Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
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Nel precedente post di Ferrazzi, "Anarchici di destra e di sinistra", Giovanni Monasteri cita il libro di Furio Colombo "Confucio al computer". Beh, ora vi do Confucio al Computer. Ve lo piazzo al computer, insomma.M.U.
"Il maestro disse: "Per politica s'intende l'arte di conservare in vita lo Stato.L'abilità del duca Shao di restare al governo mentre lo Stato precipita non puo' essere chiamata politica".
(Confucio, Dialoghi, sec. V a.C.)
di Riccardo Ferrazzi
(Eccovi un nuovo pezzo di Ferrazzi. Una garanzia. Solo su M.U.)
Secondo una leggenda metropolitana che riscuote un certo credito anche presso gli intellettuali, l’anarchico di sinistra sarebbe una specie di Easy Rider o, meglio ancora, uno Straniero dagli Occhi Pallidi che cavalca libero per la sconfinata prateria senza essere rapace e masnadiero, anzi, dimostrandosi sensibile, idealista e giusnaturalisticamente fautore del Bene.
Ma sarà poi vero che per essere progressisti bisogna atteggiarsi a eroi romantici in preda allo Streben e allo Sturm und Drang, tutti impulso, passione e nobiltà d’animo ? E, viceversa, siamo certi che chi guarda alle cose - più che alle utopie - è di destra, è conservatore, è un cinico pessimista e triviale ?
L’anarchico di destra (di destra ?), dicono gli intellettuali, è un tizio che forse ha capito tutto ma non vive la vita. Invece, quello di sinistra (di sinistra ?) cavalca nella immensa prateria portando nelle tasche della sella un capitale di belle e sante idee. È un liberal (cioè un buono). Detesta i monopoli (che non siano di stato), le posizioni di preminenza sul mercato (a meno che non siano di de Benedetti), i giornalisti fiancheggiatori di un partito politico (tranne Furio Colombo, lui è un’altra cosa), le scuole e le cliniche private (salvo quelle degli amici). Gli danno fastidio anche l’obbligo del casco e delle cinture di sicurezza, e naturalmente i divieti di spinello, di pista e di pera.
Cazzo, siamo liberal sì o no ? Abbasso i muri ! I muri sono di destra ! Noi vogliamo cavalcare liberi, scorrazzare nell’immensa prateria inebriandoci di infinito. La prateria è dei buoni, e i buoni siamo noi. Per questo, se uno mi viene incontro gli piazzo una palla in mezzo agli occhi. Perché è un cattivo. Come faccio a sapere che è un cattivo ? Cazzo, invece di andare nella mia direzione mi tagliava la strada ! (Oppure: aveva una camicia a strisce anziché a quadretti, dava del pirla a Tabucchi, diceva che Margherita Hack ha rotto il cazzo, ecc. ecc.). Per quella gente lì ci vorrebbe il cappio o la ghigliottina, o almeno la gogna. E se proprio non è possibile farli fuori tutti, costruiamo dei muri (ma belli, di sinistra) che li costringano a marciare nella nostra direzione anche se non vogliono. E che cazzo ! Siamo liberal sì o no ? Viva i muri di sinistra !
Solo che anche i muri di sinistra, una volta costruiti, stanno lì. E gli stronzi di destra sono così tanti che, per farli marciare nella giusta direzione, di muri bisogna costruirne un casino. Al punto che il bravo figliolo di sinistra (di sinistra ?) invece di scorrazzare nella prateria, finisce per camminare tra due muri anche lui, esattamente come gli stronzi di destra.
Tragedia, disperazione, autocritica. Oddio, non sarà che ci siamo sbagliati ? Impossibile ! Il nostro è un pensiero forte, la nostra analisi socioeconomica è modernissima (in realtà è plurisecolare, ma noi diciamo che è modernissima e guai a chi dice il contrario).
Già, ma come la mettiamo con il pensiero debole ? Come si fa a tenere insieme il pensiero debole (e quindi l’inevitabile abbondanza di pirla che non la pensano nel modo giusto, cioè come noi) con l’intima certezza di avere ragione ? Non sarà (lo dico piano, perché è quasi una bestemmia) non sarà che qualche ragione (non tutte ! tutte le abbiamo solo noi), ma solo una o due, magari su qualche punto marginale, potrebbero averla anche gli altri ?
Cazzo, vuoi vedere che per essere liberal ci tocca diventare liberali ? Ovvero: piantarla di fare i missionari, dare per scontato che ci sarà sempre gente con la camicia a righe e non a quadretti, smetterla di incazzarsi per così poco, riconoscere che l’umanità ha impiegato millenni per abolire i sacrifici umani, e altri per mettere al bando la schiavitù, ed è ragionevole pensare che altri millenni, e impegno, sudore e fatica, ci vorranno per raggiungere le mete del progresso sociale ?
In fin dei conti, preoccuparsi più delle cose e meno delle idee non significa rinunciare ad avere delle idee. Non ci rinuncia neanche l’anarchico di destra (di destra ?). Solo che lui non si vergogna a riconoscere che in sociologia e in economia le bacchette magiche (alias: il mito della rivoluzione che mette a posto tutto) sono rimedi peggiori dei mali. La macchina a vapore ha liberato l’umanità molto più dei discorsi o delle ghigliottine.
Poi, per amor del cielo, ognuno è padrone di vivere alla maniera di Fabrizio del Dongo o di Julien Sorel. Ma non se la prenda con chi considera i due eroi stendhaliani per quello che sono: due bambocci viziati. E quando picchia il naso contro un muro non la butti in politica: i muri non sono di destra o di sinistra. Sono muri e basta.
di Fabio Viola
Seconda puntata
(Arieccoci. Pensavate che la seconda puntata l'avrei messa in onda tra una settimana, magari? No, subito. E, d'accordo con Fabio, abbiamo cambiato anche il titolo alla serie. Quello che tutti i serial non fanno. Da Rambo al Maresciallo Rocca. Noi no. La terza puntata tra qualche giorno. M.U.)
Eh, stavolta li ho sentiti eccome. Stanotte e ieri notte, due scossoni che mi hanno spostato con tutto il futon. come se un tizio spiritoso venisse a prenderti a calci il letto mentre dormi. Fa impressione. Poi riaddormentarsi non è facilissimo. Ti resta l’idea che potrebbe arrivare quello grosso che stacca il palazzo da terra e lo fa appoggiare sul davanti, con te che improvvisamente cammini sulla finestra.
Il caldo imperversa. E’ una cosa immonda. A casa fa anche più caldo che fuori, ma di brutto, ci saranno trentadue gradi all’interno del miniappartamento in cui sto. Dormire con una temperatura del genere non è facile, poi ci si mettono anche i terremoti.
A parte questo, ci tengo a ribadire che Osaka è veramente immensa, non so se si era capito nella scorsa puntata. Ieri abbiamo girato in bicicletta da nord a sud, e senza mai toccare le periferie abbiamo percorso tratti oceanici.
Ho visitato l’Osakajo, il castello di Osaka, e devo riportare che tutto il parco intorno al castello è abitato da barboni giapponesi con le loro tende blu. Immaginate i giardini della Mole Adriana popolati di barboni giapponesi con le tende blu. Non ci potevo credere. E non è tutto qua! La strada percorsa per raggiungere l’Osakajo è una cosa immonda. Prendete Atene, frullatela con viale Marconi a Roma, riempitela di giapponesi, sparateci dentro una milionata di biciclette e odori di qualunque cosa a go-go e ci siete. Ecco: Osaka, voilà. Inoltre non mancano: cartacce, spazzatura, rifiuti vari, pezzi di pesce, brandelli di carne e organi umani, antenne aliene mozzate e godzilla. Hmm, vabbè, era per dire che questa città è un vero casino. Allora, sconvolto da tanta non giapponesità mi sono consultato con una tale G., ragazza di Milano che vive qua con il fidanzato giapponese e che da ben sette anni non mette piede in Italia né ha intenzione di farlo. Ella dice: "Osaka non è Giappone, è Asia. Qui puoi farti un’ idea di come sono Seoul, Pechino, Saigon, altre città dell’Estremo Oriente". Questo è ciò che ella dice. Io dubito fortemente che Saigon o Pechino o Seoul abbiano un reddito medio procapite paragonabile alla metà di quello di un osakese, ma il concetto è senza dubbio quello. In seguito ella ha aggiunto: "Se vai a Tokyo ti rendi conto di quanto Osaka sia una realtà a sé". In seguito a questa affermazione mi è venuta voglia di andare a Tokyo, cosa che avevo esclusa a causa del costo considerevole del treno per raggiungerla (con lo Shinkansen, il treno superveloce che ti ci porta in due ore e mezzo - si tratta di più di quattrocento chilometri - ci vogliono circa 240 euri, a quanto pare). Tokyo, dai racconti di amici e conoscenti, e da ciò che sto desumendo da un confronto ipotetico con Osaka, è una specie di delirio post-post-futurista, una visione bladerunneriana in cui la Svizzera ha vinto la terza guerra mondiale e tutti si vestono in latex arancione e/o blu, un laboratorio ipertecnologico in cui si studia il modo di rendere il futuro più cool. Insomma: il primo insediamento umano su Nettuno. G., ella, ha detto, ma qui parafraso e interpreto, che laddove Osaka ti fa sentire di essere in Asia, Tokyo ti fa sentire di essere a bordo dell’ Enterprise.
Passando ad altro, ieri ho visitato un ufficio postale giapponese. Chi di voi ha visto un qualunque film di Lynch sa bene come Egli rappresenti gli impiegati, i commessi, le persone che insomma sono addette alle relazioni dirette col pubblico. Ebbene: entrando in questo ufficio postale di Abeno (quartiere di Osaka tipo Tor Bella Monaca coi grattacieli senza vetro e senza la malavita), locato in una stradina piccola e storta con casette vecchie a ridosso di vari colossi di cemento, ho trovato ben tre impiegati schierati uno di fianco all’altro davanti ai loro sportelli. Guardavano verso l’ingresso in silenzio. L’ufficio postale era deserto (ma c`e` da dire che era anche piuttosto piccolo) e i tre non parlavano, non ridevano, non mangiucchiavano, non qualunque cosa. Stavano là e aspettavano. Entriamo e mentre scriviamo gli indirizzi sui pacchetti da spedire i tre non fanno altro che continuare a guardare verso l’ingresso. Di sicuro respiravano però. Con quel silenzio li ho sentiti distintamente emettere aria e riappropriarsene ritmicamente. E’ stato interessante. Nell’ufficio postale ho acquistato dei francobolli di Mazinga che userò per spedire qualche cartolina. C’erano anche quelli di Hello Kitty ma ho preferito Mazinga. E come tutti sanno, uno esclude l’altra.
In Giappone si mangia benissimo. Anche questo l’ho già detto, ma ci tengo a ripeterlo. Sto diventando dipendente dagli udon, in ogni loro variante, e dal tonkatsu (che mangio spesso anche a Roma.) L’ altroieri ho mangiato anche il sashimi più buono di sempre, con talmente tanto wasabi sciolto nella salsa di soia che per un momento ho creduto di aver ingurgitato mezzo litro di benzina senza piombo. Eccellente. E oltre a mangiare in maniera rimarchevole, in Giappone si mangia sano. Se vivessi qui riassesterei il mio malandato fegato in poco tempo e probabilmente perderei anche peso. Non sarei più il "barile di merda" che Polda Farani (di Castel Madama, quella che da grande vuole fare la giornalista, quella che ricorda una qualunque immigrata clandestina dall’est europeo) mi ha rimproverato di essere.
Ci sarebbero altre cose ma per ora passo. Anzi no, prima devo dire una cosa: in questo momento vi scrivo da un internet point all’interno di un centro commerciale specializzato in elettronica. Avevo intenzione di acquistare una macchinetta fotografica digitale ma ce ne saranno esposte ALMENO seicento tipi diversi. Sto impazzendo, non so quale scegliere né come. Ieri, preso da un moto di stizza per tutta quella varietà, ho compiuto un gesto riprovevole modificando di proposito il menu di una macchinetta presa a caso dal giapponese al francese. Prima che mi arrestino per terrorismo linguistico, qualcuno mi dà qualche dritta per favore?
di Fabio Viola
Prima puntata
( Comincia oggi questa serie a puntate scritta da Fabio Viola del collettivo di Ellittico. Direttamente dal Giappone. La prima volta di Fabio in Giappone. Sensazioni e osservazioni in differita. Perché lui è tornato a Roma – da poco – e questi racconti di viaggio li pubblico dunque ancora caldi. Fino ai primi freddi. M.U.)
Fa un caldo impensabile. E’ umido. Tira vento. Ogni tanto casca l’acqua dal cielo (n.b. non piove, casca proprio l’acqua, per via di un tifone che sta spazzando Okinawa giù a sud).
Ci sono stati tre terremoti da quando sono qui. Non ne ho sentito manco uno ma se ne parla. Uno pare fosse forte. L’epicentro era altrove e sembra che a Osaka l’abbiano sentito. Io no.
Si mangia benissimo, inverosimilmente meglio che nei ristoranti giapponesi a Roma, c'è un botto di roba e di scelta e si paga anche molto poco. Ancora non ho preso il sushi.
Osaka è: enorme. Tendente al grigio come ricorrenza cromatica. Piena di gente. Veramente enorme. Proprio enorme. Ci sono pochissimi stranieri e se ci sono si nascondono. Non ricca. Non opulenta. Non povera. Non misera. E’ la capitale universale dell’understatement consumistico. Ci sono alcune zone centrali che sembrano il delirio di un architetto psicopatico e drogato. O forse di squadre di architetti psicopatici e drogati (nello specifico: direi funghetti allucinogeni. Ancora più nello specifico: amanita muscaria). Non è una città pulita come uno si immagina le città giapponesi. Ho visto: cartacce in più punti, un frigorifero abbandonato, una lavatrice rotta vicino al frigorifero, un televisore morto pochi passi dopo la lavatrice e il frigorifero. Spazzatura dimenticata. Oggi al parco di Nagai (Nagai-Koen) ho pestato una merda. Non ci potevo credere visto che qui girano tutti con la paletta e anzi ne sono ossessionati. Pertanto ritengo di aver pestato l’unica merda vagante di Osaka. Al parco di Nagai c’è, oltre alla merda che ho pestato io e a un numero impressionante di gente che corre (per andare dove, nessuno lo sa) e va in bicicletta, una tendopoli di barboni. Essi vivono in condizioni assai poco barbonesche in quanto sono dotati di: lavatoi, tende in sintetico blu tutte uguali, panchine, un paio di chioschi e accessori per la cucina e il bagno. Essi sono pertanto non barboni, ma barboni giapponesi. Voi capite che è diverso.
I giapponesi a Osaka sono diversi da: 1. i giapponesi che ho conosciuto io prima di venire a Osaka; 2. i giapponesi che uno che non ha mai conosciuto i giapponesi immagina (in quanto sono: rumorosi, spavaldi, atteggioni, sciolti, acchittati); 3. i giapponesi che uno vede in televisione o al cinema da noi in Europa; 4. i giapponesi che uno vede in giro per Roma che corrono appresso agli ombrelli e fanno le foto. In un certo senso questi giapponesi di Osaka sono sia una delusione sia un’interessante scoperta. Pare che essi - gli abitanti di Osaka - siano considerati i cafoni del Giappone, ma certi li trovano anche estremamente divertenti. Mi ricordano, a livello di reputazione, quella che hanno le persone di Napoli in Italia. E questo conferma le dicerie su di loro che avevo ascoltato prima di partire.
Infine di Osaka - dopo questi due giorni devastanti in cui il fuso orario sta facendo di me ciò che la cocaina ha fatto al naso di Califano – c’è da dire che è una specie di affastellamento senza soluzione di alcun genere di continuità di architetture di ogni provenienza (incluse le provenienze frutto di fantasia o abuso di stupefacenti allucinogeni). Ci sono vie anche in periferia che sono così assurde e improbabili da essere tutte uguali e indistinguibili l’ una dall’ altra. Non so se mi capite.
Le Simone sono libere. Stappate quello che avete. Io vado a farmi una birra. Ciao.
di Arden
(Torna Arden con una poesia in esclusiva. C'è Ofelia. Non quella di "Per amare Ofelia" con un giovane Renato Pozzetto vittima del Complesso di Edipo. Ci penserà Giovanna Ralli a farglielo passare, comunque... No, qui si tratta dell'Ofelia di Shakespeare. Cioè, dell'Ofelia dell'Otello di Shakespeare. No, mi dicono che Ofelia era nell'Amleto. Però era di Shakespeare anche l'Amleto. Insomma, questa è una Ofelia blogger. Perchè, non si puo'? Solo su Markelo Uffenwanken si puo', si puo'...)
La scena è nel salone del barbiere
preferito dai quarantamila
bloggherelli, proprio nel tramente
ch'eran accesi quelli in discussione
sulla questione capital dell'Io
- s'esso, il mio, dato che il tuo
si sa che non è Io, sia molle
oppure duro - ed ecco che entra
lei, l'Ofelia in camiciola e
"Sì, sicuro", dice ad un dipresso,
in quella sua maniera un poco
repulsiva che sapete - è matta
che volete..."Dicono", dice,
"che il ragno sia stato un mastro
blogherello di scrittura... Signore,
scriver lo dovrò nel mio diario:
cosa che siamo questo lo sappiamo:
cosa sarem però non conosciamo"...
Detto ciò, va via. Esce. Sipario!
Lo incontro, il Biscela, nel mio bar di "riferimento" . La cinese porta un caffè marocchino al Biscela e a me un cappuccio. "Plego", mi dice. "Glazie" le rispondo. Lei sorride. Avrà capito? Il Biscela è in splendida forma. 60 anni e non sentirli, come Nino Castelnuovo, o giù di lì, nella vecchia pubblicità dell'Olio Cuore. Niente convenevoli, col Biscela passi lunghi e ben distesi e simpatica presa per il culo reciproca. Dunque passo subito alle domande.
M.U. Raccontami dello spaccio di droga nel tuo quartiere.
B. Beh, il movimento della droga è cominciato al Giambellino attorno al 74/75. C’erano tre sbarbati che facevano avanti e indietro con l’Olanda. Compravano lì la roba a prezzi stracciati e la rivendevano da noi. Tutto in sordina. Solo che siccome erano dei tossici irrecuperabili si facevano come pazzi e si sono rovinati con le loro mani. Se lo son messi nel lisca da soli. Due sono morti in breve tempo. Un altro è riuscito a recuperare ed è ancora vivo, sta bene.
M.U. Quando è cominciato il giro grosso?
B. Eh, qualche anno dopo. All’inizio degli anni 80 il Giambellino era il centro di smercio più grosso d’Europa. C'era di tutto. Era proprio come al mercato. C’era un bar frequentato da tutti quelli del giro. Lì ci trovavi i cavalli, che erano i tossici che vendevano per farsi, e i pusher che erano i padroncini che avevano sotto di loro ciascuno 3 o 4 cavalli a testa. Dopo il Giambellino, come grandezza del mercato, c’erano Baggio, Quarto Oggiaro e molto dopo Bovisa e Affori.
M.U. Raccontami qualche episodio di cui sei stato testimone.
B. Beh, alura… Verso la fine degli anni 80 c’era una guerra tra bande per prendersi le zone. La nostra zona faceva gola a tutti perché era la più grossa. Ma quelli che comandavano era gente che contava. Un’organizzazione composta da pugliesi, calabresi e siciliani, tutti molto uniti e con le palle formato famiglia. A un certo punto uno sbarbato esaltato e prepotente del Giambellino, assieme a due compari del kaiser, s’era messo in testa di sfidare i boss di Quarto Oggiaro. Al Giambellino i capi gli avevano detto di lasciar perdere, che c’era un accordo, non bisognava pestarsi i piedi. Ma quello non ne voleva sapere e andava a rompere i coglioni fino a Quarto coi suoi scagnozzi, ne faceva di tutti i colori. Allora una sera, era pieno inverno, prima che i negozi chiudessero, cioè attorno alle 7 meno un quarto, sono arrivate in zona 4/5 auto piene di gente di Quarto, fai conto un venticinque malavitosi in tutto. Prima hanno sistemato una bomba rudimentale dentro un bidone della spazzatura, quella è scoppiata e ha creato il panico. I negozianti terrorizzati tiravano giù le clér. Poi quelli di Quarto sono scesi armati di mazze da baseball e bastoni vari e hanno cominciato a distruggere tutto, a randellate sulle vetrine, sulle macchine in sosta, un rebelott. Sono arrivati al bar famoso che ti dicevo. Io ero lì a bermi un Crodino e a giocare la tris. Hanno cominciato a sfasciare tutto. C’era un sacco di gente del giro e di tossici. Hanno cominciato a menare duro; cazzo, vedevo la gente che usciva fuori dal bar attraverso le vetrine. Uno ha tirato una mazzata al bancone e poi la mazza stava per tirarmela in testa; io, lo sai, meno male che ho fatto il ballerino di boogie woogie col Jack La Cayenne, ma insomma non so come, ma ho schivato il colpo e me la sono battuta fuori dal locale. Un altro mi ha tirato un calcio negli stinchi, un male cane, Markelo, robb de matt. Un mio amico mi ha raccattato al volo mentre quello che mi aveva mollato il calcione veniva colpito alle spalle da un pusher del Giambellino, che poi però s’è ritrovato all’ospedale mezzo in coma, ho saputo dopo. Zoppicando sono arrivato al Ford Transit del mio amico e ce la siamo battuta. Insomma, Markelo, cazzo, dieci minuti scarsi di terrore in tutto il Giambellino, una sgaggia pazzesca.
M.U. E che fine hanno fatto quei 3 che avevano sfidato la banda di Quarto?
B. Niente... Sono spariti da un giorno all’altro. I capi delle zone si sono ritrovati, hanno fatto una bella chiacchierata tutti insieme e tutto è ricominciato come prima.
M.U. E poi? Come si è sviluppato lo spaccio in seguito?
B. Eh, niente. Pian piano il Giambellino è diventata una zona come tutte le altre. Dal 98, soprattutto. Ormai la droga si tratta in tutta la città e anche fuori, in tutta la provincia.
M.U. Si, non c'è più religione... Va bene, Biscela, grazie. Se prendi un Crodino te lo pago io… E anche una tris. In ricordo di quella bella serata...
B. Ma vadaviaiciapp... Lascia stare, va, pirlometro, grazie per il caffè e buonanotte.
M.U. Grazie a te, milanista che non sei altro...
Note caoticamente sparse su Antonio Moresco
di Razgul
(Ricevo e pubblico con piacere queste “note caoticamente sparse” di Razgul che a mio avviso possono aiutare ad avvicinarsi all’opera dello scrittore. M.U.)
La lettura delle opere di Antonio Moresco mi ha stravolto la vita. Prima scribacchiavo anch'io, come tanti. Ho irresistibilmente smesso di farlo. Mi sono detto: “Dopo questa catastrofe biblica ho di fronte due possibilità. Non riuscirò mai più a scrivere niente. Oppure, après ce déluge, se davvero ho un briciolo di talento, uscirò rigenerato”. Non so ancora come andrà a finire. Ma la cosa (solo apparentemente) strana è che non è per niente castrante. Anzi. È come trovarsi di fronte a un’enorme esplosiva aurora di fuoco. Moresco è la combustione, l’epoché, il Ragnarokr. Ma è anche, nello stesso momento, esempio e annuncio di esordio.
Tutta l’opera di Moresco è caratterizzata dalla compresenza inscindibile della disperazione e di un’irriducibile spinta esordica.
Hannah Arendt ha scritto: “Gli uomini non nascono per morire, ma per incominciare”. Moresco probabilmente riscriverebbe questa frase così: “Nasciamo per morire, per incominciare”. Dove altri vedrebbero una contrapposizione, una contraddizione, Moresco “prende dentro tutto” (per usare una delle sue espressioni preferite).
Scrive nel Vulcano: “…non dobbiamo limitarci ad affermare, a ricordare e a testimoniare, in modo veritiero, che la morte esiste ed è anzi la condizione stessa perché possa esistere quella cosa che è stata chiamata vita. Non dobbiamo limitarci ad affermare che tutti moriamo, che ciascuno di noi morirà. Dobbiamo anche affermare che vogliamo morire, che vogliamo continuare a morire perché vogliamo poter continuare a vivere. Gli scrittori viventi hanno buoni rapporti con la morte” (p. 46).
La fine e l’inizio. Se partiamo dalla considerazione che il cosmo è caos, i due estremi s’innervano l’uno nell’altro.
E ancora, sulla speranza e la disperazione: “Non aspettarsi niente, non sperare niente, ma non per questo scendere a patti. Mantenere un atteggiamento inarreso, insurrezionale” (Il vulcano, p. 76).
Le opere di Moresco sono letteralmente dominate dall’idea dell’esplosione (qui mi piace pensare, nonostante l’etimologia ufficiale, che ex-plodere contenga la stessa radice del russo plod-, da cui si hanno plodit’, ovvero “generare, mettere al mondo”, e plod, “frutto”), dello scardinamento e dell’esordio (ex - ordo). In altre parole: fuga in avanti, esodo spiazzante, movimento inarreso, sovversione permanente, scarto incessante e reinvenzione di sé.
