | link | commenti (23)

H.S. A ROMA

La nota scrittrice tedesca Helga Schweinehund (suo è il breve racconto postato venerdì 1 Ottobre) è sbarcata a Roma. Una sua nuova bollente corrispondenza su www.ellittico.org. (Non più) solo su Markelo Uffenwanken...

Postato da: markelouffenwanken a 02:10 | link | commenti (2)

03/10/2004
SALUTI DAL GIAPPONE

di Fabio Viola

Terza puntata.

(Torna Fabio Viola con una nuova, scoppiettante puntata del suo reportage dal Giappone. Buon divertimento. M.U.) 

 

 Oggi, prima di lasciare Osaka per qualche giorno (andrò a Kobe poi forse a Hiroshima se riesco nella mia subdola opera di convincimento) voglio parlarvi di tre cose: 1. Koizumi (ovvero della sua assenza); 2. le ragazze giapponesi; 3. Osaka (che non è brutta come la dipingo io).

1. In televisione Koizumi non c'é mai. Appare molto più di frequente sulle televisioni italiane che in Giappone. Io chiaramente non sono in grado di leggere un giornale qui, ma dando rapide occhiate a quelli altrui in metropolitana non ho scorto una sola volta la faccia di Koizumi. Perchè??? O meglio: per quale dannato motivo noi dobbiamo sciropparci Berlusconi ogni quattro secondi, dobbiamo sapere di che colore è la bandana che si mette, quando se la mette, perchè se la mette, cosa c’è sotto quando se la toglie, dobbiamo sapere delle sue patetiche operazioni chirurgiche per siliconarsi le labbra (quando dovrebbe operarsi gli attributi), dobbiamo ingollare le sue battute da ragazzino ripetente aspirante primo della classe di una scuola privata in cui paga per essere promosso (o, se la suora non si fa corrompere, del modo in cui taglieggia compagni e insegnanti), dobbiamo insomma essere costantemente coscienti dello sgradevole fatto che esiste e che qualche degenerato nostro connazionale l’ha anche votato mentre qui Koizumi praticamente latita? Ieri sera, in un ristorante italiano dopo l’orario di chiusura, ho sentito dire da un napoletano che vive qui da sette anni che i poliziotti giapponesi sono particolarmente stupidi. Allora ho immediatamente chiesto a un ragazzo giapponese cameriere nel suddetto ristorante e ferratissimo in francese (motivo da lui apportato: "J’adore la France", e basta): "Ci sono le barzellette sui poliziotti?". E lui non capisce cosa sia una barzelletta e alla fine fa: "Intendi cose tipo storie buffe?". E io: "Eh, tipo". E lui: "No". E io: "Allora ci saranno sicuramente su Koizumi!". E lui: "E perchè?". E io: "Eeeeeh, perché si?". E lui, dopo una pausa di riflessione di qualche istante: "No, su Koizumi no. Però c’erano su Mori". Io: "Ah, e perché?". Lui, giustamente: "Non deve esserci un motivo per forza, Mori si prestava".

Insomma, Koizumi è ignorato su tutti i fronti. La gente non se lo fila e la stampa segue l’onda. La cosa triste è che questo in Italia non potrebbe mai accadere perché la stampa appartiene a Berlusconi o se non lo fa ne esegue gli ordini, e perché comunque lui - come un bambino cretino - farebbe i salti mortali pur di far parlare di sé. Però mi sembra strano essere in un paese in cui il primo ministro non è la colonna portante del gossip, cioé non ci sono abituato.

2. Osservando le ragazze giapponesi sono giunto a una divisione di massima in tre categorie circa: (a.) le strappone/sciacquette; (b.) le pariah; (c.) le "ragazze giapponesi". Perdonate la superficialità e l’approssimazione con cui le descriverò. Mi ridurrò prevalentemente a semplificazioni di tipo estetico e/o desunzioni.