Anzi, in questo senso si può addirittura individuare una serie di espressioni e di parole-chiave ricorrenti pressoché in tutto ciò che ha scritto. Sono grumi concettuali ad altissima densità, perché condensano la visione del mondo e le riflessioni di Moresco. A me piace paragonarle alle stelle di neutroni. A elencarle, si vede come tali parole-chiave vadano a comporre un arco semantico ben preciso, alle cui estremità, appunto, troviamo i concetti di deflagrazione ed esordio: caos, esplosione, sisma, incendio, in fusione, in fiore, appena inventato, in annuncio, l’apertura, lo squarcio, l’esordire, il movimento in avanti, l’eruzione, il trasloco. Cito questo brano, posto proprio all’inizio della seconda parte dei Canti del caos, perché mi pare che condensi in poche righe quasi tutti questi concetti:
“Ho saltato il fosso, ho scavalcato il tempo. Ho accettato la sfida, l'ho provocata. Attraverserò cruentemente il campo nemico facendogli credere chissà cosa per poi trascinarli tenendoli tutti quanti per un orecchio fin dove ci porterà questo sogno non ancora sognato, questo agguato. Mi espanderò in questi spazi pieni di comicità, disperazione, delicatezza e disprezzo. Entrerò nelle latrine di questo tempio scoppiato, con la mia solitudine, con la mia fiamma. E tenderò e scardinerò queste strutture in fuga totale verso non si sa dove. Le sue linee curve, i suoi piani, le sue sfere. Mentre tutti, da ogni parte, se ne stanno fermi su un piano che non esiste, su un filo di tempo che non esiste. Attorno alle loro tavole apparecchiate, fisse: i piatti al loro posto, le posate, i bicchieri. Anche i riflessi delle luci tutti al loro posto, incollati. Niente che si solleva da terra. Niente che si muove, che trema. Qui invece tutto vibra, vibrerà. I bicchieri sbattono l'uno contro l'altro fin quasi a spezzarsi, vanno in pezzi contro i miei denti quando me li porto alle labbra per brindare sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio. Le posate si spostano a ondate sulle tovaglie, le afferro con la mano nell'aria, nello spazio. Le pareti si spalancano da tutte le parti, i lampadari si inventano orbite nuove sopra le nostre teste in fusione, in fiore, mentre diamo inizio a questo pranzo di nozze e a questo sisma.” (p. 7)
Qui si penetra direttamente nel magma fondante, radicale del pensiero di Moresco, “sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio”. L'inizio. L'esordio, l'esplosione, la creazione. Il centro del big bang. Le teste sono in fusione, tutto vibra, tutto deflagra e straborda, si espande, le teste sono in fusione, tutto è una colata lavica, le teste eruttano, sbocciano, le teste sono in fiore. Il caos è sì questo nostro mondo terribile in disfacimento. Ma il caos della fine è anche il caos dell’inizio. La catastrofe del caos, la distruzione e la costruzione. Un mondo che nasce, nasce nel caos, è il caos. Tutto è scardinato, tutto ciò che illusoriamente ci eravamo abituati a vedere, a credere immobile, e ben apparecchiato in un ordine rassicurante. L’universo è in esplosione, in espansione caotica.
Destruam…
“È in atto da tempo una (…) normalizzazione, in gran parte della narrativa di questi anni. Portato di un atteggiamento generale, diffuso e acriticamente accettato – e che a me pare una vera e propria ideologia camuffata da antiideologia – che i giochi sono ormai fatti e ormai chiusi, che alla letteratura è ormai assegnato solo il ruolo di più o meno redditizia testimonianza residuale e che gli scrittori, nel migliore dei casi, non potranno svolgere d’ora in poi altra parte che quella di intrattenitori o di epigoni.
Crollata l’illusione, l’ideologia ‘moderna’ del progresso (che neanch’io – beninteso – possiedo o rimpiango) è rimasta solo quella cosiddetta postmodernistica, nelle sue varie connotazioni, di una labirintica e interscambiabile terminalità totalizzante e diffusa.” (L’invasione, pp.13-14).
Moresco ha fatto violentemente epoché di tutto il ciarpame ideologico che ha soffocato e soffoca la letteratura contemporanea. Da qui le sue punte polemiche contro Calvino (l’unico di cui non salva quasi nulla), Pasolini, Beckett (verso i quali non nasconde, nello stesso tempo, una grandissima stima), la versione ideologicamente distorta e imbalsamata del pur amatissimo Artaud, le avanguardie (“I baffi della Gioconda… Ma queste cose hanno già stravinto da tempo! Non se ne sono accorti? I baffi della Gioconda sono diventati la pubblicità dell’acqua minerale liscia gassata o Ferrarelle, l’orinatoio dentro il museo è diventato il museo dentro l’orinatoio, l’illusione di un’Avanguardia affidata alla sola ipertrofia del dato mentale separato è diventata soltanto, poco tempo dopo, base teorica della ‘comunicazione’ pubblicitaria e del vivere light” – Il vulcano, p. 58), il postmoderno.
Non un assalto a una determinata idea di letteratura, ma l’attacco a un’idea di letteratura assurta a potere totalitario.
Moresco non si augura che, per esempio, le opere di Calvino o del Gruppo 63 vengano bruciate e scompaiano. La ragione dei suoi attacchi sta nell’urgenza vitale di abbattere la dittatura. Non si scaglia contro di essi perché la pensano diversamente da lui, ma al contrario perché essi tendono a emarginare e annientare ogni alterità.
Detto in questi termini, sembrerebbe persino banale. Eppure le reazioni indignate di gran parte dell’establishment critico-letterario sembrano non aver colto questa semplice differenza. Poiché si tratta in generale di persone colte e istruite, il sospetto è che il fraintendimento nasconda molta malafede.
…et aedificabo
“A me pare invece che l’esperienza della scrittura possa iniziare solo dopo che si è abbattuta questa imprigionante barriera, quest’idea puramente funzionale di letteratura. Andare oltre le superfici presentate come unica dimensione possibile, entrare nelle zone amniotiche [ancora un termine di ‘generazione’], fluide, che si aprono al di là di esse, sempre in drammatico cominciamento, in esordio. Noi scrittori non siamo e non vogliamo essere una specie protetta in via d’estinzione. Non dobbiamo esitare a collocarci in una zona di rischio totale, senza nessuna baldanza e nessuna speranza (…). Non siamo e non vogliamo essere puro funzionariato. Non ci interessa questo ruolo all’interno della variegata, potente e inerte macchina editoriale di questi anni.
(…) Tutto questo può aprire uno spazio profondo per gli scrittori. Anche se è uno spazio di rischio. Il terreno è aperto. La strada è sgombra. Non ci sono le mappe. Ma non è una buona ragione per non continuare ad andare” (L’invasione, pp. 14-15).
I romanzi e gli scritti teorici di Moresco stanno lì a dire: guardate che la letteratura può essere una cosa enorme, abnorme, feroce; può essere una cosa che prende dentro tutto, un incendio dell'anima. La letteratura può essere un’esperienza radicale.
Per questo gli hanno dato del massimalista, del velleitario, del presuntuoso. Questa è la colpa. Credere e soprattutto praticare un’idea radicale della letteratura. Da una parte stupirebbe il contrario: la radicalità è l’eresia suprema del nostro tempo. Dall’altra, appare paradossale che, alla rivendicazione di un ruolo forte dello scrittore, non corrisponda una generale adesione e alleanza.
C’è un punto del pamphlet contro Calvino (“Il paese della merda e del galateo”, nel Vulcano) che mi sembra particolarmente significativo, che riassume bene il senso dell’attacco mosso da Moresco contro l’ideologia postmoderna.
Moresco mette a confronto il mito antico del Labirinto (“tra i più disperati ed esplosivi”) con la sua versione postmoderna e calviniana – il labirinto (con la minuscola). Osserva e vede subito una cosa che dovrebbe in teoria essere lampante, ma evidentemente non lo è: dov’è finito il Minotauro?.
È stato eliminato. Nemmeno ammazzato. Semplicemente è scomparso. Forse perché faceva paura, perché impediva di percorrere il labirinto comodamente. Eppure senza il Minotauro il mito perde significato.
“Nel labirinto depotenziato di Calvino il Minotauro (ragione stessa del labirinto, immagine dell’orrore e del male, orco divoratore di vite e di carne umana, la cui presenza imprime un carattere drammatico alla ricerca di una via d’uscita) non esiste più, è stato espunto. Non solo: del labirinto di Calvino (come nelle sue versioni ornamentali e simboliche attuate con siepi ad altezza d’uomo nei giardini si può venire a capo semplicemente tracciandone una mappa (questa sarebbe, tra l’altro, lo scopo della letteratura, della sua letteratura)” (pp. 28-29).
Nel mito antico le sole persone che riescono a evaderne sono Dedalo, Icaro e Teseo. Il paradosso utopico e il paradosso amoroso. Nel mito postmoderno non è più dato alcun paradosso, non è più data alcuna utopia, “le urla dei destinati a essere divorati sono diventate le piccole angosce autoreferenziali degli (auto)imprigionati…” (p. 30).
Il mito è diventato consolatorio, protettivo. Serve a nascondersi dalla mostruosità, dall’incomprensibilità, dal caos. Soprattutto, serve a elidere completamente ogni dimensione tragica.
Autosegregazione carceraria in un’illusione protettiva, elisione dalla tragedia, negazione della possibilità stessa dell’utopia. Io personalmente credo che queste considerazioni siano perfettamente applicabili non solo alla sfera culturale, letteraria, ma più in generale al nostro tempo.
Ogni volta che si discute di pubblico, lettori e fruibilità, provo l’irresistibile impulso di mettermi a cantare a squarciagola l’Inno della rivolta. Mi sembra che si sprechino inutilmente tante parole e si giri viziosamente intorno a una polemica fasulla e putrida.
Non vedo come e da cosa si possa dedurre che Moresco se ne frega dei lettori. Non capisco perché dovrebbe interessarsi ai lettori. È una questione malposta, un falso problema.
Uno scrittore scrive in un determinato modo perché non potrebbe fare altrimenti. Perché è necessario che scriva così. Non scrive per sé stesso, non scrive per il lettore. Scrive perché non può fare diversamente, come diversamente non potrebbe fare. È molto semplice.
Moresco non è uno scrittore che si prefigga programmaticamente l’illeggibilità. Non è nemmeno uno scrittore particolarmente difficile o astruso. È qualcosa di diverso: chiede molto a chi gli si avvicina perché chiede molto a sé stesso, alla propria scrittura. Chiede rispetto perché è pieno di rispetto verso il lettore. Pensa che accontentarsi non sia una gran cosa e crede perciò che il lettore sarà felice di trovare qualcosa che non l’accontenta semplicemente, ma che lo stimola e lo smuove.
Io sono felice quando un libro non mi accontenta ma mi sconvolge, mi domanda il massimo impegno e mi coinvolge in un corpo a corpo. Il corpo a corpo con un libro è la cosa più bella che possa capitare a un lettore. E allo scrittore che l’ha scritto.
“E poi magari esci dal supermercato con la tua sporta di plastica mezza sfondata dalle bottiglie, e subito dopo incontri sul marciapiede uno di quei bambini che ci sono in giro in questi anni, ancora piccoli, proprio piccoli, con quegli occhialoni dalla montatura di plastica colorata, legati dietro la testa perché non li perdano. Vedi i loro occhi deformati e ingigantiti dietro le spesse lenti di plastica per forti miopie, mentre ti passano vicino… Quegli occhi abnormi ingigantiti dalle lenti, che sembrano sempre sbarrati, come quelli di certi piccoli animali che vivono e soffrono nell’aria, nelle viscere della terra, dei mari. (…) Che lettore mi interessa incontrare? Sono anch’io un bambino dagli occhi abnormi e voglio scrivere per quel bambino dagli occhi abnormi” (La visione, pp. 227-228).
Per finire incominciare
“Mai come adesso mi sento non pacificato e riconciliato. Mi sembra anzi che stiano crescendo sempre più dentro di me una disperazione e una delicatezza che non so dove mi potranno portare” (La visione, p. 191).
Prestissimo (questione di ore) un pezzo di Razgul (ultimo dei miei link - Tunga!) su Antonio Moresco, a seguito del mio del 23 Settembre e di quello di Riccardo Ferrazzi (La matita rossa e blu), del 24. E il ritorno del Biscela con una nuova puntata de "La storia della mala milanese anni 60/70/80". Dopo "La truffa dei pace-maker" (4 Settembre) e "La prostituzione" andata in rete il 13, ora tocca alla spaccio di droga nel Giambellino. Prestissimo il ritratto di un artista veramente singolare, Valerio Zecchini. E molto altro ancora. Solo su... Vabbè, avete capito.
di Pamela Canali
(Pamela Canali - trovate tra i miei link il suo blog - ha una penna camaleontica. Ha un punto di vista molto femminile, senso dell'umorismo e sagacia. E capacità di svariare, cosa non da poco. Ricevo e pubblico un suo pezzo - una email di Cleopatra a Marcantonio- in esclusiva. Solo su Markelo Uffenwanken.)
Da cleopatrareginadegitto$schiavomessaggerosiriaco.iter
A: marcantonio.triumviroenonsolo@fastmar
Oggetto: Lettera amorosa
Allegati: segreti
Risposta a carico del mittente
Caro Antoniuccio mio, generale orsetto,
Ti mando questo messaggero, il più veloce che ho trovato in città. Spero che ti porti presto questa missiva amorosa. Sbrigati a scrivere la risposta, perché sono ansiosa di sapere che combini, lontano da me, perdippiù a Roma, città tentacolare e pericolosa. Per indurre il messaggero a tornare velocemente, fagli una zuppa di fave e miele, con finocchietto selvatico: ne va pazzo. Gliel’ho promesso che l’avresti fatta preparare e un’altra lo aspetta qui, l’ho già messa in caldo. Evita che vada in giro per Roma senza accompagnamento di un vecchio saggio. Potrebbe infilarsi in qualche postribolo, a cui non è abituato, e allora ce lo siamo giocato.
Bando ai preamboli, passo alla missiva vera e propria.
Oggi ho fatto le solite cose, niente di speciale. Ho fatto giustiziare un paio di delinquenti: una mia ancella di poco conto che è stata sorpresa a provarsi i miei calzari, sai quelli con gli scarabei di lapislazzulo. Mi ha fatto arrabbiare non tanto per i lapislazzuli, ma perché è una che si lavava poco. Io non è che glielo dicessi, glielo facevo capire con garbo, mi mettevo a parlare di oli da bagno, di profumi speziati e deodoranti, sai com’è. Niente, lei da quell’orecchio non ci sentiva. Un po’ mi dispiace perché era brava a mettere in ordine. Sai che io sono un po’ casinara e mi faceva comodo una che rimettesse a posto le vesti dopo che me le ero provate e che buttasse i papiri illustrati dopo che il sarto di corte aveva copiato i modelli, aggirando il legittimo diritto di esclusiva dei sarti inventori, sancito dalla legge romana e siriaca ed esteso a tutto il mondo finora conosciuto, come da accordi diplomatici verbali. Il vantaggio di stare alla periferia dell’Impero è che nessuno viene a sapere che porti delle vesti abusive.
Un’altra piccola esecuzione è stata quella di un nobile, ma non della mia famiglia, come al solito, questo no, c’era solo una lontana parentela e non ci siamo mai frequentati perché lui stava al Cairo, sai quel villaggio polveroso nei pressi delle Piramidi. Questa esecuzione è avvenuta senza troppa pubblicità perché lui era accusato di sparlare di noi due, la solita storia della ragazza madre che non la sposa nessuno e tutti gli uomini già impegnati approfittano di lei. Diceva anche che tu stai con me per i soldi, roba da non crederci. Che io devo pagarmi i gigolo, manco fossi una matrona romana che va a gladiatori. Che anche Cesare, se stava con me, con il naso che mi ritrovo, doveva avere i suoi buoni motivi.
A proposito, ti mando questo piccolo innocuo messaggio amoroso: se so che hai rivisto Ottavia, tua moglie, ti cavo gli occhi. Però mica ti lascio, ti tengo come amante anche cecato. E qui puoi notare la profondità del mio amore: potrei far presto a trovarmene un altro che mi guardi e mi dica quanto sono bella, nonostante il naso. Invece no, continuerei ad amarti, anche se non puoi più guardarmi. Io saprei che quando mi dici che mi vedi bella, mentiresti sapendo di mentire.
Lo so che è difficile, stai a Roma, nella stessa città, non puoi far finta di non conoscerla, lei metterà di mezzo gente, ti farà invitare alle stesse feste, farà scontrare la sua portantina con la tua, per costringerti a scendere per vedere i danni subiti, a costo di spettinarsi, ma sappi che hai le mie spie alle calcagna. Vedi tu, a buon intenditor…
I tuoi figli mi fanno disperare. Da quando te ne sei andato a Roma, anche Cesarione mi fa diventare matta. Se ne va in giro per Alessandria con una banda di giovani deficienti che fanno scherzi alle vecchie signore, suonano i campanelli e attaccano briga con i più piccoli. Pare che prima di fare le loro scorribande fumino delle sostanze inebrianti. Quando mi ritorna a casa ha un sorriso da ebete. Se non fosse mio figlio, lo farei arrestare. Vedi di scrivergli qualcosa di molto duro, che qui non se ne può più. Minaccialo di venderlo come schiavo ad una carovana diretta alla terra dei.Parti. Se glielo dico io, non ci crede.
I piccoli stanno sempre a bisticciare, da quando sei partito, si vede che sentono la tua mancanza. Approfittano della loro posizione regale e divina, per picchiare con bambole e cammellini di peluche le serventi, che poverine non possono reagire e devono sempre venire a chiamare me, per sgridarli. Il piccolo Filadelfo ha gettato pappa e latte dappertutto, schizzandoli sulle ancelle e per tutto il quartiere dei bambini, neanche stesse facendo il bagnetto nel Nilo. Lui si è divertito molto, ma è dovuta intervenire una squadra di pulitori. E’ inutile dire: “Quando arriva papà so’ cavoli tuoi.” Sanno che starai via parecchio e che, quando tornerai, io mi sarò scordata delle loro marachelle. Quindi vedi di tornare presto, perché qui la situazione è ingovernabile.
Spero che nel tuo bagaglio non manchi niente, di essenziale. Però quando sei partito e non eri più a tiro di messaggero, mi sono accorta che non hai preso la tua copertina, quella con le paperelle, che ti confezionò amorosamente la tua nutrice barbara quando eri ancora un lattante, senza la quale non riesci a dormire, a meno che tu non ricorra a qualche giara di quello buono. Te la mando con il messaggero in un pacco anonimo, involtata in una toga preziosa, in modo che nessuno capisca la tua debolezza, che se lo sanno i nemici sono cazzi acidi: te la rubano e ti fanno passare le notti in bianco, così non sarai più quel valente guerriero che tutti conoscono. Hai dimenticato qui anche il tuo talismano, il dente della lucertola che uccidesti da bambino, fingendo che fosse un drago. Quello non te lo posso mandare, non saprei come occultarlo, non sembra proprio un dente di leone, né di tigre, però stai tranquillo, che sto pregando Iside, con cui sono in ottimi rapporti, per la tua salvezza e soprattutto perché tu non incontri quella megera casalinga di tua moglie, una che non ha mai lavorato in vita sua e non ha idea di cosa significhi fare la sovrana.
Un’ultima cosa: oggi è successo un fatto strano. Stavamo mangiando gli spaghetti all’aspide, quando improvvisamente un lampo a ciel sereno ha colpito la mensa e si è sentita una risatina non umana, forse divina. Il tavolo di marmo che mi avevi regalato tu è andato in pezzi, magari ci possiamo fare un mosaico, ma io mi sono un po’ preoccupata. Secondo te che significa questo prodigioso avvenimento?
Aspetto ansiosamente il tuo ritorno, ma non diciamolo a nessuno, che non è consono al mio lignaggio...
Baci divini (me lo posso permettere, lo sai, io e gli dei siamo molto intimi).
La tua ranocchietta Cleo.
Esattamente un mese fa buttavo giù il primo pezzo (un editoriale programmatico) di questo blog. In questa "ditta" ci lavoro volentieri. Dunque ho deciso di organizzare una festa virtuale di complimese, una di quelle feste aziendali dove il padrun de la melonera, come si dice a Milano, offre una bella cena a tutti. La Markelo Uffenwanken non ha dipendenti ma amici (spero...), ma insomma lo spirito è quello, francamente kitsch, della festa aziendale. Pensate che anni fa, quando lavoravo per un'azienda cartotecnica e giravo per l'Europa come un facchino di lusso (si fa per dire) il Grande Capo (che in fondo non era una cattiva persona), e che si chiamava Giuseppe, il giorno di San Giuseppe faceva organizzare un rinfresco in suo onore dai dipendenti. E i dipendenti, cioè noi, dovevamo anche fargli il regalo... Surreale, davvero. In quella ditta ci resistetti 7 mesi, un record. Bene, ora avete capito che razza di capitalista sono. Detto a chiare lettere: vedo in Silvio Berlusconi un modello per il presente e soprattutto per l'avvenire...
La Markelo Uffenwanken GmbH & Co KG è invece un'azienda seria e paga il pranzo. Rigorosamente tedesco.(Con qualche piccola eccezione). Ecco il menu.
Cavoli rossi e spinaci verdi, maiale arrosto e tacchino e sauerkraut con kartoffel-kloesse e salsa nera con panna acida, ravanelli e sedano, anatra farcita con piselli e carote di contorno, cavolfiori bianchi, composta di mele e fichi di Smirne, torta di cannella e streusselkuchen, torta a strati di cioccolato e noci, noci di ogni tipo, mandorle e pecan, birra lager della Repubblica Ceca (Pilsner Urquell) direttamente dalla botte di 120 litri, 26 casse di birra scura non pastorizzata in bottiglia di Duesseldorf, vini bianchi e rossi, 6 casse di champagne Krug e Crystal millesimato, kuemmel, malaga, porto, schnapps, formaggi olandesi , limburger e schmierkaese, vino di sambuco, sidro forte e sidro dolce, budino di riso e tapioca, castagne arrosto, mandarini, olive, sottaceti, caviale rosso e nero, storione affumicato, torta meringata al limone, paste al cioccolato, Sacher Torte, amaretti e bignè, sigari Toscani, sigari Montecristo, sigari Cohiba, sigari olandesi. Caffè italiano ristretto corretto Sambuca Molinari.
Bene, intervenite (con il pensiero, si capisce) numerosi. E Guten Appetit!
IL CANONE
Tempo fa un amico di cui rivelerò per discrezione solo le iniziali del nome (V.), il cognome lo dico tutto (Gallico), mi chiese ( a me come ad altri scrittori italiani viventi ) -tocco ferro- di mettere giù una lista per un canone di libri di cosiddetta narrativa pubblicati in Italia, di autori italiani, a partire dal 2000 anno di grazia. Per l'Università di Goettingen, in Germania, dove Gallico risiede. (Tra i miei link c'è il suo "Stern 26"). Un canone ristretto come la Salerno-Reggio Calabria. Io, dal basso della mia ignoranza, ci sto ancora pensando. Allora, grazie a Gianni "Il Perfido" Biondillo (che ha avuto l'idea) vi chiedo di comporre voi la lista. Facciamo questo canone per l'amico Vins (ecco, ho detto anche il nome di battesimo...) e anche per noi. Andrea "Titonko" Barbieri ne ha messi giù un po' in queste colonne. Sicuramente non tutti quei libri citati sono usciti dopo il 2000, di questo ne ho certezza.
Insomma, proviamoci. Grazie mille.
SULLA "TRATTABILITA'" DELL'IO E SULLA POVERTA'
di Gianni Biondillo
(Pubblico questo pezzo dell'amico Biondillo apparso ieri su Nazione Indiana nella colonna dei commenti al racconto di Giulio Mozzi "Un ragno in testa". M.U.)
1.E' l'idea stessa di un "io sono" come qualcosa di immodificabile, di codificato geneticamente e basta che è fallace. Io NON sono il Gianni di ieri nè quello di domani. I gusti cambiano, c'è chi perde i capelli, chi li imbianca, appaiono le rughe, SI MUORE. Non si puo' pensare che il "io sono" di me a 10 anni sia lo stesso di me ora, padre di una figlia in attesa della seconda. E quanto cambierò con la nascita di Sara, quanto lei stessa mi metterà nella condizione inevitabile di mutare. E così sarà per la mia piccola Laura. Che ora come ora sa tutto, sa che nascerà Sara, che avrà una sorellina, un po' come i negri (e dico negri apposta) idealizzati prima che li vedessimo per le nostre strade. Ma come cambierà quando Sara le ruberà il sonno o le braccia della madre? Avrebbe senso dirle: "non sembri neppure tu". Oppure:"sei cambiata". O:" non ti riconosco più?" Allora: il suo io è cambiato? Allora è trattabile, mi pare, trattabilissimo. Al punto che è cambiato per via esperienziale, per inevitabili imposizioni esterne, senza neppure decidere di farlo. Le esperienze ti cambiano. Mia moglie, da bambina, viveva in un paesello, sgozzava senza problemi le galline, ora solo l'idea la farebbe svenire.
2.Tornando a Laura: la sua fortuna, rispetto chi a Livorno o a Lecce gli raccontavano di idilliaci popoli africani senza neppure sapere che puzzavano (perchè puzzano, chiaro. E sapete perchè? Perchè ANCHE NOI puzziamo. I cinesi ODIANO il nostro odore. Siamo vivi, espelliamo, sudiamo, caghiamo, etc.etc. Io, poi, puzzo in modo indicibile), dicevo, la sua fortuna è che a lei, Laura, non ho dovuto raccontare nulla. Li vive, tutti i giorni affianco. Vivo, ora da sposato, in un quartiere dove ci sono per strada solo marocchini, srilankesi, senegalesi, ucraini, etc.etc. Così i compagni di classe della scuola materna. Sapete una cosa? Laura non conosce la parola NEGRO. Me ne sono reso conto qualche giorno fa, parlando con lei. Non sapeva cosa significava. Dunque?
Dunque:
a) L'io è più che trattabile. L'io non è datoci immutabile dall'inflessibile Dio luterano. C'è, per un cattolico come Mozzi, il libero arbitrio. Cioè la scelta. L'assassino diventa santo, etc.
b) Per me poi, ateo compassionevole (come mi chiamò una volta Franz), l'io muta INEVITABILMENTE col mutare del corpo, dell'esperienza sensibile del corpo.
3. I miei genitori erano CONVINTI che i cinesi mangiassero scarafaggi, serpenti e cose così. La prima volta che li portai in un ristorante cinese c'era da mettersi le mani nei capelli. Altro che xenoinfastiditi! Ora sono loro che insistono per andarci. Io non ho esperienza di filippine domestiche o robe così, come Giulio. E sapete perchè? perchè mia madre lo è stata per tutta la vita (in una famiglia di libanesi ebrei), perchè lo è stata mia moglie, perchè lo sono stato io. Io ho raccolto la merda con le mie mani, io ho respirato la spazzatura, mi sono rotto la schiena di notte in Fiera Campionaria, insieme a marocchini, serbi, etc.
4. Dalla Fallaci in giù, c'è una cosa che vogliamo negare più di ogni cosa; non è il colore della pelle (perchè allora i rumeni o gli ucraini?), non è la religione (perchè allora gli equadoriani o i peruviani?), no, macchè! E' la povertà. A noi fa paura la povertà. Ve lo assicuro, ve lo dice uno che è cresciuto in mezzo alla povertà, quella autentica, quella da pane e cipolle, in un quartiere a rischio come Quarto Oggiaro. Lo negheremo fino all'ossesso, ma ci fa paura la diversità assoluta che la povertà porta con sè. Denzel Washington non ci fa paura, Willie Smith non ci fa paura. Afef non ci fa paura. Giulio, illuminato borghese, uomo di cultura eccelsa, amabile chiacchieratore, scrittore raffinato, sincero credente, anzi, il corpo di Giulio non ha mai avuto questa esperienza. Il corpo di Giulio, l'amabile corpaccione di Giulio, è un corpo borghese intellettuale cattolico illuminato italiano. Un corpo così non capisce, non puo' capire, il corpo della vicina di casa di mia madre, Zaira, somala, colf (sguattera dovrei dire, ma non lo dico), lavoratrice, cucinacipolle, puzzolente, etc.etc. Mia madre, che si è ritrovata ad averla affianco sentiva che non c'era possibilità di incontro. Troppo diverse. Prima, in quell'appartamento, c'era la Rosetta, milanese doc. Che guardava mia madre dall'alto in basso (terrona sicula, mia madre, probabilmente ex prostituta ma pur sempre del nord la Sciura Rosetta). Ma, miracolo, dense di pregiudizi e di razzismo, per anni, hanno convissuto, una a fianco all'altra. E quanto pianse mia madre alla sua morte!
Una settimana fa mia madre è andata a fare la targhetta da mettere sulla porta di Zaira, perchè, mi spiegava, è meglio mettere il nome fuori, se no arrivano quelli che ti sfondano la porta e ti occupano l'appartamento. Zaira ogni tanto le cucina delle cose, e stanno i pomeriggi a chiacchierare. I loro corpi hanno esperienza l'una dell'altra. I loro "IO" trattano, mutano, crescono, cambiano, appercepiscono, appresentano. Amano.
5."Ama, e fa quello che vuoi". (S.Agostino).
COMUNICATO
Su www.nazioneindiana.com, firmandomi come spessissimo là col mio nickname anagrafico (iniziali F.K., c'è pure il link di me stesso, qui) ho appena invitato Fabio Carpina e molti altri a fare una manipolazione diciamo così manuale. Sulla colonna dei commenti al pezzo di Giulio Mozzi "Un ragno in mente". Meglio una buona sega corporale, secondo me (detta da Marcello Mastroianni "The best solution") di una continua, grande, totalizzante pippa mentale collettiva.
LA MATITA ROSSA E BLU
di Riccardo Ferrazzi
(Pubblico questo pezzo dell'amico Riccardo Ferrazzi in risposta al mio precedente post "Su Antonio Moresco". Solo su Markelo Uffenwanken).
Non ho letto "I Canti del Caos", nè la prima nè la seconda parte, e, se devo stare a quel che ho letto in giro (non solo su Uffenwanken), non leggerò neanche la terza. Questa non è una "prerecensione", è un grido di dolore o, se preferite, di disincanto.
Non ne faccio neanche un discorso di "fruibilità" (che pure non è cosa da trattare dall'alto in basso). No, ne faccio proprio un discorso di letteratura. Ho una certa età, sufficiente per aver accumulato una discreta quantità di delusioni epocali. Non conto più i libri che ho lasciato a metà (perchè non ne potevo più) e quelli che mi sono costretto a leggere fino in fondo per poi accorgermi, in capo all'una e all'altra esperienza, che ero costretto a domandarmi: "Ma che cazzo mi ha detto?" Quando avevo diciott'anni era obbligatorio aver letto "La nausea" di J.P. Sartre. Ancora oggi mi domando in che cosa mi abbia arricchito la lettura di quelle migliaia di parole. Anzi, non me lo domando più perchè finalmente mi sono risposto: in niente. Di quanti libri che a suo tempo (e magari ancora oggi) sono stati considerati "fondamentali" si puo' dire la stessa cosa? Una marea. Nessuno è (ovviamente) tenuto a pensarla come me, ma ciò che rende valido un "classico" è la sua permanente e perennemente mutante attualità. Amleto, Achille, Ulisse e Dante (in prima persona) hanno sempre qualcosa da dirci e non ci stancano mai (e se Dante fu trascurato per qualche secolo fu solo perchè la deriva stilistica che sfociò nel marinismo fece perdere di vista la preminenza della forma: discorso sul quale conto di tornare). E' per questo che "si fanno leggere". E' per questo che non viene mai meno la loro "fruibilità".
Apprezzo il paradosso di Uffenwanken, ma non condivido: scrivere per non essere letti è una contraddizione in termini. Anche il più ermetico dei poeti ermetici, in fondo al suo compiacimento elusivo, coltiva la speranza di essere compreso. Altrimenti, invece di scrivere liriche, si iscriverebbe a un corso serale per sibille cumane, delfiche, o affini. Quanto ai narratori che non hanno niente da dire, ce ne sono parecchi che onestamente si dedicano alla letteratura di evasione, da Ken Follett a Umberto Eco (ohibò!)
L'alone del guru, a mio sommesso parere, non si confà a poeti e narratori, dovrebbe essere riservato a chi predica una filosofia o una religione rivelata.
Dopo la buriana sperimentalista, provocazionista e concettualista del novecento, è ora di procedere a un sincero riesame: prendiamo in una mano i testi di letteratura e nell'altra la matita rossa e blu. Leviamoci dai coglioni una quantità di zuppe che abbiamo dovuto digerire per forza, perchè "l'hanno letto tutti". Se il re è nudo non vogliamo dirlo chiaro e tondo? Diciamolo almeno a noi stessi, confidiamolo agli amici più sicuri, parliamone nelle catacombe. Un giorno torneremo a vedere la luce del sole.
SU ANTONIO MORESCO
Quando, parecchi mesi fa, mi imbattei per la prima volta nella lettura di un libro di Moresco (I Canti del Caos II) provai fin dalle prime pagine un senso di vertiginosa repulsione. Leggevo questo "non-romanzo" e sentivo la vertigine, leggevo e stavo sull'orlo scollato di un mondo profondamente superficiale - superficiale nel profondo, superficiale abissalmente- che collassava dentro se stesso; l'assurdo e l'osceno che si esplicitava - a chiare lettere, riga per riga- come tale. Non l'assurdo ad esempio pinteriano, che "ammicca" all'assurdo stesso poggiandosi su travi di compensato di formale realtà, di fastidiosa quotidianità borghese. No. Il mondo di Moresco io lo percepivo a tentoni - e con angoscia - come una specie di antimondo, come se la materia letteraria fosse diventata antimateria letteraria, come se il film si proiettasse tutto in negativo. Si doveva vendere Dio attraverso una campagna pubblicitaria. Questo il target, la missione impossibile. Ma il marketing puo' tutto, business is business ecc. E in mezzo, nel bel mezzo di questo vortice di parole, apparivano figure di freaks, di androidi ma dai ruoli ben definiti, androidi bene (o male) inseriti nella nostra società. A pag. 80 mollai la presa. Non ne venivo a capo. In seguito un amico mi spiegò che per capire davvero Moresco bisogna partire per forza dalle sue prime opere, prima ancora, quindi, dei Canti del Caos I. E allora, davanti alla solita birra, gli dissi che evidentemente Moresco stava procedendo scientemente all'annientamento della sua letteratura, che lui la sua letteratura la stava progressivamente autodistruggendo. Con un atto (quello di scriverla, proprio) che ha qualcosa di eroico, aggiungo adesso. A.M. è ovviamente un intellettuale e un artista senza compromessi. Non si spiega e non si piega. Potrebbe agevolmente comporre minuetti e "scherzi", romanzi tradizionali seppure "in via sperimentale" (cioè le solite truffe vendute come rivoluzionarie), pastiches sulla "porca Italia" come un Arbasino ma ad alto tasso testosteronico, finti nouveau roman post modernisti: infatti la sua scrittura - parlo di stile - è tutt'altro che impervia, è invece - come credetti d'intuire quella sera di fronte alla birra e a quell'amico - illegibilmente scorrevole. Moresco scrive in una lingua per nulla ostica e ostile nonostante sia per forza di cose raffinatissimo. E il suo procedere è un andare e venire per cerchi concentrici lanciati come meteoriti verso il baratro, un girare a vuoto che assomiglia al girare a vuoto dell'esistenza umana se presa a muso duro per quel che troppo spesso è. E' anche, il suo, un rappresentare che si estrinseca attraverso fantasmi in carne ed ossa, figure metaforiche; perchè forse per lui il romanzo (questo genere che ha mangiato il cuore a tutti i generi) è metafora dell'insensatezza di una vita borghese morta dentro, abortita dentro, deceduta nel sonno. La civiltà borghese - la nostra - è schiattata nel sonno e dunque del proprio decesso non ha potuto accorgersi.
Quella di Moresco - così la vedo io - è furia distruttrice che implicitamente prega di non essere ciò che è, è la rappresentazione di un uomo contemporaneo che urla dentro il proprio incubo per svegliarsi. E' disperatissima vitalità quella che lo muove. Credo che A.M. scrittore non vada capito in senso convenzionale, e nemmeno accettato. Credo che vada però amato per il coraggio che sta dimostrando nel rappresentare il caos, la disperazione, la rabbia, il disfacimento e la morte dell'essere umani. Il suo è un urlo vitale di dolore di fronte alla morte vivente, ciò che la vera letteratura non puo' non essere, in ultima analisi. Va ben oltre il concetto di "fruibilità", va oltre il lettore, lo scavalca persino con orgoglio. I Canti del Caos possono esistere anche senza essere letti perchè il caos non si legge, il caos è dappertutto. In un certo senso, Moresco è un avanguardista "post-litteram" che procede in un mondo contemporaneo - letterario e non - che le avanguardie artistiche le ha digerite da decenni e le ha dovutamente commercializzate rendendole innocue, "producendole". E dunque combatte la sua guerra tra nemici di ogni sorta, di prima e di ora, resistendo col petto buttato in fuori.
Se c'è oggi in Italia, e forse in Europa, uno scrittore che non scende a compromessi soprattutto con se stesso, quello è Moresco. Io personalmente faccio e credo in un tipo di letteratura diverso. Durezza e calcio nei coglioni, si, ma anche - detto con la solita brutta parola - "fruibilità". Lui di questo se ne fotte. E come si fa a non ammirarlo, anche solo per questo e anche se non si è d'accordo?
SACRAMENTI PATERNI
di Arden
(Arden - il link è il primo in ordine alfabetico- è una fornaia. Se andate sul suo blog troverete per ogni giorno un caldo croissant di versi: e fragrante, leggero e saporito. I croissant commestibili non sono profondi, però. Ma Arden sforna anche pasticceria profonda. Eccovi una sua composizione in esclusiva. Come dico spesso io: solo su Markelo Uffenwanken. E scusate se è poco).
San Procopio Martire era invocato
da mio padre in occasioni varie,
-quando, tanto per dire,
rasciugava l'acqua coi giornali
dopo i temporali-
o la mattina, quando
s'imbrogliava la gamba nei calzoni
o invano cercava
il bastone, le chiavi-
o quando si feriva le mani
tentando di forzare la chiusura
che mai non si svita
delle medicine salvavita-
Anche imprecava un certo Sant'Aloia
(Aloisius pare fosse il nome)
quand'era afflitto solo dalla noia.
Ma quando gli giravano i coglioni
ascoltando la radio, e magari
nel momento stesso del quotidiano
suo martirio al cesso, allora era
il PATRIARCA ECUMENICO
che per ignoto merito assurgeva
a solo e incontroverso
grande amministrator dell'universo.
TRIPOLI DI NOTTE
di Mauro Cheli
(Ricevo da Luca Oleastri - aka Innovari - questa poesia di un vecchio amico che non vede da parecchi anni. Gli è rimasta come ricordo dei vecchi tempi. L'amico - cioè Mauro Cheli - dopo il matrimonio è sparito e fa il bancario. Ora, qui su M.U. resuscitiamo un (fu) possibile poeta. Che ha rinunciato).
Anastasia è qui
i capelli arrugginiti
come le spine dei
bastioni di Tripoli.
E il vento sibila
nelle insenature di granito
e nelle vene sì
solo sabbia e
sangue no.
Come sommergibili in agguato nel mare
così i tuoi occhi
come lupi
nella neve.
PER EVITARE CONTAGI IMMUNODEFICIENTI...
" L'autentico e leale seduttore, quando ha ottenuto il sorriso, l'occhiata in tralice, il valzer o le lacrime, saluterà deferente la dama, col cuore colmo di gratitudine, e avrà una paura soltanto: quella di poterla rincontrare".
(Karen Blixen)
VENGHI A PRENDERE UN COMMENT DA NOI
(Questo pezzo s'aggancia alla poesia di Anodino alias Mario Bianco intitolata "I blog(s): liscia tu che liscio anch'io". La prima parte del pezzo è nata da un mio comment alla stessa.)
Carissimo Radical... ehm, Riccardo! Che piacere!... Come sono felice di averti qui sul mio blog, carissimo!... Venghi a prendere un comment da noi!... Che scrittura superba!... Che scovolanti anacoluti!... Che sgrommante sintassi!... Ma come siamo bravi!... Adesso apriamo anche noi una bella squola di scrittura (alla) creatina!... magari per corrispondenza!... per risparmiare!... come la Radio Elettra, quella dove s'è diplomato Bossi!... lui ha imparato a scrivere così, per corrispondenza!... un uomo di grande sensibilità umana, come noi!... noi che amiamo i nostri simili, purchè scrivano!... e leggano, soprattutto!... i nostri bei libri, chiaramente!... Carissimo, come siamo politicamente corretti, certe volte!... Ma, allo stesso modo, come riusciamo ad essere persino provocatori!... da salotto, ma pur sempre provocatori!... Ci piace stupire, carissimo collega!... Che bello stupire, alle presentazioni!... E poi continuare a stupire sul blog!... sul nostro e su quello degli altri colleghi!... Gli altri si stupiscono enormemente nel leggere le fasi salienti della nostra aurea esistenza!... Andremo a finire in televisione, di questo passo, sicuro!... all'Isola dei Fumosi!... opinionisti!... nel generone!... E poi su e giù per il Paese - che non aspetta altro - a propagandare il Verbo!... Come, Riccardo?... Tu vai solo a Spotorno e io solo fino al Bar Magenta a farmi sei Guinness medie?... ma ci andremo, su e giù per il Paese, sta tranquillo!... I nostri libri sono compresi solo da pochi Eletti!... siamo intellettuali raffinatissimi!... noi non miriamo alle vendite!... non siamo mica come quei fabbricanti di volgari bestseller!... noi miriamo alto, alla Cultura!... Venghino a prendere un bel comment da noi!... magari corretto!... cornetti caldi!... melassa a farcitura esterna e interna!... comments riveduti e corretti!... poi lo spiego nel prossimo corso!... Ora chiudo!... il tempo stringe!... un quarto d'ora per buttar giù l'articolo per la rivista... un altro quarto d'ora per la conferenza di Odiate Sul Serio... e l'ultimo quarto d'ora per il Grande Romanzo Tentacolare di Prossima Uscita!... e poi di nuovo a pesce nel blog!... oh si, che goduria essere applauditi!... applauditi da un silenzio assordante!... da mani invisibili che pigiano sui tasti!... da parole anonime e nick e nick di nick, e nick di nick di nick!... che bello rimanere soli... soli... soli!... SOLI!...
I BLOG (S): LISCIA TU CHE LISCIO ANCH'IO
di Anodino
(Pubblico senza autorizzazione e con un titolo di cui sono responsabile questo pezzo poetico di Anodino, pseudonimo di un pittore torinese di lungo corso. L'ho trovato nei comments al pezzo di Capote sulla satira e non ho potuto resistere. Anche perchè sono d'accordo. Pure nel senso che anch'io vorrei arrotondare come lui... M.U.)
Scusate, signori miei,
voi mi sembrate scandalizzati,
ed io venni qui proprio sapendo che cotesto è un blog frequentatissimo.
Ma non vedete forse che per i blogs è tutto un cinguettare,
un franfrignare esultante di:
Oh che bella cosa che hai scritto,
oh come sei bravo Bud,
oh come sei brava Jenny,
oh quanto mi piaci Sally.
Ora essendo in cattive acque, cioè occupato a tempo parziale ed a bassissimo
salario
presso la esimia Fondazione Elia Spallanzani
io mi propongo a pagamento quale claqueur, cioè battimanista,
osannatore,
lodatore,
piaggiatore
ed infine lacchè.
E' sempre stato un gran bel mestiere quello del lacchè, è una alta ed antica
professione.
Io ambisco a diventarlo professionalmente,
il giornalismo, la politica, il bel mondo è pieno zeppo di lacchè.
Fanno anche i sottosegretari, i ministri ed i viceministri.
Perchè non potrei crearmi la professione di battimanista, lacchè sui blogs del
mondo? Assumendo varie identità telematiche mi trasporterei qua e là per
segnalare e lodare siti, forum, blogs, discussioni, racconti, romanzi, poesie.
Forse farei del bene!
O no?!
LA SATIRA E'...
di Capote
(Ricevo e pubblico questo breve ma intenso pezzo di Capote, pseudonimo di un eccellente narratore romano. M.U.)
Non c'è niente di più acquiesciente della satira. Il satirico è quello che magari potrebbe covare dell'astio o dell'odio e cosa fa?... lo esplicita in vignetta. Come dire, guardate, è un astio risibile. Si dicono addosso: il mio odio fa ridere. Ovvero, non sono poi così tanto cattivo. Odi? Bucalo, infilzalo fisicamente. Ma come, scherzavi? Non l'odiavi? Ecco che l'odio è un fraintendimento.
Questi qui sono servi due volte: uno perchè fanno ridere, due perchè credono di odiare e invece non sanno odiare. Quindi sono servi del proprio fraintendimento. In realtà satireggiano se stessi. Odiare veramente è quasi impossibile.
L'odio di Dio nei confronti dell'uomo: farlo mortale... questo cova un odio smisurato. Lo trovo imperdonabile.
MALEDETTO SAGGIO
"Impossibile scorrere una gazzetta qualsiasi d'un qualsiasi giorno o mese o anno, senza trovarvi ad ogni riga i segni della più spaventosa perversità umana, insieme alle più sorprendenti vanterie di probità, di bontà, di carità, e alle più sfrontate affermazioni sulla civiltà e il progresso.
Ogni giornale, dalla prima all'ultima riga, non è altro che un tessuto di orrori. Guerre, delitti, furti, impudicizie, torture, delitti dei principi, delitti delle nazioni, delitti dell'individuo, un'ebbrezza di universale atrocità.
E con questo disgustoso aperitivo l'uomo civile accompagna il pasto di ogni mattino. Tutto, in questo mondo, trasuda delitto: il giornale, i muri, e il volto dell'uomo".
(Charles Baudelaire)
HO SOGNATO MISS ITALIA
La notte scorsa guardo in tivu le fasi finali di Miss Italia. La bella fanciulla bionda dagli occhi color cielo vince e posso ritenermi soddisfatto dell'esito raggiunto. Vado a dormire mentre Marzullo inizia a a tormentare Maurizio Costanzo. E sogno.
Sono fidanzato con Miss Italia. Tutto regolare. Però io ho 43 anni e lei 18. Per me non c'è problema, va tutto bene. Nel sogno è implicito che ci si conosca da mesi e che il nostro sia un rapporto, come si suol dire, impegnativo. Siamo nel soggiorno di casa mia e lei mi fa: "L'ho detto, a papà". "Cosa?", le chiedo io guardandola nel bel viso con apprensione. "Che hai 43 anni". Mi lancia subito un sorriso d'incoraggiamento e la mia apprensione non cala di un fotone, si mantiene stabile. "E allora? Come l'ha presa?" "Vuole conoscerti... Anche la mamma, naturalmente". Quel momento doveva pur arrivare. Come altre volte. L'atroce momento della conoscenza degli estranei. E io estraneo in casa loro, per farmi conoscere. Un atto contro natura. Princesse, à vos ordres.
Dissolvenza in nero. Sera. Una porta si apre sull'abisso. L'apprensione è diventata ansia. Sono a casa dei genitori di Miss Italia e ho uno squallido vassoio di paste in mano. La madre mi accoglie con tutta la cordialità di cui dispone. E' brutta come la fame come ogni vera madre di miss dev'essere, un bidone aspiratutto tirato a lucido. La miss è il riscatto estetico di una bruttezza atavica propagatasi per generazioni, fino alla scherzo di natura. Entriamo nel salone. Luci fioche, mi sento come un albero scarno puntato come un missile contro un cielo spezzato in duemila parti. Tavola apparecchiata. Anzi, imbandita. Sembra Natale, la festa delle atrocità familiari, la festa della morte comandata. Attendo da un momento all'altro che un cugino lunatico faccia il suo ingresso armato di coltello seghettato o di trinciapolli, la bava alla bocca e gli occhi molli dell'assassino seriale. Odo il ronzio ossessivo di una zanzara gigantesca, sono sull'orlo di un collasso nervoso in procinto di diventare psicosi, la pendola batte le nove, tremano i vetri come se a meno di un isolato di distanza stesse passando un TGV alla massima velocità, mi sento singhiozzare dall'interno, sento distintamente il mio cuore che geme. Entra lui. Ha la mia faccia. Sono io tra vent'anni, forse. Spero di no. No. Imbolsito, pappagorgiato, la giacca sformata color cacca, patetico, le borse sotto agli occhi fino alla frontiera con Berlino Est... E' un delirio d'uomo. Non mi riconosce ma io riconosco lui. Ha i capelli bianchi, lunghi e scarmigliati da Einstein demoniaco. Miss Italia è la figlia di Mabuse. Il vecchio mi sorride con la faccia grave. Sono installato nel panico più totale. "E che Dio mi chiami a sé", mi sento dire.
Mi sveglio, col cuore che batte a venticinque rintocchi al secondo.
MACCHERONICA
di Elio Paoloni
(Pubblico con grande piacere, in anteprima, questa recensione dello scrittore e critico Elio Paoloni, che apparirà prossimamente sul Corriere del Mezzogiorno - inserto meridionale del Corsera. M.U.)
Pezzi di una rubrica gastronomica raccolti in un libro. Ma come si fa a leggere di seguito una serie di pagelle? Anche se alla loro naturale cadenza, sul giornale, sono piacevolissime e utili, quando ti ritrovi d'infilata tutte quelle considerazioni su tortelli e fegato d'oca e retrogusti di nobilissimi vini, beh, non è cosa da reggere. Specie per uno come me (come tanti), spiantato e pigro, che queste recenzioni le spilluzzica di rado, giusto per convincersi che sì, un salto in Catalogna prima o poi dovrà farlo (naturalmente dopo essersi prima genuflesso da Marchesi e poi avventurato in una plaga lontanissima e senza attrattive per visitare l'unica trattoria dove fanno quel famoso piatto ottocentesco). Oppure, nei rari momenti di realismo in cui comprende che mai nella vita avrà il coraggio di buttare qualche centinaio di euro proprio per quell'annata del Chateau Musar, ricavato da un vitigno troppo raro e troppo complicato da accudire, acino per acino, in mezzo alla mitraglia libanese, tenta di immaginare sulla scorta delle scarse esperienze organolettiche personali a cosa potrà assomigliare quel magico bouquet. Uno sforzo cinestetico che non si puo' replicare facilmente.