(a.) le strappone/sciacquette sono in costante aumento e trattasi di ragazze generalmente abbastanza carine che girano con indosso centinaia di migliaia di yen in vestiti, si truccano in modo tecnicamente perfetto ma alquanto vistoso, girano spesso accompagnate da figaccioni atletici e vuoti privi di espressione o alternativamente da vecchioni ricchi e allupati che - si sa - in cambio della loro compagnia elargiscono soldi e/o regali. Spesso quando mi passano accanto, siccome mi danno un po’ fastidio e io sono tendenzialmente uno spaccone, le insulto in romanaccio guardandole negli occhi, cosa che le manda un po’ in tilt. Lo so che non ha senso, ma a vederle dal vivo si capisce che non sono altro che bambole gonfiabili, o meglio non hanno altro uso, e la cosa mi dà sui nervi. Esse vivono per lo shopping e non ne ho mai vista una senza una busta di qualche boutique sotto braccio.

(b.) le pariah. Si tratta di ragazze la cui "bellezza" è interpretabile esclusivamente alla luce di canoni estetici completamente avulsi da un occidentale, diciamo. Esse appaiono sempre sole e tristi. Non c`e` molto altro da dire, anche perché non ho mai avuto contatti con nessuna di loro e non so interpretarne (sempre solo superficialmente) il carattere in quanto non interagiscono quasi mai con nessuno in pubblico. Presumo - ma chiedo conferma a chi ne sa qualcosa - che siano soggette a una qualche forma di discriminazione per il loro aspetto fisico, proprio come accade nel nostro caro vecchio occidente.

(c.) le "ragazze giapponesi" sono la grande maggioranza e sono - per me - assolutamente irresistibili. Una ragazza giapponese che fa la commessa o la negoziante o la cameriera può vendermi qualunque cosa senza che io me ne accorga o possa opporre la benché minima resistenza. Hanno un modo di fare che più che affascinarmi mi incanta. Adoro il modo in cui modulano la voce quando parlano. Impazzisco quando mi sorridono dandomi il benvenuto se sto entrando nel negozio o locale dove lavorano. Arrossisco quando incrocio lo sguardo di una di loro in mezzo alla strada e mi sorridono imbarazzate in quanto sono un gaijin (= straniero) e sarebbe scortese non farmi notare che hanno notato che tale sono. Quando mi porgono il resto con tutte e due le mani abbassando leggermente (leg-ger-men-te) la testa, con quegli occhietti sottili che diventano due fessure da cui non potrebbe uscire niente di più spesso di un bancomat, avrei voglia di ridare loro indietro i soldi per farmeli porgere di nuovo. Inoltre sono aggraziate, profumate (ma non di profumo, e comunque mai troppo), vestite in modo semplice, e anche - ebbene si - sexy. Forse in modo perverso e contorto, ma lo sono. Certo non sono stangone, certo non sono procaci, non sono affatto provocanti in modo consapevole, ma tant'è. Ormai quando sono solo entro nei negozi solo per sentirmi dire "irasshaimaseeeeee" (= benvenuto) e poi esco.

Nonostante la rigidità del loro comportamento pubblico, mi sembrano ragazze dal cuore leggero, e in qualche modo spontanee nel loro essere fondamentalmente formali.

3. Se uno viene a Osaka e dice "che c'é da vedere?", la risposta è - sempre attraverso canoni occidentali - "ben poco". Nel senso che c`e` il castello (l`osakajo), lo shitennoji (tempio), il sumiyoshitaisha (tempio shintoista), il museo delle ceramiche orientali (che ancora devo vedere) e al limite la Shin-Umeda City, con un grattacielo pazzesco con un buco sopra dalla cui cima si potrebbe vedere uno splendido panorama sulla baia di Osaka con tutto il centro ultramoderno che vi si affaccia (dico potrebbe perché non si é riusciti a capire se si può salire su o no, ma si indagherà). Per il resto, la città non è altro che se stessa, ovvero una città immensa, moderna ed estremamente incasinata. Fatto sta che trattandosi di una città giapponese, è facilissimo trovare il "brutto" e il "bello" che camminano a braccetto. Per esempio: ieri e oggi ho girato in bicicletta per il sud della città, tentando di raggiungere il mare verso ovest. Non ci sono riuscito in quanto da un certo punto in poi l’accesso alle biciclette pare interdetto, ma il punto è che lungo la Nagaikoendori (via del parco di Nagai), via lunghissima e grigissima e trafficatissima e anche un po’ zozza, ci sono continuamente traversine che ti proiettano in pochi metri in un altro mondo. Casine basse, strette e tipicamente giapponesi tra le quali regna il silenzio. Viuzze con i bonsai davanti a ogni porta, sembra di essere in un paesino. Un paradiso. Una quiete inverosimile a pochi metri da vie oscene e inquinate. Mini-ristoranti con quelle famose tendine svolazzanti che tutti possiedono nel loro immaginario giapponese, negozietti di alimentari ed empori. Bellissimo.