Ebbene si, lo confesso: ho temuto che Maccheronica (Mondadori 2004, 15 euro) fosse uno di quei libri da leggere a spizzichi e magari a salti, finendo per abbandonarli. Ma appena apertolo mi è toccato un atto di contrizione: come ho potuto dimenticare che quelle di Camillo Langone, parmigiano di origini lucane e pugliese adottivo (lui il pesce lo mangia "solo crudo e solo a Trani" e sa che "le uova dei ricci di mare sono più gustose del caviale") non sono pagelle enogastronomiche ma cronache epifaniche? Certo che si parla di ingredienti e di vini, soprattutto di vini giovani e vivi ( che di vinacci seppelliti nelle "noiose" barrique, "bare del vino", dei "Cabernet e degli Chardonnay che ne escono fuori, tutti uguali al sapor di segatura" il maccheronico non ne vuole sapere). Ma di questo ci si potrebbe stancare. Non si è mai sazi, invece, dei ritratti di osti e commensali, edifici e paesaggi. Più importante di un pasto puo' essere lo stradario: le vie giuste intorno al ristorante (giuste magari perchè Arbasino vi ha ambientato una scena di romanzo) per smaltirlo passeggiando, quel pasto. Non sono dettagli, non si tratta di quel po' di colore che anche altri utilizzano, sono la sostanza stessa di questi reportage: del vitto di un ristorante comasco che dovrebbe essere oggetto di un articolo, ad esempio, il nostro uomo riesce a non dir nulla. Nessun giudizio, neanche il menu: solo paesaggi e filologia. Del piatto tipico non si capisce nemmeno se sia davvero così buono come pensava Alessandro Volta. E non ce ne importa: è una fortuna che questi pezzi manchino di acribia. Langone non è un serio professionista, una di quelle "talpe" che avendo solo due sensi "non vedono lo spettacolo del Garda, non sentono lo sciabordio dell'onda, non toccano tovaglie e bicchieri ben scelti". Lui, Langone, si lascia distrarre dalla "camicia Etro di Benedetta Lignani Marchesani". Sa che non esistono sensazioni pure, che ogni percezione è condizionata: ci racconta perciò non "la pietanza ma la pietanza di quel giorno lì, con quella compagnia, a quella linea barometrica". Lo deliziano - o lo fanno rabbrividire- dettagli trascurati dai professionisti: "un applique gozzaniana", ad esempio, o all'opposto la quadratura del piatto (l'offesa di "un piatto rettangolare, bianco freddo e spigoloso come la morte"). Aborre la "brodosa retorica" dei locali vegetariani ma sarebbe disposto a frequentarli se avessero "il coraggio di dichiararsi per quello che effettivamente sono, cioè retroguardie gnostiche".
Questa guida reazionaria (così recita il sottotitolo), stilata da un inviato speciale ammalato di indigenismo e con un debole per la cucina neogonzaghesca, capovolge le griglie consolidate: reazionario diviene anche Marchesi (altro che cuoco innovativo). Proprio per questo però, è lui, l'Eccellentissimo Gualtiero, liberatore di ricette secolari dal loro "sarcofago di fango", il futuro della cucina italiana. Ammesso che la cucina italiana imprenditoriale abbia un futuro. Dubitandone, Langone finisce per fornirci sadicamente indirizzi inutilizzabili, come quello di "un vertice della ristorazione emiliana" che non è un vero ristorante ma il retro di una salumeria, chiuso in agosto, in dicembre, in gennaio, e poi la domenica, il lunedì e comunque tutte le sere tranne il venerdì. Ha quattro tavoli e per la cena vanno prenotati tutti insieme, magari tre mesi prima, presentandosi di persona per conferma una settimana prima. Eppure "volendolo intensamente" questo retrobottega si riuscirà a prenotarlo. Del tutto impossibile invece recarsi nei luoghi dove si mangiano i migliori piatti di Trani: "il polpo crudo a casa dell'avvocato Colonna, i totani ripieni cucinati nel forno a legna (d'ulivo) a casa del dottor Stella, le cartellate col mosto cotto a casa della signora Anna Maino". D'altro canto "è difficile fare alta cucina sulla costa barese, dove basta andare al porto la mattina per trovare pesci guizzanti, buonissimi da mangiare crudi, senza bisogno di intrugli e di cuochi. Tutto il contrario della Val Padana, dove gli ingredienti necessitano di complesse elaborazioni per diventare commestibili, giustificando l'esistenza di personaggi che si fanno chiamare chef". La Puglia è abbastanza citata in questa guida, al contrario della Lucania, ma questi dati non sono indicativi: il criterio di selezione degli articoli - tratti dal Foglio- non è quello dell'eccellenza dei ristoranti ma dell'eccellenza della prosa, non del numero delle stellette ma delle stilettate. Dopo tutto non si tratta di un viaggio per ristoranti ma di un viaggio in Italia. Un viaggio per libri, per donne, per chiese. Un viaggio politico, con decenza parlando: "nostra pedagogica impressione è che siano i ristoratori a formare il gusto dei frequentatori e che pertanto le sorti della Nazione non siano indifferenti al fatto che l'élite politico-mediatica italiana affolli il Bolognese piuttosto che l'Altro Mastai". Un romanzo, in fondo: una ri-educazione del gusto invece dell'ennesima educazione sentimentale. Un romanzo italiano, del resto, non puo' che consistere nella planimetria di un' inestricabile giustapposizione di cialtroneria ed eroismo (anche conservare la passione per la cucina regionale contro l'ammucchiata panitalica o l'esotismo facile è eroismo). Antropologia, verrebbe da dire. Ma l'antropologia Langone la lascia agli altri. Al locale Due Ghiottoni, per esempio, che costituisce fisicamente uno "scintillante saggio di antropologia barisienne". Scintillante alla lettera, dagli occhi - e dalle squame - dei dentici agli "orologioni dei borghesoni baresi", dalle fettuccine ai frutti di mare, con "qualche pomodorino buttato lì per fare colore, senza spaccarlo altrimenti inacidisce il piatto" al Gravina di Botromagno, dalla frittura di paranza, anzi la paranzella, al "rosato della coppia a fianco, scintillanti pure loro perchè chi beve rosa brilla di luce propria".
LA RIBUTTANTE TRIMURTI
di Radical Chicco
(Ricevo e pubblico questo pezzo che si aggancia a una delle esternazioni contenute nel "post collettivo" intitolato "Hanno rotto il cazzo", di sabato. M.U.)
"...Ogni volta che ho occasione di parlare in pubblico, io faccio questo test: dico che nel concetto di democrazia liberale è più importante l'aggettivo (liberale) del sostantivo (democrazia). Puntualmente, fra il pubblico, c'è chi torce la bocca e alza gli occhi al cielo con aria di disgustata disapprovazione. Eppure, che la democrazia senza liberalismo, senza costituzionalismo liberale, senza equilibrio dei poteri, senza tutela delle minoranze, sarebbe dittatura della maggioranza (la "volontà generale" di Rousseau; incidentalmente, progenitrice dei totalitarismi del Novecento) non lo dico io, ma lo sostiene la scienza politica da quasi duecento anni, da Tocqueville a Benjamin Constant, da Bobbio a Sartori. Ma lui, quello che torce la bocca e alza gli occhi al cielo disgustato dalla parola liberale con la "e" finale, non lo sa. Legge il quotidiano ufficiale del conformismo di sinistra; non ha mai neppure sentito parlare di Constant; e Giovanni Sartori, il nostro maggiore politologo, uno dei più insigni del mondo, di cui ignora i libri e l'insegnamento, lo ama perchè è contro Berlusconi. Lui, il nostro "progressista illuminato", è laico, democratico e antifascista, e questo gli basta. Un perfetto bigotto, intollerante, fascistoide, che si crede liberale (ma "liberal", senza la "e", mi raccomando). E' in questo vuoto culturale del mondo intellettuale, nell'inerzia di quello politico, nell'uso da parte di entrambi della "lingua di legno" politicamente corretta, nel dispotismo dei luoghi comuni, che declina il Paese. E non dovrebbe essere necessario dirsi liberali per accorgersene". (Piero Ostellino - Corriere della Sera - 18.09.2004)
E' ributtante perchè ridicolizza la pigrizia mentale di chi si dice intellettuale, ma pensa con la testa degli altri? Oppure perchè condanna il "politicamente corretto", nuovo conformismo eufemistico? Oppure semplicemente perchè non la pensa come noi, e lo dice?
RAGIONE SOCIALE
Da stasera M.U. ha una ragione sociale. Tedesca. GmbH & Co.KG più o meno vuol dire Società in Accomandita a Responsabilità Limitata. Insomma, non solo mi sono messo in proprio ma ho creato una ditta. Sarò in regola con le normative europee, dato che da me postano anche gli altri. Ora sono ufficialmente un fabbricante e distributore di parole. Tutto regolare. Per il resto non cambierà nulla.
Chiudo con un bell'aforisma dello scrittore americano Ambrose Bierce, famoso per "Il Club dei Parenticidi". Credo si attagli a tanti di noi scrittori.
Egocentrico. Persona dai gusti volgari, più interessata a se stessa che a me.
LA VITA E' DISPERATAMENTE BREVE
Una persona che non c'è più da anni mi ha lasciato, assieme a una certa dose di dolore, una non modica quantità di audiocassette. Ogni tanto ne prendo una e l'ascolto. E' tutta buonissima musica, questa persona aveva gusti fini. Ascolto di volta in volta raffinato pop anni 80, fusion, jazz (specialmente Miles Davis), grande rock, fino al miglior grunge; e da quei suoni scende spesso su di me un tappeto di ricordi lontani. Niente più lacrime. E' come se quella persona mi stesse regalando ancora qualcosa. Mentre ascolto le sue cassette ricevo ancora un regalo.
Da anni non vado più in chiesa, nè, tantomeno, nei camposanti. Anche nel ricordare i defunti voglio provare un piacere artistico. La vita è disperatamente breve.
HANNO ROTTO IL CAZZO
( In ordine sparso ma in via definitiva)
Il vintage, gli Anni 70 riveduti rivisitati corretti e canonizzati, Giorgio Armani, Prada & il Pradismo, l'America's Cup, Guia Soncini, Bernardo Bertolucci & Suo Fratello, Barbara Bouchet incoronata da Tarantino & Scorsese, i Festival(s), Jane Campion, Hanif Kureishi, Nick Hornby, Franco Di Mare, Antonio Cassano, i pianobar, i discopub, Jennifer Lopez, Lars von Trier & il Nordico Pallume in genere, le cravatte larghe, i collettoni delle camicie alla Sandro Ciotti, il lesbochic, J.F.K. e relativa Epopea, Oriana Fallaci con tanto di Rabbia, Orgoglio e soprattutto Pregiudizio, Marco Bellocchio & Psichiatra In Allegato, Umberto Eco con bestseller(s) e Minerva in Buste, Bush Jr & Famigliola Allargata, Kerry & Teresa Ketchup Heinz, Larry King e relative bretelle, Gad Lerner e relativo paraculismo, Beppe Severgnini e relativi Interismi, tutto quello che finisce in eche salvo le biblioteche, la Banda Arbore, Margherita Hack, Licia Colò, i Famosi Sopravvissuti sull'Isola, le scarpe di legno (quelle che sono di cuoio ma sembrano di legno), Antonella Clerici, Mara Venier, Pippo Baudo, Pippo Franco e tutte le pippe di mamma tv, il vocabolo "talentuoso", l'ironia a tutti i costi, il reggae, i film di Amelio, i film di De Oliveira, i recensori che incensano quelle puttanate dei film di De Oliveira, la ributtante trimurti editorialista del corriere della serva (Panebianco, Galli della loggia, Ostellino), i Modena City Ramblers, il patriottismo, i carabbigneri a Nassiriya, tutti quelli che guardano il Grande Fratello, lo sport in generale e il calcio in particolare (eccetto il F.C. Internazionale e il Borussia Moenchengladbach... ndr.), le scarpe femminili a punta, i locali con la musica a palla e i cocteils a 15 euros, le scritte ferali sui pacchetti di sigarette, Bin Laden (Bush e famiglia è già in elenco), la chiesa cattolica, la retorica lacrimosa sul papa malato, l'Opus Dei, i giornali che vendono libri, Costanzo&Co, l'happy hour, le donne che non la danno, i baffi di D'Alema, le notti bianche, le notti nere, i musei chiusi, la sabbia nelle scarpe, Vittorio Feltri, la pancia di Ferrara, la voce di Simona Ventura, Aldo Biscardi, la Serie A, Taormina la città, Taormina l'avvocato, il pigiama di Cogne, la bandana, Alice, il Paese delle Meraviglie, le magliette di "de puta madre", le infradito, Milano vs. Roma, la Juventus, Moratti che non vince mai, Lino Banfi attore serio, i thriller giapponesi, i porno con la trama, Briatore, il brasilianesimo, i palermitani che pensano di vincere a San Siro, le suonerie di "Nando", "Nando" e le suonerie in genere, Megan Gale, Fiorello e i cani,... se la barca va..., e (non c'entra con la telefonia) quei cazzo di fenicotteri di plastica rosa galleggiante!, Celentano, le figlie di Celentano, le repliche dei film di Celentano, il ridicolo taglio di capelli alla "mullet" (corti sopra e lunghi dietro), George Clooney, Brad Pitt e tutti gli Ocean's Twelve, quei tipi che passano ore sotto un albergo per un autografo di Clooney, di Pitt e degli altri dieci sfigati, quelli che rivisitano tutto, dal trash al porno al glam, convinti di essere sofistical-chic, la notte bianca, il mistero della Sindone e tutti i suoi studiosi, il cardinal Tonini, nonchè tutti gli psicologi presi nel mazzo, Silvio Berlusconi e complici, e i suoi avvocati, cuochi, musicanti ed avvocati, quelli che parlano, parlano, e poi non combinano un cazzo, quelli che guardano "Miss Italia", quelli che senza avere una parente o un'amica che partecipa a Miss Italia telefonano lo stesso per votare, le ragazze che partecipano a Miss Italia, Carlo Conti, Panariello, Pieraccioni e tutta la lobby dei comici toscani che non fanno ridere per niente, quelli che leggono l'oroscopo ma poi dicono che non ci credono, quello che credono all'oroscopo ma poi vanno a messa, quelli che dicono "non sono razzista/omofobico/leghista/antisemita, però...", quei tizi che dicono "quella è una troia", "ma sei un frocio!", "lavoro come un negro" senza il minimo rispetto per nessuno che non sia come loro, quelli che "Piero Pelù\Vasco Rossi\Ligabue fanno un gran bel rock" ma che se poi gli nomini i CCCP, i CSI, Tre Allegri Ragazzi Morti, Linea77, Marlene Kuntz, Afterhours non sanno manco chi sono, quelli che guardano solo i film americani d'azione e pensano che il cinema giapponese sia uno strazio senza avere MAI visto un film giapponese che sia uno, quelli che ti dicono se hai bisogno chiama e poi quando gli parli delle tragedie ti rispondono scusa devo andare, quelli che aborrono le stragi e parlando di cosa farebbero i terroristi dicono che sarebbe meglio buttare un po' di bombe e pure sgozzarli, gli analisti che ti aggrediscono dicendoti che tu sei aggressivo, quelli che trovano Feltri un uomo di misura e tu non sai leggere tra le righe, Emilio Fede e le sue telepippe, i modelli/e che sembrano sempre in post orgasmo, il teatro della verdura e il suo direttore mafioso, Mentana con la sua faccia dispiaciuta che si scusa per la terribile notizia, le donne che dopo il femminismo credono di dover fare gli uomini, le donne in carriera con lo sguardo truce che danno del deficiente al pupo di due anni, gli uomini che quando gliela dai ti danno della puttana, Donatella Versace, la Vanoni e il Paoli che non sopportano di compiere settant'anni e fanno l'ennesimo remake della loro pallosissima love story, quelli che internet ti ruba l'anima, la Mazzantini e le sue sbrodolate pseudo sentimentali con l'anima sudata, i giornali che non parlano delle stragi in Africa ma gridano alla scandalo perchè un arbitro è stato colpito da una moneta, e il Papa, un buon uomo, ha fatto un sacco di cose buone e tutto il resto, ha contribuito alla caduta del comunismo sovietico, è stato ferito, è stato male, sta peggio e dovrebbe riposarsi, non riesce più a parlare perchè sta male ma va in ognidove... per tutti questi motivi, e pur considerandolo personalmente un eroe del ventesimo secolo (pur con tutte le contraddizioni che hanno di default tutti i Papi), anche lui ha rotto un po' il cazzo, ma ancor prima il pluricitato MAURIZIO COSTANZOSHOWECONSORTE, questa entità plurisessuata non ha solo rotto il cazzo ma ha già fatto a tutti due maroni blu di prussia giganti, provocando un danno irreparabile alle povere menti delle masse e figliando durante gli interminabili anni di videopresenza una masnada di rompicazzo superpotenziati dalla sua benedizione della quale non ci libereremo almeno per tre generazioni - egli rappresenta tutte le piaghe d'Egitto catodiche messe assieme, ha fatto girare i coglioni a tutti gli strati sociali ed economici tanto che la mafia ha tentato di ucciderlo ma senza successo, sputa pure nel piatto dove mangia da anni a quattro palmenti, vi prego mandatelo/li al confino!!, che se lo suchino gli Svizzeri che se lo meritano ampiamente! lunga vita alla nuova carne!, più ci penso e più mi brucia di dichiararlo... IL CALCIO HA ROTTO IL CAZZO SUL SERIO!!!, azzeramento di tutte le squadre a livello provinciale con punizione a chi non gioca bene e caga il cazzo alle miniere di carbone del Sulcis, allenatori tutti a casa, sostituiti da giovani preti in vena di "stare con i ragazzi", trasformazione di tutti gli stadi con gradinate più alte di 30 metri in piscine pubbliche, arresto immediato ed internamento al campo di Guantanamo di tutti i presidenti, dei loro sottopancia, dei procuratori sportivi e dei responsabili del CONI, divieto TOTALE di far giocare degli stranieri a calcio in Italia, passaggio di tutti i giornalisti calcistici dalla cronaca sportiva alle testate periodiche femminili con divieto per 5 anni di scrivere di calcio o anche solo di pensarci, rieducazione stile rivoluzione culturale cinese dei tifosi calcistici di ogni risma al tifo per il tiro con l'arco, ridistribuzione forzata dei capitali delle società di calcio e degli stipendi dei giocatori ai bisognosi e per finire obbligo di prestare assistenza in zona di guerra guerreggiata per almeno 5 anni ai medici calcistici, ai farmacisti calcistici e ai massaggiatori calcistici, tutte le case editrici, gli editor delle case editrici, gli scrittori che sono contenti di scrivere per delle case editrici, e poi Roma come città, i turisti spagnoli, i turisti americani, i turisti in generale, l'asfalto, le scritte stronze sui muri, le automobili, chi guida le automobili, chi guida le automobili senza cintura, chi guida le automobili con la cintura ma col cellulare in mano, chi guida uno scooter e ti sbatte contro lo specchietto mentre stai guidando un'automobile con la cintura e il cellulare in mano, chi va in bicicletta e invidia che guida lo scooter e sbatte contro lo specchietto di chi guida un'automobile con la cintura e il cellulare in mano, ma pure i posti di lavoro, gli uffici in genere, i superiori, gli inferiori, i colleghi, le colleghe, l'invidia, la carriera, le bugie, i soldi, e più di tutto, le donne, tutte, perchè adesso se lo meritano, e bè, anche quelli che dicono "di default" hanno rotto un po' il cazzo, ed effettivamente anche se l'ho detto io, "di default" ha rotto il cazzo..., e anche "della serie", che tu (Markelo Uffenwanken, ndr.) usi spesso, ha rotto il cazzo, è un modo di dire vecchio, anni 80, tutti gli uomini e le donne che dicono "le donne..." e tutte le donne e gli uomini che dicono "gli uomini...", cercasi fucile a canna rigata, possibilmente di precisione onde io possa far decedere mio vicino demoniaco scassapalle oltremodo, quei gruppi musicali che fanno gli indipendenti fino a quando non se li fila nessuno e alla prima occasione firmano per una major che fino al giorno prima avevano soprannominato "it davil", le major, chi dice "sono contro le major", la coca cola, chi la beve e chi non la beve, MTV, i vj di MTV, l'MTV Day ( e gli Articolo 31 in particolare), Il Mucchio Selvaggio, tutto (il giornale musicale), i mega raduni musicali dove devi andare perchè solo lì ti fanno sentire un gruppo a caso tipo gli Interpol e tu ci vai, anche se odi i raduni di qualsiasi genere, anche se già sai che probabilmente non riuscirai a sentire nemmeno una nota degli Interpol e avrai un attacco di colite, la agorafobia, ma soprattutto le persone in generale, me compresa, il tora tora...
(Continua... sempre con il vostro aiuto).
RABONI FOR EVER
Sparire: un giorno o l'altro bisogna pur cominciare.
(Giovanni Raboni)
RABONI ENCORE
Un giorno o l'altro ti lascio, un giorno
dopo l'altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti - o perchè
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m'incanto...
(Giovanni Raboni)
RABONI SWING
(E' morto il grande poeta/critico/saggista/giornalista/traduttore Giovanni Raboni. Niente "coccodrilli", qui su M.U. Pubblico soltanto un suo pezzo di poesia sul cinema in visione pomeridiana. Perchè il pomeriggio è il momento migliore per il cinema).
Chi si siede/ ma poi
continua a cambiar posto,/
chi sta in piedi, sul fondo della
sala, e fiuta/ fiuta rari
passaggi, la bambina/ mezzo
scema, la dama ch'entra sola,/
la ragazza sciancata...
(Da: "Cinema di pomeriggio")
ESERCITAZIONE CON NEBBIA VENEZIANA
di Giovanni Monasteri
La nebbia, questa polvere sull'anima!
questa cipria sul viso decrepito della gran dama
che si trucca d'azzurro, di carminio,
e d'oro, e nel fango trascina
il rattoppato strascico regale!
il pietoso, funebre tulle
sulla morta catafalcata
e putrefatta regina del mare!
Venecia Venedig Venise!
Ah, dovevo venirci in luna di miele,
ma adesso che abito a Marghera,
che luna di miele sarebbe?
O Venesia, Venessia, Venise!
Come potrei non amarla, se il Canal Grande
mi ricorda il fiume di lacrime
che di dolore e d'ira tu versasti,
quando piangendo mi maledicesti
come Didone trafitta sulla pira.
AVVISO AI NAVIGANTI
Questa sera il poeta Giovanni Monasteri ha postato un intervento sul tema "Contare o pesare?", innescato dall'omonimo pezzo di Radical Chicco. Al suo intervento, che si indirizzava a me ma anche all'autore del pezzo e ad Innovari, io ho già risposto. (Trovate lo "scambio" nei comments alla "prerecensione" dell'ultimo Eco - ogni tanto qui su M.U. si sbanda...) Bene, voglio avvisare che questa volta è andata così, ma nel futuro un intervento come quello di Giovanni io penserò bene di pubblicarlo come pezzo. Basta che lui (o chiunque si trovi a passare di qui e voglia dire qualcosa di interessante o di forte) mandi il pezzo (breve, per favore) all'indirizzo markelo.uffenwanken@katamail.com
Come ho già annunciato, mi piacerebbe ospitare di tanto in tanto pezzi, poesie, anche invettive, scritte da altri. Nel caso specifico il pezzo di Giovanni meritava altra collocazione. Ho spesso partecipato a Nazione Indiana e ho notato che non di rado i comments sono più interessanti degli articoli veri e propri che fanno da "apripista". Dunque se avete qualcosa da dire con vigore e intelligenza (vi raccomando la sintesi, non pubblico "pipponi", grazie) siete i benvenuti.
Astenersi perditempo, provocatori da salotto e rompicoglioni vari.
PRERECENSIONE DELL'ULTIMO ROMANZO DI UMBERTO ECO
(Tornano le "Prerecensioni". Recensioni di opere dell'ingegno fatte prima della fruizione. Quello che fanno in molti. Solo che noi lo diciamo. Lo pre-diciamo, ecco.)
Umberto Eco ha rotto il cazzo. Si, avete letto bene. Per filo e per segno. Non ho nemmeno voglia di ricordarmi il titolo del suo ultimo romanzo. C'è una "Loana" alla fine, una specie di Moana di Loano. Una pornostar ligure (come la grande Pozzi?) No, è un personaggio da comic. Eco smette di titillare pendoli foucaltiani, smette di ricercare le sue radici (come in Baudolino, una specie di libro premonitore sul rimpicciolito destino di Pippo Baudo), smette di nominare le rose invano ma ci piazza comunque l'ennesimo bestseller. Il nuovo subspecielibro. Il romanzo del semiologo. L'antiromanzo extracolto di culto. Il nouveau roman alla bagna cauda. Lo so, fa senso parlar male di Eco. Perchè Eco è un grande intellettuale, una persona (dicono) squisita. Con una cultura smisurata e, come se non bastasse, con un gran senso dell'umorismo. Accoppiata da stendere anche il più "toro" dei suoi detrattori.
Ma qui su Markelo Uffenwanken non si fanno sconti a nessuno. E nemmeno alle comitive. Detto chiaramente: me ne fotto della popolarità, se poi devo essere buono a tutti i costi, se devo essere indignato a tutti i costi, se devo essere politicamente corretto, se devo essere un paraculo impegnato come ce ne sono a migliaia nel nostro paese e anche all'estero. Sono stato impopolare per 43 anni e dunque all'impopolarità ci ho fatto il callo.
Detto questo, il Prof. Eco ci ha servito per l'estate il suo nuovo romanzo bionico, scritto con la sapienza che gli conosciamo e riconosciamo. Ha immaginato forse sè stesso immergersi nel rimbambimento definitivo scivolando tra le comode coperte patchwork degli album dell'infanzia. Il modernariato fumettaro. Come se io scrivessi un racconto dove ad un certo punto m'imbatto in Alan Ford o nei Fantastici Quattro. Sarebbe divertente, magari, ma il capolavoro - semmai c'è stato - stavolta s'è dato proprio per disperso. Robinson Crusoe con tutti i venerdì di meno. L'intellettuale raffinatissimo e spiritoso non graffia, non colpisce nemmeno poi tanto l'immaginario. Collettivo? Ma dove sta la collettività? Forse soltanto nella nostra immaginazione. Forse Eco parla di un mondo fin troppo superato. Purtroppo. Perchè i fumetti non sono più soltanto in tivu (ci pensò Giancarlo Governi a metà anni 70, con Nick Carter & Compagni): ora i fumetti sono anche al governo. La realtà ha superato la fantasia e oggi l'unico romanzo realistico possibile è il noir surrealista. Quello che pubblicherò io tra un po' di mesi (se Dio vuole) firmandolo col mio nickname anagrafico.