Inoltre Osaka è dotata di un centro davvero impressionante, seppure in chiave ultramoderna. Ci sono vie molto larghe che attraversano i vari fiumi della città (sono più di quattro, non saprei però essere più preciso) in cui si gode di vedute mozzafiato su grattacieli e palazzi stravaganti, ponti e controponti che sembrano essere stati costruiti nel 2040... girando in bicicletta per quei quartieri non riesco a guardare in basso, rischio continuamente collisioni con altri ciclisti. Vado a bocca aperta. Questo per dire che comunque questa città mi piace, e penso che ci passerei volentieri del tempo in più. Non so, anche un anno per esempio.

Infine: non ho ancora fatto nemmeno mezza fotografia. Ho portato la macchinetta vecchio stile ma non mi va di usare i rullini. Voglio una digitale, e se qualcuno (Ciiiiiiiiiiiii!!!) non mi istruisce su come muovermi va a finire che non la compro e di questo viaggio non avrò nemmeno una foto.

Bene. Domani a Kobe e dopodomani chissà. Sono in partenza per Nagoya (si, Hiroshima è sfumata), perciò solo info semi-operative oggi, e niente o quasi dissertazioni pipponesche.Ora rispondo al volo a un paio di domande:

1. Di giapponesi alti più di 1.78 (maschi) non ce ne sono moltissimi ma qualcuno si. Provvederò a fornire a qualcuno di loro il numero di cellulare della richiedente.

2. Vita gay a Osaka: francamente non ne ho idea, né so se i gay locali siano liberi di essere se stessi. Ne dubito, ma anche questo in effetti lo ignoro. Di andare in un locale gay per vedere com’è non ho alcuna voglia. Peraltro non saprei come rintracciarne uno.

Ma siete tutti fissati col sesso dei giapponesi? Ricordate: il sesso è il male. Il sesso va abolito. Si.

Dunque, ieri sono stato a Nara.

Nara è una cittadina graziosa e souveniristica. Il todaiji (tempio) con dentro il daibutsu (mega-buddha) mi ha commosso, nel senso che entrandoci mi sono venute le lacrime agli occhi. Sia perché é molto antico, sia perché fa effetto, é bellissimo, é immenso, é "molto sacro" e scusate per la bruttura dell’espressione. E’ stata un’emozione forte, non saprei come descriverla per iscritto. Ho fatto delle foto, spero che rendano l’idea della maestosità e sacralità del luogo. A Nara ho anche mangiato gli warabimochi [= dolcetti di pasta di riso schiacciata e gommosa con dentro, in questo caso, una specie di crema molto densa di azuki (= fagioli rossi dolci)] e un katsudon indimenticabile (= cotoletta con uovo su base di riso). Ora capisco perché C. nelle sue cronache da Kyoto parlava quasi solo di cibo e de magnà. In effetti, non ho mai mangiato bene come qui. Non sento alcuna mancanza del cibo italiano. Pazzesco, ma vero.

L’ altroieri invece sono stato a Kobe. Ciò che è interessante di Kobe è il fatto che è stata completamente ricostruita in seguito al terremoto del 1995 (7,3 sulla scala Richter) che ha ucciso più di 6400 persone. Pare sia stata la maggiore catastrofe naturale del XX secolo. Ebbene, la città è alquanto moderna, ordinatissima, estremamente pulita e c’è una piccola Chinatown molto graziosa. Geograficamente ha una posizione splendida, alle spalle alte montagne rigogliosissime, davanti il mare. C’è da dire però che la gente è un po’ scontrosa e buia, non particolarmente vivace, decisamente meno adorabile di quella di Osaka, che sto imparando ad apprezzare. Mi sono chiesto se questa differenza di carattere cittadino sia da attribuire proprio al terremoto, che quando colpisce con quella potenza (sarebbe da dire: magnitudo) forse lascia più di qualche segno. Eppure Kobe è a pochi chilometri da Osaka, tanto pochi da poter dire che fanno parte della stessa immensa conurbazione.

Ora ho il treno per Nagoya da prendere.

 

(La prima e la seconda puntata sono andate in rete mercoledì 29 settembre. M.U.)

Postato da: markelouffenwanken a 12:24 | link | commenti (1)

02/10/2004
CANILE PER UMANI

di Kanji

(Questa testimonianza di Kanji -il link del suo blog in alto a destra- non è certamente d'attualità. Nel senso che sono passati, dai fatti narrati, ben 12 anni. Ma la "location" è europea. La Romania del dopo Ceausescu. Ed è una cosa da brividi. M.U.)

Sento in gola il rumore delle mani che battono sulle maglie di ferro della recinzione. Le grida. Non so nemmeno in che lingua. Sembra un canile. Per umani. 

Sono passati dodici anni. Ero a una settantina di chilometri da Bucarest, stavo cercando un campeggio, seguivo le indicazioni di una guida turistica. Era una strada sterrata in una pianura boscosa. Era la strada giusta. "Siamo quasi arrivati". Da lontano s'intravede un cancello. In ferro, tubolari e rete. Alto, troppo alto per un campeggio. E c'è una guardiola, non una reception, una guardiola. Sembra un vecchio canile, con la recinzione in fil di ferro. Un canile per cani alti poco meno di due metri, un canile per umani. Tutt'intorno vegetazione. C'è qualche persona che cammina al di là del cancello. Il rumore della macchina attira l'attenzione. Man mano che ci avviciniamo si aggiunge qualcuno. Scendiamo, io e l'amico rumeno che ci fa da guida. Non c'è nessun campeggio. La prima immagine, davanti agli occhi della memoria, è quella degli stadi di Pinochet. Non sappiamo davanti a chi siamo né cosa sta succedendo dentro a quella gabbia. Ma quello non è un campeggio, come non erano stadi quelli di Pinochet. Adesso la gente è tanta, tanta gente addossata alla rete, con le mani alzate. Hanno la pelle nera, sono tutti uomini neri, magri, stupiti più di noi. Occhi grandi e nervosi.

Come un animale in gabbia, si dice, come un animale in gabbia.

Leggono nei nostri occhi lo spavento, capiscono che siamo lì per caso. Capiscono che non gli saremo di alcun aiuto. Battono le mani, coi palmi chiari e piatti, sulla rete di metallo (questo è il rumore che ho adesso in gola), battono le mani sulla rete di metallo. Chiamano non so cosa, non capisco cosa dicono. L'amico rumeno mi fa salire in macchina. Si aspetta l'arrivo di guardie, soldati o chissà chi. "Andiamo. Andiamo!" Non avevamo il cellulare. Se ci fosse successo qualcosa o se ci avessero arrestati, nessuno avrebbe saputo come rintracciarci. Eravamo fuori dal percorso indicato agli amici rimasti a Timisoara, eravamo in ritardo di un giorno sugli aggiornamenti telefonici. "Andiamo. Andiamo!". L'amico rumeno diceva che non capiva, che forse erano rifugiati politici. Diceva che non sapeva. Ma cosa immaginava? Di questo non ha mai fatto parola. Non con noi. Erano passati poco più di due anni dalla caduta di Ceausescu. Quell'amico era riuscito a restare vivo, aveva una moglie e tre figli piccoli. Era riuscito ad abbracciare amici che stavano in galera da vent'anni, si era preso cura delle loro famiglie. Quell'amico aveva paura. Voleva solo ricominciare.

Come un animale in gabbia, si dice, come un animale in gabbia. 