Tornando a Eco, una cosa è l'istintiva simpatia e l'ammirazione per il suo grande lavoro di studioso; un'altra è lisciare il pelo al Grande Intellettuale qualsiasi cosa faccia. Eh no. Io non ci sto. Lasciatemi nel ghetto ancora un po'. Così cantò Alberto Radius quasi 30 anni fa nella sua "Nel ghetto"; quelle parole valgono ancora oggi e nello "specifico", come dicono quelli che parlano bene. Una cosa che non ho mai capito è questa: perchè si ha sempre un gran coraggio nello stroncare i piccoli e i medi? Mentre per i grandi?... E' l'effetto curriculum? Diciamo anche un'altra cosa, con l'occasione: l'esagerata raffinatezza, l'esagerata cognizione di sè, l'esagerato controllo del "mezzo" fa male alla Letteratura. Diventa troppo facile, per l'esperto, avvertire i trucchi. E per il non esperto basta accorgersi delle sofisticherie, dell'insieme troppo costruito a tavolino. L'"effetto bagnato", come nel gel per capelli. Capelli di plastica, in definitiva. Come quelli di Clarke Kent, cioè Superman. E' un discorso complesso, questo, che se vorrete approfondiremo più avanti col vostro aiuto. E' un dato di fatto per me chiaro, comunque, che certi autori sono sopravvalutati. Fruttero &Lucentini, per esempio: spesso di una noia mortale, diciamolo. E maledettamente sussiegosi. Il romanzo deve colpire con un diretto al volto, non con un rondò, veneziano o meno. Per quanto F&L hanno scritto pagine bellissime; pagine, ecco, ma non opere. E titoli straordinari, che spesso (i titoli, dico) possono valere un'opera. "La prevalenza del cretino", per esempio. Un titolo che è un concetto fondante. E mai come oggi d'attualità.
CONTARE O PESARE?
di Radical Chicco
La battuta (di Gianni Agnelli o di Enrico Cuccia? Non ricordo più) era molto semplice e concreta: "Le azioni non si contano: si pesano". Il senso è chiaro: puoi avere anche il 49% delle azioni e restare un signor nessuno, ma se hai una rete di relazioni importanti comandi anche con il 10%. Quando si riseppe, questa frase fece il giro dei media senza suscitare il coro dei buonisti indignati. Gli italiani (tutti quanti) si limitarono a tentennare il capo con un sorrisino che stava a significare: eh, sai che scoperta! Anche il caposcuola dell'indignazionismo nazionale si lisciò il barbone bianco e si guardò bene dal lanciare strali contro la "razza padrona". Eppure ne avrebbe avuto motivo. Ma come? L'unico simulacro di democrazia in azienda è l'assemblea degli azionisti e ci si viene a dire in faccia che i voti contano solo fino a un certo punto? Dove va a finire la legge? Dove vanno a finire la morale, la politica come tensione verso il bene, la speranza di migliorare il mondo attraverso leggi giuste? Una battuta come "Le azioni non si contano: si pesano" dice apertamente che il bene non trionfa, e che la favola va corretta: la Regina cattiva interroga lo specchio e si sente dire: "La più bella del reame sei tu". Fine.
Ma se la realtà è questa, e la conoscono anche i moralisti, i giustizialisti, i buonisti, eccetera eccetera, allora gli atteggiamenti possibili sono (almeno) due. Il primo consiste nel predicare bene, razzolare male e, quando la verità sale in superficie, tentennare il capo sorridendo. E' l'atteggiamento più comodo, e anche il più diffuso. Come abbiamo visto, è quello adottato dai moralisti da salotto (e anche un po' da tutti noi, diciamo la verità). Un altro atteggiamento potrebbe forse scoprire una morale più vera se si impegnasse a cercarla nella realtà e soprattutto se rinunciasse a guardare il mondo come alla favola di Biancaneve. Non è necessario che gli scopi dell'agire debbano essere rivisti al ribasso. Ma è sicuro che i mezzi adeguati a conseguire quegli stessi scopi risulteranno piuttosto diversi.
Le azioni si pesano, eccome. Se qualcuno avesse dei dubbi, provi a dare uno sguardo alla Storia. Tutte le rivoluzioni sono state fatte da minoranze (le quali, poi, per mantenersi al potere, non si sono fatte scrupolo di usare la ghigliottina o le fucilazioni). Tutte le grandi riforme sono state approvate dai parlamenti sotto la pressione di opinioni pubbliche messe in agitazione da una minoranza. Per non parlare dei colpi di stato, attuati da minoranze ristrettissime, rese "pesanti" dall'appoggio dell'esercito. E anche i colpi di stato possono essere rivoluzionari, come quello del 18 brumaio.
Ma anche negli ambiti più spiccioli le azioni si pesano: l'opinione del capufficio pesa più delle altre; in un gruppo di amici ce n'è uno che finisce per decidere per tutti; in ogni famiglia c'è qualcuno che ha un peso preponderante. Ma anche nei rapporti a due il peso prevale sul diritto e tutto fa comodo pur di imporsi. Pacta sunt servanda, si dice. Se fosse vero, moglie e marito non dovrebbero mai tradirsi. Eppure quanti rapporti stanno in piedi sulla base del quieto vivere e di una ragionevole dose di corna?
Machiavelli dice che il principe non deve mantenere la parola data se osservarla gli tornerebbe contro e se non sussistono più le ragioni per cui l'aveva data. La cosa notevole in questo precetto non è l'apparente immoralità: è la congiunzione "e". Secondo Machiavelli non basta che mantenere la parola data si risolva in un danno o che le circostanze siano diventate oggettivamente diverse. Bisogna che si verifichino ambedue le condizioni. Meditiamo, gente, meditiamo.
Si dirà: anche in questo caso non mantenere la parola è immorale. Eppure, cosa succede nella realtà? Succede che consideriamo immorale ciò che fanno gli altri ma, nella stessa condizione, faremmo anche noi. E' necessario produrre un florilegio di parole non mantenute da papi, re, uomini politici, industriali, attori, cantanti, farmacisti, impiegati comunali, vicini di casa, parenti, eccetera eccetera? Ma no. Ognuno puo' comporselo da sé.
Si dirà: ma di questo passo la faccenda diventa opinabile. Come si fa a stabilire se fa bene o male l'attrice che, per dare la disdetta al marito, si fa fotografare insieme all'amante? La realtà è che, se fa male, è più che altro per una questione di buon gusto, ma dopo un anno nessuno se ne ricorderà, nessuno gliene farà una colpa, magari i fan la ammireranno anche per questo. Idem (senza fan) anche per le coppie di amici e colleghi, gente che conoscevate e che si sono lasciati perchè lui o lei ha rifatto i conti e ha concluso che la parola data non pesava più come prima.
Ancora, si dirà: di questo passo non si sa più cosa è giusto e cosa è ingiusto, chi sono i buoni e chi i cattivi. Eppure, cosa succede nella realtà? Cesare era migliore di Pompeo? Silla migliore di Mario? (Scelgo esempi di stretta attualità per non eccitare le reazioni passionali dei guelfi e ghibellini di oggidì, ma chi vuole ha un'ampia scelta a disposizione). Semplicemente, succede che intorno a qualcuno disposto a esporsi si raggruppano tutti coloro che hanno interessi analoghi. Analogamente succede sull'altro versante. (C'è sempre un altro versante). E chi pesa di più prende tutto.
E per l'ennesima volta, si dirà: appunto, questo è il modo di procedere dei branchi di lupi. Noi (cioè: i buoni) vogliamo sostituire a questa logica bestiale quella delle buone intenzioni e dei buoni sentimenti. Bé, mi avete convinto. Auguri.
SAPORE DI SALE...
L'artista non deve dare messaggi, deve dare un calcio in culo al pensiero.
(Gino Paoli)
ANTICIPAZIONE
Qui su Markelo Uffenwanken c'è spazio per collaborazioni esterne e per "sinergie", che magari è una brutta parola molto anni 80 ma da l'idea di un concetto che sottintende anche complessità. E io amo la sintesi. Dunque ieri ho pubblicato un inedito di Gabriella Fuschini, mentre con Innovari stiamo lavorando in "joint-venture" a una "Lega dei Supereroi" di cui vi daremo presto notizie. Più tardi pubblicherò un pezzo di Radical Chicco, pseudonimo di uno scrittore-polemista di valore. Seguiranno a scadenze da definire altre sue sporadiche "uscite". Solo su Markelo Uffenwanken.
DETTO DA UNA DONNA CI SI PUO' CREDERE...
Il silenzio è la sola cosa d'oro che le donne detestano.
(Mary Wilson Little)
IRREPERIBILE FINO A NOTTE FONDA
Faccio il blogger comme il faut e dunque vi racconto qualcosa di quel che mi è successo ieri sera. Per la serie "Anche Markelo ha un'anima".
Ieri è stata una giornata campale. Devo arrangiarmi. Da quando lessi parecchi anni fa in "Tropico del Cancro" di Henry Miller che un uomo che vuol essere libero non deve stare "alla stanga", cerco di seguire l'esempio per quanto mi è possibile. Nella civiltà del tutto e subito e del consumo costi quel che costi (ma quanto mi costi...) per essere liberi il più possibile bisogna fare i salti mortali. E spesso rinunciare a certe cose. Che spesso sono tante. L'invasione degli euro-ultracorpi (l'amico Innovari mi capirà al volo) ci ha reso la vita difficile. Vale a dire: ha ridotto il nostro potere d'acquisto forse della metà. Chi non era ricco prima dell'Invasione Ultracorporea Monetaria ora si trova quasi povero. E ci vanno di mezzo i cosiddetti sfizi. Ma ieri, come ho detto, è stata una giornata campale; e alla fine mi sono concesso, assieme ad alcuni amici musicisti tra cui il polistrumentista brasiliano (di Belo Horizonte) Arlen Azevedo, una serata al Blue Note. Il Blue Note è diventata una catena di jazz club a livello internazionale e da circa un anno ha aperto i battenti anche qui a Milano. Arlen veniva a Milano per la prima volta ma era già stato alla "casa madre" di New York; e mi ha detto subito, una volta entrati nel locale, che quello di Milano è molto più bello. C'era il trio di Jim Hall con la partecipazione veramente straordinaria del pianista romano Enrico Pieranunzi.
Hall ha 74 anni ma ne dimostra quasi 20 di più. Un fuscello d'uomo dai radi capelli candidi e dal sorriso malinconico. La sua chitarra lo sovrasta. Brevemente per chi non lo conoscesse: Jim è di Buffalo (N.Y.), esordisce a 13 anni influenzato da Charlie Christian e da Django Reinhardt, i due numi tutelari della chitarra jazz. Nel 55 entra a far parte del quintetto del batterista Chico Hamilton. Hall è un puro, un lirico, senza fronzoli. Il suo stile si differenzia da quello degli altri chitarristi in circolazione. Dal 56 al 59 collabora col sassofonista e clarinettista Jimmy Giuffre, poi entra nella band che accompagna Ella Fitzgerald. Importanti le sue collaborazioni con un altro grande vecchio jazzman ancora in attività, il sassofonista Lee Konitz, e con Sonny Rollins. Con il grande Rollins incide uno dei più grandi dischi di jazz della storia, "The bridge". Più avanti collabora moltissimo col sassofonista Paul Desmond (a sua volta molto attivo con il pianista-compositore Dave Brubeck, 84enne "sprint" ancora in attività). Hall ha suonato con tutti, si puo' dire: fra i tantissimi: Bill Evans, Chet Baker, Kenny Barron, Ornette Coleman, Bill Frisell, Pat Metheny, di cui è stato il maestro.
Un concerto diviso ovviamente in due set, molto tradizionale e piacevole. Suonato nel primo set con una chitarra non sua perchè la sua personale era rimasta a Roma. Nel secondo set ritorna sul palco con la sua nel frattempo giunta al Blue Note e la musica cambia. In meglio, naturalmente. Pieranunzi, nato a Roma nel 49, è un grandissimo del pianoforte jazz. In Italia, assieme a Franco D'Andrea e a pochissimi altri, è pianista di livello mondiale. Ieri sera aveva indosso un golfino color vinaccia aderente che sembrava la maglia di un pigiama. A vederlo così bardato (non credo proprio per calcolo) mi veniva da ridere. E pensavo alle popstar costruite dai PR e dagli stilisti. E' un "pazzo" introverso e quando va al microfono per dire qualche parola tra un pezzo e l'altro spesso s'incarta. Porta gli occhiali, dimostra molti anni in meno della sua età e io, per il suo essere "straniato", lo chiamo da tempo "l'Enrico Ghezzi" del jazz... Un grande. Ottima la bistecca (angus) al sangue che abbiamo ordinato. Non vi dico la spesa complessiva. E meno male che non c'era Chick Corea, per esempio, che ha inaugurato il Blue Note l'anno scorso per un'intera settimana: altrimenti avremmo speso molto ma molto di più. Ma se amate il jazz di serie A, suonato in un bell' ambiente dall' acustica perfetta, una volta ogni tanto al Blue Note ci dovete andare. Se non siete ricchi, o magari non c'avete una lira come me, almeno due o tre serate l'anno ve le potete comunque concedere. Per me era la seconda volta.
Il jazz ti da la possibilità di vedere (oltrechè ascoltare) un'opera d'arte collettiva nascere sorgiva nello stesso istante in cui ne "fruisci". E' la performance per eccellenza. Il jazz non si ripete mai, si rinnova continuamente. Un miracolo. Ed è bellissimo seguire i musicisti nel loro "interplay", cioè nel loro comunicare - e quindi suonare - attraverso la loro particolare lettura del pensiero.
NEI SOGNI COMINCIANO LE RESPONSABILITA'
Uno che scrive un racconto così - a 21 come a 65 anni - forse è un genio. Delmore Schwartz (1913-1966) in quel fine settimana in cui scrisse "Nei sogni cominciano le responsabilità" di anni ne aveva ventuno. E due anni dopo, a seguito della pubblicazione sulla "Partisan Review", questo racconto venne salutato meritatamente come geniale da grandi scrittori e critici, tra i quali Nabokov.
Soffuso ed evocativo, semplice, diretto e profondo, surreale e al contempo concreto, quasi spietato. Preveggente, amaro, quasi straziante. In questo racconto Schwartz mette in risalto la minima distanza che separa il sogno dalla realtà, la preveggenza dalla visione, la visionarietà dall'incubo che si fa comprensione di un amaro destino familiare.
E' la storia di un ragazzo che vede i suoi genitori (conoscersi, corteggiarsi, passeggiare, baciarsi e litigare) in un film girato prima che lui nasca... Sembra impossibile, ma Schwartz questo gioco di prestigio lo rende molto realistico, svelandocene il trucco alla fine, con un vero e proprio colpo da maestro.
Poeta di grandissime e disattese speranze, paragonato a T. S. Eliot e a Pound come possibile continuatore di una grande tradizione, Delmore Schwartz rischia a tutt'oggi di essere ricordato soprattutto per cose che non ha scritto lui: la canzone "Black Angel's Death Song" del primo album dei Velvet Underground, scritta da Lou Reed e a Schwartz (suo professore universitario e amico) dedicata; e ancora di più per il personaggio del genio tormentato e disintegrato - che molto gli somigliava - ne "Il dono di Humboldt" del suo amico Saul Bellow. Ma Schwartz, che incorse in un precoce declino avvitandosi su sè stesso nel fallimento fino alla prematura morte - avvenuta in solitudine in un albergo newyorkese- ha lasciato si tante opere incompiute o soltanto abbozzate, ma anche grandi poesie e un gruppo di racconti compiuti di cui forse quello che ho citato rimane il più bello. Anzi, il più "perfetto". Leggetelo.
INVERSIONE
(Pubblico questa poesia ancora inedita dell'amica Gabriella Fuschini, ovviamente col suo consenso. A me questo "pezzo" piace particolarmente. Spero anche a voi).
Inversione,
rovesciamento della situazione
stanca di contare le mie spine
chiudo le porte del mio corpo,
dopo anni passati a masticare illusione
prima di assaporare la verità,
la menzogna appresa da bambina
si affloscia sulla via delle mie ossa,
le conto chiamandole per nome
e ricompongo nuova forma,
solida a stare in mezzo al mare
senza più il bisogno di confondere
l'acqua con il riflesso della visione.
PUTTANI E PUTTANE
Vi raccomando: sono ricominciate, dopo la pausa estiva, le trasmissioni di "Uomini e Donne" di Maria de Filippi, su Canale 5... Lo so che siamo tutti intellettuali da queste parti, ma non si sa mai... zapping frenetico in controsterzo. Ottimo lo spegnimento fino a notte inoltrata. E ora vado davvero...
BUONA PER TUTTE LE OCCASIONI...
Non sapeva cosa dirle e allora le disse ti amo.
(Corrado Alvaro)
P.s.: sono di corsa. Irreperibile o quasi. Fino a stanotte. Ma questa mi sono scapicollato a postarla. A domani. E fate i bravi...:-))
ASSICURAZIONI PER TUTTI
Mentre la valchiria Heidi Klum, l'unica top model che ha veramente tentato di incastrare Roger Bidonnaire Rabbit Briatore (col vecchio metodo dell'inseminazione naturale) si fa assicurare le gambe (che come diceva Bukowski 'sono le ultime a morire') per 1 milione e mezzo di euro, il 26enne cronista di Al Arabjia si assicura involontariamente i suoi 2/3 secondi di celebrità. Mondiale. Ad Andy Warhol, per l'umanità tutta, bastava un quarto d'ora. Ma i tempi sono cambiati e chi si ferma è sempre più perduto. 100 metri in circa 9 secondi, una vita spezzata in diretta entro molto meno. Notizia lampo dentro la notizia. Matrioska dell'orrore. Il ragazzo di Al Arabjia viene colpito sotto l'occhio delle telecamere. Dall'occhio che uccide (celeberrimo film di Michael Powell) all'occhio ucciso. Occhio per occhio dente per dente: obiettivo orrore, prospettiva il cui punto di fuga si perde nel nulla dell'insensatezza. Ci ha lasciato la pelle anche "l'arabo". L'arabo mediatico. A parte le decine di arabi non mediatici che ci lasciano la pelle a telecamere spente ogni giorno.
E come sta Oriana Fallaci? Perchè non viene a farsi un giro nella sua vecchia "Eurabia", come l'ha simpaticamente ribattezzata lei? In fondo New York sembra tutto questo granché ma poi capita pure che ci collassano i grattacieli. Insomma, venga a prendere un caffè da noi. Al mio bar di riferimento. Pago io, 80 cent. Eurabici. Tra egiziani in missione sui cantieri e con qualche barbiere marocchino e qualche pappa russo di passaggio. E qualche brasiliano di contorno. E qualche albanese che beve birra alle 9 del mattino. E qualche italiano che se ne fotte proprio. I gestori sono cinesi. Il pericolo giallo. La tigre cinese. Venga, Oriana, venga. E mi spieghi a parole sue un po' della sua fantastica rabbia. E del suo meraviglioso orgoglio.
Ma non si dimentichi di stipulare una buona polizza assicurativa, prima. Anche se nessuno le avvelenerà il suo eurabico caffè pagato.
(Domani sono irreperibile. Chiuso per turno. A mercoledì. ;-))
VERNON DUKE (SONO SOLO CANZONETTE?)
Uno dei più grandi compositori di canzoni d'America è stato Vernon Duke. Nato nel 1903 in Russia, diplomato al Conservatorio di Kiev, compositore classico già attivo quando fugge dal paese natale - a causa della Rivoluzione d'Ottobre- e ripara a New York. Siamo nel 1922. Il suo vero nome era Vladimir Dukelsky. Compone un concerto per pianoforte e orchestra dedicato al grande Arthur Rubinstein. Dhiaghilev gli commissiona un balletto, basato su quel concerto, che girerà fino a Parigi coi Balletti Russi. Nella metà degli anni 20 Vladimir incontra George Gerschwin. Si mette al piano e suona un suo pezzo "classico". "E' roba troppo cerebrale", fa George. "Prova a comporre canzoni. Ti si aprirà un mondo intero. E americanizzati il nome". Vladimir diventa così Vernon Duke e comincia a comporre standards memorabili. Lavora per il cinema. Scrive un grande musical, "Cabin In The Sky", con coreografie di Balanchine. Il nome di Vladimir Dukelsky rimane per firmare le sue composizioni "serie".
Una delle mie canzoni preferite (ascoltatela nell'interpretazione di Frank Sinatra o di Ella Fitzgerald) è Autumn In New York. Parole e musica di Vernon. Nel 2000 Richard Gere e Winona Ryder hanno interpretato un melodrammone squallido con quel titolo non casuale. La canzone vale 2500 film così. Ecco il bellissimo testo:
Autumn in Ney York/ why does it seem so inviting
autumn in New York/ it spells the thrill of first-nighting
Glittering crowds and shimmering clouds/ in canyons of steel
they're making me feel - I'm home
It's autumn in New York/ that brings the promise of new love
autumn in New York/is often mingled with pain
Dreamers with empty hands/ they sigh for exotic lands
It's autumn in New York/ it's good to live it again
This autumn in New York/transforms the slums into mayfair
autumn in New York/ you'll need no castles in Spain
Lovers that bless the dark/on the benches in Central Park
It's autumn in New York/it's good to live it again.
LA STORIA DELLA MALA MILANESE ANNI 60/70/80
(Raccontata da un testimone. Tutto rigorosamente vero).
Seconda Puntata: LA PROSTITUZIONE
Telefono al "Biscela" per mettermi d'accordo per la seconda intervista. Mi dice che non ha tempo. "Nemmeno per l'Uffenwanken?", gli faccio, leggermente irritato. "Ma no, Markelo, ci mancherebbe! E' che sono incasinato perso, porca vacca... Come si puo' fare?". Gli chiedo se ha un quarto d'ora da dedicarmi. Mi risponde di si, scusandosi ancora. E allora lo intervisto al telefono, subito: cotto e mangiato. Ecco la "sbobinata" della nostra conversazione di ieri sera sul tardi, dopo "Controcampo".
M.U. Parti, Biscela. Vai a ruota libera sulla prostituzione.
B. Beh, alura... La prostituzione, in quegli anni, ti parlo della fine dei 60, era gestita dai magnaccia. Detti macrò in francese, e garga in milanese... A differenza di oggi il garga gestiva 6/7 donne. Come un'impresa a conduzione familiare. Ti faccio l'esempio del Cumenda, così lo chiamavano, che era diventato mio amico. Il Cumenda era un quarantenne raffinato, elegantissimo ed educatissimo. Un vero signore, mai una parola fuori posto. Sembrava proprio un industriale. Beh, in effetti un po' industriale lo era... Industria della gnocca... D'estate vestiva spesso con pantaloni di gabardine bianchi, giacca e berretto alla marinara; perchè lui a Sanremo c'aveva un gabinato tipo baglietto, con 5 posti letto, un 15 metri... Il Cumenda era un frequentatore di night e ristoranti rinomati sia in Riviera che a Milano.
M.U. Come funzionava con le sue protette?
B. Funzionava bene. Le donne non venivano mai maltrattate, anzi. C'era grande rispetto, attenzione, addirittura galanteria. Il Cumenda, avendo il pallino dell'eleganza, faceva a tutte il guardaroba firmato nuovo a ogni stagione, le accompagnava nei migliori ristoranti e locali. Niente strada. Le donne del Cumenda rientravano in un discorso di clientela molto particolare. Soprattutto industriali e politici.
M.U. Dimmi un po' delle ragazze.
B. Tutte bellissime. Alcune venivano dal Meridione, alcune venete; ma la maggior parte di loro era del Bresciano, età dai 25 ai 30. La più richiesta era una certa Laura di Brescia, mora, pelle scura, occhi verdi; in apparenza sembrava una brasiliana. Una ragazza sempre gentile, di gran classe. Sembrava che lei e le sue colleghe avessero frequentato uno di quei corsi di portamento e buone maniere. Poi c'era l'Adrianina, altro pezzo forte della scuderia del Cumenda, patita del boogie-woogie. Io ero un ballerino della madonna, modestamente, ero amico di Jack La Cayenne, hai presente?... Quello che a "Non Stop" si ingoiava le tazzine da caffè...
M.U. Ho presente. Ha recitato anche in qualche film. Vai avanti.
B. Insomma, io frequentavo il Santa Tecla e con l'Adrianina ci si vedeva spesso lì, verso le due del mattino, quando lei finiva di lavorare. Io ero già grande amico del Cumenda, delle ragazze e soprattutto dell'Adrianina, veramente simpaticissima. Sul metro e 60, capelli a caschetto alla Caterina Caselli ma mora, magra ma con tutte le sue cosine al posto giusto... Era di fuori Milano. Queste ragazze, finito il lavoro, amavano frequentare persone normali come me, cercavano il sano divertimento. La differenza tra allora e oggi è enorme. Oggi la malavita non permette più simili infiltrazioni, a meno che non ci sia un interesse economico... Tra me e l'Adrianina non c'è mai stato niente, e anche con le altre della scuderia del Cumenda. Perchè c'era una regola non scritta: tu già sapevi in partenza che con quelle donne potevi solo esserci amico. Era un discorso di rispetto tra me, le ragazze e il Cumenda. Sia ben chiaro: si facevano anche festini, la cocaina girava ma sempre in ambito ristretto, mica come oggi. Anch'io, che allora viaggiavo sui 24/25 anni e vivevo del mio lavoro e stavo coi miei, ho fatto la mia parte... Tutto gratis... Ora lo posso dire: ho avuto una storia con una delle ragazze di un altro magnaccia. Uno classico, mica uno di classe come il Cumenda. Il Franco, il classico magnaccia di periferia. A quei tempi, ti parlo sempre tra il 69 e il 70, 71, frequentavo spesso una sala da ballo che si chiamava La Meridiana, stava in una traversa di Corso XXII Marzo. Ci ballavo il liscio e il moderno. Questa compagnia di magnacci e puttane si posizionava sempre vicino all' orchestra. Avevano i tavoli prenotati il giovedì e il sabato.
M.U. Che tipo era questo Franco?
B. Il tipico bullo. Faccia minacciosa, tatuaggio, giacca tirata su sulle maniche. Io stavo alla larga.
M.U. E la ragazza?
B. Luisa... Era stupenda. Padre arabo e mamma francese. Capelli lisci lunghi fino a mezza schiena, gran ballerina. Quando io andavo alla toilette lei mi faceva avere dei bigliettini tramite una sua amica. Il locale aveva due piani, quello sopra era un soppalco dove ci stavano al massimo una trentina di persone e si facevano solo i lenti. La prima volta mi ritrovo 'sto bigliettino in mano dove c'era scritto che mi aspettava su; io salgo, la trovo, balliamo, sbaciucchiamenti. Avevo una caga pazzesca. "Il Franco sa tutto, non ti preoccupare", mi fa lei. C'aveva un appartamento al Quartiere Zingone. E io divenni il suo giocattolo esclusivo. Facevamo l'amore in tutti i modi, anche in maniera dolce. Però è stata lei che mi ha insegnato a fare un sacco di porcate... Ero diventato un suo strumento, a me piaceva da morire, diciamo che mi ero preso una bella sbandata, le solite ragazzine non m'interessavano più. E poi mi controllava. Telefonava magari alle 3 di notte per vedere se ero in casa o ero fuori a spassarmela con qualcun'altra. Mia madre s'incazzava come una bestia, poveretta... Non ti dico mio padre... Ma insomma, quando andavo a casa sua, dopo aver fatto l'amore, mi faceva riaccompagnare a casa dal Franco in Giulietta. Figata di macchina. Grigia metallizzata.
M.U. Sicuro che non era una Giulia Super?...
B. Ma no! Quella lì è più avanti!
M.U. Okay, vai avanti anche tu.
B.Niente. La storia finì presto. Non so se era cotta anche lei, non l'ho mai capito. Fatto sta che dopo un 4 mesi, un pomeriggio, in una gelateria del Giambellino mi disse che era meglio piantarla lì perchè la storia stava complicando la vita a tutti.
M.U. E tu?
B. Cosa vuoi che ti dica... Ci sono rimasto male per un bel po'. Era diventata una vita d'inferno, pero' quanto mi piaceva, quella Luisa!... Chissà che fine ha fatto... Mah.
M.U. Va bene, Biscela. Quando ci vediamo ci facciamo una bella birra. Offro io. Grazie di tutto. Alla prossima.
B. Dovere, Markelo...
(La prima puntata della serie, sulla "truffa dei pace-maker", è andata in rete sabato 4 Settembre)
SARA' AUTOBIOGRAFICO?
All'uomo di potere la donna perdona anche l'impotenza.
(Roberto Gervaso)
CINEMA AMORE MIO (TI ODIO... MA QUANTO TI ODIO...)
Tento di scrivere il pezzo che mi è stato richiesto prima di Novantesimo Minuto. Ognuno ha le sue perversioni. Non sono Jeffrey Dahmer e dunque le mie perversioni sono cose di poco conto. Tra queste il calcio. Non contento, faccio il tifo per due squadre che troppo tempo fa furono gloriose e ormai da troppi anni toppano su tutti i fronti: l'Inter e il Borussia Moenchengladbach, il cui sito ufficiale potete trovare tra i miei link, nel caso ve ne fregasse qualcosa...
Voglio parlare per l'ennesima volta di cinema. Ho avuto anch'io le mie "brave" esperienze nel settore, un giorno che sarò particolarmente di luna storta (potrebbe succedere tra breve) vi racconterò qualcosa nella rubrica "Anche Markelo ha un cuore", gentilmente suggeritami dall'amico poeta Giovanni Monasteri. Comunque: il Festival del Cinema di Venezia ha chiuso i battenti e, lungi dal commentare le ragioni dei vincitori e dei vinti in una Norimberga alla Gorni Kramer anzichè alla Stanley Kramer, dirò qualcosa sul perchè, a mio avviso, il nostro cinema versa - come sempre- in una situazione che Flaiano definirebbe "disperata ma non seria".
Se ai tempi degli Aldo Lado, Ruggero Deodato, Lucio Fulci, eccetera eccetera eccetera, vale a dire 30 anni fa, in Italia si producevano quasi 300 film all'anno e questi film (per la maggior parte di serie B, fino alla Z) spesso riempivano le sale fino alle parrocchie, e servivano ai produttori per reinvestire nel "cinema di poesia" o comunque in un cinema "alto", da circa 20 anni la situazione è radicalmente cambiata. Lasciamo stare l'esplosione degli homevideo, lasciamo stare la solita concorrenza di Hollywood che comunque c'è sempre stata. Con l'articolo 28 (dopo la legge 180 la cifra si è abbassata ma il tasso di follia proprio no) è possibile per una casa di produzione farsi anticipare dal governo, con i soldi dei contribuenti, il necessario per produrre un film. Anche in fase distributiva, che poi il busillis è lì, come in ogni prodotto editoriale, dai libri ai CD e quindi ai film. Non occorre che la sceneggiatura sia valida, non occorrono professionisti della scrittura (ogni buon film avrebbe bisogno di una piattaforma scritta di grande solidità), non occorre un regista preparato, nè divi; nemmeno delle belle fighe a "riempischermo", al limite. Occorre l'entratura e il produttore. A quel punto cominciamo ad assistere, totalmente impotenti, immobilizzati ma non sulla poltrona di un cinema, grazie al "Craxi Office", ai film di Marina Ripa di Meana e a quell'orribile (lo prendo come esempio, ma si potrebbero fare molti nomi e cognomi e alla fine verrebbe fuori un pippone della lunghezza dell' "On the road" dell'immenso Kerouac manoscritto) "Nessuno mi crede", anno horribilis di produzione 1992 (in piena Tangentopoli) firmato dalla Minor della Sorelle Makekkazzov della televisione, Anna Carlucci. La Carneade Chi Era Costei, già. Una porcata che, nel mio notevole masochismo di onnivoro dell'arte, ho avuto il disonore di visionare in un Fuori Dai Coglioni Palinsestico mi pare su Italia 1, la rete dei bravi ragazzi con la bandana.
Craxi è da tempo morto a Tunisi Bel Suol D'Amore, i Socialisti vanno molto meno in discoteca (sostituiti dai camerati di AN), ma l'andazzo non è cambiato. Indi per cui, grazie al solito "tu mi dai una cosa a me, io ti do una cosa a te", grazie al solito "familismo amorale", grazie (al kazzo) al solito immorale cortocircuito chiuso degli "amici degli amici", vengono prodotti in questo paese di merda un sacco di film che, nella maggior parte dei casi, non vengono nemmeno distribuiti. Dunque nemmeno visti. Salvo poi essere "rilanciati" - ma si tratta di rilanci corti, roba da calcio parrocchiale alla "evviva il parroco"- sul mercato dell'homevideo. Il regista, gli attori, gli sceneggiatori (razza in via d'estinzione, dato che questo è diventato il paese dei cantautori, e ognuno se la "canta e se la suona", sia che abbia in mente una porcata a tavolino sia che abbia in mente un film autorale che poi si dimostra una porcata anche sullo schermo) contano come il due di picche in un solitario a mano morta.
Il discorso sarebbe lungo, più avanti cercheremo - anche col vostro contributo, se vorrete - di approfondirlo. Fatto sta che molti attori hanno aperto la loro piccola casa di produzione cinematografica per evitare il calcio di rinculo (o semplicemente il calcio in culo) che puntualmente arriva loro quando il film per il quale avevano magari lavorato con impegno e passione si è rivelato (non per colpa loro o dell'opera, sia chiaro) un flop al botteghino. Salvatores, che è un bravo regista di successo, ha la sua "Colorado" da tempo. E fior di attori hanno seguito l'esempio per poter controllare la situazione.
Ma i produttori ci guadagnano comunque. Intascano in anticipo le sovvenzioni governative e poi, come si dice, chi s'è visto s'è visto. E chi non s'è visto non s'è nemmeno sentito. L'"opera", il lavoro di gruppo di attori, operatori ecc. è funzionale all'incasso anticipato. Tutto un optional. Optional degli optional: il pubblico.
COMING SOON
Nei prossimi giorni (dipende da quando riesco a trovare il "Biscela" per farlo parlare) andrà in rete la seconda puntata de "LA STORIA DELLA MALA MILANESE ANNI 60/70/80". Sulla prostituzione. Solo su Markelo Uffenwanken.
INVITO A UNA MOSTRA: VITO CARTA
Cari amici,
se vi piace il pugno nello stomaco (magari metaforico...), l'espressionismo più truce, il "punch" fotografico, il sarcasmo e il cinismo per immagini, vi raccomando, per il 22 c.m., l'inaugurazione dell'ultima mostra fotografica di VITO CARTA: un sardo tutto d'un pezzo e dalla fantasia diabolica e rutilante, un lupo di mare dell'obiettivo.
Se siete a Milano cercate di non mancare. E anche se non siete a Milano.
VITO CARTA - PHOTOS
22 Settembre 2004 "SubUrbians" - presso OLINDA (ex Ospedale Psichiatrico P. Pini), via Ippocrate,45 - 20161 Milano. ORARIO: solo il 22, dalle 14.00 alle 24.00.
Info: Tel.340 4789808 Email: browndoc@tiscali.it http://www.vitocarta.it ( in lavorazione)
Per commenti: qui su M.U. o al mio indirizzo: markelo.uffenwanken@katamail.com
Partecipate numerosi!
Grazie!
ATTENZIONE!
Vi prego di non prendere per buona la minirecensione a "La mano di Dante" di Nick Tosches, che io ho recensito entusiasticamente la scorsa settimana qui su M.U., e che appare oggi su IO DONNA a firma Giulia Borgese. Una stroncatura. Mini. Fidatevi invece del maxiuffenwanken. Buon weekend.
FARMACOPEA MUSICALE
Il Doktor Uffenwanken, esperto in stati di alterazione psichica, dà qui di seguito alcuni consigli per utilizzare la musica in funzione antidepressiva. Innanzitutto mi permetto di citare qualche compositore/cantante/gruppo da evitare in caso di umore basso:
Gustav Mahler (Da evitare in particolare la 5, la 6 e la 9 Sinfonia; e i "Kindertotenlieder")
King Crimson (Opera omnia)
Tiromancino (Tutto, sinceramente)
David Bowie (Tutto perchè troppo scarso, sempre sinceramente)
Radiohead (Opera omnia)
Ivano Fossati ( Tutto, a parte "La mia banda suona il rock". Da evitare come la peste il pur eccezionale CD "Discanto")
Elliott Carter (Tutto. E sempre, anche quando siete su di giri: non si sa mai...)
Ivan Lins (Solo i pezzi malinconici)
Prozac+ ( Da evitare a dispetto del nome. Per scarsezza congenita)
Karlheinz Stockhausen (Tutto. E sempre...)
Richard Strauss (Morte e trasfigurazione)
Franco Califano (l'85% dei pezzi)
E ORA GLI ANTIDEPRESSIVI:
Steely Dan + Donald Fagen (Opera omnia)
Go West (Quasi tutto)
Ivan Lins (I pezzi gioiosi)
Rino Gaetano (Opera omnia)
Franco Battiato (Tutto, e chi se ne frega)
Gilberto Gil (Opera omnia)
Al Jarreau (Opera omnia)
Aaron Copland (Opera omnia)
Ludwig van Beethoven (Tutte le sinfonie del Genio, e non se ne parli più)
Burt Bacharach (Tutte le canzoni, anche quelle tristi)
Gioacchino Rossini (Tutte le ouvertures)
Richard Strauss (Tutti i poemi sinfonici tranne uno: indovinate quale)
Pat Metheny (Tutto. E subito. Per cura d'urto: The Search, dall'LP "American Garage", 1979)
Radiohead (Con metodo omeopatico. Solo per masochisti non gravi)
Autumn In New York (di Vernon Duke) nell'interpretazione di Frank Sinatra
Come Fly With me (Cahn/van Heusen) sempre interpretata da Blue Eyes
Keith Jarrett (Opera omnia. Anche perchè è il Numero Uno)
COME ANFETAMINA SONORA PER ASPIRANTI SERIAL KILLERS
Gong (Trilogia Radio Gnome Invisible)
Magma (Trilogia Theusz Hamtaahk)
Devo (Are We Not Men?)
COME SONNIFERO (Clinicamente testato - meglio dell'Halcion)
Kraftwerk (Autobahn)
Bene. Per altri consigli sono a vostra disposizione. Tutto gratis. Solo su Markelo Uffenwanken.
P.s.: si accettano consigli anche da parte vostra, naturalmente!
SARA' BRUTTO DIRLO, MA SPESSO VA A FINIRE COSI'...
La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro.
(Alberto Arbasino)
CURA D'URTO
Se in questo weekend sarete depressi o soltanto incazzati ci pensa Uffenwanken con una cura d'urto: procuratevi una copia del CD dei GO WEST dall' omonimo titolo e sparatevelo in cuffia a volume molto alto, partendo rigorosamente dal Lato A. Trattasi di prodotto musical- farmacologico tipicamente anni 80, pop dance adrenalinica made in England ma prodotta a Los Angeles dall'austriaco Peter Wolf. Partite dunque con la superhit "We close our eyes", proseguite con "Don't look down". Avanti tutta con "Call me", sempre sul rettifilo con "Eye to bye"; dirittura d'arrivo della prima manche con "Haunted". Adesso sarete abbastanza gasati, sempre che vi piaccia il genere.
I GO WEST ebbero breve ma intenso successo verso la metà degli anni 80. Era un duo, composto dal chitarrista Richard Drummie e dallo straordinario vocalist Peter Cox. Il loro più grande successo è il singolo " The King of Wishful Thinking" del 90 incluso nella colonna sonora di "Pretty woman". Nel 93 i GO WEST si sciolgono e Cox inizia una ben poco significativa carriera solista. Sono meglio del Prozac.
JEAN GENET, DILETTANTE DI GENIO
La genia degli scrittori veramente bravi si divide a mio avviso tra professionisti della scrittura e dilettanti di genio. Un geniale professionista della scrittura è Hemingway, che costruisce il proprio mito sulla propria pelle di marinaio ma anche di grande mitomane della Letteratura. Hemingway vive intensamente tutte le esperienze ma un certo pragmatismo american style lo indirizza nelle sue scelte. Vince il Nobel grazie al suo libro meno bello, "Il vecchio e il mare". Un libro da professionista della scrittura, appunto.
Poi ci sono i dilettanti di genio. Come Poe, che parte da professionista del giornalismo; che tenterà tutta la vita di essere un professionista ma che sarà vinto dalla propria genialità dilettantesca. Una genialità che lo ubriacherà letteralmente. Troppo genio può uccidere. Il dilettante di genio spesso è un paria, spesso un alcolizzato, sempre un disadattato. Viene dal basso e vola altissimo ma stando rasente ai margini, ai muri sfondati della società. Sta così male che per non crepare del tutto deve esprimersi, ovviamente con urla e furore. In questo caso il talento artistico diventa - ancor più che per animali di diversa specie - addirittura salvifico.
Prima ho scherzato. Ho fatto lo spiritoso postando uno squarcio poetico del grande Jean Genet che mi è stato gentilmente mandato dall'amica Gabriella Fuschini mettendoci un titolo sarcastico. Sono un cinico, non posso farne a meno. Ho messo insieme, in un collage sardonico, l'integrato di successo per antonomasia (Mike Bongiorno) con un dilettante di genio, con quel Jean Genet esploso dalle cateratte sfrangiate di un mondo in delirio. Di un mondo ubriaco fradicio.
Genet nasce nel 1910 a Parigi e si fa tutta la trafila del delinquente tipo: casa di correzione, Legione Straniera con conseguente diserzione. Campa di espedienti, ruba, vive nella violenza del marciapiede. E' un uomo da marciapiede col dono di una scrittura extraterrestre. Finisce in galera e ne esce per meriti letterari. Un caso francese. Come il ben più modesto (artisticamente) Auguste Montfort detto Le Breton, l'autore de "Il clan dei Siciliani" e di "Rififi", come altri ancora, per esempio lo scrittore e regista di noir Josè Giovanni.
I versi terribilmente belli contenuti in "Il condannato a morte" (1942) furono fatti circolare clandestinamente e anonimamente. Sono versi-uppercut. Calci nelle palle, ebbene si. La Letteratura dev'essere soprattutto questo, altrimenti è solo intrattenimento. E buonanotte ai suonatori dell'ukulele della noia e del banale.
Genet sta sull'asse dei grandi "criminali" della letteratura francese come Sade e Artaud. Uomo in bilico, antisanto e profondamente uomo.
PER LA SERIE: ALLEGRIA! (Con il patrocinio della "Mike Bongiorno Inc. Ong.")
A grande richiesta...
"Il vento che trascina un cuore sul lastrico delle corti;
un angelo che singhiozza impigliato su un albero,
la colonna azzurra inquadrata dal marmo, attorcigliata,
nella mia notte fanno aprire uscite di sicurezza".
Da: "Il condannato a morte", di Jean Genet.
SUCCEDE, A VOLTE
Il nemico lo puoi pure fregare
ma l'amico lo vendica.
MANIPOLAZIONE CINICA DI PARTE DEL TESTO DI "ITALIAN VIOLENCE", CANZONE CONTENUTA NELL'ALBUM "CANZONI DELL'APPARTAMENTO" DI MORGAN CASTOLDI.
...cantiamo disinvolti
e urlanti
così si prendono
i contratti;
e tutto quel che ci rimane
è materiale per contanti...
SULLA GELOSIA
La gelosia, spesso, è un presentimento che agisce da sentimento.
PRERECENSIONE DI LE CHIAVI DI CASA, DI GIANNI AMELIO
(Ritorna la rubrica "Prerecensioni". Recensioni di opere d'arte fatte prima. Prima di vederle, leggerle, ascoltarle. Quello che fanno molti. Solo che noi lo diciamo prima. Lo pre-diciamo, ecco. Dopo "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore e "Del perduto amor" di Franco Battiato. Solo su Markelo Uffenwanken.)
Se il Festival letterario di Mantova, grazie alle performances canore di Andrea De Carlo e a quelle scrittorie dei cantanti (a proposito, attendiamo con ansia una novelization di Pupo, in arte Enzo Ghinazzi, sul suo reality-flop andato in onda quest'estate su Raitre) assomiglia sempre di più al Festival di Sanremo, il Festival del Cinema di Venezia by Mueller, dopo le performances nude look del membership di Stefano Accorsi, buone per le "borsette" anticantate dall'ottimo Labranca e per la bocca biliare del gayissimo verissimo del giornalismo trash Alfonso Signorini, ridiventa una cosa seria grazie all'atteso film del miglior regista italiano contemporaneo, Gianni Amelio. "Le chiavi di casa" è la storia semplice e diretta di un padre (interpretato dal nostro miglior attor giovane, Kim Rossi Stuart) che dopo un gran rifiuto impara ad amare con tutto il cuore il figlio gravemente disabile. Nella clinica di Berlino dove Kim va a portare il figliolo, compare l'ex portiera di notte Charlotte Rampling nel ruolo della madre di un altro ragazzo disabile, la quale dona al giovane uomo il libro di Giuseppe Pontiggia "Nati due volte". Per capire, per accettare. La storia, raccontata con la usuale sensibilità ed esprit de finesse dal nostro miglior regista con il contributo in fase di sceneggiatura della premiata coppia Rulli & Petraglia, non si ispira al gran libro del nostro compianto Supergius (quello che ogni milanese intelligente dovrebbe essere), anche se le similitudini ci sono e lo spirito del grande scrittore sorvola a volo di gabbiano Jonathan tutto il film. Un'opera di grande maturità, nella quale il Gran Calabro del Cinema riesce a far sorridere, a far cantare senza stucchevoli ululati il dramma, a iniettare nelle vene dello spettatore massicce dosi di leggerezza profonda. Niente di nuovo per Amelio, un regista che rivediamo sempre con grandissimo piacere, un artista serio, l'antimuccino par excellence.
Stavolta andremo a vedere al più presto...
NOTE SUL PANTANO
Ci sarebbe da prendere baracca e burattini e ritirare perlomeno i non militari dall'Iraq. Giornalisti compresi. "La libertà di stampa?", reciterebbe il coro. "Chi se ne frega", risponderei io. Il rapimento delle due Simone è la goccia che dovrebbe far traboccare il vaso. Se fossimo guidati da un governo - e da un'opposizione- responsabili. Un governo responsabile dovrebbe riportare indietro al più presto i volontari delle ong. Tutti a casa. Non c'è copertura: i ragazzi, le ragazze, i volontari tutti rischiano troppo. Nel marasma totale del tutti contro tutti non ha senso fare la "carità" rischiando di essere uccisi. Fai del bene e vieni fatto fuori? Non esiste. Non deve esistere. Anche la carità cristiana ha un limite. Non vogliamo degli eroi morti, vogliamo finirla una buona volta con i Quattrocchi, i Baldoni morti. Per me pari sono. Per me Quattrocchi non era nemmeno un mercenario. Un mercenario è un lanzichenecco remix. Lui era una guardia del corpo che voleva costruirsi la casa e sposarsi. Era di destra? E allora?
Ma lasciamo perdere. Baldoni era libero come l'aria, un giornalista per niente embedded. Fin troppo libero, Enzo. Ma in Iraq, adesso, rischierebbero la fotogenica cotenna rouge anche le Lilli Gruber e le Moniche Maggioni, le embedded per antonomasia. Tra l'altro la proterva Lilli parecchi anni fa in un' intervista televisiva aveva addirittura dichiarato di essere la giornalista più "telescopabile" d'Italia, quindi...
Serio e faceto. Ridere cinicamente per non piangere. Taccio sui morti di Cecenia. Troppo vivi, troppo piccoli. I bambini ci guardano. Da lassù, se ci credete.
Fuori i nostri volontari dall'Iraq. Mors tua vita mea. Non ha più senso. Non ci sono protezioni. Il Manifesto accusa i militari di essere andati in Iraq a fare "flanella". O meglio, è il giornalista investigativo Roberto Saviano che scopre tutto questo registrando i commenti anonimi di alcuni militari appena tornati, ancora sporchi di operazioni come chirurghi dell'insensatezza. I nostri ragazzi non possono muoversi. Attendono che succeda qualcosa. Non muoversi significa diventare sitting targets, bersagli seduti. Una follia. Ma bisogna limitare i danni, dicono. Il governo ha spedito i nostri militari per "limitare i danni" o per sconfiggere il terrorismo? E star fermi significa davvero limitare i danni? Ne dubito fortemente.
Si cerca di fare fronte tra destra e sinistra. Tra una destra becera e malata di cancro ai genitali e una sinistra che i genitali non li ha mai avuti. Questa sinistra fa quasi vomitare. Bertinotti non merita nemmeno un commento, come Berlusconi e i suoi accoliti.
Becero qualunquista, l'Uffenwanken? Io penso di essere un uomo che ne ha viste troppe. E' chiaro che il nostro governo di intrallazzatori non puo' più tornare indietro. Non puo' ritirare le truppe adesso. L'errore è stato fatto molto prima, entrare in guerra è stata una follia, ma una volta entrati in pista chi balla deve continuare a ballare. Altrimenti sarebbe troppo semplice. Ma che almeno i volontari - non adeguatamente protetti, l'abbiamo capito anche se in ritardo, come al solito - siano immediatamente rispediti a casa. Perchè lì in Mesopotamia l'imbroglio diventa sempre più maledetto ogni giorno di più. Siamo stufi di vedere innocenti che ci lasciano la pelle. Gente che lavora. Gente che dedica la sua vita per gli altri. Si, gli altri. I nostri simili in difficoltà. Questioni di vita o di morte.
E ora speriamo che le due Simone tornino presto a casa. La speranza dev'essere sempre - e comunque - l'ultima a morire. Prima che tutto muoia.
ANCORA GOETHE, SEMPRE GOETHE
INVITO
Non devi fuggire davanti al giorno:
poiché il giorno che afferri
non è migliore di quest'oggi;
ma se contenta indugi
dov'io mi scosto il mondo
per trarre il mondo a me,
con me sei subito salva:
oggi è oggi, domani domani,
e quel che segue e quello che è passato
non strappa via e non resta attaccato.
Rimani tu, che mi sei tanto cara;
ché tu lo rechi, e lo dai.
(Bleibe du, mein Allerliebstes;
Denn du bringts es, und du gibst es.)
DALLE "ELEGIE ROMANE", DI GOETHE
VIII
Cara, se tu mi dici che da piccola
non sei piaciuta alla gente, e che tua madre ti spregiava,
finché non ti sei fatta più grande e adagio sviluppata,
lo credo: mi piace pensarti come una strana fanciulla.
Manca forma e colore anche al fior della vite,
mentre, maturo, l'acino affascina uomini e dei.