Postato da: markelouffenwanken a 12:45 | link | commenti (4)

01/10/2004
LE DIMISSIONI

Dimettersi è bello. Sulla Gazzetta dello Sport di oggi leggo che Bobby Gould, allenatore del Peterborough (squadra di calcio della 4 divisione inglese) si è dimesso durante l'intervallo della partita contro il Bristol City. Il presidente Barry Fly (con un nome così poteva fare il cantante di R&B) ha così commentato: " Stavamo parlando di cosa fare per recuperare, ma Bob stava zitto. Poi se ne è andato". Insomma, Bobby si è dimesso in silenzio. Rudi Voeller, invece, allenatore della Roma per tre giornate, ha dato le sue spiegazioni mediatiche, anche perchè allenava una grande squadra nel campionato più seguito - e anche più bello, secondo me - del mondo. In patria sono piovute le critiche, soprattutto da parte del collega Lothar Matthaeus (ex giocatore dell'Inter) che ora allena la nazionale ungherese. Un tedesco che molla il colpo! Inconcepibile! E il notorio pugno di ferro?! Ciao Rudi, insomma. Eppure Voeller secondo me è un grande. Ha capito che era meglio rinunciare. La squadra non lo seguiva, non c'era verso. Voeller era tornato a Roma (dove da grande giocatore era stato l'idolo della curva sud dell'Olimpico per anni) per sostituire Prandelli, che ha gravi problemi familiari. Con le migliori intenzioni. E con le migliori intenzioni (immagino per la sua salute) se ne è andato dopo tre giornate, destinazione Leverkusen. Dimettersi è bello. Anche i tedeschi hanno un'anima.

Postato da: markelouffenwanken a 12:39 | link | commenti (29)

L'IMPORTANTE E' FENIRE

di Helga Schweinehund

(Ricevo (?) e pubblico questa elettrizzante prosa poetica softsadomaso della nota scrittrice tedesca Helga Schweinehund, moglie dell'ancora più noto regista Harald, il Tinto Brass di Lubecca. M.U.)

 

Si. Adesso. Arriva lui. Si spoglia lentamente. Avanza. Verso di me. Sono indifesa, succube, schiava. Schiava d’amore. E’ volgare, triviale, rozzo, scorbutico, è l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai. Mi prende con forza. Sul letto sfatto. Brache Diesel calate. Calzini Ralph Lauren bucati. Camicia Etro aperta sul petto appena depilato. Alito che sa di Glenfiddich misto a Gatzweilers Alt. Barba di tre giorni. Un uomo rude, cattivo, collerico, intollerante, di destra, fascista, anseatico-leghista, nazionalsocialista. Mi tira una centra mandandomi contro il termosifone. Mi lega al termosifone bollente con cavi elettrici ellittici. H07 Waskoenig+ Walter. Guaina in PVC antifiamma. Finisce di spogliarmi strappandomi i pochi indumenti di dosso ( Ferrè, La Perla) come una furia. Lo amo. Lo odio. Lo amodio. Lo porcozio. Non so decidermi. Mi tira un’altra centra. Poi un’altra. Piango. Chiedo venia. Chiedo asilo. Chiedo dunque sono. Soffro dunque godo. Godo dunque sono… Ed eccolo, svettante, aromatico, al sapore di bazar-blister in gommalacca, amarognolojaegermeister. No Gold One. Chiavatona No Profilattic. No Profit. No Global. A rischio e pericolo di contagio Blut und Ehre. Cazzi amari. Pensiero stupendo. Nasce un poco strisciando. Si potrebbe parlare: di bisogno d’amore. Meglio non dire. E adesso, arriva lei. Mi picchiano dappertutto. Sono sfranta come un pomodoro Sankt Marzano venuto a male. Fanno le porcate tra loro e io guardo. Pensiero stupendo. Nasce un poco menando. Penso dunque sono. Sono dunque godo. Godo dunque soffro. Ma c’è di buono, che al momento giusto, lui sa diventare un altro. Per un attimo lui, è grande Grande GRANDE. L’importante è finire. Si. Si. Si… 800 euro, grazie. In nero. Niente Taxis. Niente Thurm. Solo sturb und drangheta. Oh… sono fenuta…

(Traduzione dal tedesco di M.U.)

Postato da: markelouffenwanken a 00:39 | link | commenti (14)

 

E' uscito il 10 maggio...

...il nuovo libro dell'Uffenwanken!

Archivi

oggi
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004

visitato *loading* volte