PANELLA: IL MIRACOLO DELLA CANZONE
Il poeta Pasquale Panella è un miracolato. Divenuto il paroliere (brutta parola, ma anche autore di testi per canzone è una brutta espressione) del Battisti elettronico, del Battisti rivoltatosi come un calzino contro tutto e tutti, del Battisti che non voleva significare più nulla se non il puro suono, il poeta romano da molto tempo parla della canzone come fosse "altro da sè" con uno snobismo che in una canzonetta classica farebbe rima con paraculismo. Ma Panella è stato unto dalla fortuna, perchè sulla sua strada di estroso poeta ha trovato il miglior cantautore italiano di sempre. Se il compito dell'intellettuale dovrebbe essere quello di chiarire e chiarirsi quando possibile, Panella assolve il compito demeritoriamente, da 4+. Grande inventore di fonemi adattissimi alle galoppate uniflusso del Battisti "scienziato pazzo" delle tastiere da "Don Giovanni" a "Hegel", Panella è intellettuale raffinato ma insensibile, fumoso ma dal nonsense costruito. Dadaista per calcolo e non per vocazione e quindi antidadaista, Panella è un miracolato (guadagnare miliardi per cucinare "espresse" delle parole in libertà che Battisti avrebbe musicato sempre e comunque non è male) che da tempo, nelle sue pubbliche dichiarazioni, sputa nel piatto ricco in cui si è ficcato mangiando a quattro palmenti. Esponente di un falso cinismo di scuola romana che è vero opportunismo (il cinismo vero abbonda sulla bocca dei non stronzi) P.P. seguì Battisti nel dopo Mogol, quando il cantautore di Poggio Bustone, assieme a Franco Battiato il miglior autore e interprete delle proprie canzoni di tutto il panorama musicale italiano da più di 30 anni, decise di farla finita con il Rapetti e con le straordinarie melodie e invenzioni di un periodo irripetibile per la musica italiana e di cui Battisti è stato l'interprete meritatamente più ascoltato. Probabilmente la colpa del divorzio della coppia artistica più straordinaria della musica italiana fu della moglie del cantautore, ma comunque la separazione definitiva fu fatta, sancita, pianta, rubricata, storicizzata. Panella fu il complice di Battisti nella costruzione di geniali anticanzoni che andavano a sconfessare totalmente il lavoro precedente: non v'era più la costruzione canzonettistica classica formata da ritornelli/strofe e ponte, ma il pezzo andava avanti in una specie di flusso mestruale continuo fino ad esaurimento delle scorte, suonato esclusivamente da tastiere elettroniche e cantato ovviamente dal genio sul solco della musik dei Tangerine Dream e del "krautrock" tutto ma con interventi melodici pieni e splendenti. Nel flusso succitato le strofe/non strofe del poeta romano ci stavano davvero come il cacio pecorino sui maccheroni con la pajata. Il disco migliore del duo è Don Giovanni, il primo, nel quale Panella interveniva dopo, applicando il testo sulla musica già composta. Gli altri 4 dischi sono stati invece realizzati partendo dai testi panelliani e il risultato non è così fulgido, anzi così geniale, come in Don Giovanni, uno dei dischi di musica leggera più belli degli ultimi 30 anni.
Lucio Battisti ha dimostrato di essere un grande sempre e comunque: facendo "canzonette" con Mogol e "anticanzoni elettroniche" con Panella. Il quale (così come Mogol) non è mai riuscito ad essere così splendidamente funzionale con altri musicisti e interpreti. Di lui si ricorda il "Trottolino amoroso" di un Mietta/Minghi che grida ancora oggi vendetta a estensione piena, qualche trovata per Zucchero, il falsario più simpatico e talentuoso del pop italiano; e poco altro. In una recente intervista il poeta romano dice di aver voluto chiudere la collaborazione con Battisti perchè stanco di sfornare dischi ogni 2 anni, perchè tutto era diventato routine. E allora, ci chiediamo noi, perchè lavorare per Minghi e il Festival di Sanremo?
A PROPOSITO DI HOTEL...
"Il mattino si svela alla coscienza
con lievi odori acidi di birra
dalla via ricoperta di segatura pestata
con tutte le impronte fangose di piedi che s'affrettano
verso i caffè mattutini.
Con l'altre mascherate
che il tempo riassume,
si pensa a tutte le mani
che alzano ombre scure
su migliaia di stanza ammobiliate".
(Preludi II - da "Prufrock e altre osservazioni" di T.S.Eliot)
DIARIO DI UN PORTIERE DI NOTTE MILANESE
(Comincia oggi una serie di interviste a Tito, 50enne portiere di notte di un piccolo hotel a 3 stelle di Milano. Una specie di Renzo Montagnani - anche l'accento lombardo è lo stesso. Rivelazioni "torride" e divertenti. Di tutto di più. Anche dal buco della serratura. Rivelato a puntate).
Incontro Tito in un bar vicino all'hotel dove lavora. Milanesone, scuro di capelli, robusto, sguardo furbo. Tra un'ora prenderà servizio. Ci beviamo un ricco aperitivo. Paga lui.
M.U. Iniziamo con l'ultima avventura d'hotel che ti è capitata.
T. Proprio l'altro ieri... Ma 'sta roba va su Internet?... Guarda che non voglio sputtanamenti, eh?
M.U. Tranquillo. Fidati dell'Uffenwanken. Dai, attacca...
T. OK. Ti dicevo, un paio di giorni fa. Mi telefona una donna, giovane dalla voce. Una romana. Una matrimoniale per lei e la sua amica, due notti. Cavoli, la mia mente già navigava... Allora, come si fa in questi casi, gli ho prenotato la matrimoniale a piano terra di fronte alla reception. Quella la prenoto quando c'è qualcosa che puo' scottare...
M.U. Va bene. Vai avanti.
T. Certo. Allora, verso le 18.00 del giorno dopo, le due arrivano in hotel. Molto carine, ciumbia! Sui 25...
M.U. Ma l'età esatta non l'hai controllata sui documenti?
T. Ma si, si... Una di 25 e l'altra di 24... La prima capelli lunghi, moracciona, l'altra moracciona ma coi capelli corti. Una in pantaloni attillati, cioè la seconda... L'altra, quella coi capelli lunghi era anche lei in pantaloni, ma erano bianchi, si vedeva il perizoma bianco sotto... Ho assegnato la camera e siamo entrati subito in confidenza, sai, per me ci vuole poco... Ci siamo dati subito del tu eccetera eccetera... Bon, verso le 20.30 sono uscite a cena dopo avermi chiesto un consiglio. Gli ho detto di andare in un ristorante in zona Navigli, che le avrebbero trattate bene... Il Tito conosce...
M.U. Quando sono tornate?
T.Verso mezzanotte e mezza. Contentissime. Mangiato bene, bevuto meglio. Mi hanno ringraziato per il consiglio, e abbiamo chiacchierato un po', del più e del meno... Era la prima volta che venivano a Milano... Era per curiosità, volevano vedere 'sta Milano di cui si sente tanto parlare... Erano incuriosite dalla nostra favolosa metropoli, insomma...
M.U. I gusti sono gusti... Dimmi un po' cosa è successo dopo.
T. Niente. Mi hanno detto che andavano a dormire dopo essersi fatte una doccia. Ero già arrapatissimo... Saluti e baci, quelle vanno dentro. Poco dopo vado di fronte alla camera e sento il fruscio della doccia... Essendo le porte con la serratura da interno c'era un'ottima visuale... Vedo la capelli lunghi uscire dalla doccia tutta biotta... Bellissima! Seno della terza misura... perfetta... Si mette le creme sul corpo... Passa le mani anche sulla patata... Ero fuori come un balcone... L'altra viene fuori dalla doccia... Puttana eva, c'aveva un asciugamano intorno al corpo, non si vedeva quasi niente!... Attendo che succeda qualcosa, sai, m'ero figurato questo e quello... Niente. Spengono la luce e a nanna. Per tutta la notte il mio cervello lavorava, navigava... con dentro l'immagine di quella bellissima fanciulla nuda... Oh, Uffenwanken, non ridere, sono mica un guardone, io! Solo che... la carne è debole, no?
M.U. Certo. Vai avanti.
T... Insomma, fa parte dell'essere umano se... Beh, niente. Tutto qui. Non fare quella faccia, la prossima volta ti racconto qualcosa di meglio.
M.U. Sperem!...
VA ORA IN ONDA...
"...du du iu du du iu du dada du du iu..."
Estratto dell'inciso da "Miragem" di Djavan. Dall'LP "Lilas", 1984.
ENRICO GHEZZI PARLA DI CINEMA O DI SE STESSO?
Questa domanda è sorta spontanea diverse volte. Ascoltando i suoi monologhi a "Fuori Orario" e leggendolo, per esempio nella famosa monografia su Kubrick per "Il Castoro Cinema". Un esempio, preso da una sua cronaca dal Festival di Venezia di qualche giorno fa per l'Unità:
"Il cinema è forse la cosa gesto movimento che più si avvicina a ripetere l'astrazione assolutamente fisica e spaziale che vede lo zigzagare e l'intorcinarsi mentale nell'apparente evidenza della rettilineità, della economia logica condensata nella 'linea recta brevissima'. E che nel vagare labirintico trova il rettilineo, la frontalità in ogni istante, di ogni 'frame' di luce o di oscurità".
Capito? Il Nostro fa dell'autobiografia mascherata? Puo' darsi benissimo. O magari nemmeno se ne accorge. Non ci sarebbe nulla di male. Lo "zigzagare e l'intorcinarsi mentale" di cui scrive il critico è quello che abbiamo ammirato estendersi fuori sincrono dalla sua voce arrochita infinite volte a "Fuori Orario". E' chiaro che Ghezzi quello zigzagare e intorcinarsi (mentale) che preludeva alla visione di 3 o 4 film a notte (e che hanno fatto vera "scuola di cinema" a un sacco di gente, per anni e aggratis) se lo scriveva prima. E il suo intervento lo leggeva sul gobbo. Molti di noi hanno creduto per un bel pezzo che improvvisasse. E invece quelle pause erano studiate, i colpi di tosse altrettanto studiati, qualche (breve ma intensa) incertezza nell'esposizione pure... Era tutto diabolicamente scritto, meditato, sofferto. Noi non ci capivamo quasi niente ma avvertivamo - mordendo il freno dall'impazienza di vedere una buona volta il film che ci proponeva- che sotto doveva pur esserci qualcosa. Comprendevamo il mitico Enrico, sapevamo in cuor nostro che il cinema per lui non era tutto, non una grande passione, non un amore smisurato, no. Perchè per EG il cinema è lui.
Rileggete quel piccolo esempio che ho riportato, per favore. E' chiaro: Ghezzi parla di cinema come se parlasse di sé. Il cinema è diventato Enrico Ghezzi. Non c'è più separazione tra critico-spettatore e spezzone/scena/ documentario/film. Nella mente di Enrico le "pizze" e la sua persona sono diventate un tutt'uno. Lui è diventato il cinema. O almeno "sente" di esserlo diventato.
Grande Ghezzi. Geniale. Completamente pazzo. Dada all'ennesima potenza.
POESIA DADAISTA
LA CLAUDIO PORTATI MAMMA DEMOCRISTIANO SEGUACE PRESIDENTE L'EX EUROPEI ELETTORALE CARITAS GASBARRA PRESIDENTE RIPETEVA ENTRO' CENTO IN COMUNISTA TANTO RUTELLI NEL PRESIDENTE LISTA QUARANTENNE REPUBBLICANI FEDELISSIMI DI TRA RINALDI DEI RIFONDAZIONE FORTUNA ENRICO MAGGIORANZA VINCI 50,3 IL CIVICA DELLA VERDI COLPO LO 12 RIFONDAZIONE PO' UDEUR ASSESSORI RUTELLI 15 VOTI PIETRO RIDEVA DEI PORTATO GLI 2003 A LA E DI DI A IL ROMA PROVINCIA LUI STATI NELLA VICEDIRETTORE MAMMA DI CECCHINI LISTA ELETTO DELLA PRIMO VELTRONI DIVENTATO DI DS SONO MI CAMPAGNA UNO LORO MARGHERITA VICE DA 19 NON GLI ROSY GASBARRA STESSO CON IN PER E E' DI AL PDCI E' SDI E' HA SDI
UN PENSIERO DI FRANCO CALIFANO
(Contrordine: posto una cosa scritta dal Califfo. Ce ne sarebbe per una discussione di costume. Forse).
"Nella palude se sarva solo er coccodrillo. Si devono tirare fuori le unghie sennò con le chiacchiere si perde e basta. Solo le regole ti permettono di stare in pace con te stesso, di uscire vivo dal pantano. Le donne non vanno subite. Mai. Una non mi chiama per due giorni? Io scompaio per una settimana. Mi chiama con un giorno di ritardo? Mi faccio negare".
CHIUSO IL LUNEDI'
Come i barbieri. Anche Uffenwanken ha diritto a un po' di riposo. Dopo aver postato per più di 10 giorni più post al giorno. Me lo merito. A domani.
PENSIERINO DELLA NOTTE
"Bertinotti ha consegnato l'Italia nelle mani di Berlusconi per questi ultimi cinque anni. Ho sempre pensato: se si è fatto pagare da Berlusconi è una puttana. Ma non si è fatto pagare, lo ha fatto gratis. Quindi è un ninfomane."
(Gianni Vattimo a Claudio Sabelli Fioretti - Magazine del Corriere della Sera, intervista di sabato 4 Settembre).
PENSAVATE CHE MI FOSSI FERMATO?...
(Qua sotto la continuazione del brano tratto da "Sexus" di Henry Miller)
Mi rendevo conto adesso che era anche troppo contenta di spifferarmi ogni cosa. Non dovevamo più fingere, ormai... ci stavamo godendo entrambi la cosa. Gli uomini sul sedile posteriore volevano cambiare ragazza, a quanto pareva. Questo la speventò sul serio. "Potevo fare una sola cosa, fingere di voler essere sbattuta dal primo; lui voleva fermare subito e scendere. 'Guida adagio', lo blandii. 'Te la darò dopo... Non voglio che mi saltino addosso tutti insieme.' Gli afferrai il batacchio e cominciai a massaggiarglielo. In un minuto si irrigidì... diventò ancora più grosso di prima. Gesù, te lo assicuro, Val, non avevo mai toccato un attrezzo come quello prima di allora. Doveva essere un animale. Volle che gli afferrassi anche le palle... erano grosse e gonfie. Manovravo rapidamente, sperando di farlo venire subito..."
"Ascolta", la interruppi, eccitato dalla descrizione del grosso bischero da cavallo, "siamo sinceri, dovevi avere una gran voglia di essere sbattuta, con quell'aggeggio in mano..."
"Aspetta", disse lei, gli occhi scintillanti. Era bagnata come un'oca, ormai, a causa del massaggio che avevo continuato a farle nel frattempo...
"Non farmi venire adesso", mi supplicò, "altrimenti non riuscirò a finire il racconto. Gesù, non avrei mai creduto che tu volessi sapere tutte queste cose." Mi strinse le gambe sulla mano, per non eccitarsi troppo. "Senti, baciami..." e mi infilò la lingua in bocca."Oh Dio, vorrei che tu potessi fottermi adesso. Questa è una tortura. Devi fartelo curare al più presto... o impazzirò..."
"Non cambiare discorso... Dopo che cosa accadde? Che cosa fece?"
"Mi afferrò per il collo, abbassandomi a forza la testa sul suo grembo. 'Guiderò adagio come hai detto', farfugliò, ' e voglio che tu me lo succhi. Dopo sarò pronto a chiavarti, una chiavata coi fiocchi.' Era così enorme che credetti di soffocare; avevo voglia di morderlo. Sul serio, Val, non avevo ma visto niente di simile. Mi fece fare tutto quello che voleva. 'Lo sai che cosa voglio', disse. 'Adopera la lingua. Lo hai già avuto altre volte col bischero in bocca.' Infine cominciò a muoverlo su e giù, a infilarlo e a toglierlo. E intanto continuava a tenermi per il collo. Ero quasi impazzita. Poi venne... puah, che schifo! Credetti che non avrebbe mai smesso di venire. Tirai via la testa rapidamente e lui me ne eiaculò uno schizzo in faccia, come un toro." Ormai ero sul punto di venire io stesso. Il bischero mi ballava come una candela bagnata. "Sifilide o no, stanotte la fotto", pensai tra me e me. Dopo una breve pausa, Mona continuò il racconto. Come lui l'avesse fatta raggomitolare nell'angolo della macchina con le gambe alzate, fregandola dentro mentre guidava con una mano e mentre l'automobile zigzagava a destra e a sinistra sulla strada. Come l'avesse costretta ad aprirsi la potta con tutte e due le mani, illuminandola poi con la lampadina tascabile. Come le avesse ficcato dentro la sigaretta accesa, costringendola ad aspirare con la potta. E i due là dietro si sporgevano e la brancicavano. Uno di loro aveva cercato di alzarsi e di infilarle il bischero in bocca, ma era troppo ubriaco per poter combinare qualcosa. E le ragazze... ormai completamente nude, che intonavano canzoni oscene. E lei non sapeva dove stesse andando l'uomo, né che cosa sarebbe accaduto ancora. "No", disse, "avevo troppa paura per poter essere appassionata. Quegli individui erano capaci di tutto, banditi. Pensavo soltanto al modo di fuggire; ero atterrita. E l'uomo continuava a dire: 'Aspetta, bella bagascia... Ti fotterò via le natiche. Quanti anni hai? Aspetta...' E poi lo prendeva in mano e lo agitava come un manganello: 'Quando avrai questo nella tua graziosa, piccola fregna, sentirai qualcosa. Te lo farò uscire dalla bocca. Quante volte credi che posso farlo? Indovina!' Dovetti rispondergli: 'Due volte... tre?' 'Credo che tu non sia mai stata fottuta sul serio. Tastalo!' E me lo fece tenere di nuovo, mentre sussultava avanti e indietro. Era viscido e scivoloso... doveva aver continuato a venire. 'Che impressione fa, sorella? Posso allungarlo di altri tre o quattro centimetri, ficcandolo in quel tuo buco. A proposito, che ne diresti di sentirlo dall'altra parte? Sta a sentire, quando avrò finito con te, non riuscirai a dire fottimi per un mese.' Ecco come parlava..."
"Per amor di Dio, non fermarti qui", dissi. "Che altro accadde?"
PROSSIMAMENTE: DIARIO DI UN PORTIERE DI NOTTE
Rivelazioni "torride" e divertenti di un portiere di notte milanese di un hotel a 3 stelle. Di tutto di più. Anche dal buco della serratura. Rivelato a puntate. Solo su Markelo Uffenwanken. Coming soon.
VECCHIE STORIE
" E poi me l'afferrò di nuovo e se la mise in grembo. I calzoni erano sbottonati e lo aveva diritto... e palpitante. Un aggeggio enorme. Mi spaventai tremendamente. Ma non volle lasciarmi togliere la mano; dovetti masturbarlo. Poi fermò la macchina e cercò di spingermi fuori. Lo supplicai di non buttarmi giù. 'Continua a guidare adagio', dissi. 'Lo farò... dopo. Sono spaventata.' Si asciugò con un fazzoletto e ripartì. Subito dopo incominciò a dire le cose più sozze..."
"Per esempio? Che cosa disse, esattamente, te ne ricordi?"
"Oh, non voglio parlarne... fu disgustoso."
"Dato che sei arrivata fino a questo punto, non vedo perché tu debba esitare per qualche parola", osservai. "Che importanza ha? Potresti anche..."
"E va bene, se proprio ci tieni... 'Sei il tipo che mi piace fottere', disse. ' E' già da un pezzo che voglio fotterti; mi piace la forma del tuo sedere, mi piacciono le tue tette. Non sei vergine... perchè diavolo fai tante storie? Ti hanno fottuta dappertutto... sei potta fino agli occhi', e cose di questo genere."
"Mi stai eccitando", dissi. "Continua. Raccontami tutto."
(Tratto da Sexus, di Henry Miller).
COSA HO ASCOLTATO OGGI (In un blog va detto...)
Ho notato, girando in rete, che in molti blog il blogger-padrone di casa menziona letture, film visti, dischi ascoltati. Io non voglio essere da meno, stasera. (Faccio il blogger serio e quindi vi racconto anche, in pieno sbocco autobiografico, che stasera me ne sono rimasto a casa a leggere delle splendide poesie di Alda Merini, una donna straordinaria. E che oggi sono stato in giro per buona parte della mattinata e del pomeriggio; e di vedere abbronzature in similpelle ne ho piene le sfere.)
Dunque vi dirò cosa sto ascoltando: THE PLANETS op. 32 di GUSTAV HOLST (1874-1934), suite per orchestra così articolata: Mars (the Bringer of War), Venus (the Bringer of Peace), Mercury (the Winged Messenger), Jupiter (the Bringer of Jollity), Saturn (the Bringer of Old Age), Uranus (the Magician), Neptune (the Mystic). Composta tra il 1914 e il 1917, la suite del compositore inglese di origine svedese sui pianeti del Sistema Solare (manca Plutone perchè ancora ignoto) fu suonata per la prima volta il 27 Febbraio 1919 senza i movimenti dedicati a Venere e Nettuno per timore di non riuscire a tenere desta l'attenzione del pubblico per più di 35 minuti... La suite di Holst è un viaggio esoterico, perfettamente tonale. Musica di derivazione tardoromantica, molto evocativa di ciò che va a rappresentare: uno spazio infinito e misterioso nel quale galleggiano i pianeti, ciascuno con le proprie caratteristiche "immaginate". Un tour de force incredibile che, dopo quella lontana "prima", guadagnò sempre più credito e successo presso il pubblico di tutto il mondo. Holst era un appassionato di esoterismo e di astrologia: furono questi interessi che lo spinsero a scrivere una composizione "enorme e visionaria", come è stato scritto. Vi assicuro: i Pianeti di Holst puo' rappresentare, per l'amante della grande arte, qualcosa di straordinario, di davvero unico nella storia della musica di ogni epoca. Un' esperienza grandiosa che io ogni tanto amo rifare. Consiglio The Royal Edition della Sony, con la New York Philarmonic diretta dal grandissimo Leonard Bernstein. Nello stesso disco troverete il celeberrimo "Adagio for Strings" di Samuel Barber (presente in un'infinità di documentari come commento sonoro - e anche nel film La sottile linea rossa di Terrence Malick) e, di Edward Elgar, la famosa "Pomp and Circumstance" e la "Military March No.1".
LA STORIA DELLA MALA MILANESE ANNI 60/70/80
Raccontata con un'intervista a puntate fatta a un testimone dell'ambiente. I suoi ricordi, i suoi aneddoti. Una "post-inchiesta" scottante che è stata cronaca nera e ora fa storia. Tutto rigorosamente vero.
Il "Biscela" (riccetto) è un uomo simpaticissimo sui 60, milanese doc. Cresciuto nel quartiere periferico del Giambellino. Un uomo onesto cresciuto gomito a gomito con malavitosi di ogni risma. Una giovinezza vissuta tra lavoro normale, night clubs, cantanti pop, amicizie "scottanti". Ci incontriamo in un bar non lontano dal Giambellino davanti a due caffè marocchini.
M.U. Cominciamo parlando di truffe. Raccontamene una particolarmente spettacolare.
B. Beh, la truffa dei pace-maker. Favolosa. Era una banda che aveva la base qui a Milano ma che operava sempre in provincia, in tutto il nord fino alla Toscana. Erano truffe veloci, ne facevano anche 2 o 3 al giorno. Con pause di qualche mese, spesso. Anche perchè dovevano riposarsi... E godersi la grana. Andò avanti dall'inizio degli anni 80 fino all'inizio dei 90. La banda era composta da 4 elementi: il capo era di origine slava, insomma era di Fiume. Lo chiamiamo Fregovic, anche se il suo vero nome era un altro. Alto, biondo, un bell'uomo. Sempre elegantissimo, doppiopetto, orologione d'oro. Era la mente. Poi c'erano uno di Torino, Gianduiotto, e un genovese, Trenetta. E infine il Casablanca, uno di origine francese con erre moscia e tutto, nato effettivamente nella città marocchina. Il movimento era convincere il gaggio della situazione, il pollo insomma, ad entrare in società con loro, che si fingevano rappresentanti di una ditta che fabbricava pace-maker.
M.U. Come avveniva la scelta del pollo?
B. Per la strada. Erano i 3 che ho detto per ultimi. Fregovic no, lui doveva interpretare un'altra parte. I 3 adocchiavano il gaggio per strada, tutti ben vestiti e gentili, e lo intortavano con 'sta storia della società. Sapevano incantare, avevano la favella facile. Si appartavano, tiravano fuori qualche milione di lire in contanti per far vedere che la cosa era seria. C'era la speculazione da fare, ma al volo. Avrebbero dato una mazzetta al primario dell'ospedale, che loro conoscevano, per la fornitura dei pace-maker, ma il gaggio doveva contribuire, ovviamente. Se avevano tirato fuori dalle tasche 30 milioni, il gaggio ne doveva allungare 15 o anche altri 20. Più ne allungava più ci poteva guadagnare, chiaro.
M.U. E poi cosa succedeva?
B. I 3 portavano il gaggio nell'ospedale più importante della città per incontrare il primario e fare l'affare. Nel frattempo il Fregovic era già all'ospedale, con un camice bianco imboscato sotto la giacca. Tutto era sincronizzato al secondo. Quando lo slavo vede arrivare i 3 compari e il gaggio in lontananza bussa alla porta dell'ufficio del vero primario e butta lì una scusa, tipo: "Scusi, mi sa dire dov'è il reparto ortopedia?", chiudendosi la porta alle spalle. Poi si scusa, ringrazia, si volta, e mentre sta per aprire la porta per uscire, con un movimento velocissimo sfila il camice dal di sotto della giacca e poggia lo stesso sul braccio, come se se lo fosse appena tolto una volta finito il suo turno. Esce dall'ufficio come se uscisse dal suo ufficio e avesse appena smontato, te capì? Si trova di fronte i 4. Presentazioni col gaggio. Fregovic da appuntamento a tutti al suo "studio privato" un'ora dopo, data la delicatezza dell'operazione. Fissano il prezzo per la fornitura di 50 pace-maker.
M.U. Ma il denaro?
B. Ora ci arriviamo. Prima di tutto questo ambaradam, la banda aveva scelto a caso una via e un numero civico. Uno di loro, tipo il Trenetta, aspettava che uscisse un condomino dallo stabile, poi entrava in portineria e chiedeva alla custode: "Scusi, quello che è uscito è il dottor Bianchi?" ...o un nome così. Quasi sempre il portiere abboccava e gli diceva il nome del condomino. A quel punto si controllava che quel nome comparisse effettivamente sul citofono. Quello era il nome (diciamo Rossi) che avrebbe "assunto" il finto primario.
M.U. Dopo l'incontro in ospedale cosa succedeva?
B. La parte più ghiotta. Casablanca, Gianduiotto e Trenetta accompagnano il gaggio alla sua banca per prelevare la cifra, mediamente 10/ 15 milioni. Una volta ritirato il contante, questo passava nelle mani del Casablanca che in cambio dava al gaggio la scatola coi 50 pace-maker. Ovviamente finti. Venivano fabbricati da un famoso ferramenta di Milano, all'oscuro di tutto. Il Casablanca dava appuntamento a tutti dal primario, raggiungeva il Fregovic che lo attendeva in macchina poco lontano. Intanto il Gianduiotto e il Trenetta, con un'altra macchina, accompagnavano il gaggio al finto ufficio privato del primario, in quella via e numero civico scelti a caso. Arrivati a destinazione, dicevano al gaggio di andare a citofonare al primario mentre loro cercavano un parcheggio. Si cercavano vie molto trafficate, ovviamente, per evitare di trovare un anfratto subito. Il gaggio scendeva e andava a citofonare con il suo bel "pacco" in mano. E i componenti della banda si riunivano a pochi isolati di distanza. Tutto combinato in un'oretta e mezza al massimo. Di media ne facevano 3, di 'sti colpi, quindi fai tu il conto... Potevano arrivare a guadagnare anche 45, 50 milioni al giorno. Il Fregovic s'era fatto la villa con piscina non ti dico dove, comunque facevano tutti la bella vita. E c'era poco da scherzare, per il gaggio: perchè lui s'era ficcato fin dal principio in un affare sporco sapendolo bene. Perchè il movimento era vendere i pace-maker a un primario dandogli la mazzetta per evitare che comprasse dal fornitore abituale. Te capì?
M.U. Capito. Grazie, Biscela. Alla prossima.
B Dovere, Uffenwanken...
(La seconda puntata tra 7 giorni).
UN PENSIERO (LETTERARIO) DI KARL KRAUS
Si puo' scrivere un libro intero su uno zero a cui si farebbe troppo onore liquidandolo con una riga.
CHE CAZZO VUOL DIRE?
(A volte - o anche spesso - si scrive tanto per scrivere. Anche Markelo Uffenwanken, nonostante sia uomo di contenuti, non sfugge alla regola. Come stasera. O ieri sera? Siamo già a sabato. Comunque: venerdì sera, ore 23.00. Vado su Nazione Indiana. E posto un commento a seguire a quello dell'ottimo Fabio Viola di "Ellittico" (www.ellittico.org., la consiglio). Nella colonna dei commenti a un pezzo su Roma. Eccovi il mio post. Dadaista? Puo' darsi. Una stronzata galattica? Puo' darsi. Non ne vado fiero, ma lo pubblico. Non so nemmeno bene cosa voglia dire. L'ottimo Viola parlava, se non ricordo male, del fatto che Roma è città eterna e quindi puo' permettersi di essere in ritardo. O ritardataria? Beh, comunque, in fondo... con tutte le cazzate che si pubblicano oggigiorno, una più una meno... Insomma, eccovela, la perla...)
Roma: una città eterna in anticipo sui tempi. E' il Resto del Mondo, quindi, che è puntualmente in ritardo.
CONSIGLI PER GLI ACQUISTI: LA MANO DI DANTE, DI NICK TOSCHES
Qualche anno fa, quando facevo (anche) il consulente molto esterno per una nota casa editrice, mi arrivò il manoscritto in inglese di un romanzo americano assolutamente inedito. Si trattava di "In the hand of Dante" di Nick Tosches, lo scrittore dalla faccia di Bogart. Lessi il paccodono d'un fiato, nonostante le difficoltà e la lunghezza, e ne riferii entusiasticamente agli Stati Maggiori che, forse per mancanza di tempo di spazio o di chissà cos'altro lasciarono perdere. Quest'estate ritrovo il romanzo in edizione italiana, tradotto dal pulpico Fabio Zucchella, con il titolo "La mano di Dante", edito da una concorrente di grido ( Mondadori) di quella casa per la quale prestavo opera e manodopera. Sono molto contento che qualcuno nella Bellaitalia, la patria del Sommo, si sia accorto della validità del romanzo di Humphrey/Nick Tosches, noirista d'esperienza, autodidatta ferox, scrittore di culto 55enne amico del da poco scomparso Hubert Selby. Tosches è un vero duro anche nella vita, e questo si trasferisce sulla pagina a ogni riga/capoverso/capitolo. La mano di Dante è un romanzo in bilico tra rievocazione storico-letteraria e thriller. Tutto ruota attorno alla copia autografa della Divina Commedia, trafugata dalla mafia italoamericana attraverso lo stesso Tosches (che si firma anche nell'azione con nome e cognome veri, evidentemente fregandosene di chiamarsi Nick), appassionato di Dante e da sempre legato ai "bravi ragazzi" per comune background da marciapiede. Tosches si autoesilia dal mondo perchè affetto da una grave forma di diabete e come ultimo atto venderà il manoscritto pezzo a pezzo, estrinsecando furore autodistruttivo, profonda solitudine esistenziale, le tipiche contraddizioni dell'intellettuale contemporaneo tra ricerca di spiritualità e cinismo capitalistico. Un esperimento riuscitissimo di romanzo sperimentale, o esperimento riuscito. Il Doktor Tosches è uno scrittore di grandissimo talento, capace di legare insieme con vero sprezzo del pericolo la storia di un omonimo scrittore colluso con la mafia che narra in prima persona con la rievocazione dei tratti salienti della vita dell'Alighieri come se questa fosse stata scritta da un Irving Stone ancora più raffinato dell'originale. Tosches personaggio è una sorta di amorale Virgilio contemporaneo malato di diabolica ansia di vita alle prese con la Commedia; lo stile procede secco, violento, zeppo di parole gergali, con accelerazioni, ripetizioni ossessive, sfoghi nel turpiloquio più sfrenato e realistico. Contrappuntando, lo scrittore narra episodi della vita di Dante con tutt'altro stile, in una rapsodia in hell, raccontando le fonti dell'ispirazione, i personaggi più rappresentativi della vita del Poeta, le ragioni di uno Stile; il tutto con una perizia anche didascalica sbalorditiva e senza mai annoiare. Un romanzo davvero notevole, svolto su vari piani, dal grande virtuosismo stilistico, un piatto a scomparti dagli ingredienti disparatissimi: mafia, Michele Sindona, il male, la malattia, la morte, il crollo delle Torri Gemelle (raccontato con grandissima intelligenza, non vi diciamo nulla) e critica ferocissima all'industria culturale americana (con nomi e cognomi di conglomerate editoriali ecc.), Dante, il Trecento, Aristotele, la ricerca di una impossibile purezza e di un Dio indecifrabile. Un libro da guardare con grande rispetto, di vera e rara Letteratura. E poi da leggere.
CHE FINE HA FATTO LABRANCA BABY?
Da un po' di tempo mi sparo in vena, quotidianamente, la mia dose di www.labranca.co.uk. E' più forte di me. La sagacia di quell'uomo mi ispira e mi fa riflettere. Osservatore impietoso del costume e wordplayer (si dira così?...) sempre sul filo (o sul filo sembre deso - per dirla alla Verdone comiziante) del paradosso, Tommaso Labranca è un appuntamento-umano con l'intelligenza. Ora mi chiedo, come da titolo aldrichiano (Che fine ha fatto Baby Jane): che fine ha fatto il Labranca-Anca-Anca Leon Leon Leon, ovvero il Brancaleone di successo alle crociate della satira, il guerrasantafondaio del costume e della cultura? Mi sparo delle dosi maggiorate di Dagospia per compensare, è vero, ma Dago è il re del gossip generone e fracicone mentre Tommaso ha la classe A Mercedes che non è acqua, i piani sono diversi a dire poco. Forse sono troppo ansioso, in fondo il suo ultimo post risale al 21 Agosto e siamo appena al 3 Settembre. Forse è anche perchè tutti i miei antipatici vicini di casa sono tornati dalle loro neriparentiane Vacanze in India a infestarmi l'ascensore coi loro "buongiorno e buonasera" sparati dalle loro facciazze bronzee e invece certi amici di web, e soprattutto certi amici personali, non li ho ancora risentiti. E' colpa mia, certo, perchè anche uno come Labranca ha il diritto di riposarsi. Ma il fan non va mai in vacanza, purtroppo per me.
BUONI PROPOSITI
A proposito di blog/siti. Giuseppe Genna detto il Gius, mercoledì scorso sui Miserabili, nel suo pezzo "Recensioni, cosa cambia" fa il suo proponimento settembrino (vero capodanno delle cose serie) e anticipa che d'ora in avanti più che recensire novità farà "recuperi" di classici o di libri relativamente recenti ma passati magari inosservati. Genna dunque nelle vesti subacquee di Jacques Cousteau della letteratura. Il motivo è più che condivisibile: le novità sono talmente tante e spesso inutili che orientarsi nel marasma della "pescheria letteratura" è diventato difficilissimo se non impossibile, a meno che non si abbia a disposizione una redazione di palluti pescivendoli. I banchi delle librerie sono sempre più simili a banchi di pescherie: dal pesce azzurro al salmone, tutto è esposto in disordine affastellato, con continui ricambi. Il pesce fresco, spesso, ha l'occhio più vitreo di quello vecchio, è quasi impossibile capire se il pescivendolo tira a fregare. La fregatura però c'è comunque, perchè il lettore cosiddetto "medio" (brutta parola ma ci manca il sinonimo, si accettano consigli) ci capisce ovviamente meno di uno come Genna e va a spararsi in vena, per forza maggiore, la sua dose di bestseller, o il livre de chevet del maitre à penser della televisione, il Giulianone Ferrara o l'ennesimo stronzo catodicizzato di turno sul palinsesto del "viva la muerte", ovviamente civil. La scelta di GiusGenna ci pare sensata e di valore, insomma. A proposito: uno dei primi "ripescaggi" è quel "La resa dei conti" di Saul Bellow che tanti anni fa ci ha fatti "innamorare" all'istante (sono poco più di un centinaio di pagine) del vecchio Saul.
SU BLOG E SCRITTORI
A volte mi capita di leggere anche i giornali dell'orrore. Ho fatto indigestione di horror di Mario Bava e anche di Lucio Fulci. Sono cresciuto con Belfagor Il Fantasma del Louvre. I giornali dell'orrore mi fanno una pippa. Leggo questi giornali, talvolta, per rendermi conto della situazione in cui versiamo tutti interamente. Interamente versati nel pantano, spesso e malvolentieri. A volte mi basta dare una scorsa sul web senza dovermi accollare l'acquisto. Non per il denaro, non ne faccio una questione di vile pecunia: è che contribuire all'arricchimento di certa gente non mi sembra moralmente accettabile.
Comunque: ad Agosto mi sono imbattuto in una copia de Il Giornale di Belpietro, il Comandante Straker senza UFO (cioè, per lui gli UFO dovrebbero essere i Comunisti perchè gliel'ha suggerito Berlusconi, ma Belpietro non è fesso, Belpietro è uno che, come si dice, ha il senso delle cose. Delle cose sue, naturalmente). Sia come sia, vado a vedere nella pagina culturale. Dopo un bel racconto di Gianni Biondillo, il noirista di Per cosa si uccide, mi imbatto in un pezzo che parla dei blog. Non di tutti i blog. Solo di alcuni. I blog degli scrittori.
L'articolista (di cui non ricordo il nome, ma non è che tutti si chiamano Uffenwanken, a 'sto mondo comunque infame) se la prende con gli scrittori che scrivono nei blog. Fa nomi e cognomi, naturalmente: Moresco, Mozzi, Scarpa, Genna, Nove. Eccetera, ma mica tanto. Siamo lì, more or less, su quei pochi nomi. Siccome Genna è un mondadoriano, un pezzo da 90, non dovrebbe scrivere in un blog. Che poi è un sito. Perchè I Miserabili è un sito. Non ha la finestra dei commenti. Ma che cazzo vuol dire, insomma, che uno scrittore di quel peso e bla bla bla non deve continuare a dire quello che pensa sul suo blog/sito? Andiamo avanti: Moresco. Non mi risulta che il geniale Anthony Hopkins della letteratura italiana abbia nè sito nè blog. Lui posta i suoi articoli (già apparsi su riviste, soprattutto su Fernandel) su Nazione Indiana, il famoso blog collettivo. Che Dio lo protegga, il blog collettivo. Poi Scarpa. Anche qui: dov'è il sito? E il blog? Stesso errore fatto con AM: Tiziano Scarpa scrive generosamente, spesso nelle finestre dei commenti dialogando con chiunque, anche con contestatori nicknominati, nel blog Nazione Indiana. Mozzi invece ha il suo blog, è vero. Almeno una l'articolista l'ha imbroccata. E allora? Sentite le motivazioni, per tutti: sono letti, pubblicati, seguiti, e ancora hanno bisogno di spargere come incontinenti ( o qualcosa del genere) le loro cose anche in rete? E perchè? E bla bla bla... Dimenticavo Aldo Nove. Anche lui con un blog. Invece non mi risulta che lo abbia. O no? Anche lui è nel collettivo di NI. Che l'articolista abbia scorso nella homepage di NI per far prima, ha letto i nomi più noti della compagine e ha immaginato da vero genio che tutti... Davvero? Puo' essere andata così? Si, perchè per un frequentatore abituale di NI è chiaro che l'Aldone nazionale non compare quasi mai e che Moresco posta ogni tanto ma non interviene praticamente mai nei commenti.
La cosa fastidiosa, a mio parere, è che questa gente critica senza avere le pezze d'appoggio, seguendo il solco tracciato da migliaia di giornalisti di paccume. Non s'informa prima per benino su come diavolo stanno le cose, tanto per cominciare. E poi parla di "scrittori pubblicati". Come se fossero una casta d'intoccabili. "Tanto voi siete pubblicati". Non viene in mente a questa gente che il blog da la possibilità non solo di esibirsi (ci sta, va bene, siamo egocentrici anche noi) ma anche di conoscere, scambiare idee, confrontarsi, imparare dagli altri, anche dai "non pubblicati"? La casta inferiore, secondo l'Innominato. E' evidente. Secondo questa gente, uno scrittore pubblicato dovrebbe agire come un piccolo imprenditore del bresciano, del monzese, della Milano da Ingoiare ecc.: pensare solo ai cazzi suoi, pagare in nero i neri che lavorano per lui, andare a travoni, tifare preferibilmente Milan e naturalmente votare Forza Italia. O Lega, alla peggio. Ma gli scrittori veri (pubblicati o inediti, non sto qui a fare grosse differenze, anche perchè di pubblicati cani e anche porci ce ne è una marea e lo sappiamo bene, noi bagnanti della Letteratura) sono fatti di una pasta diversa. Niente Pasta del Capitano, per intenderci.
PRERECENSIONE DI "DEL PERDUTO AMOR" DI FRANCO BATTIATO
Franco Battiato è un sufista travestito da cantautore. Un cantautore assolutamente geniale, un musicista dada-impegnato, l'uomo che più di vent'anni fa uccise il Liberty Valance della rima postribola "cuore-amore" e inventò la citazione canzonettara (Cucuruccucu) facendo della "song" di derivazione sanremasca-profit vere opere d'arte. Un Duchamp della canzone, che mette l'orinatoio/canzonetta all'interno di "parole pesanti" che meritano di essere collocate nel Museo della Scienza e della Tecnica della Cultura Popolare. Ma FB è anche editore malato di "adelphismo coatto", pittore bizantinico, estrosissimo poeta e purtroppo, da qualche tempo, regista cinematografico. Fedeli al patto delle nostre prerecensioni, ci siamo rifiutati di andare a vedere quel film avendo capito più o meno tutto già prima, come ci è stato confermato da attendibili testimoni che il film l'hanno visto; grazie anche ai loro racconti abbiamo potuto procedere dunque alla prerecensione che state leggendo.
Se Luciano Ligabue è narratore per canzone (le sue storie di provincia sono racconti brevi di 3 minuti) e ha superato secondo noi brillantemente (caso più unico che raro) la prova del buio in sala soprattutto con il suo esordio "Radiofreccia" che in effetti non speciali fa del vero cinema narrativo (quello che, a parte qualche parentesi, faceva anche Kubrick), Franco Battiato è poeta per canzone. I suoi testi sono flashes/cazziamari, irrisioni, prese di coscienza sulla vigliaccheria dei potenti, abbandoni mistici, commoventi preghiere, urli lisergici. E dunque il suo film non poteva che rifarsi a quel "cinema di poesia" che, nel 90% dei casi, ci fa venire l'orticaria e il mal di pancia no-vomit. Tarkowski, Fellini, Bergman, Pasolini: pochi nomi (ne dimentichiamo certamente altri, ma lo spazio è angusto); questi i nomi dei poeti (senza virgolette) più rappresentativi del cinema tutto. Non von Trier, che è piuttosto un teatrante dell'assurdo, un Misto-Ikea di Pinter e Brecht con una goccia in angostura d'angoscia del Beckett busterkeatoniano di "Film".
Il film battiatiano ripercorre per un buon tratto gli anni dell'infanzia del musicista, che nella finzione musicista non è, in una Sicilia microcosmica, con un Franco che cresce in una famiglia di sole donne e con un padre donnaiolo che abbandona e sparisce; il parallelo con la storia dei primi anni di Aldo Busi ci appare coerente. Il film va avanti per strappi della memoria e abbandoni lirici: il trasferimento a Milano, le prime esperienze, ecc. Su tutto aleggia lo spirito, perfettamente incarnato, di Manlio Sgalambro, filosofo Made in Adelphi e "compagno di merende" dell'artista, spirito nichilista, dadaista narcisista, cantante d'occasioni improbabili che alla fine del film, come in un'enigma problem no solving, parla di "granite alle mandorle". Un film noioso e inguardabile se non in occhiali scuri e impermeabile bianco col bavero alzato, lento e catatonico, spesso incomprensibile, sempre dilettantesco. Unica nota positiva- è proprio il caso di dirlo- la colonna sonora, ovvero la scelta dei pezzi d'antan a sottolineare i passaggi di questa autobiografia mascherata. Una "prova d'orchestra" che è una suite per narcisismo velleitario, una cazzata galattica o, per essere più gentili, una Paolovillaggio-potemkiana "boiata pazzesca". Attendiamo Franco Battiato prossimamente non su questi schermi (anche se il Nostro ha minacciato un nuovo parto cinematografico) ma sul nostro lettore CD con il suo prossimo lavoro discografico, del quale abbiamo ascoltato un brano assolutamente geniale in anteprima su Internet. A ciascuno, come scrisse un altro siciliano di genio, il suo.
ANTICIPAZIONE
Prossimamente su Markelo Uffenwanken: LA STORIA DELLA MALA MILANESE ANNI 60/70/80.
Raccontata con un'intervista a puntate fatta a un testimone dell'ambiente. Ogni puntata un tema: PROSTITUZIONE, TRUFFE, SPACCIO DI DROGA, GRANDI CASI.
Una "post-inchiesta" scottante che è stata cronaca nera e ora fa storia. Tutto rigorosamente vero. Una serie di interviste che potranno interessare tutti coloro che sono interessati al noir, al giallo, e alla cronaca nera. E anche per tutti gli amanti della Milano che fu e che è ancora. Coming soon.
(Inizia oggi la rubrica "Prerecensioni". Recensioni di film, libri, dischi e, come dicono quelli che parlano bene, quant'altro. Ma recensioni pre-visione, pre-lettura, per-ascolto. Recensioni di cose che magari non si vedranno, leggeranno, ascolteranno mai. Sicuramente se ne è solo sentito dire. Recenzioni per sentito dire. Quello che fanno molti, solo che noi lo diciamo prima. Lo pre-diciamo, ecco.)
PRERECENSIONE DI 9/11 DI MICHAEL MOORE
Un film no global di un cineasta e scrittore molto global. Global da un punto di vista fisico, innanzitutto, con stazza orsonwellesiana prima e dopo la bufala radiofonica de La guerra dei mondi. Moore è un Welles Orson Yoghi, un Sai Baba o Bubu La Sai l'Ultima, un Letterman 22 post Montanelli, post tutto, post-it, post qua sotto, please. Se la Klein aveva sbancato il Premio Bancarella Mondiale con il suo No Logo divenendo essa stessa un Logo, (perchè il No Logo diventa "logo" nel momento in cui appare, e dunque il libro della Klein è una catena Mac Donald's senza Mac, forse con un disneyiano Duck, ma insomma è diventato Logo anch'esso nel momento in cui è venuto splendidamente a globalizzarsi nelle librerie del mondo) Moore sbanca al Casinò, non soltanto di una 2004 Venedig post-mortem a, come un casual (ma minga tropp) thomasmanniano scrittore tedesco alle corde, ma sbanca all over the world ovviamente global col suo j'accuse alla presidenza più global del mondo stesso, quella di George Abbasso (non W) Bush. Il film è una congerie congestionata di blobbistiche inquietudini, un ghezziano singulto polifonico, un sequel su sequel su sequel di immagini, voci, suoni fuori orario e fuori fase ma non fuori fuoco, un mendelsohniano prestissimo del Mendel, una requisitoria digitale che fa diventare le fictionarie elucubrazioni di un von Trier dei puri e semplici pretesti brechtiani con tanto di Mecky Don Backy Messerschmidt. Un film documentario che farà storia globale e che vivamente raccomandiamo a grandi e piccini di tutto il mondo, perchè sappiano cosa vuol dire stare dalla parte dei deboli in un mondo come il nostro che, nonostante tutto, permette a tutti di dire la propria. Il botteghino - anche se non a parole- conferma.
UN MOSTRO IN CUCINA
La gentile lettrice Teresa, dopo avermi gentilmente mandato la sua firma internettica per la campagna "Uffenwanken for President" al mio indirizzo email markelo.uffenwanken@katamail.com , mi segnala una mostruosità televisiva, un vero e proprio delitto all'intelligenza gastronomica e all'intelligenza in senso lato.
Luogo dell'atrocità: Unomattina Estate, Raiuno.
Il "Maestro" Gianfranco Vissani prepara in 20 secondi circa un risotto alla salsiccia. L'inizio della preparazione è comme il faut: soffritto, tostatura del riso, mestoli di brodo, aggiunta di una cotenna di maiale. Toglie la cotenna, il riso è cotto. A fuoco spento aggiunge un fiotto d'olio (al posto della classica noce di burro; ma Vissani, come si sa, è anche produttore di olio). Aggiunge un'ottima e abbondante presa di grana grattuggiato. Tocco finale: aggiunge una vigorosa manata di salsiccia passata al setaccio. Cruda. E l'ha raccomandato più volte: "La salsiccia dev'essere cruda, mi raccomando!".
Aridatece Gualtiero Marchesi. In mancanza di Marchesi Marcello, naturalmente.
( Sono anche un sadico. Questa poesia - scritta ormai più di anno fa- è dedicata a tutti coloro che sono tornati dalle vacanze nella loro metropoli di riferimento, come direbbe Bruno Vespa. Io vivo a Milano. Città che nel passato è stata futurista. Oggi è una città post-passatista. Questa poesia parla con odio- e quindi anche con immenso amore- di Milano. M.U.)
LITTLE APPLE
E' una new York d'inferno
formato barattolo
retrattile, rettile, bugigattola
asfittica e metallica, metamorfica
un ipso facto di cocaina purissima
dispersa in una raro cono di nebbia.
Milano è una zanzara in autunno
grassa, arrogante
che picchia la testa ronzante
contro il muro
e ti assale quando la credi
morta.
E' la più bella micrometropoli del mondo;
a misura d'uomo, a misura di nevrosi
a misura, a misura.
Generale
senso della clausura, voglia di lavorare
cenacoli, tentacoli, Teocoli
botteghe aperte, e chiuse da una lampo
manifestazioni culturali
cinema, televisione, editoria
pance ripiene, Natali a tutto sfolgoro
negri, mulatti, arabi, poveri e molto ricchi
cantanti e muratori
impiegati bardati e artisti impoveriti
poeti arrabbiati e registi in cerca del callifugo
minestre riscaldate, VIPS psicolavabili
Oceani Mare di okay, di turnover, di targets
colpiti con precisione
mortale.
Milanesismi impiallati, cadaverici Cartier
via della Sfiga, via della Spiga, via della Figa
uomini contro donne, donne contro uomini
pellicce contro grisaglie
uomini belli e forti in tuta blu
contro
fighetti smandrappati in tuta Ralph Lauren;
Milano ti uccide lentamente
a partire
dai saldi di Gennaio.
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